4 Giugno 2026
Approfondimenti

Lo spiritismo non è adatto agli italiani! Un surreale dibattito sotto il fascismo

di Paolo Cortesi

Volt era il molto futuristico pseudonimo del conte viterbese Vincenzo Fani Ciotti. Oggi praticamente sconosciuto, cento anni fa Volt divenne brevemente famoso come teorico e propagandista di un nazionalismo imperialista a destra del fascismo, e se la tubercolosi non se lo fosse portato via nel 1927 a 39 anni, sarebbe stato il più entusiasta cantore delle meraviglie della guerra (la seconda mondiale; alla prima non poté partecipare, benché ci tenesse, perché già diagnosticato tisico). La sua condizione agiata gli consentiva di vivere senza pensare allo stipendio, e Volt poté dedicarsi interamente a ciò che gli piaceva: la poesia, la pittura, la filosofia, con tutta la libertà del dilettante e l’autonomia riservata ad un intellettuale ricco.

Nel tragico mondo di Volt, fatto di aristocrazia inarrivabile, di imperialismo aggressivo, di implacabile disprezzo verso l’uguaglianza, ci fu posto anche per la metapsichica; l’interesse verso di essa forse fu per lui una delle prerogative esclusive della razza di individui superiori alla quale Volt era sicuro di appartenere.

Sullo spiritismo, lui si definiva agnostico; riteneva reali i fenomeni medianici, ma credeva che non si potessero spiegare in modo sicuro e definitivo, e attribuiva molta importanza al subcosciente del medium:

«Sia dall’esame dell’individuo che dalla psicologia sociale, l’impressione che resta a un investigatore imparziale è che vi sia qualcosa di più della realtà fenomenica, cioè un ordine superiore dell’essere. Ma in cosa consista questa realtà superiore all’esperienza, nessuna rivelazione può dircelo. […] Quasi tutti i fatti sopra-normali finora osservati possono a rigore attribuirsi ai poteri incoscienti del medium»

Così scriveva Volt nell’articolo «Sociologia e metapsichica», che apparve sulla rivista Luce e Ombra datata settembre-ottobre 1922.

Sul fascicolo successivo dello stesso mensile, organo della Società di Studi Psichici, il cui presidente e finanziatore era l’industriale Achille Brioschi (1860-1942), Volt pubblicò il secondo articolo, e fu anche l’ultimo. La direzione di Luce e Ombra era, infatti, rigorosissima a fare seguire ad ogni contributo ritenuto non perfettamente conforme al suo indirizzo teorico delle risposte che dovevano stabilire senza velo di dubbio la versione ufficiale e ortodossa, come vedremo fra poco.

Volt, nell’articolo intitolato «Ipotesi spiritica e spiritismo» (apparso in Luce e Ombra, novembre-dicembre 1922), cominciò col notare che per i tanti libri di Ernesto Bozzano (1862-1943), il maestro riconosciuto della metapsichica in Italia, avrebbe «desiderato invero una maggiore scientifica diffidenza», poiché 

«nel vagliare i fatti sopranormali convien diffidare dei libri e periodici dovuti alla penna di coloro che concepiscono lo spiritualismo come una fede».

Proprio questo faceva Bozzano: dedicò tutta la vita a raccogliere e catalogare (a modo suo) centinaia di narrazioni tratte dalle riviste e dai libri di spiritismo e metapsichica, narrazioni che Bozzano accoglieva senza riserve, con la massima tranquillità e serietà, anche quando (quasi sempre) esponevano fatti straordinari che sgretolavano le fondamentali leggi della natura: oggetti che si materializzano dal nulla e che attraversano pareti, voci provenienti dall’invisibile, levitazioni, sparizioni.

Per credere all’incredibile bastava che spettatori dei prodigi fossero professori (meglio se universitari), ufficiali dell’esercito (di grado non inferiore al capitano), medici, avvocati, conti, contesse e marchesi, richiestissime le principesse: questa era, per Bozzano, la più solida garanzia di autenticità e guai a pensare che certi campioni delle loro svettanti classi sociali potessero sbagliarsi, essere ingannati o ingannare! Il proletario è ottuso, ignorante e all’occorrenza malandrino, ma la crema della borghesia e il fiore dell’aristocrazia non sbagliano mai, e soprattutto non sanno mentire.

Un’osservazione critica di Volt suscitò la ferma reazione di un altro personaggio oggi dimenticato e un tempo celebre e influente; parlo di Antonio Bruers (1887-1954), vice-segretario della Società di Studi Psichici, direttore dal dicembre 1931 al giugno 1934 della rivista Luce e ombra (di cui era redattore capo fin dal 1908), sulla quale esercitò un ferreo controllo dell’ortodossia spiritualistica come la intendeva lui.

Autodidatta, Bruers si accostò giovanissimo alla metapsichica: il suo primo articolo fu pubblicato da Angelo Marzorati (1862-1931) nel 1908, proprio su Luce Ombra che allora dirigeva. Bruers era un fascista ben integrato nel sistema di cultura del regime; dal 1922 collaborava alla rivista dell’intellettualità mussoliniana, Gerarchia, e dal 1923 era titolare della rubrica mensile di cronache del pensiero filosofico sulla stessa pubblicazione. Nel 1929 fu nominato segretario della Reale Accademia d’Italia e membro del Direttorio Nazionale del Sindacato Fascisti Autori e Scrittori. Ma ciò che ne faceva un boss della cultura di regime era la sua funzione di bibliotecario e archivista di D’Annunzio, al Vittoriale.

Bruers era fascista, s’è detto, e anzi un fascista della prima ora, che attribuiva a sé il merito di «essersi dedicato, nei tempi poco propizi dell’anteguerra, alla rivendicazione del pensiero tradizionale italiano», come scrisse lui stesso nella propria nota biografica con cui era presentato nell’«Antologia degli scrittori fascisti» di Mario Carli e Giuseppe Attilio Fanelli (1931).

Nel suo articolo intitolato “Ipotesi spiritica e spiritismo”, Volt proponeva ancora la sua visione agnostica: pur ritenendo autentici i fenomeni spiritici apparsi durante le sedute col medium, egli affermava: 

«Concludendo, quello che resta è ben poco. Resta la nuda ipotesi: la probabile esistenza nell’al di là di forze intelligenti. Ma i problemi fondamentali dell’immortalità, della retribuzione etica, della evoluzione morale del genere umano non sono per via medianica risolti. Occorre sempre la fede cieca. Non vi è argomento perentorio contro lo scettico ».

Lo spiritismo era, secondo Volt, una religione

«in quanto esso consiste in un complesso di precetti, dogmi e riti indimostrabili sperimentalmente».

E questa religione, notava, 

«è in fondo una varietà del cristianesimo protestante. Ciò spiega come assai meno esso abbia attecchito nei paesi latini. Ciò spiega anche l’avversione che gli testimonia la Chiesa cattolica».

E ancora: 

«È notevole poi come la maggior parte dei fatti narrati siano di origine anglo-sassone. Ora nei paesi del Nord, dove non vi sono conventi ove raccogliere i temperamenti maggiormente imbevuti di religiosità, il misticismo circola fra tutte le classi molto più vivo che fra noi latini, creando una atmosfera di esaltazione non troppo favorevole alla ricerca della verità obiettiva».

Il conte Volt chiudeva con una osservazione sociologica sullo spiritismo come espressione religiosa

«Dubito, per altro, se esso sia la forma di religiosità più adatta all’indole del popolo italiano». 

In effetti, è evidente che Volt credeva che il protestantesimo non fosse affatto adatto agli italiani, poiché – come tutti i tradizionalisti di casa nostra – era certissimo che la Chiesa fosse uno dei pilastri della civiltà latina, culminata nella civiltà romana e cattolica.

Ernesto Bozzano, il decano dei metapsichici, aveva invece una pessima opinione della Chiesa: elogiava i pastori anglicani ai quali riusciva «relativamente facile di compiere tale gesto magnifico», ovvero l’adesione allo spiritualismo («il grande problema della sopravvivenza dell’anima è in via di risolversi scientificamente»); mentre 

«la cosa è ben diversa per la confessione cattolica, fossilizzata in articoli di fede decrepiti, la cui rigidezza dogmatica non consente adattamenti di sorta. Il che si risolve in grave danno per la confessione stessa, giacché non vi sono dighe teologiche capaci di arginare la marea dei fatti, e se il clero cattolico si ostinasse a volersi riparare dietro tali dighe, verrà sommerso inesorabilmente, a tutto vantaggio della confessione anglicana».

Queste due opposte posizioni dimostrano quanto era importante l’atteggiamento degli spiritisti verso la tradizione di cui la Chiesa di Roma era un elemento centrale, essenziale. Semplificando, si può dire che Bozzano rappresentava la vasta parte di spiritisti e spiritualisti i quali, fin dalle origini del movimento, furono molto critici verso la Chiesa cattolica che, dalla metà del XIX secolo in poi, aveva sempre condannato ogni loro attività e teoria, ritenute diaboliche.

Bozzano era in continuità di una linea di pensiero ottocentesca anticattolica che partiva con Allan Kardec, al quale tuttavia il metapsichista italiano non risparmiava critiche.

Volt e Bruers, pur con le evidenti discordanze, erano spiritualisti formati nel Novecento nazionalista e imperialista, che esaltava la funzione del cattolicesimo come elemento fondante della tradizione conservatrice antimaterialista.

Per una curiosa coincidenza (o Zeitgeist?), il 1923 per gli spiritualisti di Luce e Ombra si apriva con il dibattito sulla italianità dello spiritismo con cui si era chiuso il 1922. 

Bruers (su Luce e Ombra del gennaio-febbraio 1923) pubblicava una lettera aperta al deputato Paolo Orano (1875-1945) che, nel suo discorso alla Camera il 27 maggio 1922, sul bilancio del Ministero della Pubblica istruzione, aveva detto tra l’altro: 

«Un altro bolscevismo s’insinua e dilaga il quale è ben più pericoloso di quello che agita le masse operaie, perché sta conquistando gli spiriti. È l’insidia contro la latinità, è la corrente spiritistica, il falso spiritualismo, che viene lentamente, attraverso un’abile letteratura inglese, tedesca e francese, avvolgendo e conquistando le donne e gli umili, conquide gli operai, trova posto dappertutto e infiltrandosi rammollisce […] diffonde un verbo molle, il quale fa dell’essere vivo una pallida fase, una apparizione provvisoria: diminuisce, impoverisce i valori di nazione, di patria, di civiltà, inflaccidisce ogni conflitto, soffia un alito demoralizzatore che sfalda le coscienze. E vuol soprattutto demolire quell’oggetto di ostilità e di vendetta che fu sempre per l’oriente la romanità […] È la seduzione asiatica che ci investe da ogni lato, attraverso ai romanzi, agli articoli di giornale, di riviste, conferenze […] Io voglio morire credendo che dalla parola di Numa, dal fascino dell’Apollo Greco divenuto latino, fino a Gesù, diventato romano in Roma perché Roma ha fatto romano Gesù e romano Paolo di Tarso, coronandoli di splendore mediterraneo, scaturisca il tipo più alto di civiltà».

Per Orano, lo spiritismo era una minaccia che veniva dall’Oriente, e se per molte scuole iniziatiche era verità il motto Ex Oriente Lux (la luce viene dall’Oriente: luce fisica, del sole che sorge, ma anche luce spirituale, rivelazione), per il deputato fascista era «morbo asiatico […] giustamente deplorato», come scrisse Bruers.

Paolo Orano era stato in gioventù sindacalista rivoluzionario, era stato anche massone; con lo scoppio della Grande Guerra si era avvicinato al nazionalismo ed era approdato al fascismo, in un percorso che condivise con diversi esponenti politici che da sinistra virarono a destra, come De Ambris, Rossoni, Michele Bianchi, per citare solo quelli che, come lui, furono liberi muratori.

L’ostilità di Orano verso lo spiritismo derivava dalla sua avversione verso ogni cultura che potesse minacciare, o solo velare, la tradizione italica. Per Orano, lo spiritismo era una creazione orientale; per Volt era un prodotto anglosassone; per entrambi, si trattava di una forma di religiosità estranea allo spirito della nazione italica, anzi una vera e propria corruzione della arcaica, autentica, nobile anima italica.

Dunque, una componente del nazionalismo italiano del primo Novecento condannava lo spirit(tual)ismo perché lo considerava uno scadente prodotto d’importazione, una infatuazione o un abbaglio che portava a rinnegare, a trascurare, la sola autentica cultura che era romana, imperiale e tradizionale.

Bruers – nazionalista non meno di Orano e di Volt – invece difese la ricerca psichica proprio perché, ne era certo, 

«nulla vi è di più italico di essa».

L’intervento di Bruers, che intendeva correggere le posizioni critiche citate, ovviamente partiva dal biasimo del materialismo, il leitmotiv di chiunque si accostava a quel tempo alla metapsichica: è un ritornello così frequente che si potrebbe chiamare una vera moda: prima di trattare, in qualunque modo e per qualunque fine, la ricerca psichica, lo spiritualismo e la metapsichica, si deve maledire il materialismo che aveva portato le più atroci sciagure: ateismo, democrazia, socialismo, pacifismo e scioperi:

«Quali effetti morali e sociali abbia avuto il materialismo, cioè la negazione di un qualsiasi ordine trascendente, tutti noi abbiamo veduto, così come ora assistiamo a una reazione spirituale e religiosa».   

Questa posizione, che nei prossimi anni sarà sempre più funzionale al regime, era tipica delle classi sociali che espressero e sostennero il fascismo.

Secondo Bruers, la ricerca psichica dimostra che 

«esistono nel mondo finito, nell’ambito della psiche, del corpo umano, della natura, della materia, i segni visibili, tangibili, continui di un ordine di leggi e di fatti che sovrasta il finito. Esiste tra l’infinito e il finito, tra ciò che per convenzione definiamo spirito e ciò che per convenzione definiamo materia, un punto di contatto».

Dunque, lo spiritualismo che nega le teorie materialistiche e le visioni sociali e politiche che da esso derivano non è una costruzione intellettuale prodotta dalle condizioni sociali del tempo, ma – a suo parere – una realtà dimostrata scientificamente.

Ma se lo spiritualismo fosse, come pensano Volt e Orano, invenzione di culture estranee all’anima italica? Se fosse una dottrina nata da concezioni dell’uomo e dello spirito che non hanno nulla in comune con il mondo italico? Il pericolo non è da sottovalutare, soprattutto in un’epoca che pretendeva di riportare la nazione alle antiche glorie romane.

Bruers risponde che alle origini della filosofia europea «si definiva Scuola Italica quella dei Pitagorici» che 

«attraverso tempi e vicende riemerge sempre, in continuità di secoli, nel corso evolutivo della filosofia italiana. […] Nessuna terra più di quella che fu un giorno la ieratica Etruria e la sapiente Magna Grecia, la terra nella quale la tradizione pose la sede delle più misteriose Potenze divinatrici del futuro e rivelatrici dell’Oltretomba, questa terra, fra quelle che ancora albergano popoli di vivente civiltà, è la patria più antica ed augusta della Scienza dell’Anima».

Lo spiritualismo, il solo autentico e puro riconosciuto tale da Bruers e dai suoi collaboratori di Luce e Ombra e non altro, era un patrimonio che il mondo doveva al genio italico.

Bruers aveva tratto questa certezza dal suo maestro Angelo Marzorati (1862-1931), di cui scrisse in occasione della morte:

«Anteponeva il pensiero italiano a qualsiasi altro pensiero; era un assertore dell’esistenza di una tradizione italica».

Anche Vittorino Vezzani (1885-1955), assiduo collaboratore della rivista e deputato dal 1929 al 1943, riconosceva al Marzorati di sostenere un 

«sano spiritualismo italiano che ci auguriamo venga condotto innanzi sulle stesse felici direttive dai giovani che formano la nostra speranza nel domani».

L’irrazionalismo ed il nazionalismo impressero i loro orientamenti su quasi tutti gli aspetti della vita culturale e politica in Italia nei primi decenni del XX secolo.

Nell’estate del 1925, Aniceto Del Massa (1898-1975), esoterista che però – a differenza di altri – non rifiutò le esperienze medianiche, pubblicò su Ignis, la rivista di studi iniziatici diretta da Arturo Reghini (1878-1946), un lungo articolo, “Il Pitagorismo di fronte alla Scienza Occidentale”, incentrato sulla figura di Enrico Caporali (1841-1918), filosofo che considerava il pitagorismo non solo la più alta conoscenza scientifica, e dunque valida oggi, ma anche espressione autentica dell’anima italica.

Il testo di Del Massa è utilissimo per conoscere il pensiero tradizionalista nel suo versante esoterico e spiritualista, soprattutto perché su di esso l’autore è costretto ad una brevità rivelatrice, che ci risparmia le ampollose e fumose declamazioni che riempiono i loro libri e riviste.

«Dopo la guerra» scrive Del Massa, e non è un caso che le sue riflessioni partono da questo evento 

«che può considerarsi come la prova più tremenda per l’umanità (nella quale la natura opera la grande selezione per cui i popoli più forti, più preparati ne escono rinvigoriti e validissimi) sono tornate in auge dottrine di negazione e di rinunzia».

Quali sono queste malefiche dottrine? «[…] vecchie prediche rinunziatarie tanto calde d’amor di prossimo, di umanità, ecc.», ovvero le teorie politico-sociali progressiste e riformatrici, che ammaliano 

«le masse, indecise ma disposte a nuovi cimenti per raggiungere una soluzione stabile che creasse possibilità di vita e di lavoro. […] erano proprio le idee false che si mettevano in giro, quelle che, confondendo maggiormente i cervelli dei semplici disposti per natura all’obbedienza, preparavano l’avvento alle ubbie social-comuniste, alle ubbie mistiche, al sorgere di quello incerto stato d’anima fra rivoluzionario e reazionario instabile e pericolosissimo; stato d’animo che in generale precede sempre periodi di rilassamento».

La tragedia di un popolo, e particolarmente la sciagura italiana, è dovuta al distacco dalla «grande tradizione italica-pitagorica»: 

«La scuola italica che ha formato un popolo capace di dominare il mondo, di dar legge all’universo, deve dare a questo popolo oggi una più chiara coscienza di sé; una coscienza precisa del suo valore, della sua missione».

Ed è solo grazie a questa scuola italica-pitagorica che lo spir(itual)ismo può e deve essere quella sintesi perfetta di metafisica e scienza sperimentale che diceva Bruers: 

«Ricondurre il metodo sperimentale nelle dottrine spiritualiste è […] nella necessità attuale creata dal succedersi di fantasiose e molteplici confusioni; e, come il Caporali affermò, nella peculiare disposizione scientifica delle menti latine».

Ma attenzione! Lo spiritualismo sperimentale (cioè, per capirci, le sedute spiritiche, le prove di chiaroveggenza e telepatia, gli apporti e le voci dirette, fino alla magia) deve essere riservato a personalità superiori, a studiosi specialissimi, a menti elette, e qui la filosofia italica si allinea perfettamente alle dichiarazioni programmatiche degli spiritisti di ogni credo: lo spiritismo non è per tutti; assioma che implicitamente significa “il solo spiritismo valido è il mio”.

«Lo spiritualismo, perché i frutti delle sue ricerche non solo siano accettati dalla scienza positiva, ma perché apportino alla scienza stessa il beneficio delle proprie scoperte» ammonisce Del Massa, su Ignis dell’ottobre 1925 

«deve chiudere i suoi battenti ai falsi speculatori, ai rifiuti della scienza e delle varie professioni, ai pazzi e agli imbecilli».

Del Massa chiude il lungo testo citando (guarda un po’!) Antonio Bruers, 

«scrittore nostro contemporaneo, autorevole per serietà di studi, e che alla cultura italiana ha dato opere di egregio valore, filosofo spiritualista». 

Di Bruers non viene riportato uno dei suoi tanti articoli apparsi su Luce e Ombra, ma una monografia su Vico pubblicata dalla Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto

«Quanto più ci approssimeremo alla realtà della più grande Italia, quanto più sentiremo che il segreto della sua vita più alta dipende, nel campo del pensiero, dal proposito di ristabilire la tradizione. […] Al sistema che rispecchia questa tradizione e che supera vicendevolmente, integrandoli, l’idealismo e il materialismo, la trascendenza e l’immanenza, noi diamo il nome di spiritualismo».

E noi, storici “laici” del pensiero iniziatico, abbiamo il diritto di ricordare che le ultime espressioni di questa sedicente grandiosa, solenne filosofia sono medium contorsionisti che liberano le braccia legate per suonare campanelli e gettare fiori o sassolini nel buio, o usare i piedi scalzati per scrivere messaggi sotto il tavolo o che parlano con Dante, Napoleone e Goethe, o astrologi che continuano ad emettere previsioni nonostante gli infiniti fallimenti, o maghi che compiono riti che non hanno alcuna conseguenza nel mondo reale.

Immagine: Cartolina celebrativa della giornata dell’Impero, 1943, da Wikimedia Commons, pubblico dominio