Un sogno enigmatico sulle colline di Rivoli: l’Hypnerotomachia di Federico Cerruti
Giandujotto scettico n° 189 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Sulla collina di Rivoli (Torino), una curiosa villa dalle linee sinuose ospita da anni una ricchissima collezione artistica. Fu l’imprenditore Francesco Federico Cerruti (1922-2015), fondatore della Legatoria Industriale Torinese, a metterla insieme, pezzo, a pezzo in oltre cinquant’anni di ricerche. Oggi la sua collezione è visitabile grazie alla collaborazione con il Castello di Rivoli, sede di un importante Museo d’Arte Contemporanea. Pochi sanno, però, che tra i pezzi più pregiati custoditi nella villa vi è anche un libro “esoterico”, un’editio princeps di un’opera il cui significato è ancora oggi avvolto nel mistero: l’Hypnerotomachia Poliphili, capolavoro tipografico del Rinascimento italiano, pubblicata nel 1499 da Aldo Manuzio, uno dei vertici della tipografia italiana. Ecco la storia di questo libro.
Dalle mani di Grolier alla collina di Rivoli
Francesco Federico Cerruti costruì la sua villa alla fine degli Anni 60 del Novecento, per alloggiare gli anziani genitori, che però non vi abitarono mai. La destinò allora alla collezione che stava mettendo insieme, aprendola solo di rado ad amici e conoscenti, in particolare il 31 dicembre di ogni anno, vigilia del suo compleanno, e il 18 luglio, giorno di san Federico. Negli anni, l’imprenditore la riempì di opere di Rembrandt, Renoir, Modigliani, Kandinskij, Klee, Boccioni, Balla, De Chirico, Magritte, ma riuscì anche a mettere le mani su uno dei libri più ricercati da bibliofili e collezionisti, l’Hypnerotomachia Poliphili.
Cerruti lo acquistò nel 2000, dopo anni di ricerche, dalla Librairie Sourget di Parigi, una delle più celebri librerie antiquarie della capitale francese. La sua pregiata legatura in pelle di capra marrone, attribuita al Maestro detto Fleur-de lis-Binder, era stata fatta realizzare nel Cinquecento dall’umanista francese Jean Grolier, appassionato bibliofilo e per un breve periodo anche tesoriere del Regno di Francia. Il libro ne conserva ancora le tracce: nella parte anteriore del volume spicca l’ex libris “Io. Grolierii et amicorum”, mentre su quella posteriore è impresso il suo motto, “Portio mea D[omine] sit in terra viventium” (un riferimento al Salmo 142). Le decorazioni in oro della copertina, con motivi a riquadri, fioroni e fiori di loto, rivelano il gusto raffinato dell’antico proprietario.
Quella acquistata da Cerruti è un’editio princeps del libro, ovvero la sua prima edizione a stampa, corredata da 172 splendide xilografie, parte integrante della narrazione. È un incunabolo, ovvero, uno dei libri stampati con il torchio a caratteri mobili dalle prime impressioni di Gutenberg fino al 1501. Un sogno per qualsiasi collezionista, dal momento che i volumi completi di quest’opera arrivati sino a noi si contano sulle dita d’una mano. Sono tuttora ricercatissimi, anche per l’aura di mistero che circonda il libro.
Un sogno allegorico ricco di misteri
Che cosa rende l’Hypnerotomachia Poliphili un libro così speciale? In italiano, il titolo suona come “Combattimento amoroso di Polifilo in sogno”. Attraverso le sue pagine e le illustrazioni, il lettore viene introdotto a un universo onirico e allegorico. Il protagonista, Polifilo (“amante di molte cose”), intraprende un viaggio alla ricerca della sua amata, Polìa (“molte cose”). Un percorso che si snoda attraverso paesaggi fantastici costellati di rovine di templi, piramidi, giardini classici e obelischi, e che culmina nell’incontro con Polìa e nella celebrazione del loro amore sotto l’egida del tempio di Venere.
Il racconto è ambientato nel 1467, ed è redatto in un linguaggio complesso e insolito: un misto di volgare e di latino, ricco di arcaismi, neologismi e citazioni colte. Ulteriore ostacolo interpretativo è l’impiego congiunto di caratteri greci, ebraici e – prima volta in un libro occidentale – anche arabi, mentre nelle xilografie risaltano allusioni simboliche, pittogrammi che ricordano i geroglifici egiziani e persino alcune formule matematiche, che hanno suggerito ad alcuni la possibilità che celino enigmi crittografici ancora da sciogliere.
Il mondo è una foresta di simboli
L’Hypnerotomachia Poliphili è stata letta in molte occasioni come un percorso iniziatico. La ricerca di Polìa sarebbe un’allegoria della ricerca dell’amore per la Sapienza, sempre influenzata dagli alterni influssi della Fortuna.
Il viaggio si apre con Polifilo vagante in paesaggio onirico, intricato e labirintico, una selva oscura d’intonazione dantesca. Nel suo peregrinare, l’eroe incontra figure e creature simboliche – fra le altre, una lupa famelica che sbarra il suo cammino. Il viaggio lo conduce a numerose rovine antiche, premessa per una ricostruzione basata sulla sapienza e sulla conoscenza.
Polifilo giunge poi in un delectabile sito, occasione per ammirare templi sontuosi, fontane e ponti, spesso descritti minuziosamente, come nel caso dell’elefante obeliscoforo (simbolo della Sapienza) e della magnifica fontana de Le Tre Grazie, illustrate entrambe da meravigliose xilografie. In un altro momento cruciale del percorso iniziatico, Polifilo si trova di fronte a tre porte, ognuna con un’iscrizione in diverse lingue (dialetto ionico, latino, ebraico e arabo), che presentano iscrizioni come Theodoxia (Gloria di Dio), Cosmodoxia (Gloria del Mondo) e Erototrophos (Madre d’Amore), il cui vero significato gli è svelato da altri personaggi che compaiono via via in scena. Nel suo viaggio, Polifilo è spesso accompagnato da figure femminili come ninfe e “fanciulle”, che lo guidano e che interpretano per lui i simboli che gli si parano davanti.

Anche il motivo classico del festina lente (affrettati lentamente) compare in due occasioni durante l’attraversamento di ponti: l’iniziato necessita di equilibrio e di prudenza nel suo percorso. Soltanto verso la fine del viaggio, Polifilo sembra avvicinarsi al raggiungimento del suo obiettivo, guidato dalla fanciulla Thelemia verso il luogo dove troverà infine ciò che il suo cuore desidera, sullo sfondo di un’iniziazione ad un tempo esoterica e filosofica.
A chi volesse approfondire i complessi rimandi simbolici e iconologici delle xilografie, consigliamo questa pagina del Bollettino Telematico dell’Arte.
L’enigma dell’autore
Uno degli aspetti che hanno contribuito ad alimentare il mistero dell’Hypnerotomachia Poliphili è l’anonimato che ne accompagna la prima edizione. Nel corso dei secoli, l’opera è stata attribuita a diversi personaggi illustri, da Lorenzo il Magnifico a Giovanni Pico della Mirandola, fino allo stesso stampatore, Manuzio. Tuttavia, la scoperta di un acrostico formato dalle lettere iniziali di ogni capitolo del volume, che rivela la frase Poliam frater Franciscus Columna peramavit, ovvero “Frate Francesco Colonna amò intensamente Polìa”, ha meglio indirizzato la maggior parte degli studiosi.
L’autore sarebbe da identificarsi quindi in un Francesco Colonna la cui biografia rimane però ancora oggi oggetto di dibattito. Due principali ipotesi si contendono il campo: la tesi “veneziana” ne fa un frate domenicano del convento dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, che prima di prendere i voti avrebbe nutrito un amore non corrisposto per una giovane di Treviso di nome Ippolita Lelli, idealizzata come Polìa.
La tesi “romana”, sostenuta dallo storico dell’arte Maurizio Calvesi, identifica invece l’autore con Francesco Colonna signore di Palestrina, membro della celeberrima famiglia romana e frater (membro) dell’Accademia romana dell’umanista Pomponio Leto.
La fortuna di un testo
In Italia, dopo la sua pubblicazione, l’Hypnerotomachia Poliphili non ha goduto di particolare successo. Fu ristampato una sola volta, a Venezia, nel 1545, per poi cadere nell’oblio fino al Diciassettesimo-Diciottesimo secolo. In Francia, al contrario, il libro ha avuto una fortuna critica particolarmente vasta: già dal 1546 compaiono copie tradotte dell’opera, come l’Hypnerotomachie, ou discours du songe de Poliphile, riedito con regolarità fino a tempi moderni. Nel 1600 ne uscì una seconda edizione francese, Songe du Poliphile, curata da Béroalde de Verville per l’editore parigino Matthieu Guillemot: questa versione era considerata più esoterica rispetto alla prima, col suo un frontespizio ricco di simbologie e riferimenti alla cabala.
Il successo francese del libro condusse a una maggior fama dell’idea che si trattasse di un “discorso segreto”. Aumentò così la reputazione di testo occulto e inaccessibile, il che generò a sua volta nuovi studi, a volte dai toni stravaganti. Nel tempo, i suoi simboli sono stati ritenuti derivazioni della mitologia classica, del neoplatonismo e dell’alchimia, ma anche di altre tradizioni esoteriche, a indicare le incertezze che tuttora lo circondano. Altri hanno ipotizzato che l’Hypnerotomachia Poliphili nascondesse intenti politici o filosofici eterodossi, diretti alle élite intellettuali di fine Quattrocento. In questo senso, l’anonimato sarebbe stato un mezzo per sfuggire alle attenzioni delle autorità politiche e religiose.
Forse proprio in funzione della sua natura ambigua, l’Hypnerotomachia Poliphili si è guadagnata uno spazio anche nella cultura pop contemporanea. È citato all’inizio del film La nona porta (1999), di Roman Polanski, e nella Misteriosa fiamma della regina Loana, di Umberto Eco. Costituisce anche il tema portante del romanzo Il codice del quattro, di Ian Caldwell e Dustin Thomason (2004), diventato un best seller sull’onda del famigerato Codice Da Vinci.
Con la sua aura di enigma indecifrato, l’Hypnerotomachia Poliphili è uno dei libri più ricercati dai collezionisti e dagli studiosi. La sua rarità ne fa un oggetto del desiderio per bibliofili di ogni tempo. La sua presenza a Rivoli, alle porte di Torino, offre una rarissima opportunità di approfondire la conoscenza di un’opera fondamentale nella storia della tipografia, del Rinascimento e della formazione del pensiero esoterico moderno. Un sogno di carta e inchiostro che, a distanza di oltre cinquecento anni, continua ad interrogarci.
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