Grant Wallace e la “radio mentale”: arte ed extraterrestri nei boschi della California
di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
L’utilizzo delle onde elettromagnetiche per le telecomunicazioni, e in particolare l’invenzione della radio, ha dato origine dalla fine dell’Ottocento a un vastissimo immaginario scientifico, che prosegue anche oggi. Sin dalla sua comparsa, alla radio è attribuito di tutto: con la radio si influenzano le persone in maniera satanica, le si trasforma in servi ubbidienti di dittature di ogni colore, le si fa ammalare o assumere comportamenti patologici, si fa piovere oppure instaurare periodi di siccità; con le onde radio si crea il raggio della morte, e molto altro. Largamente superata la radiofonia come mezzo d’intrattenimento e d’informazione, oggi temiamo il 5G, oppure le installazioni radar, o le grandi antenne in serie utilizzate a fini scientifici, come in questo caso, o in questo.
Tuttavia, nel corso del Novecento, la metafora della radio ha assunto anche coloriture positive in ambito occultistico. Nel 1930, un giornalista e attivista politico americano di sinistra, Upton B. Sinclair (1878-1968), pubblicò un libro destinato ad avere enorme influenza. Sinclair aveva interessi peculiari da molto tempo – il valore del digiuno, l’importanza dell’astinenza sessuale sulla salute – ma fu durante un periodo di depressione che, insieme alla seconda moglie, Mary Craig, si diede a sperimentare la chiaroveggenza. Il fratello della Craig tracciò 290 disegni e, concentrandosi, Mary e Upton conclusero che la donna fosse riuscita a riprodurne 65 con esattezza e 155 in maniera parziale.
Qui non è importante ricordare che la portata di quello pseudo-esperimento, approssimativo e ottimistico nella lettura degli esiti, fu ampiamente ridimensionato, per esempio attraverso i tentativi di replica delle capacità della donna fatti dallo psicologo William McDougall. Ci interessano di più altre due cose: il colossale successo del libro di Sinclair – la traduzione tedesca del 1932 ebbe la prefazione di Albert Einstein, che fu affascinato dallo scritto – ma, soprattutto, il titolo del volume: Mental radio.
La chiaroveggenza, per Sinclair, non è altro che la capacità della mente umana di usare delle “onde” che un giorno saranno misurabili e rappresentabili su un oscilloscopio. Abbiamo una “radio” misteriosa, dentro di noi.
Con la radio mentale, però, si può fare anche altro – molto altro che provare l’esistenza delle facoltà paranormali. Sinclair era stato preceduto di diversi anni da un suo compatriota che, come lui, viveva in California (Sinclair a Pasadena, l’uomo che ci interessa più a nord, a Carmel-by-the-Sea). Si chiamava Grant Wallace.
Zuraleo, viaggiatrice interplanetaria
Wallace veniva da una parte del tutto diversa degli Stati Uniti. Era nato nel 1867 nel Missouri. Era figlio di un giudice, e aveva avuto un’ottima istruzione; aveva, fra l’altro, frequentato anche un istituto artistico, dove aveva conseguito uno dei suoi diplomi. Poi diventò giornalista, scrisse per un importante quotidiano del Minnesota, ma, per proseguire in quel mestiere, negli Anni 90 si trasferì a San Francisco, dove diventò corrispondente per due importanti giornali cittadini, il San Francisco Chronicle e il San Francisco Examiner. Ormai affermato reporter, fu cronista di guerra in Estremo Oriente a inizio Ventesimo secolo, poi sceneggiatore teatrale e per alcuni film realizzati negli anni della Prima Guerra Mondiale.
Un creativo a tutto tondo, insomma, una mentalità poliedrica, ma, come si vede, finora orientata soprattutto alla scrittura – e non ultimo, alla linguistica, visto che Wallace era diventato anche uno dei referenti per l’area di San Francisco del movimento esperantista.

Ma ecco insinuarsi qualcos’altro, nella vita di quest’uomo. Negli anni della guerra, ci sono tracce di diverse sue conferenze nell’area di San Francisco. Ma non sull’arte, sul cinema o sulla letteratura, ma sull’occulto: un interesse comune, tutto sommato, in specie in California, e nell’area di San Francisco. Ma era soltanto l’inizio di un percorso assai più complesso, e anche delicato. Dopo la fine della Grande Guerra, Wallace lasciò la città, e si trasferì in una villetta in una foresta, a Carmel-by-the-Sea, sulla costa centrale californiana. La sua nuova, e da qui in poi onnipervadente passione, per la quale si era scoperto dotatissimo, era diventata la telepatia, o, per meglio dire, la “radio mentale”, come aveva preso a chiamarla, prima ancora che uscisse il libro di Sinclair di cui abbiamo raccontato più su.
A partire dal 1919, e probabilmente almeno per quasi tutti gli Anni 20, sulla base delle sue comunicazioni per “radio mentale”, tracciò centinaia di schizzi, di disegni, di ritratti, cartine, diagrammi ed appunti, tutti derivanti dai messaggi che, nella sua mente, arrivavano da ogni dove e da ogni specie di entità vivente e disincarnata. Gli parlavano i greci antichi, i vichinghi, gli egizi, ma anche gli atlantidei, il defunto presidente Jefferson, Charles Darwin che gli spiegava come la dottrina della reincarnazione fosse il portato spirituale dell’evoluzionismo – ma, soprattutto, da uomo moderno, comunicava con gli altri pianeti del sistema solare.
Fu nella rappresentazione visiva degli altri mondi che Wallace raggiunse il massimo delle sue capacità artistiche, ed è attraverso questa via che la memoria di quanto produsse si è trasmessa sino a noi. Wallace ha prodotto gli alfabeti di Mercurio, di Venere, ma anche di Titano, satellite di Urano. Ma la radio mentale poteva andare oltre, grazie ai suoi rapporti con gli abitanti del nono pianeta, Azoth, e di quelli del sistema di Altair, nelle Pleiadi, o anche di Andromeda.
Una rivalutazione postuma
Le rappresentazioni degli abitanti di quei mondi e dei loro mezzi e città sono quasi tutte andate perse, ma trentuno, risalenti agli Anni 20, sono sopravvissute – molto interessante quello di Zuraleo, donna di Marte – che potete vedere qui, insieme ad altri personaggi.
Bisogna intendersi. Parecchi fra coloro che sostengono di essere in rapporto con abitanti di altri mondi, sin dall’Ottocento producono rappresentazioni dei loro interlocutori e dei loro mondi. Ma di solito si tratta di cose diverse. Di là dalla qualità tecnica delle opere, spesso a dir poco assai modeste, in quei casi si tratta di meri modi attraverso i quali pretendono di “riprodurre” i loro viaggi e le loro visioni.
In questo senso, per l’Italia degli scorsi decenni ci vengono in mente la torinese Germana Grosso, che nel 1960, dopo qualche anno trascorso a interloquire col maestro tibetano Rhendo, passò agli extraterrestri, il romano Luciano Gasbarri, attivo negli Anni 60 e 70, oppure Luigi Arienti, lombardo trapiantato a Messina; altrove, nell’esplosione dell’interesse per l’occulto che travolse negli ultimi anni della sua storia l’Unione Sovietica, il moscovita Juri Malachev.
Con Wallace però siamo su un altro piano. Per capacità artistiche e per il grado di elaborazione di un suo “sistema”, all’interesse per le cose umane con le quali indagare ciò che ci ha lasciato, si unisce la rivalutazione della sua arte.
Wallace è morto, dimenticato, nel 1954, dunque sette anni dopo l’inizio dell’era del mito degli Ufo, nato nell’estate del 1947. La California dei suoi ultimi anni di vita pullulava di ufologi più o meno entusiasti e di “contattisti” che si incontravano con gli extraterrestri. Noi non sappiamo come Wallace, ormai anziano, prese l’avvento dei dischi volanti. La sua arte bizzarra ma significativa, e partecipe anche delle correnti pittoriche dell’America del suo tempo, è stata riscoperta solo in anni recenti. Prima l’attenzione dedicatagli nel volume del 1998 di Roger Manley e Howard Finster, The End is Near! Visions of Apocaypse, Millennium and Utopia (Dilettante Press), rassegna delle visioni di altri mondi messe su tela da 58 artisti in specie nell’America del Ventesimo secolo, poi, soprattutto, una mostra del 2022, lo hanno fatto riscoprire – o, per meglio dire, scoprire per la prima volta a chiunque sia interessato agli stretti rapporti fra arte moderna e occultismo. Potete ammirare qui la qualità di ciò che produsse, e constatare come il suo mondo mentale, i suoi amici di Atlantide, della Grecia antica, o degli altri pianeti, non abbiano affatto ostacolato il suo talento. Anzi: probabilmente diedero una mano a esaltarlo e, in questo modo, a renderlo prezioso. Da noi, Wallace ha attirato l’attenzione di uno dei principali studiosi italiani di Nuovi movimenti religiosi, Massimo Introvigne.
L’attenzione degli studiosi per i legami fra arte moderna (e contemporanea) e pensiero esoterico – e relative esperienze percettive – trova da tempo riscontro in una porzione di pubblico sensibile a quel tipo di idee e, al contempo, desiderosa di capirne i rapporti con la cultura “alta”. La mostra Fata Morgana: memorie dall’invisibile, tenutasi a Milano nell’autunno 2025, e la cui qualità abbiamo constatato direttamente, ha presentato opere e testimonianze di oltre settanta autori la cui creatività si è intrecciata strettamente con ipnotismo, spiritismo, teosofia, nuove religioni, chiromanzia, veggenza e chi più ne ha, più ne metta. Il catalogo e i saggi che contiene contestualizzano bene ciò che si poteva vedere di persona, visitando la mostra.
Grant Wallace, che a Milano non c’era, è parte di quella vasta nube di personaggi partecipi di quel mondo ovattato e contraddittorio che è quello dell’intersezione fra arte e idee occultistiche. Rappresenta una sfida, per la mentalità razionale e per chi, per formazione e intenti, non vi è avvezzo. Ma si tratta anche di sfide che in qualche misura vanno affrontate, se si vuole capire che cosa altri da noi hanno creduto, e credono.
Immagine in evidenza: Un ampio articolo su Wallace, con alcune delle sue opere, dal quotidiano “The San Francisco Examiner” del 4 novembre 1923.
