9 Luglio 2026
Approfondimenti

Acqua chiara, acqua tofana. La storia del veleno all’arsenico tra verità e leggenda

di Paola Frongia e Giuseppe Spanu

Non era facile la vita per una donna nel Seicento, soprattutto se proveniva da una famiglia poverissima e perdeva entrambi i genitori. Tuttavia, non fu così per Giulia Tofana, nata in un quartiere malfamato di Palermo (il Papireto) e rimasta presto orfana, che riuscì a fuggire dalla miseria a differenza di molte sue coetanee. O perlomeno la leggenda (ecco un esempio qui) narra che grazie a una spiccata abilità negli esperimenti chimici, mise a punto una soluzione letale a base di arsenico, limpida come l’acqua di una sorgente, da somministrare in poche gocce nel vino o nella zuppa destinati alla vittima designata che, dopo averla assunta per una decina di giorni, sarebbe morta apparentemente per cause naturali. Giulia inventò l’ingegnoso espediente di vendere la sua pozione in flaconcini di vetro decorati con l’immagine di San Nicola e ben presto divenne molto popolare tra le donne desiderose di mettere fine al loro matrimonio. 

Per molto tempo nessuno sospettò di nulla, ma dopo la morte di un ricco mercante di Genova, per mano di un tale di nome Spadafora, che gli propinò il contenuto della boccetta in una sola volta, Giulia capì che le indagini avrebbero condotto a lei, per cui si trasferì a Roma insieme alla figlia Girolama. A un certo punto, anche nell’Urbe riprese a vendere la sua preziosa fiaschetta alle donne ansiose di liberarsi dai soprusi dei loro coniugi. 

Dopo una decina d’anni, un incidente pose fine alla sua carriera: una certa contessa di Ceri svuotò tutto il flacone nella minestra del consorte, causandone la morte immediata. Questa volta Giulia fu arrestata e sotto tortura confessò di aver venduto quantità di veleno sufficienti a uccidere seicento uomini. Nel 1659 fu impiccata a Campo dei Fiori insieme alla figlia Girolama e alle sue complici. Secondo un’altra versione (ecco un esempio qui e qui entrambe le versioni), Giulia si difese in tribunale sostenendo, con molta nonchalance, che i suoi intrugli erano cosmetici per la cura della pelle perciò non era affar suo se le clienti ne facevano un altro uso. Incredibilmente fu assolta e nessuno sentì più parlare di lei. 

Cosa c’è di vero in questa storia? Sin dai tempi dell’antica Roma furono molte le donne semileggendarie che disseminarono la morte con i loro intrugli; la più celebre fu Locusta, nota per aver avvelenato l’imperatore Claudio con una pietanza di funghi e il giovane Britannico, fratellastro di Nerone e legittimo erede al trono, con una coppa di vino. Molti secoli dopo i casi più clamorosi coinvolsero diverse palermitane le cui storie, come spesso accade, si sono intrecciate con la leggenda, tuttavia non mancano le fonti che consentono di fare un po’ di chiarezza. 

L’ultima di queste avvelenatrici seriali fu Giovanna Bonanno che, durante il processo, ammise di aver venduto il suo “arcano liquore” a base di arsenico ad altre donne per sbarazzarsi dei loro mariti. Fu impiccata nel 1789 in piazza Quattro canti a Palermo, ma secondo la leggenda la sua anima continua a vagare per i vicoli del capoluogo siciliano in cerca di pace. Lo scrittore Luigi Natoli che si ispirò alla sua vicenda per La vecchia dell’aceto, in un passo del romanzo fa dire al dottor Moleti: 

“Più che mai sono convinto che si tratti di un veleno misterioso. Chi lo fabbrica? Sicuramente c’è qualcuno o qualcuna, che continua la serie delle avvelenatrici, come Peppa La Sarda, la gnura Tufania, la za’ Chiavedda!”. 

Natoli inserì nel romanzo anche “Peppa La Sarda” e “gnura Tufania”, che altro non erano che Francesca Rapisardi, nota come Francesca “La Sarda” e Thofania D’Adamo o Teofania Di Adamo. Secondo le fonti storiche, [1] entrambe furono ritenute responsabili dalla Regia Corte Capitanale di Palermo dei numerosi casi di avvelenamento che si verificarono in città negli anni Trenta del XVII secolo. La prima fu giustiziata il 16 febbraio del 1633. Qualche mese più tardi, fu la volta di  Thofania d’Adamo che, sotto  tortura, confessò di aver avvelenato il marito Francesco e numerose altre persone con una pozione a base di arsenico. La sua esecuzione ebbe luogo il 12 luglio 1633. 

Sebbene con qualche imprecisione sulla cronologia degli eventi, vengono citate da Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero ne La donna delinquente

“Nel 1632 fu giustiziata come preparatrice di veleni una certa Teofania, che pare avesse fornito il mezzo a un gran numero di uccisioni; e nell’anno seguente una sua discepola, Francesca La Sarda. E in Sicilia è rimasta come sinonimo di avvelenatrice l’espressione Gnura Tufania”. 

Si sperava che la loro morte avrebbe posto la parola fine all’incubo degli avvelenamenti, ma non fu così. Non si sa quale fosse il legame di parentela di Thofania con Giulia, secondo alcune fonti era la figlia, secondo altre la nipote e persino sul cognome Tofana c’è incertezza, come scrive il professore Salvatore Salomone Marino: 

“In che relazione era con la Teofania D’Adamo? Appartenevano allo stesso casato? E allora com’è che, in questa, Teofania è il nome, mentre è cognome in quella? Davvero, ch’io non ho documenti per darvi una risposta sicura.” 

Probabilmente Giulia scelse il cognome Tofana per ricordare la sua “maestra” o forse per attirare più facilmente la clientela. In ogni caso, da lei ereditò i segreti del preparato a base di arsenico e riuscì persino a perfezionarlo con una particolare tecnica di ebollizione che lo rendeva simile all’acqua. Così viene descritto nel Dizionario pratico di scienze e di industrie (1858): 

“Soluzione concentratissima arsenicale limpida inodora che amministravasi a gocce – il nome di questo veleno (che fu misterioso e spaventevole) viene dalla celebre Tofana di Palermo famosissima avvelenatrice del XVII secolo”. 

La pozione si otteneva dalla miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo, antimonio e forse belladonna; non sono note le dosi esatte di ciascun ingrediente, ma era talmente efficace da provocare la morte senza lasciare tracce. Giulia mise in piedi un vero e proprio business, vendendo la sua boccetta a chi voleva servirsene per risolvere questioni ereditarie o di affari e soprattutto alle donne che desideravano liberarsi da un marito violento; fino a quando non ci fu un incidente di percorso. Così racconta la vicenda Rosario La Duca ne I veleni di Palermo

“Giulia Tofana era fuggita dalla città natia, assieme alla figliastra Girolama Spana [variante arcaica di Gerolama Spara], essendosi scoperto che per veleno da lei preparato, e amministrato da un tal Spatafora [variante arcaica di Spadafora], era ivi morto un tal Ippolito Larcari ricco gentiluomo di Genova”. 

Giulia seguì un certo frate Girolamo a Roma, e dal professor Marino apprendiamo che, nella Città Eterna, era proprio 

“il padre reverendo che le forniva l’arsenico, che i farmacisti non avrebbero a lei venduto”. 

Si dedicò alla preparazione e alla vendita del veleno per una decina d’anni, ma a partire dal 1650 non si ebbero più sue notizie; questo alimentò le leggende sulla sua scomparsa. La “tradizione” di famiglia proseguì con Girolama, ma qualche anno dopo pagò a caro prezzo questa scelta. A fine giugno del 1657 in seguito alla morte improvvisa del duca di Ceri, fu arrestata insieme alle sue collaboratrici. Durante il processo fu rivelato il procedimento per ottenere la famigerata acqua: 

“Si fa con arsenico e piombo, che si mettono a bollire in una pignatta nuova, otturata bene, che non rifiati fino a che cali di un dito; l’acqua che ne resta è chiara e pulita […] bastano cinque o sei gocce per volta in ogni giorno per far l’effetto, e non altera il sapore della minestra né del vino”. 

Nel corso delle udienze, le imputate ammisero di aver contribuito all’uccisione di centinaia di uomini, suscitando molto scalpore nell’opinione pubblica. Tuttavia, non si può escludere che sotto tortura, abbiano esagerato il numero degli omicidi di cui erano responsabili; tanto è vero che negli archivi dell’Inquisizione si menzionano solo poche decine di casi simili accertati. L’esecuzione ebbe luogo il pomeriggio del 5 luglio 1659, davanti a una folla immensa che assisteva al macabro spettacolo dei loro corpi che pendevano dal patibolo eretto a Campo dei Fiori. Tuttavia, si continuò a parlare ancora a lungo sia di Giulia che del suo potentissimo veleno. 

“E che, va mai perduto qualcosa fra gli uomini? Le arti si spostano e fanno il giro del mondo; le cose cambiano di nome, ecco tutto: l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso risultato, il veleno.” [2]

Ne Il Conte di Montecristo, Edmond Dantés rassicurò con queste parole Madame de Villefort, moglie del suo più acerrimo nemico, che temeva che il segreto della celebre Acqua tofana fosse andato perduto per sempre a Perugia. In effetti, acqua o acquetta di Perugia era uno dei tanti modi in cui veniva definita questa pozione, tuttavia non c’è dubbio che l’appellativo “tofana” abbia prevalso su tutti tanto da diventare a un certo punto il veleno per eccellenza e da ispirare, insieme alla sua creatrice, alcuni giganti della letteratura mondiale. 

Giulia Tofana viene citata da Alexandre Dumas nel romanzo L’avvelenatrice, basato sulla vera storia della marchesa de Brinvilliers che, durante il regno di Luigi XIV, apprese dal suo amante, ex prigioniero della Bastiglia, l’arte di maneggiare l’arsenico e si servì di tali conoscenze per avvelenare il padre, due fratelli e per cercare di avvelenare la sorella. Ne Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, troviamo la sua anima dannata al gran ballo di Satana, dove il suo aiutante Korov’ev la descrive come un’incantevole signora che 

“godeva di straordinaria popolarità tra le giovani […] cui era venuto a noia il marito” perché grazie alla sua acqua diventavano libere “come il vento di primavera”. [3] 

Infine, l’acqua tofana viene associata a Wolfgang Amadeus Mozart che, su una panchina del Prater a Vienna, avrebbe detto alla moglie Costanze Weber: 

“lo so, devo morire, qualcuno mi ha dato dell’acqua tofana”. [4] 

La tesi che il musicista austriaco sia stato avvelenato da Antonio Salieri, ha ispirato l’opera Mozart e Salieri di Aleksandr Sergeevič Puškin ed è stata ripresa da Milos Forman nella celebre pellicola Amadeus. La realtà fu molto più banale: Mozart morì a soli trentacinque anni per malattia, ma come spesso accade è difficile accettare una fine così ordinaria per una persona eccezionale e così sin da subito fiorirono leggende sulla sua scomparsa. 

Anche la fine di Giulia Tofana non fu per nulla sensazionale, probabilmente morì nel suo letto per cause naturali intorno al 1651. Un’uscita di scena così insignificante mal si addiceva a un’avvelenatrice di cotanta fama, la leggenda prese il sopravvento e distorse la sua vera storia, tanto da indurre a pensare che avesse pagato assai duramente per i suoi crimini, ma non fu così. In ogni caso, se vi dovesse capitare di trovare una boccetta con l’immagine di San Nicola, siate prudenti, potrebbe non essere un’acqua miracolosa.

Note

  • [1] Le vicende di Thofania D’Adamo, di Francesca Rapisardi, di Giulia Tofana e di Girolama Spana (o Gerolama Spara) sono state ricostruite ne I misteri dell’acqua tofana (1881) di Alessandro Ademollo e ne L’acqua tofana (1882) di Salvatore Salomone Marino.
  • [2] Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo, Newton Compton Editori, Roma 2017, p. 427.
  • [3] Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Giulio Einaudi Editore, Torino 2002, pp.302-303.
  • [4] Tale frase proviene dal libro Mozart di Wolfgang Hildesheimer (1977) e viene spesso citata negli articoli che raccontano la leggenda di Giulia Tofana (ecco un esempio qui).

Immagine di Sam da Pixabay