Il misterioso “codice dei piccioni” di Pralormo
Giandujotto scettico n° 205 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Pralormo è un piccolo comune del Torinese, con un castello medievale che ogni anno si veste di colori per “Messer Tulipano”, manifestazione dedicata a questo fiore. Oggi l’ex-fortezza, visitabile dal pubblico, accoglie un piccolo museo dedicato agli oggetti del passato. Ed è proprio qui che gli interessati potranno apprendere di un piccolo mistero: un curioso “codice d’amore” a base di nastrini, di datazione incerta.

Un castello, una gabbietta, un codice
L’oggetto in questione è semplice: un cartoncino lungo una decina di centimetri, su cui sono stati incollati sei nastrini di colori diversi. In alto, una scritta a mano: Codice d’amore. Sotto, una legenda che associa un messaggio ad ogni tonalità:
Rosa: roseo futuro
Verde: speranza
Rosso: ardore
Giallo: gelosia
Viola: tristezza
Nero: è finito
Un oggetto affascinante, un piccolo dizionario cromatico per comunicare in segreto… Ma come veniva impiegato questo codice? E a quando risale? Ed è qui che si entra nel mistero.
Parlando con la proprietaria del castello, ci è stato riferito che il cartoncino è stato trovato durante una moderna ristrutturazione, insieme ad altri oggetti risalenti all’epoca del conte Carlo Beraudo di Pralormo (1784-1855). Beraudo, diplomatico e politico del Regno di Sardegna, nei decenni 1830-40 trasformò la fortezza antica in una dimora di rappresentanza, eliminando il fossato ed il ponte levatoio, costruendo un grandioso scalone, coprendo il cortile centrale e trasformandolo in un salone d’onore.Secondo l’attuale proprietaria, il codice sarebbe stato scoperto in prossimità di una gabbietta per piccioni viaggiatori. Da qui è nata l’ipotesi più romantica: i nastrini colorati venivano forse legati alle zampine degli uccelli messaggeri? Non potendo trasportare lettere lunghe, il colore del nastrino poteva forse anticipare il contenuto del messaggio: un nastro rosso annunciava passione; uno nero, la fine della storia d’amore. Poetico, certo. Ma vero?
La mania ottocentesca dei “linguaggi d’amore”
Facciamo un passo indietro e immergiamoci nell’atmosfera culturale della seconda metà dell’Ottocento: è in quegli anni che l’Europa fu travolta da una vera e propria epidemia di codici amorosi segreti.
Il più famoso è senza dubbio il linguaggio dei fiori, la floriografia. Ogni fiore aveva un significato preciso: la rosa rossa stava per l’amore passionale, il non-ti-scordar-di-me per la fedeltà, il giglio per la purezza… Ma non finiva qui. Esisteva anche un codice dei ventagli: tenerlo aperto davanti al viso poteva significare “seguimi”, chiuderlo bruscamente “non mi interessi”. Non si sa quanto fosse davvero usato, ma i produttori di ventagli si davano da fare per diffonderlo, stampando appositi fogli volanti con l’elenco delle posizioni e dei significati corrispondenti. E poi c’era il linguaggio dei fazzoletti, quello degli ombrellini, quello dei lumi alle finestre, e così via.
Il fenomeno raggiunse il culmine con il linguaggio dei francobolli, che divenne una vera mania dopo l’invenzione dell’affrancatura moderna, nel 1840. L’inclinazione del francobollo sulla busta poteva trasmettere messaggi come “Ti amo” (francobollo dritto nell’angolo in alto a destra), “Prudenza – siamo spiati” (francobollo capovolto) o “Quando ti rivedrò?” (francobollo obliquo). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio Novecento, circolavano apposite cartoline stampate con i cifrari completi.Il settimanale milanese Corriere illustrato delle famiglie del 30 giugno 1895 ironizzava su questa mania, menzionando anche, en passant, un “codice del nastro”:
“E perché no? Dopo il linguaggio del fazzoletto, dell’ombrello, dell’ombrellino, del nastro, dello spillo e di tutto l’arsenale dell’acconciatura femminile; dopo il linguaggio dell’occhio, della mano, del piede, del labbro e di tutte le parti corporee che si muovono, comprese le orecchie in coloro che hanno virtù asinine; dopo il linguaggio della finestra, del vaso di fiori, delle tendine, del lume, ecc., e di tutta la congerie degli oggetti di casa, messi a profitto nelle manifestazioni d’amore, perché non si può pensare a creare un linguaggio per i francobolli?”
Il fenomeno dei linguaggi segreti era alimentato soprattutto dai periodici rivolti al pubblico femminile.
Il codice dei nastri in una fonte dell’Ottocento
Dunque, esisteva davvero un “linguaggio dei nastri”? Probabilmente sì, e ce n’erano diversi. Ne abbiamo trovato traccia in un articolo uscito sul Giornale delle donne nel dicembre 1887, intitolato I nastri nel linguaggio d’amore. L’autore sosteneva trattarsi di un’usanza medievale, in cui le dame donavano nastri colorati ai loro cavalieri prima delle battaglie. Ogni colore aveva un significato preciso:
Il nastro bianco significò felicità; il cavaliere che poteva portarlo non conosceva i timori, non paventava angoscie di sorta. La tracolla d’argento significava gelosia; il rosso, a seconda delle sue gradazioni, mostrava ira, superbia, sete di vendetta, o nobile alterezza, o desiderio di grandi imprese. L’azzurro svelava cortesia d’amante; il verde, allegrezza, speranza. Il giallo era un triste colore, perché significò l’orgoglio, l’incertezza, il sospetto sfacciato. La tracolla d’oro voleva dire: io vi offro, o nobile dama, una devozione, un affetto costante, un animo liberale, gentile sempre. Il color porpora era simbolo dell’onore e della passione corrisposta; il rosa dell’amore dolce e calmo; il violetto dell’amore infelice. Il color lilla diceva: ricordati! Quante memorie delicate, quale immagine cara, vaporosa era in quella parola pia! Il nero, tetro colore, diceva: tutto è perduto! tutto è finito! ‘Io sono un morto che cammina ancora’.[…]
Un analogo cifrario presunto medievale era descritto da La moda illustrata del 20 marzo 1890. Ma la supposta origine storica era una bufala: si trattava con ogni probabilità, anche stavolta di un codice moderno, senza alcun legame con l’antichità.
Come si può constatare, il sistema era molto più complesso di quello visibile a Pralormo. Alcuni significati erano vagamente simili a quello (verde per la speranza, nero per la fine della storia), ma altri variavano. Una ricerca nelle riviste del tempo potrebbe forse portare alla luce qualcosa di più simile al cifrario di Pralormo.

Una datazione difficile
Rimane in dubbio se il codice volasse davvero, tramite piccioni viaggiatori. Questi uccelli venivano allevati nell’Ottocento per trasportare messaggi, soprattutto in ambito militare e giornalistico. Durante l’assedio prussiano di Parigi del 1870-71 furono fondamentali per mantenere le comunicazioni con il resto della Francia, e ancor più lo furono nel corso della Prima Guerra Mondiale. Nel Regio Esercito italiano, i reparti dotati di colombaie, sorti nel 1876, sopravvissero a lungo – l’ultimo, presso la Caserma Zignani di Roma, fu sciolto negli Anni 60 del secolo scorso. Però, i messaggi erano trasportati di solito in piccoli cilindri metallici legati alla zampa o al dorso dell’animale. Non abbiamo trovato tracce, nelle fonti del tempo, di nastrini decorativi, che oltretutto avrebbero potuto intralciare il volo degli animali, soprattutto negli usi sportivi. Il codice dei colori sembra più un vezzo romantico che un metodo per risparmiare carta.
Arriviamo così al cuore del mistero: quando è stato davvero creato questo “codice d’amore”? Ai nostri occhi inesperti, la grafia appare moderna rispetto agli stili calligrafici tipici dell’Ottocento, e anche i nastrini sembrano industriali e relativamente recenti. Forse potrebbe trattarsi di una trascrizione recente di un codice più antico, forse di un passatempo familiare novecentesco ispirato da letture sui codici propagandati ai tempi della Belle époque.
Per uscire dal regno delle ipotesi servirebbe una vera indagine storica: analisi dei materiali, confronto della scrittura con documenti e corrispondenze del castello databili con certezza, ricerche negli inventari e nei diari delle persone che vissero e lavorarono al castello. Sarebbe utilissimo anche comparare in maniera rigorosa i linguaggi dei nastri pubblicati da giornali e riviste italiane con il codice di Pralormo.
Fino a quel momento, quell’oggetto curioso rimarrà un piccolo mistero: un oggetto che ci parla di una fascinazione – quella per i linguaggi segreti – che ha attraversato i secoli, e che a noi pare un fenomeno culturale interessante. Tutto il resto è pane per gli storici delle mentalità.
Foto di apertura di congerdesign da Pixabay
