Mammut marini? Le ossa fuori posto che stavano per riscrivere la preistoria
di Chiara Siracusa
Il mammut lanoso, o Mammuthus primigenius, simbolo delle ere glaciali e per noi quasi sinonimo di animale estinto, è ancora oggetto di dibattiti, specialmente in merito a quando e perché sparì dalla circolazione. Potrebbe, tra le altre cose, aver sofferto della caccia dei primi uomini o dei profondi cambiamenti climatici alla fine del Pleistocene. Gli ultimi esemplari documentati della Beringia continentale risalgono a circa 13.000 anni fa, secondo la datazione al radiocarbonio, una tecnica che stima l’età dei reperti misurando la quantità residua di carbonio-14, un isotopo radioattivo che diminuisce nel tempo dopo la morte dell’organismo. Come spesso accade in ambito scientifico però, ogni nuovo ritrovamento ha il potere di rimettere tutto in discussione.
Mammut ancora in circolazione fino a 5700 anni fa
Negli ultimi anni, del DNA antico recuperato dal permafrost (sedimentary ancient DNA, sedaDNA) nell’Alaska interna ha rischiato di riscrivere il finale della storia dei mammut, posticipandone l’estinzione addirittura a 9.200 o 5.700 anni fa, un salto enorme rispetto a quanto supposto prima.
Gli oggetti della discordia sono due fossili di piastre epifisarie vertebrali, rintracciate appunto nell’Alaska interna intorno agli anni ‘50 e inizialmente catalogate come appartenenti a mammut in base alla loro morfologia. L’elemento sorprendente però, è che secondo il radiocarbonio questi fossili risalgono al tardo Olocene (in particolare tra 1.800 e 2.700 anni fa circa), molti anni dopo rispetto al presunto periodo di estinzione dei mammut.
Recenti analisi più dettagliate hanno esaminato l’ipotesi di attribuzione: in particolare, la misurazione degli isotopi di carbonio-13 e azoto-15 e del DNA antico. È stato di enorme aiuto un database fresco di istituzione, risultato del programma “Adotta un Mammut” avviato nel 2022: una raccolta di reperti recuperati in Alaska e datati al radiocarbonio. Anche grazie al confronto di queste informazioni con il DNA dei reperti, un gruppo di ricercatori diretti dal professore Matthew Woller (Università dell’Alaska Fairbanks) ha approfondito la questione e pubblicato le proprie risposte alla fine del 2025 in un articolo sulla rivista Journal of Quaternary Science.
Oltre a essere fin troppo recenti, i fossili recavano un altro indizio molto sospetto: il contenuto degli isotopi di carbonio e azoto erano molto elevati per degli organismi terrestri. Al punto da far concludere che stando a questi dati, più probabilmente, l’animale in questione conducesse una dieta marina. Anziché di un mammut, le vertebre erano i resti di due balene! Infine, confrontando il DNA mitocondriale (contenuto nei mitocondri e più stabile di quello nucleare) con quello di alcune balene in database, i ricercatori hanno confermato che si trattasse di due organismi del genere Balenoptera ed Eubalaena, frequenti sulle coste dell’Alaska.
Da un mistero all’altro
La soluzione proposta è sicuramente plausibile, ma la scoperta ha aperto un nuovo mistero. Se la costa dista 400 km dal luogo di ritrovamento delle vertebre di balena, come sono arrivate quelle ossa nell’Alaska interna? Difficilmente un qualche meccanismo idrogeologico può giustificare questo spostamento, né tantomeno altri animali potrebbero averle trasportate per così lunghe distanze. Un’ipotesi più probabile appare quella di uno scambio commerciale tra zone costiere e zone interne. Un’altra, ancora, riporterebbe la soluzione del mistero… agli anni ’50! Una spiegazione plausibile è infatti un errore nella catalogazione già ai tempi della scoperta, quando i reperti potrebbero essere stati inavvertitamente inseriti tra la collezione del sito dell’Alaska interna.
Grazie al controllo di più tecniche in parallelo è finalmente possibile correggere il tiro di molte assunzioni basate sulla pura morfologia. La scienza, per fortuna, si mette continuamente in discussione, anche quando si ha a che fare con il permafrost, molto geloso dei suoi segreti. A volte, la soluzione è più semplice di quello che sembra e, per dirla con le parole di Sherlock Holmes, “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.
Riferimenti
- https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/jqs.70040?utm_source=researchgate.net&utm_medium=article
- https://www.uaf.edu/news/mammoth-mystery-takes-an-unexpected-turn.php
Foto di Diana Poell da Pixabay
