Il misterioso pianeta Vulcano e come Einstein lo distrusse
di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
È uscito da poco un bel libro dell’astrofisico e divulgatore scientifico Luca Nardi, Pianeti mancanti (Dedalo, 2025), che ricostruisce la storia della ricerca di alcuni corpi del nostro sistema solare davvero esistenti, come Nettuno e Plutone, ma anche il dibattito recente sulla possibile presenza di Planet Nine, un oggetto ghiacciato di notevoli dimensioni che potrebbe orbitare nella parte più periferica del sistema solare, ma per la cui esistenza manca tuttora un’evidenza concreta. Evidenza che, racconta Nardi in maniera avvincente, un discreto numero di astronomi e di astrofili ritenne a lungo ci fosse per un pianeta assai vicino al Sole: si tratta del pianeta passato alla storia della scienza (e dei suoi passi falsi) come Vulcano.
Una lunga caccia
La possibilità che in un’orbita vicinissima al Sole – ancor più di Mercurio – ci fosse un altro pianeta è una conseguenza della controversia sul sistema eliocentrico copernicano, che si accese in Europa a partire dalla metà del Cinquecento. Quando, ai primi del secolo successivo, comparvero le prime supposizioni sul pianeta intramercuriano, al dibattito sul nuovo assetto del sistema solare si era sovrapposto quello sulle macchie solari, che fra il 1610 e il 1612 cominciavano a essere osservate per via telescopica da diversi studiosi (probabilmente, per primo dall’inglese Thomas Harriot e quasi in contemporanea da Galileo; e, poco dopo, dagli olandesi Johannes e David Fabricius). È in questo senso, cioè come macchie solari, che va interpretata la prima osservazione registrata di una o più possibili “lune” misteriose, quella fatta nel 1611 dall’astronomo e gesuita tedesco Christoph Scheiner (1573-1650), che, peraltro, sulle macchie solari e su tutto il resto litigò furiosamente con Galileo, fino ad assumere un ruolo di rilievo nel successivo processo che la Chiesa cattolica imbastì contro l’astronomo pisano.
Ma tutto questo sta sullo sfondo della nostra vicenda, che è ottocentesca, e, dunque, si colloca in un quadro completamente moderno: quando Vulcano splende nel cielo, le diatribe sulla centralità del Sole rispetto alle orbite dei pianeti sono un ricordo distante.
Ad avviare la fase centrale della controversia è un avvocato e astrofilo britannico, Capel Lofft (1751-1824), che nel 1818 descrive la sua osservazione sul Monthly Magazine, subito seguito dal bavarese Franz von Paula Gruithuisen (1774-1852) – che, peraltro, nel 1824, racconterà in dettaglio anche le osservazioni telescopiche di una città sulla Luna e dei suoi grandi edifici, accolte dall’irrisione di quasi tutti i colleghi. Si tratta però, per così dire, di osservazioni isolate: Lofft e Gruithuisen non riescono a ripeterle. Eppure, se il pianeta c’è, per forza di cose prima o poi si riuscirà a rivederlo, anche se, per ora, al riguardo non si è in grado di fare calcoli precisi.
Pretenderà di porre un primo rimedio alla mancanza di conferme un altro tedesco, Johann Wilhelm Pastorff (1767-1838), che dalla sua grande proprietà terriera di Buchholz, allora in Prussia orientale, trascorreva gran parte del tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con degli ottimi telescopi, i cui esiti fece poi pubblicare su riviste importanti come l’Astronomisches Jahrbuch e le Astronomische Nachrichten.
Molti decenni dopo Rudolf Wolf (1816-1893) utilizzerà quelle note di Pastorff sui presunti corpi intramercuriani nel modo migliore possibile: inserendole nell’alveo dei primi studi moderni sulla fisica solare, e, dunque, come più che plausibili descrizioni di macchie. Gli avvistamenti di Pastorff si estendono per un arco di almeno quindici anni: dal 1822 al 1837.
Non mancano nemmeno le osservazioni fatte da astronomi italiani. È il caso di Niccolò Cacciatore (1780-1841), che ritiene di averlo visto più volte al telescopio, fra l’11 e il 14 maggio del 1835: la notizia, diffusa per prima dalla rivista Biblioteca Italiana nel marzo dell’anno successivo, ha vasta eco tra gli studiosi italiani. Il 12 luglio 1837 lo vede il gesuita Francesco De Vico (1805-1848), nell’ottobre del 1839 è Pompilio De Cuppis (1804-1861) a scorgerlo.
Poi, le notizie si moltiplicano. Per quanto ci è stato possibile ricostruire, Vulcano (che però ancora non era chiamato con quel nome) nel giro di pochi anni fu “visto” da studiosi di astronomia e di scienze naturali, di solito al telescopio, da almeno dieci paesi diversi del mondo. A partire dal 1859 oltre che dall’Europa, dove erano rimaste in larga misura confinate, le notizie di avvistamenti simili cominciarono a piovere anche dagli Stati Uniti. Quest’ultimo sviluppo, che sancì la definitiva fama mondiale di Vulcano, fu dovuto a un fatto decisivo verificatosi in Francia proprio in quell’anno – il 1859.
Finalmente Vulcano!
Prima di quell’anno così importante per Vulcano, c’erano già stati tentativi sistematici di rilevazione del corpo celeste. Lo aveva fatto per diciassette anni, a partire dal 1826, l’astrofilo tedesco Samuel Heinrich Schwabe (1789-1875), noto per le sue osservazioni e disegni di macchie solari, ma senza alcun risultato. Lo stesso era accaduto al bibliotecario dell’Università di Yale, Edward Claudius Herrick (1811-1862), che aveva iniziato nel 1847. Fra tutti, però, dal 1853 ci si era messo d’impegno anche un medico e astrofilo francese, Edmond Modeste Lescarbault (1814-1894), che aveva un discreto telescopio rifrattore da 95 mm in un osservatorio che aveva costruito vicino al suo ambulatorio, nella Loira.

Nel frattempo, però, proprio in Francia, e nemmeno troppo lontano da Lescarbault, c’era qualcuno di assai maggiore fama che si era appassionato a Vulcano. Era il matematico e astronomo Urbain Le Verrier (1811-1877), specialista in meccanica celeste, fra i padri della meteorologia moderna. Nel 1840 il direttore dell’Osservatorio astronomico di Parigi, François Arago, fra i popolarizzatori più importanti dell’osservazione del cielo e dei suoi fenomeni nell’Europa ottocentesca (compresi quelli che sembravano “anomali” rispetto alle conoscenze stabilite), già nel 1840 aveva chiesto a Le Verrier di costruire un modello che mostrasse il funzionamento della legge di Newton sulla gravitazione, usando come esempio il transito di Mercurio sul disco solare. Il guaio è che questo modello non sembrava funzionare bene.
Le Verrier non si arrese, e continuò a raffinare i suoi calcoli e, visto che nel frattempo il dibattito sul pianeta inframercuriano era cresciuto, fece una supposizione: eventuali discrepanze fra le previsioni dei transiti di Mercurio e le osservazioni telescopiche avrebbero confermato la presenza di un’interferenza esterna – in altri termini, di un corpo celeste sconosciuto che turbava l’orbita di Mercurio. L’osservazione della precessione del perielio di Mercurio eccedeva infatti di poco le predizioni della meccanica classica (43 arcosecondi per secolo); ma quella piccola quantità era sufficiente a creare un grattacapo.
In realtà, Le Verrier non era convinto che all’origine del disturbo potesse esserci un pianeta di massa più o meno simile a quella di Mercurio: se ci fosse stato, obiettava, sarebbe stato visto in maniera assai più frequente rispetto alle notizie sporadiche raccolte in quei decenni. Forse, sosteneva, c’era una fascia di asteroidi intorno al Sole. Il fatto è che, in quegli anni, la fama di Le Verrier in ambito astronomico era al suo zenit proprio per le previsioni matematiche analoghe a Vulcano che aveva fatto su un altro pianeta, stavolta molto lontano dal Sole: si trattava di quello che poi, grazie alla scoperta fatta nel 1846 dal tedesco Johann Gottfried Galle (anche se un inglese, J. Challis, lo aveva già visto l’anno prima senza riconoscerlo) si rivelerà l’ottavo pianeta del nostro sistema, Nettuno.
Il clima, dunque, era propizio agli entusiasmi.
Quando calcolare (bene) non basta
Quando il 22 dicembre del 1859 Le Verrier ricevette una lettera da Lescarbault, dovette fare un balzo sulla sedia. Non eravamo lì per testimoniarlo, ma sappiamo che prese rapidamente il treno per la cittadina in cui Lescarbault aveva il suo piccolo osservatorio per farsi raccontare tutto. L’astrofilo gli disse che il 26 marzo aveva visto passare sul Sole un piccolo corpo che, dapprima parsogli immobile, dopo un po’ gli sembrò muoversi. Usando un vecchio orologio e un pendolo ottenne un tempo complessivo di transito pari a 1h, 17’ e 9”. Il telescopio di Lescarbault non era granché – se ne rendeva conto anche lui – e tutto era stato fatto in maniera piuttosto precaria, ma Le Verrier fu colpitissimo dalla testimonianza.
Appena undici giorni dopo, il 2 gennaio del 1860, annunciò ai colleghi dell’Accademia delle scienze di Parigi e al mondo che il pianeta inframercuriano esisteva, e propose di chiamarlo Vulcano. Per parte sua, Lescarbault fu insignito della Legion d’Onore, la massima onorificenza dello stato francese per mano dello stesso Napoleone III.
Eppure, non tutti furono convinti dall’annuncio. Un esempio interessante venne da un altro astronomo francese, Emmanuel Liais (1826-1900). A Rio de Janeiro, dove lavorava con strumentazioni telescopiche assai migliori di quelle di Lescarbault, Liais aveva osservato il Sole proprio mentre l’astrofilo francese riteneva di aver visto il transito di Vulcano. Eppure, a parte qualche piccola macchia sul Sole, lui non aveva notato nulla. Chi dei due si sbagliava?
Come detto, con l’annuncio di Le Verrier iniziò un lungo periodo di caccia più vasta e sistematica che, fra alti e bassi, si protrasse per quasi mezzo secolo. A lunghi periodi in cui nessuno segnalava nulla, si succedevano notizie isolate, o, a volte, piccoli gruppi di avvistamenti. Quello che vedete qui, per esempio, è l’appello alla caccia a Vulcano che il 19 marzo del 1877 lanciò sul quotidiano torinese Gazzetta del Popolo il matematico Alessandro Dorna (1825-1886). Si pensava che tre giorni dopo Vulcano si sarebbe trovato in congiunzione col Sole (cioè, vicinissimo nel campo visivo): era dunque il caso che tutti, professionisti e dilettanti, si mobilitassero per l’occasione.

Vulcano in America
L’entusiasmo si riaccese sul serio soltanto l’anno dopo, cioè nel 1878, quando dagli Stati Uniti giunsero le relazioni fatte da due osservatori qualificati. Avevano visto Vulcano il 29 luglio, durante un’eclisse totale di Sole. Per le sue caratteristiche, questo episodio della controversia merita un’attenzione particolare.
Quel giorno, due astronomi americani assai noti per la loro esperienza, James C. Watson (1838-1880), direttore dell’Osservatorio di Ann Arbor (Michigan), scopritore di 22 asteroidi, e Lewis A. Swift (1820-1913), che nel corso della sua carriera scoprì 13 comete e innumerevoli nebulose, ritennero di vedere un “pianeta” da due località distanti fra loro: Watson era a Separation Point (Wyoming), Swift nei pressi di Denver, in Colorado; uno dei due lo vide vicino a una stellina che identificò come Theta Cancri. Il problema era che, però, le coordinate in cui era stato visto il “pianeta” non coincidevano; Swift corresse un errore di calcolo: la stella non poteva essergli otticamente vicina. In sostanza, risultava che, se avessero avuto ragione, dovevano aver visto corpi diversi insieme a stelle di difficile identificazione.
Un altro astronomo, Christian H. F. Peters (1813-1890), da sempre scettico sull’esistenza di Vulcano, fece notare che il metodo con cui Watson aveva riprodotto con uno schizzo quanto vedeva durante l’osservazione, implicava un margine d’errore tale da includere una stella piuttosto luminosa. Altri astronomi si fecero avanti, esprimendo su diverse riviste le loro riserve. Malgrado la loro esperienza, e la circostanza dell’osservazione fatta quasi in perfetta contemporaneità, era probabile avessero scambiato stelle già catalogate per il misterioso Vulcano.
Fu come se la luce di Vulcano da quel momento in poi andasse declinando, nei favori degli astronomi. Malgrado ogni tanto qualche caso saltasse ancora fuori, sette campagne di ricerca dell’astro fantasma, condotte da parecchi studiosi in occasione di eclissi totali avvenute fra il 1883 e il 1908, andarono a vuoto.
Il vero killer di Vulcano…
Ma a far fuori Vulcano in maniera definitiva non furono i pur costanti fallimenti con cui si concludevano i tentativi sistematici, basati su progetti di ricerca, volti a registrarne l’esistenza con metodi rigorosi e per via strumentale. A fare da killer fu la teoria – e quale teoria, visto che nel nostro caso stiamo parlando della relatività generale di Albert Einstein.
Fu la sua enunciazione, nel 1915, e la sua conferma, nel 1919, con l’esperimento di Eddington, a mostrare non che Vulcano non esisteva, ma che supporne l’esistenza era inutile. Le fotografie mostravano che la curvatura dello spaziotempo piega la luce delle stelle intorno al Sole. Corretta secondo quei risultati l’equazione della gravità, l’esistenza di un pianeta infra-mercuriano cessava di aver senso: l’orbita di Mercurio calcolata e quella osservata ora coincidevano. Le osservazioni empiriche di Vulcano, quelle che in gran numero avevano punteggiato l’Ottocento, erano errori: astronomi, astrofili e appassionati si erano sbagliati. Quel corpo celeste che pensavano di aver seguito anche più volte e in dettaglio, e di aver visto anche attraverso notevoli strumenti ottici, semplicemente non c’era.
La controversia sull’esistenza di Vulcano, i dibattiti sui suoi avvistamenti, il suo posto nella storia della scienza sono davvero qualcosa di avvincente. Lo prova il libro degli storici dell’astronomia Richard P. Baum e William Sheehan, In Search of Planet Vulcan: The Ghost in Newton’s Clockwork (I ed. Springer Books, New York, 1997).
Quello relativo a Vulcano, però, è anche un esempio del genere di questione preferita dagli studiosi di anomalistica, che guardano alle cose da un punto di vista a volte alternativo, a volte non dissimile da quello della scienza, e per il quale rivendicano, ciascuno a modo suo, una legittimità.
Vediamo dunque, in chiusura, perché il fantasma di Vulcano non riesce a trovar pace.
…e il suo strano ritorno
Una delle caratteristiche fondamentali dell’ufologia consiste nel fatto che, quasi fin dal suo inizio, nel 1947, prima i giornalisti, poi gli stessi appassionati, cominciarono a costruire in maniera più o meno artificiosa una “storia degli UFO” prima che questi facessero la loro apparizione, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel corpus mostruoso dell’annalistica ufologica fu ben presto inserito di tutto, dalle testimonianze di fenomeni insoliti descritti da astronomi, meteorologi e persone colte, a resoconti di esperienze mistiche tratte da ogni confessione religiosa. Qualcosa del genere accadde anche al nostro Vulcano. Il ragionamento, sia pure con toni e intenti diversi, era questo: d’accordo, quel pianeta non esisteva, ma tutti quegli osservatori non potevano essersi sbagliati. Non avevano visto il fantomatico Vulcano, ma qualcos’altro, qualcosa di anomalo, di misterioso, che… avevano scambiato per il pianeta intramercuriano.
Nel fagocitare Vulcano, gli anomalisti (perché a farlo non furono soltanto ufologi in senso stretto, ma parecchi altri, ognuno con il suo taglio) agirono ognuno secondo la propria agenda ideale, a volte in maniera del tutto alternativa rispetto alla scienza, altre volte, con intenti più seriamente analitici.
Prendiamo tre esempi, a esemplificare questo spettro di posizioni. Il primo è quello di Charles H. Fort, uno dei papà dell’ufologia, anche se morì nel 1932, quindici anni prima dell’avvento dell’era dei “dischi volanti”. Fort si occupa di Vulcano nel terzo dei suoi quattro febbricitanti libri, New Lands, uscito nel 1923, centrato sulle presunte anomalie aeree – vero prodromo della letteratura ufologica. Suo scopo: irridere la scienza “ufficiale”, mostrandone con notevole capacità retoriche le contraddizioni interne. Sono le stesse riviste scientifiche, argomenta Fort, a descrivere osservazioni di “cose” che non rientrano nel paradigma scientifico.
Secondo esempio, Flying Saucers Have Landed (1953), in cui il “contattista” UFO George Adamski informava il mondo dei suoi rapporti con gli abitanti di Venere, ma che per il resto era frutto dell’occultista irlandese Desmond H. Leslie (1921-2001), uno dei primi fautori delle idee sugli Antichi Astronauti e sull’archeologia spaziale. In questo caso, con una presentazione a ritroso, le notizie sul pianeta Vulcano diventavano senza troppe preoccupazioni “prove” dell’eterna presenza degli extraterrestri nei nostri cieli.
Infine, l’esempio più interessante dal punto di vista della razionalità: il recupero accurato delle testimonianze su Vulcano fatto dal fisico americano William R. Corliss (1926-2011), incredibile compilatore e sistematizzatore in una lunga serie di volumi di un gran numero di presunte anomalie che, per conto suo, la scienza eliminerebbe troppo in fretta nei suoi procedimenti, perdendosi per strada cose potenzialmente interessanti. Corliss si interessa a Vulcano nel suo The Sun and Solar System Debris (1986).
Caro Vulcano: ti hanno buttato fuori dalla porta della storia della scienza, ma non temere, perché, in questa come in mille altre idee rivelatesi caduche, c’è un intero universo di anomalisti, pronto a farti rientrare in gioco dalla finestra.
Immagine di apertura: Litografia del sistema solare del 1846. Da Wikimedia Commons, pubblico dominio
