26 Giugno 2024
Approfondimenti

“Il castello nei Carpazi” di Jules Verne, una storia di positivismo, complotti e superstizioni


di Paola Frongia e Giuseppe Spanu

(Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler)

A molti sarà capitato di immaginare di esplorare le caverne più profonde del pianeta dopo aver letto Viaggio al centro della terra (1864), oppure di visitare gli abissi marini affascinati dalle avventure del capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari (1870), o in viaggio per turismo di sentirsi come Phileas Fogg ne Il giro del mondo in ottanta giorni (1873). Sono opere di Jules Verne che hanno suggestionato la fantasia dei lettori per generazioni. Invece quanti hanno immaginato l’Antartide de La sfinge dei ghiacci (1897) o la Lettonia di Un dramma in Livonia (1905)? Probabilmente pochi, eppure si tratta di romanzi avvincenti tanto quanto i più famosi partoriti dalla mente dello scrittore francese. 

La produzione di Jules Verne si può dividere in due fasi: c’è un primo Verne, le cui opere sono caratterizzate da una marcata fiducia nella scienza e da un ritmo incalzante dell’avventura; e c’è un secondo Verne, i cui romanzi sono impregnati di cupo pessimismo per il futuro dell’umanità e di inquietudine verso le nuove tecnologie. Il castello dei Carpazi [1] appartiene al secondo periodo, quello in cui l’autore viene tormentato da una paralisi progressiva alle gambe, da lutti familiari, dal diabete, da un nipote psicotico che tenterà di ucciderlo, ma è anche quello in cui la sua fervida fantasia partorisce romanzi sempre più complessi e di straordinaria modernità. 

Il castello dei Carpazi sembrerebbe un romanzo gotico in piena regola: c’è un castello diroccato sui monti Orgall in Transilvania, [2] su cui aleggiano terribili leggende; c’è un villaggio di rumeni superstiziosi che assiste a fatti inspiegabili e crede che il maniero sia infestato da fantasmi; c’è poi una fanciulla forse tenuta prigioniera nel castello da un villain e il suo fidanzato che cerca di liberarla. Tuttavia niente è come sembra, perché: 

«Questa storia non è fantastica […] Ma poiché è inverosimile, dobbiamo forse concludere che non è vera? Sarebbe un errore. Apparteniamo a un’epoca in cui accade tutto – anzi in cui si potrebbe dire che tutto è accaduto. Se il nostro racconto non è verosimile oggi […] domani […] nessuno oserebbe metterlo sullo stesso piano delle leggende». 

La storia si apre con il pecoraio Frik, che non ha nulla di bucolico come Titiro e Melibeo di Virgilio [3] ma è solo un pastore avido e trasandato, che una sera incontra un venditore ambulante di binocoli, barometri e orologi capitato in quelle lande dei Carpazi. Verne in questo passo cita L’uomo della sabbia (1817) di E.T.A. Hoffmann: sia Nathanael (il protagonista del racconto di Hoffmann) che Frik incontrano un venditore ambulante e acquistano un cannocchiale, per liberarsi della sua presenza. In entrambe le storie, sarà proprio l’impiego di questo strumento a mettere in moto la macchina narrativa: Nathanael vedrà la figlia del professor Spalanzani alla finestra, con conseguenze catastrofiche per lui; [4] Frik vedrà del fumo uscire dalle antiche mura del castello creduto disabitato, dando inizio all’indagine per scoprire il mistero di quella esalazione. 

Se alla fine del XIX secolo la Transilvania è una terra ancora legata a vecchie superstizioni, il villaggio di Werst (da cui proviene Frik) lo è ancora di più: qui la gente crede veramente che i draghi rapiscano le fanciulle, i vampiri si abbeverino di sangue umano e i lupi mannari corrano per le campagne, perché l’ha imparato a scuola dal maestro Hermod. 

Per la comunità di Werst solo il Chort, ovvero il diavolo, può aver acceso il fuoco al castello. I notabili del villaggio (il maestro Hermod, il mastro Koltz, la guardia forestale Nic Deck, il dottor Patak, il locandiere Jonas e Frik) si riuniscono nella locanda per decidere come affrontare questo fenomeno inspiegabile. Solo il dottor Patak (un ex infermiere che si spaccia per un medico) irride la superstizione dei suoi compaesani, ma in cuor suo è altrettanto credulo. 

La riunione si sarebbe conclusa con un nulla di fatto se Nic Deck non avesse comunicato che sarebbe andato al castello per verificare di persona se si trattasse di spettri o di vagabondi. A quel punto nella locanda si ode una voce soprannaturale che intima a Deck di non avvicinarsi al castello e tutti gli astanti fuggono come colombe dopo uno schiocco. Però Nic Deck è davvero coraggioso e il giorno dopo, accompagnato dal riluttante dottor Patak, sale sul colle di Vulkan per visitare la fortezza e vederci chiaro. 

Tuttavia appena giungono all’ingresso del maniero, dapprima vengono storditi da bagliori straordinari e muggiti terrificanti, poi quando Deck cerca di penetrarvi, arrampicandosi sulla catena del ponte levatoio, cade a terra fulminato da una misteriosa energia. Ritornati al villaggio malconci, raccontano la loro disavventura e il terrore si sparge per tutto il borgo. Proprio in quel momento giungono a Werst il conte Franz de Telek (anche lui rumeno) e il suo fido servo Rotzko e apprendono la storia di Nic e Patak, a cui però non credono, e il nome dell’ultimo proprietario del castello, il barone Rodolphe de Gortz, che Telek ricorda molto bene… 

Durante la notte trascorsa alla locanda, Telek ode chiaramente la voce di Stilla, la sua fidanzata. Spiriti o meno, c’è un mistero da risolvere: la ragazza è davvero prigioniera di de Gortz? E perché dovrebbe essere reclusa dentro la fortezza? 

A questo punto Verne narra l’antefatto: il barone Rodolphe de Gortz, scappato [5] dalla Transilvania dopo una rivolta contro gli oppressori ungheresi fallita anni prima e rifugiatosi a Napoli, si era innamorato della voce della soprano Stilla, promessa sposa di Telek. Si badi, e qui sta la modernità di Verne, de Gortz non prova amore per la ragazza, ma desidera soltanto la sua voce e la sua immagine, perché è ossessionato dal suo incredibile talento. Tant’è vero che ogni volta che la cantante si esibisce, si fa accompagnare dallo scienziato Orfanik, che segretamente registrerà la voce della cantante (come tanti oggi fanno con il telefonino durante un concerto), fino a quando la donna muore d’infarto sulla scena. 

Dopo la scomparsa di Stilla, de Gortz ritorna nella dimora avita, forte della paura che ha sempre tenuto i contadini lontano dalla fortezza, e trascorre le giornate ad ascoltare ripetutamente i canti della sua artista prediletta. 

De Gortz si comporta come un otaku, un fan ossessionato dalla sua idol, che il geniale Orfanik riproduce in formato tridimensionale, proiettando ovunque il suo ritratto grazie a un gioco di specchi inclinati (siamo nel 1892 e Verne già anticipa gli ologrammi), sintonizzandolo con la musica. Lo dice esplicitamente a un frastornato Telek, che per trarre in salvo la sua amata, commette l’errore d’introdursi nel castello e viene sequestrato: 

«… la sua voce mi resta… La sua voce è mia… Solo mia… E non sarà mai di nessun altro!». 

Una fissazione che spingerà de Gortz alla morte perché quando Rotzko, giunto in soccorso di Telek, sparerà verso il barone affacciato alla finestra, non lo colpirà ma distruggerà la scatola che conteneva il cilindro metallico su cui era incisa la voce della cantante, che lui stringeva tra le braccia. Impazzito per la perdita di quel prezioso apparecchio fonografico, de Gortz preferirà suicidarsi facendo saltare in aria il castello, [6] piuttosto che continuare a vivere senza la voce di Stilla. 

A questo punto Verne chiarisce perché quei fenomeni che sembravano inspiegabili, in realtà sono spiegabilissimi. Orfanik è l’eminenza grigia dietro ogni avvenimento: un cavo telefonico nascosto (in grado di emettere e ricevere suoni) gli ha permesso sia di intercettare i discorsi dei paesani e di conoscere in anticipo le loro mosse, che di far udire loro le voci ultraterrene nella locanda; e tramite un macchinario speciale, è riuscito a generare suoni terrificanti e a produrre la scarica elettrica che ha colpito Nic Deck. 

Il genio anticipatore di Verne in questo romanzo si nota anche nell’affrontare sia il tema della manipolazione delle masse, che della propensione al credere in false idee. Orfanik non è diverso da chi oggi “fabbrica” teorie cospirative facendo leva sulla diffidenza della gente verso le versioni ufficiali; infatti utilizza la tecnologia per manipolare le candide menti dei locali e indurli a convincersi che dei fantasmi alloggino nel castello. 

Persino uno scettico come Telek è vittima delle sue invenzioni diaboliche: ode il canto di Stilla nella locanda (ma sappiamo che è un cavo telefonico a diffondere la sua voce registrata), poi vede la sua figura sulle mura del castello (ma è un ologramma) e crede che sia ancora viva, anche se sa benissimo di averla sepolta con le sue mani cinque anni prima. 

La storia raccontata da Jules Verne si svolge in un periodo in cui si erano fatti notevoli progressi sull’impiego dell’elettricità e degli apparecchi telefonici. Orfanik si dà un gran da fare in questo campo, tuttavia il suo genio non viene riconosciuto dalla comunità scientifica, così accetta di mettere le sue scoperte al servizio del barone de Gortz, cioè del Potere e del Denaro, dapprima per “catturare” la voce della cantante, poi per ingannare con suoni e immagini chiunque si trovi nei paraggi del castello. Tuttavia alla fine del romanzo, quando Orfanik confesserà alla polizia tutti i dettagli sui mezzi adoperati per ingannare la popolazione, gli abitanti di Werst non capiranno di essere stati vittime di un imbroglio e continueranno a pensare che i ruderi del castello siano infestati dai fantasmi. 

Precorrendo i tempi, Verne intuisce che chi vive nelle tenebre, anche quando viene illuminato dalla luce della scienza e della ragione, continuerà a vivere nell’oscurità perché è più confortevole di una verità sgradevole e dolorosa. Quei contadini non sono poi così diversi da chi oggi vede complotti ovunque e si ostina a credere all’improbabile anche di fronte a prove contrarie. Dal punto di vista cognitivo, chi è veramente convinto di qualcosa, ha bisogno di credere e nessun debunking gli farà cambiare idea; per chi si trova in tali condizioni è più facile negare la realtà, perché per modificare le proprie convinzioni dovrebbe ammettere di avere sbagliato. [7] 

Naturalmente il maestro Hermond non smetterà di “basare le sue lezioni sullo studio delle leggende transilvaniche”, e così “per molto tempo ancora le giovani generazioni di Werst” cresceranno credulone e contente

Note

  • [1] Tradotto anche come Il castello in Transilvania. Sono diverse le edizioni italiane de Le Château des Carpathes negli ultimi anni: Editori riuniti 1996, Avagliano 2008, PianoB 2012 e Mondadori 2021. Le citazioni presenti nell’articolo sono tratte dall’edizione di Avagliano.
  • [2] Jules Verne, in questo romanzo, ha anticipato i temi sviluppati anni dopo da Bram Stoker in Dracula.
  • [3] Titiro e Melibeo sono due pastori resi celebri dalle Bucoliche di Virgilio.
  • [4] Lo studente universitario Nathanael si innamora di Olimpia, figlia del professor Spalanzani, ma quando scoprirà che si tratta di un robot, impazzirà e si getterà da una torre.
  • [5] Poiché da quel momento nessuno l’aveva più visto, al villaggio ritenevano che fosse morto.
  • [6] Telek, scampato fortunosamente all’esplosione del maniero, sarà delirante per molti mesi dopo la fine dell’avventura.
  • [7] Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura di La scienza dell’incredibile e Il mondo sottosopra di Massimo Polidoro.

Immagine di apertura di Bondaru da Pixabay