La notte in cui Cuneo attese il terremoto
Giandujotto scettico n° 204 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1976, molti cuneesi non dormirono nei loro letti. Famiglie intere si riversarono nelle strade, auto cariche di bambini sostarono in aperta campagna, ci fu chi fece turni di veglia in casa aspettando l’inevitabile. L’attesa era carica di angoscia: quella notte, si diceva, Cuneo sarebbe stata colpita da un terremoto devastante.
Non accadde nulla, invece. È possibile capire come nacque questa voce infondata?
Voci da un terremoto che non ci fu
Due settimane prima, il 6 maggio del 1976, un terremoto di magnitudo 6.5 aveva colpito il Friuli, causando quasi mille morti e la distruzione di interi paesi, in particolare nell’Udinese. Le immagini dei centri storici ridotti in macerie, le testimonianze dei sopravvissuti, le centinaia di repliche sismiche che continuavano a scuotere la regione occupavano le prime pagine dei giornali e i telegiornali RAI, allora quasi gli unici disponibili agli italiani.
In quel clima di angoscia generale, a Cuneo cominciò a circolare una voce. Difficile capire chi la mise in giro. Ne parlarono La Stampa e Stampa Sera il 18 maggio (qui e qui), ma anche il quotidiano torinese non venne a capo di nulla. Le sue redazioni da un paio di giorni ricevevano telefonate di questo tenore:
Mio figlio è tornato da scuola e ha detto che nella notte di mercoledì ci sarà una scossa, sapete qualcosa?”.
“È vero che del prossimo terremoto a Cuneo ha parlato la radio?”
Altri chiedevano conferma di notizie più fantasiose:
Questa sera, ad esempio, tutta Cuneo parla delle scuole di Entracque, “che domani resteranno chiuse per evitare che i bambini siano colpiti dal terremoto”. Si aggiunge, anche, da parte dei soliti “bene informati” che l’Enel ha fatto svuotare d’urgenza il grande bacino della diga di Entracque, sempre, naturalmente, in “previsione” del terremoto.
Nelle fabbriche e nelle scuole si discutevano presunte “iniziative assunte da presidi di scuole cittadine di far svolgere le lezioni all’aperto”. Non c’era nulla di vero, ovviamente. A Entracque nessuno aveva intenzione di chiudere alcunché, la diga ENEL era a basso livello per normali lavori di manutenzione programmati da settimane, e nessun ente scientifico aveva mai parlato di una scossa imminente a Cuneo. Anzi, Carabinieri e Vigili del fuoco avevano smentito. Ma la voce si diffondeva comunque a macchia d’olio, alimentata dal terrore suscitato dalle immagini del Friuli.
A distanza di cinquant’anni, è difficile quantificare la dimensione dell’episodio. Secondo La Stampa, tutti ne parlavano “con scetticismo”, eppure, riferiva il quotidiano, “una sottile inquietudine sta facendo presa“. Quando calò la sera del 18 maggio, molti preferirono allontanarsi dal capoluogo. Comunque sia, stando al quotidiano, sarebbe rimasta una voce circoscritta al nucleo urbano:
Il fenomeno di paura collettiva s’è verificato, stranamente, soltanto nel capoluogo. Nelle località vicine, invece, tutto è stato tranquillo: né persone sulle strade né auto alla ricerca di un pernottamento in aperta campagna.
Le leggende del terremoto a data fissa
L’episodio cuneese del 1976 era frutto, come visto, delle paure innescate da un terremoto autentico, quello del Friuli. In questo, non era un caso isolato. In seguito a grandi eventi sismici si creano le condizioni perfette per la diffusione di dicerie e profezie catastrofiste. L’incertezza, la frustrazione per l’impossibilità di prevedere i sismi, la paura per una seconda scossa ancora più devastante: tutto questo crea quello che lo storico Marc Bloch definirebbe un brodo di coltura favorevole per le false notizie.
Un intellettuale siciliano e critico letterario, Giuseppe Antonio Borgese, raccontò su La Stampa del 19 gennaio 1909 le dicerie che si erano diffuse in seguito al catastrofico sisma che colpì Reggio e Messina il 28 dicembre 1908:
In questa provvisoria sospensione delle leggi naturali a cui il terremoto ha sostituito, ancora prima del Governo, una sua legge marziale, si abbandona la scienza e si accolgono con pronto consenso le profezie superstiziose, si citano i vaticinii delle sonnambule e degli astrologhi, si ricorda la grande eclissi del 1905 a cui seguirono inondazioni ed eruzioni e distruzioni di città, e si contano le notti che ci separano dalla conclusione del mese lunare, dal secondo terremoto.
Qualche mese dopo, il 9 maggio 1909, il Corriere della Sera riferiva di un mendicante che “girava per le vie, facendosi notare per il suono di un campanello” e che aveva fissato la “seconda scossa” – quella definitiva – proprio per quel giorno.
Qualcosa di analogo avvenne in seguito al terremoto della Marsica, che il 13 gennaio del 1915 provocò circa 30.000 morti. In quell’occasione, La Stampa del 22 gennaio 1915 raccontò:
L’impressione di paura domina tutto il popolino romanesco facilmente impressionabile. Mentre la Roma colta è tranquilla, il popolino è sotto l’incubo di una orribile panzana, la panzana del terremoto a data fissa, che dovrebbe rinnovarsi il 25 gennaio. Le voci più assurde acquistano diritto di cittadinanza romana. Queste voci sono state poste in giro da megere che la Questura dovrebbe identificare. Ieri si diceva che sul gran cumulo di rovine di Avezzano si era trovata una Madonna di legno rimasta intatta, che stava erta sulle macerie, in attitudine di pietà per il povero genere umano. La statua aveva nelle mani nientemeno che un foglietto di carta pergamenata che conteneva la previsione della fine del mondo per il 25 di questo mese. Lo spaventoso documento passò di mano in mano fra i superstiti e prese la via di Roma dove ovunque venne letto con meraviglia e terrore, specialmente dalle donnette ignoranti e superstiziose! Di questa condizione di cose approfittano parecchie speculatrici.
In tempi più recenti, dopo il tremendo sisma che il 23 novembre 1980 colpì Campania e Basilicata, l’antropologo Paolo Apolito, che si è occupato più volte dei meccanismi di diffusione di voci e credenze di vario tenore, pubblicò su La Ricerca Folklorica (n. 7, aprile 1983) un articolo che analizzava un’ondata di dicerie simili. Si raccontava di una vecchina autostoppista che invitava a “non lamentarsi e piangere per il 23 novembre perché era ben poco quello che era successo. Vi sarebbe stato un prossimo cataclisma ben più distruttivo”. Dopo la profezia la figura chiedeva di scendere dal mezzo e andava via. In un’altra versione, era narrata la nascita di un bambino prodigioso che subito iniziava a parlare: anche lui profetizzava l’arrivo di una seconda scossa catastrofica, invitava a non piangere la sua morte e poi ricadeva a terra esanime.
La leggenda della “replica del disastro” è diffusa anche all’estero: nel 1980, in seguito all’esplosione del vulcano Saint Helens, nello stato di Washington, si diffuse la voce di un’autostoppista che metteva in guardia contro una seconda, più catastrofica eruzione… La storia fu raccolta dalla folklorista Elizabeth Simpson, che nel 1985 pubblicò al riguardo uno studio sulla rivista Northwest Folklore (“Mount St. Helens and the Evolution of Folklore”, vol. 5, n. 1, pp. 43-47).
1976-77, il biennio dei falsi terremoti
Le dicerie sui terremoti possono diffondersi anche senza veri sismi a innescarle, magari per qualche scherzo o per il semplice passaparola (quanti ricordano la voce secondo cui Roma sarebbe stata distrutta da un terremoto, l’11 maggio 2011?).
Possiamo dire però che il biennio 1976-1977 fu un periodo particolarmente ricco di psicosi sismiche. Il 14 ottobre 1976, il Corriere d’Informazione descriveva una voce che circolava con insistenza a Lecco: venerdì 15 ottobre la città sarebbe stata colpita da un terremoto devastante, con epicentro nel lago di Como. La profezia era attribuita a un “noto sismologo” non meglio identificato, oppure a un programma regionale della Tv svizzera, oppure a non ben precisate “notizie dalla Cina”… Le radio locali ricevettero decine di telefonate preoccupate, soprattutto da persone anziane.
Il mese successivo, a novembre, il delta del Po fu investito da piene preoccupanti. Sul Giornale dei Misteri numero 75 (giugno 1977) un lettore scrisse al parapsicologo Piero Cassoli per raccontargli di una diceria che nel novembre precedente – pochi giorni prima dell’anniversario dell’alluvione del Polesine – aveva investito il Ferrarese. A Pontelagoscuro, due ragazze avevano incontrato “una donna vestita di nero che faceva l’autostop”, che avrebbe consegnato dopo una catastrofica profezia: due giorni dopo una scossa di terremoto avrebbe causato la rottura degli argini del fiume inondando le province di Ferrara e di Rovigo. La signora sarebbe sparita poi nel nulla, lasciando sul sedile il velo che indossava.
A Milano, nel febbraio 1977, si era diffusa invece – e stavolta il clamore fu grande – la leggenda di una “vecchina misteriosa” che, caricata in auto da vari tassisti e automobilisti, profetizzava una catastrofe per il 27 febbraio. Secondo le varie versioni del racconto, la donna scompariva misteriosamente dall’auto dopo aver lanciato il suo avvertimento, lasciando di quando in quando oggetti come borse, ombrelli, o persino il suo certificato di morte. Il 27 febbraio fu, come si può immaginare, una giornata normalissima.
E poi, ci fu il caso di Catania.
Paura e delirio a Catania
Simile all’episodio cuneese, ma su scala molto più grande, fu il falso terremoto di Catania: tra il 10 e l’11 giugno 1977, migliaia di abitanti del capoluogo siciliano passarono la notte all’aperto o nelle auto, terrorizzati da una voce che annunciava un imminente sisma catastrofico previsto da un “grande scienziato americano”. L’Osservatorio geofisico di Messina fu assalito da telefonate di gente in preda al panico, mentre si parlava anche di una seconda data fatidica, quella del 13 giugno. Il direttore dell’ente, il dottor Antonino Girlanda, definì seccamente il tutto “una buffonata”, ricordando che “la sismologia non è in grado di prevedere i terremoti”.
Il giorno dopo, Il 12 giugno Espresso Sera registrò l’imbarazzo che regnava in città:
Stamane nei bar, sugli autobus, negli uffici il discorso del catanese è stato sempre lo stesso: “Ma davvero avete fatto la notte bianca per la paura del terremoto? Ma siete davvero gente da tre soldi!” Tutto questo con una faccia scavata da due occhiaie gonfie di sonno, una sigaretta (sarà stata la cinquantesima) che trema appesa al labbro, una risatina sarcastica dentro la quale c’è ancora una larva di spavento. A sentire i catanesi stanotte tutti hanno dormito profondamente nei loro letti, con un sorriso di sprezzo per tutti quegli altri che invece, travolti dal panico, si erano riversati nelle piazze oppure nei prati di periferia.
Più bonaria la redazione de La Sicilia, che commentò:
Il terremoto non c’è stato, com’era prevedibile. […] C’è stata però la paura. E non è sensato domandare alla paura di essere ragionevole: in certi casi non lo è affatto, e anche chi lo sappia non è in grado di sottrarsi alla sua nefasta suggestione. (La Sicilia, 13 giugno 1977)
Proprio così: non è sensato domandare alla paura di essere ragionevole. Valeva per Catania nel 1977, valeva per Cuneo nel 1976. Perché si possono commentare questi episodi con scetticismo e freddezza quanto si vuole, ma, al momento fatidico, anche per gli insospettabili è facile farsi influenzare.
Immagine: piazza Galimberti a Cuneo, foto di SchiDD da Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.
