21 Luglio 2026
Giandujotto scettico

Val di Susa, 1946: l’omicidio di una fattucchiera a Salbertrand

Giandujotto scettico n°193 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Nella sua rubrica “Brutte storie” del 17 gennaio 2025 per il Venerdì di Repubblica, lo scrittore Carlo Lucarelli l’ha definita “l’ultima strega” – l’ultima ad essere uccisa, s’intende, per questioni di fatture e superstizioni. In realtà il fatto, avvenuto nel 1946 in una frazione di Salbertrand, in alta val di Susa, è un po’ più complicato di così: sul movente dell’omicidio, e con l’ambiente intriso di credenze religiose o pseudo-tali e la presunta ossessione diabolica dell’assassina si innescò un curioso balletto tra l’accusa e la difesa del processo che ne seguì, che ci racconta moltissimo sull’immaginario dei protagonisti di questa vicenda e sul contesto montano piemontese dell’immediato secondo dopoguerra. 

Sedici colpi d’accetta

È il 6 dicembre 1946, quando nei boschi della val Susa viene trovato il corpo di una donna. Appartiene a Teresa Marchino, vedova Bertoldo, 73 anni, che abitava con un figlio in località Vauda, nel comune di Nole, a nord di Torino. L’anziana era conosciuta in tutta la val Susa come fattucchiera: curava i suoi pazienti con impacchi di erbe e suffumigi, e aveva fama “di guarire le persone con esorcismi e decotti preparati con formule misteriose”. (La Stampa, 5 giugno 1947). 

Il 2 dicembre Teresa Marchino lascia la sua abitazione per recarsi da un suo cliente nella frazione Rival di Salbertrand: un piccolo agglomerato di montagna abitato da appena due famiglie, i Casse e i Sargian. La donna non è tornerà mai a casa. Tre giorni dopo, Giuseppe Casse si presenta dai parenti della fattucchiera, a Nole, per informare che sono “sorti pasticci”. Alle domande insistenti su cosa sia capitato, non fornisce ulteriori spiegazioni. Partono allora da Nole i figli della Marchino, accompagnati dal genero e da un amico. Arrivano a Rival e si mettono a interrogare i presenti. Tra loro c’è Silvia Bouvet, contadina di 48 anni, che abita nella frazione con il marito Eugenio Sargian e il figlio Emilio, di 26 anni. La donna dice che l’anziana è morta cadendo da una scala, e che è stata seppellita in tutta fretta. 

I parenti non le credono, e allertano le forze dell’ordine. Il corpo viene ritrovato nel bosco, coperto da fascine: Teresa è stata uccisa con un’accetta, e presenta almeno sedici ferite sul capo, sul collo e sulla schiena. Sul posto arriva anche il figlio della famiglia Casse, Mario, che racconta di aver sentito giorni prima un gran baccano in casa dei vicini, e grida di donna. Era andato a sbirciare alla finestra dei vicini e aveva visto la fattucchiera in un lago di sangue, gemente. Aveva quindi deciso di correre a casa e di sprangare la porta, senza avvisare nessuno. In Corte d’assise, dirà che il padre gli aveva consigliato di non mettersi nei guai per colpa di altri; e poi aveva capito che ormai per la vittima non c’era nulla da fare, quindi perché cercar grane?

I carabinieri non ci mettono molto ad arrestare Silvia Bouvet. La donna confessa quasi subito il delitto, cercando di giustificarsi: quel giorno non era in lei, ma aveva agito in preda a un “impulso diabolico”.

La superstizione alla base del delitto?

La donna racconta che Emilio, il figlio, soffriva da qualche tempo di incubi e di fenomeni nervosi. Lo aveva allora affidato alle cure della Marchino, ma senza risultati. Aveva paura che, al posto di giovare al figlio, la fattucchiera gli stesse facendo del male.

La sera del delitto, Silvia Bouvet era andata dalla “medichessa” per esporle le sue rimostranze. C’era stato un litigio. Silvia avevo preso una scure, era tornata dalla fattucchiera e l’aveva invitata un’ultima volta a curare suo figlio. Infine l’aveva aggredita. Aveva poi avvisato marito e figlio, perché prendessero parte a quello che per lei doveva essere un “rito propiziatorio” per la salute della famiglia, e perché la aiutassero a nascondere il corpo. 

Questo, almeno, era il racconto della donna che, rinchiusa nel carcere di Torino, appariva ora ossessionata dal diavolo – tanto che il prete e la superiora di un ordine religioso che operavano nella struttura avevano accettato di impartirle una benedizione speciale. Ma nulla sembrava placare Silvia Bouvet:

Nella cella dove ora è rinchiusa strane visioni le si presentano, incubi la assalgono, e la tragica scena del delitto riappare di continuo alla sua memoria sconvolgendola ogni giorno di più. “È il diavolo, grida aggrappandosi alle sbarre, è il diavolo che mi ha ordinato di ucciderla. Non lo vedete anche voi? È qui, qui con tanti altri spiriti… Gli spiriti mi hanno detto che se non l’avessi uccisa mio figlio non sarebbe mai guarito!” (La Stampa, 5 giugno 1947)

Il processo

Il 17 gennaio 1949 si apre il processo in Corte d’assise. Imputati, oltre a Silvia Bouvet, ci sono anche marito e figlio, Eugenio e Emilio Sargian, accusati di averla aiutata a nascondere il corpo, e Mario Casse, imputato per omissione di soccorso (La Stampa, 23 dicembre 1948). La donna si presenta “piccola, timida, completamente vestita di nero”, con un rosario tra le mani. Durante il dibattimento, si ricostruisce il mestiere della Marchino, che per le sue visite prendeva 2-3000 lire:

Le misteriose erbe e gli incensi che bruciava avevano la virtù (ella diceva) di fugare gli influssi maligni, vincere le malattie, donare felicità e salute. “Non credete al prete, non pregate: l’aldilà esiste, sì, ma soltanto io ne conosco il segreto: io sono tutto, ricordate, io sono tutto!” […] Ella si recava nelle case con erbe e incensi; ne usciva con burro e soprattutto quattrini, perché, in virtù di magie ignote a noi profani, denaro e aldilà trovano, talora, recondite attrazioni reciproche. (La Stampa, 15 gennaio 1949)

Silvia Bouvet credeva nella Marchino, anche se le esperienze avute con lei non erano state delle migliori: due figli, uno di pochi mesi e uno più grandicello, erano morti in passato, curati dalla medicona. Le due si conoscevano dal 1933-34: all’epoca, l’imputata aspettava un figlio, ma stava male, e aveva chiesto alla fattucchiera di aiutarla. 

La vecchia le applicò impacchi sul cuore, sulle reni e sul ventre e pronunciò più volte le parole: “Erba mia porta via!”. L’imputata proseguì dicendo che le erbe venivano poi gettate nel fuoco e mentre bruciavano si sentivano strani lamenti. “Erano gli spiriti, le animelle”. (La Stampa, 17 gennaio 1949)

Il parto si rivelò indolore, ma il figlio piangeva sempre. La madre chiese di nuovo aiuto alla fattucchiera, che avvolse il bimbo con dei fasci di erbe. Inizialmente sembrava che il rimedio avesse avuto successo, ma poi il bimbo morì improvvisamente. Anche un altro figlio morì, dopo gli impacchi. L’imputata cominciò a preoccuparsi sempre più della sua salute e a bere ogni giorno un litro di decotto “benedetto da san Pancrazio”. Sul fatto che Teresa Marchino avesse poteri straordinari, la donna non aveva alcun dubbio:

“Mi ricordo – afferma [Silvia Bouvet] – che quando veniva a trovarmi, la mucca nella stalla si arrampicava sui muri come se fosse impazzita; ma si calmava di botto quando vedeva la Marchino e le si avvicinava zampettando e scondinzolando come un cagnolino”. (La Stampa, 17 gennaio 1949)

Anche in occasione di un’operazione per appendicite subita dal figlio Emilio, che gli aveva lasciato qualche strascico, la donna si era rivolta alla fattucchiera: la vecchia aveva applicato i soliti impacchi all’ammalato, aveva fatto i soliti i suffumigi, e anche in quell’occasione dalle erbe bruciate si erano levati “gemiti di spiriti”.

I parenti della Marchino, costituitisi parte civile, affermarono invece che la madre non era né una maga, né una fattucchiera, ma una rispettabile erborista che curava con impiastri e decotti di erbe. Negarono che la madre avesse mai avuto a che fare con i figli morti della Bouver: per loro, l’imputata si era rivolta alla donna solo quando, a causa delle precedenti perdite, non aveva più fiducia nei medici (Gazzetta del popolo, 18 gennaio 1949).

Condannata

La difesa puntò tutta la sua strategia sull’incapacità della donna. Il professor Carlo Goria, psichiatra, propendeva per la semi-infermità: per lui, la donna aveva la capacità di intendere ma non di volere. Silvia Bouvet, d’altra parte, continuava a chiedere al cappellano preghiere di liberazione (Gazzetta del popolo, 17 gennaio 1949) e a sostenere di essere posseduta:

Questo è tremendo: io, dopo avere commesso un gesto così terribile, non provavo alcun rimorso. Il motivo è che ho il diavolo in corpo! (La Stampa, 15 gennaio 1949)

Il Procuratore generale, nella sua requisitoria, cercò invece di confutare la tesi del raptus improvviso: per lui l’omicidio era avvenuto in seguito a un diverbio, forse perché la donna nutriva risentimento verso la fattucchiera che non le faceva guarire il figlio, o forse – addirittura – per questioni di denaro. Le due donne erano infatti in affari: la fattucchiera faceva gli impiastri con le erbe che le procurava la Bouvet. La giustificazione del diavolo, le lettere sconclusionate scritte dal carcere non erano altro che una strategia per farsi dichiarare pazza. “Questa donna simula”, insinuava. Subito dopo il fatto, si era preoccupata di nascondere arma e cadavere, e di sviare le indagini con la storia della caduta accidentale da una scala. E poi,

Il ricorso ad una fattucchiera può essere considerato quale elemento per dichiarare l’imputata seminferma di mente? […] L’ignoranza e la superstizione non sono elementi per dichiarare un individuo non nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. (La Stampa, 18 gennaio 1949).

Il Procuratore chiese 17 anni per la donna. Il giudice le riconobbe la semi-infermità di mente, ma la condannò per omicidio volontario a 9 anni e 6 mesi. Il marito, arrivato a casa quando il delitto era già compiuto, ebbe invece un mese, mentre il figlio Emilio e Mario Casse furono condannati a tre mesi con la condizionale e la non iscrizione (La Stampa, 19 gennaio 1949). Il ricorso in Cassazione, nel 1953, fu giudicato non ammissibile (Gazzetta del popolo, 22 febbraio 1953).

Si conclude così la vicenda della strega di Salbertrand, un omicidio dai contorni oscuri e mai del tutto chiariti. È difficile dire se Silvia Bouvet simulasse davvero la possessione, o se ne fosse convinta (pareva, stando a Gazzetta del popolo del 18 gennaio 1949, che il diavolo avesse abbandonato la donna grazie alle ripetute benedizioni di padre Ruggiero e di un frate missionario, “in forma di piccolo bolo”), così come è arduo capire quali pensieri e quali credenze abbiano armato la sua mano, quel giorno di fine 1946. Certo il delitto maturò in un ambiente in cui malefici, medicine alternative e “animelle” erano all’ordine del giorno. Ma che sia stato davvero un omicidio avvenuto “per superstizione”, è una cosa ormai impossibile da sapere.

Foto di FinjaM da Pixabay