7 Luglio 2024
Approfondimenti

Sindrome dell’Avana: nessuna evidenza di “armi soniche russe”, ma la polemica continua

La cosiddetta “Sindrome dell’Avana” continua a costituire oggetto di interesse a diversi livelli. Da una parte, due nuovi lavori pubblicati sul Journal of American Medical Association (JAMA, sono qui e qui) hanno presentato studi importanti sul fenomeno, dall’altro, un forte ritorno d’interesse giornalistico  ha riletto la vicenda nell’ambito delle attuali tensioni politiche internazionali, in particolare di quelle fra Stati Uniti e Russia, accreditando la realtà della “sindrome”. Quale il punto della situazione, dopo questi sviluppi incrociati? Ne abbiamo parlato con Sergio Della Sala, specialista in neurologia, direttore dell’unità di Neuroscienze cognitive umane dell’Università di Edimburgo e presidente del CICAP. Query Online aveva già sentito al riguardo Della Sala in una precedente intervista.

Query Online: In primo luogo sono appena stati pubblicati due nuovi studi sul Journal of American Medical Association (JAMA): quali sono le novità più significative che emergono da queste nuove ricerche?

Della Sala: I due studi appena pubblicati da JAMA, che sono di ottima fattura, hanno confrontato diplomatici USA che si ritengono affetti da quella che era stata etichettata come Sindrome di Avana, e che adesso viene chiamata “Anomalous Health Incidents” (AHI) con persone non affette che fungevano da controllo. Uno di questi studi non ha trovato alcuna differenza clinica, inclusi test vestibolari, acustici e cognitivi; l’altro nessuna differenza nelle neuroimmagini, cioè nella struttura e funzione del cervello, tra questi due gruppi. Questi due studi falsificano i precedenti risultati preliminari, che invece sostenevano l’esistenza di disturbi cognitivi e vestibolari, ma che erano tarati da gravi problemi metodologici. Noi stessi abbiamo riprodotto mille simulazioni dei dati precedentemente raccolti, dimostrando che con i criteri proposti, era impossibile risultare normali.

Purtroppo, l’editoriale che accompagna questi due articoli, ne mina l’approccio costruttivo, rilanciando la tesi improbabile dell’esistenza di armi soniche segrete che provochino sintomi, pur se esclusivamente soggettivi. Un altro aspetto interessante dei due studi su JAMA, è che dimostrano che quasi la metà dei pazienti da loro esaminati, indipendentemente dall’area geografica dove avevano avvertito i sintomi, potevano essere diagnosticati come affetti da disturbi neurologici funzionali causati da stress psicologico. Il che giustificherebbe l’assenza di riscontri organici cerebrali.

Secondo una recente inchiesta giornalistica condotta da The Insider in collaborazione con 60 Minutes (CBS) e dal tedesco Der Spiegel, invece, vi sarebbero indizi del fatto che delle “misteriose lesioni cerebrali segnalate dai funzionari della sicurezza nazionale degli Stati Uniti” sarebbero responsabili armi a energia diretta sperimentate dall’Unità 29155 del GRU, il Direttorato Principale dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Federazione Russa. Ci sono evidenze concordi sull’esistenza di queste lesioni cerebrali? Se ci sono, cosa sappiamo della loro origine? Se non ci sono, di cosa si sta parlando, in effetti?

Molti funzionari nordamericani mentre lavoravano a diverso titolo per le agenzie USA hanno lamentato in posti diversi e in tempi diversi sintomi e malesseri soggettivi, che però si sono dimostrati elusivi alle indagini mediche. In particolare, non si è mai trovata la prova di una lesione o malfunzionamento cerebrale in nessuna delle persone affette. Tanto che la sindrome è stata chiamata “immacolata concussione”. 

Questo non significa che i disturbi denunciati dal personale USA non siano da prendere in seria considerazione. Le persone che manifestano questi sintomi, anche se soggettivi, vanno presi in carico, e possibilmente curati. Il problema è che se invece di cercare di capire cosa li affligge, si fa credere loro di essere stati vittime di un improbabile attacco sonico con armi segrete che violano ogni legge fisica, ogni possibilità di trattamento serio viene allontanata. Si consideri che nessuno che lavorava nelle vicinanze, addirittura nelle stesse stanze dei funzionari affetti, ha mai manifestato sintomi simili. Quindi, si presuppone un raggio a microonde, inviato da grande distanza, incredibilmente preciso e in grado di incidere sul cervello delle persone senza però provocare alcuna bruciatura sui tessuti biologici. Inoltre, il dibattito sulla causa è mal posto. Si cerca una causa medica quando si è dimostrata una sindrome. I due recenti lavori su JAMA non trovano alcuna prova che esista una sindrome. Quindi, si dibatte delle cause di una sindrome che non è stata osservata e che allo stato attuale delle conoscenze è molto improbabile. 

Prima di dibattere sui meccanismi che portano gli asini a volare, sarebbe consigliabile dimostrare che volano. Sul piano non scientifico, è davvero preoccupante che di questi tempi si immettano nel discorso pubblico illazioni sul coinvolgimento della Russia in attacchi mirati a funzionari USA. Gli articoli che rilanciano la tesi sensazionalistica del documentario di 60 Minutes, sono usciti il primo di aprile; se non fosse tragico verrebbe il dubbio di uno scherzo inappropriato.

Ancora oggi si parla di Sindrome dell’Avana, come se avessimo a che fare con una specifica malattia o una ben identificata  configurazione di sintomi, ma le cose stanno davvero in questi termini?

Il termine è cambiato in “Anomalous Health Incidents” (AHI). I sintomi sono vaghi e soggettivi, e diversi da caso a caso. Non si tratta di una sindrome omogenea, ma di una congerie di malesseri piuttosto aspecifici, dal senso di stanchezza, al mal di testa, alla perdita di concentrazione o di memoria, a forme di fastidi acustici e vestibolari. Quindi non una sindrome. La convergenza è offerta dalla tipologia delle vittime, cioè funzionari e diplomatici USA e dall’associazione tra insorgenza e la percezione di un suono anomalo.

Proprio un anno fa, un rapporto dell’Intelligence statunitense negava che un qualche paese straniero potesse essere accusato di questa presunta sindrome. La nuova inchiesta giornalistica contraddice quelle conclusioni, ma le prove che porta sono secondo lei sufficienti?

L’inchiesta giornalistica della CBS e il rapporto del National Intelligence Council (NIC) partono da presupposti molto diversi, quasi inconciliabili. Il rapporto del NIC pervenne alle sue conclusioni, ossia che non c’erano evidenze sufficienti per sostenere una sindrome, e quindi ancor meno che potessero esistere armi segrete usate da qualche potenza straniera contro gli USA  esaminando tutte le fonti cliniche e scientifiche a disposizione. L’inchiesta giornalistica è invece una sommatoria di aneddoti scelti per una narrativa, senza contraddittorio e molto unilaterale. 

La vicenda della cosiddetta sindrome sembra avere sin dall’inizio una coloritura anche politica, nel senso che si inserisce nel quadro delle relazioni statunitensi con paesi considerati nemici, dapprima Cuba, e ora la Russia. Che ruolo ha giocato la politica in questa vicenda?

Purtroppo la scienza non è sempre guidata da interessi di conoscenza, ma da conflitti di interesse, finanziari, di carriera, di convenienza che  ne limitano la trasparenza. Uno degli ultimi articoli che ho scritto sulla cosiddetta sindrome di Avana per la rivista International Journal of Social Psychiatry, si intitolava proprio “Politics dictating on science is like a gunshot in a concert”.

Nella discussione del loro articolo, Chan e i suoi colleghi si pongono il problema di alcuni risultati nei test utilizzati nel gruppo dei soggetti colpiti dalla presunta sindrome e nel gruppo di controllo – quelli che non avevano descritto nessun sintomo. A un certo punto, visti i sintomi autoriferiti dai “malati”, notano che “la mancanza di un’evidenza di danni cerebrali non significa necessariamente che qualche danno non sia presente, o che non si sia verificato al momento dell’incidente sanitario anomalo”. Quanto è plausibile, dal punto di vista delle neuroscienze, che “qualcosa” sia accaduto, anche se l’eventuale causa non è risultata più dosabile sulla base degli esami fatti? 

In scienza si discute di probabilità. Qui la probabilità di un deficit organico che spieghi i sintomi denunciati è modesta, perché la cosa richiederebbe ammettere l’esistenza di una danno invisibile con le tecnologie disponibili eppure capace di effetti a lungo termine, diversi da caso a caso e causati da energie esterne, mirate e specifiche a determinati individui, capace di penetrare tessuti biologici senza lasciare traccia del loro passaggio. Ma il non trovare evidenza di un danno non significa poter affermare con la sicurezza delle opinioni che questo danno non ci sia. I dati lasciano sempre un margine di dubbio, che si assottiglia quanto più i dati sono convergenti tra loro, e le fonti che li producono sono indipendenti una dall’altra.

Rimane la domanda di fondo: per lei questi due lavori hanno posto la parola fine alla storia della Sindrome dell’Avana, oppure permane ancora qualche area d’incertezza? Quand’è che controversie come queste possono considerarsi ragionevolmente chiuse, dal punto di vista della logica della ricerca? 

Recitare il requiem per una qualunque affermazione quando ci sono interessi extra-scientifici, è irragionevole. Non succede soltanto nel caso di queste esperienze anomale, ma in molti altri dibattiti. Spesso, gli interessi degli scienziati non coincidono con quelli della scienza. Si può però contare sul cosiddetto Effetto Declino. Lentamente, il sostegno a idee non supportate da evidenze solide si assottiglia, ma rimane sempre uno zoccolo di “credenti” che antepongono la loro opinione e la loro visione del mondo alla presa d’atto dei dati disponibili e all’aderenza di questi alle altre conoscenze scientifiche accumulate nel tempo.

Immagine: L’Avana, foto di alexrojas2990, da Pixabay