Quando le auto avevano la coda: la strana moda delle catenelle anti-nausea
Giandujotto scettico n°206 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Immaginate di guidare su un’autostrada italiana negli Anni 60. Davanti a voi, notate un’automobile con un curioso accessorio: una catenella metallica appesa al paraurti posteriore, che striscia sull’asfalto. Poi un’altra. E un’altra ancora. La scena, a quanto pare, era diffusa; ne nascevano discussioni animate, e ognuno aveva la sua teoria per spiegarne l’utilizzo. Secondo quella principale, la catenella aveva una funzione medica: serviva a contrastare il mal d’auto nei passeggeri.
Il mistero arriva dalla Francia – anzi no, da Torino
Del misterioso caso si occupò Paolo Occhipinti, che vent’anni dopo sarebbe diventato il direttore del settimanale Oggi, in un articolo uscito su quello stesso periodico il 29 settembre 1960. Il giornalista collocava l’origine delle voci proprio in Piemonte:
Questa faccenda delle “automobili con la coda” incominciò pochi mesi fa, con l’ingresso in Italia dei primi turisti francesi motorizzati. Pare infatti accertato che i precursori della catenella siano stati i transalpini, i quali ne hanno importate decine di migliaia negli ultimi sei mesi da Torino, dove ha sede la fabbrica che le produce. In Italia ne sarebbero state vendute meno di cinquantamila, ma il numero degli acquirenti aumenta di giorno in giorno, e in Piemonte la percentuale di automobilisti che ne fanno uso è già rilevante.
Dunque, quell’accessorio veniva già prodotto in serie, probabilmente per scaricare a terra l’elettricità statica. L’idea di per sé non era sbagliata: viaggiando, l’attrito tra pneumatici e asfalto genera elettricità statica. Questa elettricità non può scaricarsi a terra, perché gli pneumatici di gomma fanno da isolante tra la carrozzeria e la strada, e rimane quindi nelle parti metalliche dell’automobile. Quando il guidatore scende dall’abitacolo, può capitare che prenda la scossa: è l’auto che in quel momento si scarica attraverso il conducente. Aggiungendo la catenella metallica, carrozzeria e terra vengono messe in collegamento, e l’auto non può rimanere carica al punto da “dare la scossa”. Ma accanto a questo meccanismo – sensato – di funzionamento, all’inizio degli Anni 60 cominciò a diffondersi una voce: quella catenella poteva servire anche a un altro scopo. Come spiegava sempre Occhipinti:
Abbiamo svolto una piccola inchiesta a questo proposito e siamo giunti alla conclusione […] che la improvvisa fortuna della catenella sia dovuta alla convinzione che essa serva a combattere il “mal d’auto”. La rivoluzionaria scoperta sembra essere stata fatta alcuni mesi fa da un torinese, giunto alla formulazione della sua teoria dopo aver compiuto numerosi esperimenti su un animale: il suo cane. Questi, evidentemente allergico ai viaggi in automobile, aveva perfidamente resistito a tutte le cure prestategli dal proprietario che, dopo averlo invano imbottito di pillole e pastiglie d’ogni genere, aveva voluto provare con la catenella. Il successo era stato clamoroso! Dopo pochi giorni tutta la città era a conoscenza dell’accaduto e il nuovo sistema di cura venne per la prima volta tentato per eliminare il “mal d’auto” dei bambini, terribile piaga che flagella gli automobilisti padri di famiglia.
Molti decisero di provare. E molti – giuravano – ottennero risultati “più che mai soddisfacenti”.
Da appassionati di leggende metropolitane, siamo un po’ scettici sul fatto che quelle voci avessero avuto origine proprio in quel modo: durante queste piccole manie, spesso circolano racconti che vorrebbero spiegarne l’origine, ma che sono a loro volta leggende – miti di fondazione, in un certo senso. Avvenne, ad esempio, quando nel 1954 si diffuse in Italia la mania per il fungo cinese, una bevanda fermentata a base di tè che veniva passata di mano in mano come panacea miracolosa di origine orientale. La storia del cane risanato potrebbe essere proprio una di quelle leggende. Ciò detto, però, sembra abbastanza accertato che la moda della catenella abbia attecchito un po’ in tutta Italia, a partire dagli anni ‘60.
Un meccanismo d’azione discutibile
Ma come avrebbe dovuto funzionare la presunta “invenzione”? Nel suo articolo, Occhipinti spiegava anche questo:
I “catenellisti” d’altra parte, confortati dalla evidenza di certe “guarigioni”, continuano la polemica con l’insistenza di un miracolato che vuol veder riconosciuto dall’autorità l’intervento divino su di lui. In particolare si sostiene che non solo l’automobile ma anche lo stesso automobilista potrebbe caricarsi di una certa quantità di elettricità statica quando il sedile della vettura è ricoperto ad esempio di nylon; ciò provocherebbe un senso di agitazione e di nervosismo che, a lungo andare, si trasformerebbe in vero e proprio malessere. L’innocente catenella appesa al retro del veicolo scaricherebbe dunque, insieme all’elettricità, anche i nervi dei viaggiatori.
I medici del tempo erano scettici: consideravano la catenella l’ennesima “forma di suggestione collettiva“. Il suo successo, però, faceva leva su idee ben radicate a proposito dell’elettricità come causa o rimedio di ogni malattia – idee antiche almeno quanto la scoperta dei fenomeni elettrici.
Eppure, infondate. Oggi sappiamo che il mal d’auto – scientificamente, cinetosi – non ha nulla a che fare con l’elettricità statica. Sembra che all’origine ci sia un conflitto sensoriale tra ciò che l’occhio vede e i segnali provenienti dal sistema vestibolare dell’orecchio interno, che regola l’equilibrio. In un’auto che viaggia, gli occhi percepiscono stabilità (l’interno della vettura), ma l’orecchio interno e gli altri sensi registrano movimento e accelerazioni. Il cervello, confuso da questi segnali contraddittori, scatena una risposta che può includere nausea, sudorazione, vertigini.
Per questo, a chi ne soffre si consiglia di non leggere durante il viaggio, ma di guardare invece verso l’orizzonte, possibilmente dai sedili anteriori dell’auto: in questo modo, gli occhi hanno un punto di riferimento più stabile, e la nausea si fa meno pressante. Per i casi più gravi esistono farmaci appositi scientificamente testati (di solito, antistaminici). L’elettricità statica non ha nulla a che vedere con tutto questo.
Palliativi placebo per piccoli problemi
Nelle testimonianze di guarigione degli Anni 60, c’era probabilmente un bel po’ di effetto placebo, quel fenomeno per cui anche un trattamento privo di effetti fisiologici può comunque produrre miglioramenti – e la nausea è, a quanto pare, uno dei malesseri su cui l’effetto placebo ha effetti più marcati.
Questo l’aveva capito anche Occhipinti, che nel suo articolo su Oggi osservava con una certa ironia:
I medici e i fisici restano naturalmente scettici. La cosa ci sembra perfettamente logica in quanto personalmente riteniamo che la catenella sia stregata, che i suoi poteri non siano cioè controllabili scientificamente. Siamo giunti a questa convinzione dopo aver osservato che molte di esse, forse consumate dall’attrito col fondo stradale, si sono accorciate e non riescono più durante la marcia del veicolo a realizzare il necessario collegamento con la terra. Soprendentemente, basta in questo caso la loro semplice presenza sul paraurti posteriore per assicurare un viaggio perfetto agli occupanti della vettura.
In altre parole: anche quando la catenella non toccava più terra e quindi non poteva scaricare alcuna elettricità, continuava miracolosamente a “funzionare”.
Dal canto nostro, le catenelle antinausea ci ricordano un po’ altri oggetti del passato diventati per un po’ manie collettive: si pensi, ad esempio, alla moda delle “coccinelle” che negli Anni 90 si diceva potessero proteggere contro le radiazioni dei cellulari, oppure – per restare sempre in tema di mal d’auto – ai braccialetti anti-nausea che premendo sui polsi avrebbero dovuto scacciare la cinetosi. O, ancora, al CD che alcuni guidatori appendevano allo specchietto retrovisore sperando che potesse abbagliare gli autovelox, o ancora alla leggenda secondo cui tenendo in bocca una monetina di rame sarebbe possibile ingannare l’alcoltest.
Tutte queste leggende hanno diversi elementi in comune: un problema o un fastidio – vero o presunto – che si desidera risolvere, una soluzione semplice e a basso costo, un’aura di scientificità che giustifica il meccanismo di funzionamento, qualche testimonial entusiasta e infine il passaparola. Mettendo insieme tutti questi ingredienti, la leggenda è servita.
La catenella, oggi
Provando a cercare su internet, c’è ancora chi, come l’autore di questo articolo, ricorda con un po’ di nostalgia i fasti dell’anti-nausea, diffuso ancora negli Anni 70:
Quelli erano anni in cui si considerava accessorio fondamentale perfino possedere dei rostri di gomma nei paraurti […], oppure l’antinausea! Ci fu un vero boom di questo accessorio assolutamente inutile, venduto anche nella sezione “accessori per auto” di allora popolarissimi cataloghi di acquisti per corrispondenza come Vestro e Postal Market (vi vendevano di tutto, perfino la novità del lunotto termico, una resistenza di spessi fili rosso-arancio da applicare fai-da-te). L’antinausea così chiamato era una striscia di gomma che toccava terra (le più “belle” erano fatte in forma zigzagante di fulmine). In verità, doveva trattarsi di una sorta di massa per scaricare a terra l’elettricità statica che a volte “zotta” toccando maniglie e portiere. Nonostante questa sua proprietà originaria, venne venduto a volte con proprietà ulteriori di (appunto) antinausea, per allettare una clientela di mariti o padri con passeggeri sofferenti di cinetosi (il mal d’auto).
Sembra che l’idea della funzione anti-nausea della catenella si sia attenuata negli anni, ma senza scomparire del tutto. Alcuni negozi online ancora oggi vendono “cinghie antistatiche” con descrizioni che lasciano intendere possibili benefici contro il mal d’auto, sfruttando la vecchia leggenda. Certe storie, una volta nate, sono dure a morire.
Se soffrite di cinetosi, il consiglio è sempre lo stesso: guardate l’orizzonte, sedetevi davanti, tenete i finestrini aperti. E se proprio non basta, esistono farmaci apposta. Meno poetici di una catenella che striscia sull’asfalto, ma sicuramente più efficaci.
Un ringraziamento per la scoperta della fonte originaria di questa storia va a Paolo Fiorino, studioso critico di ufologia, membro del CISU, e, come noi, amante del leggendario contemporaneo. Foto di apertura di Manfred Richter da Pixabay
