4 Giugno 2026
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Software aperto per riprendersi il computer… e i dati: intervista a Paolo Attivissimo

Intervista di Federico Scianna

L’idea è semplice: gli sviluppatori che distribuiscono un software rendono libero l’accesso al codice sorgente del programma, mettendolo a disposizione di chiunque voglia eseguirlo, studiarlo, ridistribuirne delle copie e modificarlo. È la concezione dell’open source, l’idea centrale del movimento per il software libero. Di questo e di altro ha parlato sabato 15 novembre 2025 Paolo Attivissimo in una conferenza tenuta durante il CICAP Fest 2025. Attivissimo è giornalista, informatico, conduttore radiofonico della trasmissione “Il Disinformatico” e autore del blog attivissimo.me, oltre che socio emerito del CICAP.

Attivissimo, partiamo dalle basi. Richard Stallman, uno dei principali promotori dell’open source e del software libero, ideò l’espressione free as in ‘free speech’, not ‘free beer’ per illustrarne la filosofia. In che cosa consiste questa idea?

Il principio filosofico è che il software debba essere di tutti: chi lo crea lo offre al resto del mondo, rendendo libero l’accesso al codice sorgente. Si parla quindi di software open source. Questo non significa che il creatore debba offrire gratis il proprio lavoro: pur distribuendo liberamente il codice sorgente, ha poi i pieni diritti di esserne il manutentore, di chiedere una parcella per la consulenza o per la personalizzazione, per esempio. È questo il motivo per cui Stallman fece questa distinzione: la parola “free” non va interpretata come la gratuità di una birra offerta, ma piuttosto come la libertà della parola nel “free speech”. Molte persone percepiscono il software libero come un’idea vagamente anarchica, i cui sostenitori non si preoccupano degli aspetti economici. In realtà non è così. È utile, per comprendere questa idea, fare un’analogia con il mondo della giurisprudenza: il codice penale è pubblico, tutti lo possono leggere e consultare. È come se fosse un software aperto. Se però vuoi applicare quel codice ti serve un professionista, un esperto, che ovviamente chiederà la sua parcella. Sono tanti i casi di servizi che possono essere gratuiti come fornitura di base, ma che poi richiedono una retribuzione per la consulenza personalizzata.

Si tratta quindi di un modello più vicino alla condivisione dell’informazione tipica dell’impresa scientifica, a cui il mondo dell’industria guarda con perplessità.

Esatto. Però nella mia esperienza ho visto molte aziende decidere di adottare un software open source dapprima con una certa dose di ansia, per poi rendersi progressivamente conto dei vantaggi. Questa cosa permette di avere da un lato una maggiore flessibilità, e dall’altro di non dover dipendere da un singolo manutentore. Poniamo che io acquisti un software proprietario: al proprietario dovrò chiedere gli aggiornamenti e personalizzazioni. E stabilirà lui liberamente il prezzo: non ho alternative. Nel caso in cui invece acquisti un software aperto, potrò rivolgermi a un terzo e dirgli: “Dà un’occhiata a questo software, studialo e modificalo come voglio io”. Questo dà potere contrattuale alle aziende. Quello che però, purtroppo, molto spesso si verifica nel mondo aziendale è che un grosso gruppo commerciale come Microsoft, può fornire delle garanzie legali. La pubblica amministrazione, per esempio, deve garantire ai cittadini che vengano rispettate le normative relative alla privacy. Microsoft è un’azienda che è capace di farlo, perché ha un ufficio legale molto grande che è in grado di gestire questo tipo di problematica, paese per paese, situazione per situazione. Nel caso dell’open source non c’è un ufficio legale così ben attrezzato – ammesso che ci sia. Quindi, molto spesso governi e aziende preferiscono rivolgersi al software chiuso. Cosa che significa letteralmente ammanettarsi a un unico fornitore. E questo, stando alle regole di base dell’economia, è sempre sconsigliabile.

Veniamo all’attualità. Di recente c’è stato un caso che ha messo in luce i rischi di legarsi a un fornitore unico di software chiuso, come ha accennato nel corso della conferenza. Ce ne può parlare?

È successo che a Karim Kahn, uno dei principali esponenti della Corte penale internazionale, sono stati chiusi tutti gli account Microsoft: mail, cloud, e così via. Non si sa bene perché. Proprio pochi giorni fa la Corte penale ha chiesto di rimuovere tutti i propri documenti dai cloud di Microsoft e di attivare una soluzione locale di custodia dei dati, perché ci si è resi conto che il governo americano ritiene in questo momento la Corte penale una sua nemica. Da quello che ha sostenuto Trump, sembrerebbe che qualcuno abbia agito in modo tale che l’account fosse inaccessibile. Questo giudice ha perso l’accesso a tutti i dati, alle informazioni, a tutte le questioni legali che aveva aperte sul cloud di Microsoft. Questo è un problema. Significa letteralmente dover fare una scelta tra avere la sovranità nazionale dei propri dati ed essere invece esposti ai ghiribizzi di una potenza straniera.

Negli ultimi tempi è poi emersa un’altra problematica: l’utilizzo dei dati degli utenti nell’addestramento delle intelligenze artificiali di tipo LLM.

Questa è una questione di per sé marginale rispetto all’open source, ma è una delle conseguenze della dipendenza da grossi gruppi commerciali come Google, Amazon, Meta, Microsoft, Apple. Questi gruppi hanno deciso, pressoché unilateralmente, che tutti i dati che noi stiamo condividendo con loro possono essere utilizzati per l’allenamento dei loro grandi modelli linguistici, le loro intelligenze artificiali. Siamo ormai vincolati a queste aziende, se abbiamo usato qualche loro prodotto per scrivere i nostri documenti, creare i nostri video e la nostra musica. La conseguenza è che non abbiamo altra scelta che sottostare alle loro decisioni. E a questo fenomeno di abuso dei dati personali delle persone e delle aziende l’open source ci riporta: nei prodotti open source posso dire “io non voglio che ci sia un modulo di intelligenza artificiale”. Negli altri casi è molto diverso. Un esempio concreto è rappresentato da Microsoft Office, che ha incluso Copilot. Non ti piace? Disattivarlo è un’operazione chirurgica delicatissima, che molti non si sentono di fare. Vuoi usare LibreOffice? L’intelligenza artificiale non la devi disattivare: non c’è. Il documento lo scrivi tu. Usando la tua intelligenza naturale.

Foto di Fabrizio Balestrieri