3 Giugno 2026
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La Macchina di Majorana, una storia senza prove

di Lorenzo Paletti

La Macchina di Majorana è tornata nelle aule del Senato, questa volta in una veste differente rispetto alla conferenza stampa dello scorso 22 ottobre, in cui si è parlato di trasformare la sabbia in grano. Il 12 gennaio, in Sala Caduti di Nassirya, si è tenuta una conferenza stampa intitolata “La Macchina di Majorana: Una Storia Senza Prove – L’importanza del metodo scientifico nelle istituzioni”. L’evento, organizzato con l’aiuto della senatrice a vita e professoressa Elena Cattaneo, aveva come obiettivo la difesa del metodo scientifico e del nome di Ettore Majorana, e voleva essere una risposta all’evento organizzato nella stessa sala dallo staff di Rolando Pelizza.

 La versione di Pelizza

Ettore Majorana è uno dei fisici più importanti dello scorso secolo. Nel 1938 scompare misteriosamente durante una traversata navale. Lo stesso anno nasce Rolando Pelizza, imprenditore bresciano che sostiene di avere conosciuto Majorana vent’anni dopo — nel 1958. Majorana avrebbe finto il proprio suicidio per rifugiarsi in un non meglio precisato monastero. Qui Majorana avrebbe messo a punto quella che Pelizza definisce una “nuova fisica”, che permetterebbe di costruire un dispositivo rivoluzionario: la Macchina di Majorana.

Pelizza sostiene di essere diventato allievo di Majorana, e di avere costruito centinaia di esemplari di questa Macchina nel corso degli anni. Inevitabilmente, tutte le Macchine sarebbero però andate distrutte oppure gli sarebbero state sottratte da innominate forze oscure, che si opporrebbero alla rivoluzione scientifica imposta dall’esistenza stessa della Macchina.

Secondo Pelizza, la Macchina sarebbe in grado di fare (almeno) quattro cose: annichilire la materia, distruggendola e trasformandola in pura energia; produrre energia infinita; trasmutare un qualsiasi elemento in un altro, come la gommapiuma in oro; e ringiovanire la materia organica. Secondo Pelizza, nel 2006 un Majorana centenario avrebbe usato la Macchina su di sé per ringiovanire e tornare ad avere 30 anni.

 La conferenza stampa del 22 ottobre

Pelizza è morto nel 2022, ma una folta schiera di sostenitori, capitanata dal cugino e biografo Alfredo Ravelli, continua a raccontare questa improbabile ricostruzione dei fatti. Lo scorso 22 ottobre 2025, Ravelli è stato il protagonista di una conferenza stampa organizzata in Senato dal titolo “Majorana/Pelizza: È tempo di agire!”. Con l’aiuto del vice presidente del Senato Gian Marco Centinaio, l’evento ha portato sui giornali di tutta Italia questa vicenda inverosimile, anche grazie alle stupefacenti affermazioni di Ravelli. Secondo il biografo di Pelizza, la Macchina avrebbe trasformato la sabbia in grano e fatto viaggiare nel tempo un roditore.

Durante l’incontro, Ravelli ha invitato tutte le biblioteche pubbliche d’Italia a comprare i suoi libri, in cui è ricostruita la vita di Pelizza (l’ultimo volume viene venduto a 390€). Inoltre, ha chiesto il supporto delle università per produrre un nuovo esemplare di Macchina, perché sia studiato in modo scientifico. Infine, Ravelli ha mosso un appello alle autorità italiane perché vengano desecretati tutti i documenti relativi alla Macchina, attualmente in possesso dello Stato (benché non sia chiaro a quali documenti faccia riferimento o come faccia a sapere della loro esistenza).

Una storia senza prove

Pelizza non ha mai spiegato il principio di funzionamento della Macchina, né ha mai spiegato in cosa consisterebbe la nuova fisica di Majorana. Le uniche prove portate a sostegno della sua ricostruzione (alcuni video, delle lettere manoscritte che gli avrebbe inviato Majorana e una collezione di scatti fotografici che ritrarrebbero il fisico dopo la scomparsa del 1938) non rappresentano prove scientifiche e, anzi, abbondano di contraddizioni ed elementi sospetti. Per queste ragioni, la storia raccontata da Pelizza non può che essere archiviata come una vicenda pseudoscientifica.

Eppure, vedendo simili affermazioni avanzate nella prestigiosa cornice del Senato della Repubblica, qualche incauto spettatore potrebbe credere che la storia di Ravelli abbia anche solo un briciolo di verità. Per questo, mi è sembrato giusto cercare di riequilibrare la bilancia e riportare nuovamente la verità e la scienza al centro della discussione.

Insieme a me, oltre alla professoressa Cattaneo, erano presenti in Sala Caduti di Nassirya: Salvatore Esposito, professore di storia della fisica all’Università di Napoli Federico II, considerato uno dei massimi esperti al mondo sull’opera di Majorana; Monica Manzini, grafologa forense del tribunale di Roma, che ha analizzato le lettere manoscritte che Pelizza sostiene di avere ricevuto da Majorana; Lorenzo Montali, presidente del CICAP; Ettore Majorana, docente al dipartimento di fisica di Sapienza Università di Roma e nipote del fisico scomparso.

Nel mio intervento da moderatore ho riassunto la vicenda che ho raccontato in dettaglio nel mio libro L’Ultimo Segreto di Majorana: La Macchina di Rolando Pelizza e sul mio canale YouTube. Ho ricostruito la versione di Pelizza e i suoi punti chiave: l’incontro in monastero, la “nuova fisica” mai spiegata e la presunta capacità della Macchina di annichilire materia, produrre energia infinita, trasmutare elementi e ringiovanire organismi. Ho poi concentrato l’attenzione sulle prove portate dai sostenitori (foto, lettere e video), mostrando perché, allo stato attuale, non possano essere considerate evidenze scientifiche: delle fotografie non si conosce la datazione certa; le lettere non sono mai state fornite in originale per analisi indipendenti; e nei video — come in un’illusione — ciò che si vede non basta per concludere che un fenomeno sia reale. Ho ricordato anche un tentativo concreto di test: intorno al 2015, il Politecnico di Milano propose a Pelizza un protocollo sperimentale, ma dopo la presentazione del metodo di verifica Pelizza smise di rispondere alla commissione di professori che si era incaricata di testare l’invenzione. Al solito, affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie: senza quelle, questa resta una narrazione pseudoscientifica che, in un contesto istituzionale, rischia di essere scambiata per credibile.

Nel suo intervento introduttivo, la senatrice a vita Elena Cattaneo ha messo subito a fuoco il punto politico (e non solo scientifico) della giornata: nelle istituzioni si possono discutere liberamente le opinioni, ma non si possono “negoziare” i fatti. Cattaneo ha ricordato come la storia recente italiana sia piena di casi in cui dichiarazioni e suggestioni (dalle terapie miracolose alle mode pseudoscientifiche) hanno provato a imporsi nello spazio pubblico senza passare dal vaglio delle evidenze, e ha spiegato perché questo sia pericoloso: quando mancano prove verificabili, salta il rapporto minimo con la realtà e la verità finisce per dipendere solo dai rapporti di forza. La conferenza, ha concluso, nasce proprio dal dovere di ristabilire un legame corretto fra conoscenza, responsabilità pubblica e metodo scientifico, senza limitare il dibattito ma rendendolo possibile su basi comuni.

Il professor Salvatore Esposito ha riportato la discussione sulla terra partendo dal tema del mito della scienza: per spiegare cosa rende possibile il progresso scientifico, ha usato un confronto molto efficace fra l’evoluzione lentissima della tecnologia per millenni e l’accelerazione enorme degli ultimi quattro secoli, legata alla nascita del metodo sperimentale moderno. Ha poi discusso della figura di Majorana, ricordandone lo status di genio riconosciuto dai suoi contemporanei (citando Enrico Fermi e l’idea che Majorana appartenesse alla stessa categoria di Galileo o Newton) e sottolineando come la sua scomparsa abbia stimolato narrazioni sempre più fantasiose, spesso alimentate in buona fede ma talvolta anche con secondi fini. Per far capire quanto sia facile costruire falsi credibili, Esposito ha raccontato anche un caso personale: delle presunte carte di Majorana, apparentemente convincenti, si rivelarono un falso quando un dettaglio tecnico (un numero di formula) mostrò la mano di chi aveva copiato senza capire il testo originale. Il messaggio finale è stato netto: non conta chi afferma qualcosa, conta cosa si può dimostrare — soprattutto quando la storia entra in un luogo come il Senato.

La grafologa Monica Manzini ha affrontato uno degli snodi centrali della narrazione pelizziana: le lettere attribuite a Majorana, che Pelizza dice di aver ricevuto nell’arco di oltre quarant’anni. Manzini ha spiegato di aver confrontato questi manoscritti con scritti autografi certi di Ettore Majorana conservati alla Sapienza (lettere e documenti accademici), evidenziando già in prima battuta anomalie difficili da giustificare in un autore come Majorana: errori ortografici, correzioni sospette, segni grafici infantili e inceppamenti del tratto. La comparazione tecnica, ha aggiunto, ha mostrato differenze sostanziali: le lettere di Pelizza presentano frammentazioni, stacchi nascosti e riprese artificiose, mentre la scrittura autentica di Majorana è coesa, fluida e spontanea. In altre parole, a fronte di somiglianze superficiali, l’insieme dei parametri grafologici suggerisce più un tentativo di imitazione che un’autografia genuina.

Lorenzo Montali ha allargato l’obiettivo: non solo Pelizza, ma anche il problema sistemico della legittimazione della pseudoscienza nello spazio pubblico. Da presidente del CICAP ha ricordato le origini dell’associazione, nata proprio per fare da altra campana rispetto alla spettacolarizzazione di presunte prove, e ha spiegato che la questione non è censurare o ridicolizzare, ma costruire strumenti che aiutino cittadini e istituzioni a distinguere tra affermazioni e verifiche. Montali ha sottolineato come in molti Paesi esistano strutture stabili — dentro o accanto ai parlamenti — in grado di supportare i decisori con competenze scientifiche e divulgative, mentre in Italia questa connessione è ancora fragile e intermittente. Per questo, ha concluso, iniziative come il CICAP Fest e i progetti di dialogo con istituzioni europee puntano a un obiettivo molto concreto: rendere più difficile che temi pseudoscientifici ottengano credibilità solo grazie a una cornice autorevole.

L’intervento conclusivo di Ettore Majorana, docente alla Sapienza e nipote del fisico scomparso, ha riportato la conferenza sul tema dell’eredità scientifica reale, contrapposta alla mitologia. Majorana ha spiegato che questa eredità nasce dal modo in cui la scienza si produce: educazione e trasmissione del metodo, sperimentazione e costruzione di strumenti di verifica, e teoria come capacità di formalizzare e spingere avanti la comprensione dei fenomeni. Ha anche sottolineato quanto sia cambiata la ricerca in un secolo: dai piccoli gruppi di via Panisperna alle collaborazioni contemporanee composte da migliaia di persone, dove il progresso non è l’opera di un singolo genio isolato ma un lavoro collettivo basato su procedure condivise. E ha chiuso con un punto chiaro: ciò che conta davvero, quando si parla di Majorana, sono i suoi risultati scientifici documentati — una manciata di lavori straordinari — mentre la scomparsa (e il suo fascino narrativo) è stata troppo spesso usata come grimaldello per far passare ricostruzioni indimostrabili. 

Dopo tanto clamore mediatico e due conferenze ospitate in Senato, la vicenda può dirsi chiusa? Difficile prevederlo.

Lorenzo Paletti, fisico e prestigiatore, racconta l’incredibile attraverso la scienza. Ha scritto i libri “La Prova: Autopsia di un Alieno”, “La soluzione di John Brinkley: Trapiantatore di Gonadi”, “Scientifici Prestigi” e “Le Meccaniche della Magia”. È autore di vari podcast, tra cui “L’Altro Uomo” per Storytel, “La Prova” per Audible, “Sorgente Orfana” per StorieLibere, “Intervallo” per HD Blog, “Tutto Connesso” per il Politecnico di Milano e “Paziente Zero”, condotto con la virologa Valeria Cagno. Cavalca una bicicletta elettrica. Vive a Brescia.