26 Maggio 2024
Approfondimenti

La storia del salotto medianico di Nella Doria Cambon, tra mistica e “spiriti fascisti”

di Paolo Cortesi 

Nell’Almanacco della Donna Italiana del 1941, nella categoria “scrittrici”, Nella Doria Cambon si presentava così: «Nata a Trieste. Collaboratrice di giornali italiani ed esteri. Vari volumi di prosa spiritualista, poesia, novelle, medianità, favorevolmente giudicati. Opere principali: Le Diane; I Sistri; Canti dello zodiaco; Convegno celeste; La logica poetica. Apprezzamenti dal Pascoli, dal D’Annunzio, dal Re Imperatore, dal Duce, dal Duca d’Aosta. Medaglia d’oro della Società Scienze e Lettere di Genova». Nata nel 1872, era figlia dell’avvocato Luigi Cambon, deputato al Parlamento di Vienna e convinto sostenitore dell’italianità del territorio che faceva allora parte dell’impero asburgico. La madre, Elisa Tagliapietra, aveva creato e animava un salotto letterario che divenne presto punto di riferimento di artisti e intellettuali locali, tutti accomunati dal patriottismo italiano.

Una donna notevole

A ventidue anni, sposò Costantino Doria (1862-1930), un ingegnere triestino e massone tanto filoitaliano che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venne inviato in esilio a Vienna, dove tuttavia continuò lo spionaggio in favore del Regno d’Italia. Cambon nacque e visse dunque in un ambiente dell’alta borghesia “irredenta” vivamente impegnata nella causa nazionalista. Seguendo l’esempio della madre, Nella fu la sofisticata anfitriona di un salotto che fu dapprima letterario, e poi – definitivamente – spiritistico.

Pubblicò alcune raccolte di poesie vistosamente dannunziane (Primi Versi nel 1894; Petali al vento, 1904; Le Diane, 1911; I Sistri, 1914), e cercava fama e successo come poetessa, quando un incontro casuale cambiò per sempre la sua vita. Come tantissime signore della high society, Doria si interessava allo spiritismo, ma piuttosto come strano passatempo di società, da cui aspettarsi un po’ di brivido nelle lunghe serate tra amici, tazze di tè singalese e costose sigarette turche.

Fu nel 1919, a casa di un tal Giulio Piazza, poeta, che Nella Doria Cambon conobbe due fratelli, Romana ed Enrico Fornis, che le furono presentati quali straordinari medium. Dei due, Enrico (1893-1933) era il più dotato. A luce soffusa, dopo che i presenti avevano recitato una preghiera e avevano formato la catena per l’evocazione spiritica, dopo qualche minuto o talvolta un tempo più lungo, lui vedeva le anime dei parenti morti che stavano a fianco o dietro di chi assisteva. 

Ma si manifestavano anche spiriti di grandi personaggi, da Napoleone a Darwin, da Mazzini a Dante e a San Sebastiano, da Tolstoj e Richelieu a Buddha, da Verdi a Lombroso, da Platone e Socrate a Lamartine; perfino Gesù Cristo. Enrico Fornis era un medium “a incarnazione”: mimava i gesti dell’anima che si manifestava, atteggiava lo sguardo e la voce di conseguenza: così Napoleone era sempre accigliato, brusco e con le braccia conserte, mentre Manzoni (che, tra parentesi, era lo spirito guida del circolo Doria Cambon) era bonario e preferiva stare seduto; quando incarnava l’anima della regina Maria Antonietta o di Duse, Enrico parlava in falsetto. 

Romana, invece, era una medium “uditiva”: anche se spesso vedeva gli spiriti che affollavano il salotto, era più brava nell’ascoltare le loro confessioni e i loro pistolotti morali. Enrico Fornis era una curiosa figura inquieta e irrisolta; devoto cattolico, aveva la passione – e una certa capacità – per la poesia, per la pittura, per la recitazione e la declamazione, ma per vivere dovette adattarsi ad un ruolo di istitutore prima e impiegato poi nell’Istituto dei Poveri di Trieste, in cui era stato assunto grazie alla raccomandazione di Nella Doria Cambon. 

Anche Fornis era un fervente nazionalista. Partecipò alla Grande Guerra come soldato semplice e ne fu entusiasta; così scriveva alla famiglia il 25 ottobre 1915: «Ho visto il sangue fumante lavare e battezzare la terra. Ho visto gli Eroi caduti, ho sentito il grido d’Italia sulle labbra dei nostri fratelli. Ho gridato e grido ancora finché avrò vita: bisogna vincere fino alla fine. Io spero di tornare, ma se dovessi morire, miei cari, non piangetemi». E in una sua poesia scritta in trincea si può leggere:

«(…) Pei miei morti e pei miei vivi,/ per la terra e per il mare/ il mio sangue, la mia carne,/ tutto quanto vo’ donare».

Dalla fine del 1919 fino alla morte prematura per polmonite (3 marzo 1933), Enrico Fornis fece decine e decine di sedute “ad incarnazione”, di cui Nella Doria Cambon scriveva i verbali. La fama del medium andò oltre Trieste: nel 1925, il barone Giuseppe Tonello – spiritista irriducibile – lo condusse a Vienna, dove fu ospitato dalla baronessa Hamker, perché si producesse nelle sue straordinarie performance. 

Nella loro lunga carriera di medium, Romana ed Enrico Fornis dettarono centinaia di comunicazioni, che la Doria Cambon trascriveva (quando erano abbastanza chiare) e che pubblicò in numerosi articoli, soprattutto sulla rivista Mondo Occulto, e in due libri, Il convito spiritico (Vallecchi, 1925) e Il Convegno Celeste (Fratelli Bocca, 1933).

Fantasmi in camicia nera?

Non mi occupo qui dei tantissimi messaggi moraleggianti: sono tutti decisamente monotoni, tutti ripetono i pochi fondamenti dell’etica spiritistica, per la quale la vera vita inizia dopo la morte, e l’esistenza terrena è soltanto un laboratorio, un’officina, una palestra in cui si devono mettere in pratica l’altruismo e la rassegnazione al dolore (lo spiritismo si nutre di dolore) per evolvere spiritualmente, con successive reincarnazioni, verso una ineffabile condizione di perfetta purezza e conoscenza. 

Molto più interessanti sono le pretese comunicazioni ultraterrene di carattere politico. Facciamo attenzione alle date: il salotto spiritistico di Nella Doria Cambon inizia la sua intensa attività nel novembre 1919. La Grande Guerra è appena finita; l’Italia ha vinto, ma ad un prezzo durissimo: 650mila morti militari e 589mila civili, l’economia divorata dalla produzione bellica, la finanza sfinita dal conflitto che per il Regno d’Italia è costato il doppio di quanto esso aveva speso dall’Unità fino al 1913.

Le conseguenze di questo cataclisma sociale furono terribili e gigantesche; la monarchia sabauda, il grande capitale, la borghesia imprenditoriale e i proprietari terrieri fecero cadere tutto il peso della devastazione e della ricostruzione sulle classi subalterne; nazionalismo, repressione e reazione furono le coordinate culturali della borghesia e dell’aristocrazia al governo.

Gli spiriti che appaiono nel salotto triestino di Doria Cambon sono meravigliosamente allineati alle opinioni sociali e politiche della padrona di casa e del medium che presta il suo corpo ai disincarnati, o appariti – come li chiama Nella, con un cesello linguistico tutto dannunziano.

Sentite Giuseppe Mazzini, che dopo morto, nella seduta del 2 novembre 1920, fa la bella sorpresa di rivelarsi monarchico:

«Sono stato sì, repubblicano; ora sono diverso; non per simpatie personali, ma semplicemente perché non vi può essere l’Italia senza il suo Re. Repubblica sarebbe il contrario di ordine sociale, oggi. Le forze sono dispari. Casa Savoia non deve sfasciarsi».  E, immagino, re Vittorio Emanuele III ringrazia. E c’è di meglio: «Guardate il Re – sentenzia Mazzini disincarnato attraverso il medium -. Egli non è che un illuminato da Dio perché sente e vede le cose fatte bene. Dite, dite, che l’Italia regnerà nei secoli dei secoli». 

Ma i ripensamenti postumi non finiscono qui; perfino Darwin morto si dichiara antidarwiniano: «Io rovescio tutta la mia teoria completamente», dice il medium abitato dall’anima affannata del vecchio Charles, nel gennaio 1920. «Non è possibile – prosegue – che l’insieme di materia eterogenea possa creare delle forme intelligenti come quella dell’uomo». E, suppongo, papa Benedetto XV è soddisfatto. 

Nel salotto medianico di Cambon, i grandi morti che si palesano sono decisamente filofascisti. Nella seduta del 14 marzo 1920, il medium accoglie dentro di sé lo spirito di Napoleone, ne assume la posa raffigurata in tutte le illustrazioni di libri («l’aspetto dittatorio, le braccia al petto») e così risponde alle domande:

«Domanda: L’esito del fascismo?

Risposta: Italia!

Domanda: Ma che guasta ancora veramente il trionfo?

Risposta: C’è una radice in terra, così abbarbicata, che sale, sale e mette maschera angelica e sputa bava sanguigna dalla bocca. Bisogna schiantarla!

Domanda: Ci sarà qualcuno che saprà farlo?

Risposta: Ci sarà chi saprà coglierla. È preparata una trappola. La volpe che comincia a perdere il pelo vi cadrà.

Domanda: Chi ha polso?

Risposta: C’è un uomo in Italia».

Se ingenuamente vi chiedete chi fosse quest’uomo a cui allude Napoleone, vi basta ricorrere alla voce ultrafanica di Madame de Thèbes, pseudonimo della sensitiva francese Anne Victorine Savigny (1845-1916), che nel 1920 profetizzava tramite Romana Fornis: «Ne l’Italia, dopo le dilanianti sommosse si formerà, per misericordia divina, una grande nazione. I nemici saranno debellati. (…) Uno solo avrà il trionfo: il suo nome comincia coll’M». 

E ancora: «L’esultanza del popolo italiano avrà eco mondiale. I fiori d’Italia saran recati ai piedi del nostro buon Re in segno di omaggio. Il Cancelliere del Re sarà portato in trionfo (ed aveva alluso a Mussolini, questo chiarimento è di Doria Cambon stessa). L’Uomo che oggi governa l’Italia metterà profonde radici e avvincerà cuore a cuore».

E per il 1924, lo spirito prevedeva: «La vostra bella Italia che ad un estremo all’altro manda il soave profumo della concordia, costringerà diversi altri stati a chinare la fronte dinanzi a coloro che oggi ne reggono le sorti. L’Uomo che tiene nel suo pugno tutti i fili de l’intricatissima matassa sgrovigliata moverà con strategica mano le pedine della sua scacchiera, sempre presente davanti ai suoi occhi. Quell’Uomo è illuminato da Dio, la sua fede è profonda. Una stella del Cielo lo guida ed Egli ciecamente la segue. Il suo cuore irradiante affetto accomuna tutte le anime. Non partirà mai da quella mente pensiero torbido o disonesto. Napoleone e Cesare guidano spesse volte i suoi pensieri. (…) La forza non gli verrà mai meno perché grande è il suo cuore».

Sempre più esplicitamente, lo spirito di Madame de Thèbes annunciò tramite la medium che «un uomo la cui iniziale sarà M. avrà nel pugno gloriosamente la Nazione». Garantiva, inoltre, sulla sovrumana superiorità di Mussolini: «La Volontà Divina è stata data in dono al Capo del Governo per portare al mondo la luce della vigilanza, l’energia della purezza al Regime sottoposto. Non ve lo siete mai domandato come mai quell’uomo fatto di vostra materia, si regga in atti di vita continui? È la grazia divina discesa in Lui».

Il 30 maggio 1930, la medium Romana – mentre chiacchierava con Nella «nel salotto tranquillo» – zittisce all’improvviso e indicando una poltroncina vuota esclama: «È qui Giuseppe Mazzini». Il trapassato risponde gentilmente a domande sull’attualità del momento: la Dalmazia, dice (o meglio: fa dire), «verrà data perché l’Italia la vuole». Poi – dopo aver vaticinato «le scintille del ‘932» (?) – fa qualche riflessione sul duce e il popolo che egli governa, a suo parere, troppo dolcemente: «Il capo è magnanimo. Il popolo? Io farei di peggio, sarei più severo ancora. Certuni hanno bisogno della cavezza perché il popolo è sbrigliato. Ai cavalli si pone il freno in bocca. I popoli devono essere obbedienti alle leggi».

Il 26 luglio 1929 (che Nella indicò come domenica, mentre invece fu un venerdì) lo spirito di Ariosto si manifestò alla «auditività astrale» di Romana Fornis e le dettò, tra l’altro, questo messaggio: «L’epoca è di gloria. Raggiungerete il non sperato. Tutti gli Spiriti Eletti, fautori della gloria italica tripudiano. Aveste veduto la gioia divina sul volto di Papa Sarto il giorno della Conciliazione! Tutte le schiere angeliche erano sul Cielo di Roma. E su ogni città volò un messaggero di benedizione. L’uomo che vi guida ed ha conciliato una guerra sorda ed occulta è il trionfatore della grazia. E su lui cadrà la benedizione di Dio. Noi vogliamo! Giulio Cesare, Napoleone, Mazzini e Cavour, tutti i grandi italiani cercano di far sorridere l’Italia… sempre!».

L’incontenibile compiacimento di Ariosto per la Conciliazione arrivava cinque mesi dopo la firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929); mai si erano viste nella storia dello spiritismo anime così soddisfatte di certi governi.

Quanto sono ammiratori dell’Italia di Mussolini, tanto gli spiriti detestano la Russia bolscevica. Tolstoj, apparso nella lunga seduta del 13 novembre 1920, non ha dubbi: «Bisogna che il contadino ritorni contadino: sono passati i tempi in cui lo zar faceva fremere i polsi. Ma oggi è ancor peggio nella mia povera patria ove scorre a torrenti il sangue. (…) Lenin fa l’autopsia della Russia. Bisogna che questi idoli trionfalmente cadano. Il popolo si ravvederà».

Lo spirito di Madame de Thèbes dichiarò: «Il destino caccerà i lupi dalla Russia. Le orde fameliche saranno ricacciate per sempre nella loro tana». 

Fantasmi come antidoto allo spirito dei tempi

Ma come giudicavano gli spiritisti del tempo il fenomenale circolo di Nella Doria Cambon?  Recensendo Il Convegno Celeste, Francesco Zingaropoli (direttore della rivista Mondo Occulto) si chiedeva se «sono veramente gli Spiriti che si manifestano, o Spiriti che assumono la personalità di altri Spiriti; o è il subcosciente del medium che nel suo Io integrale riproduce il pensiero di Spiriti superiori, o subisce l’influsso dell’alta intellettualità e dei sentimenti di Colei che ha raccolto i messaggi, la Poetessa de “Le Diane”», ovvero Nella Doria Cambon.

E Angelo Marzorati, su Luce e Ombra che dirigeva, a proposito de Il convito spiritico, restava perplesso e «pensoso» davanti ai messaggi medianici, di cui notava il «linguaggio generalmente prolisso, declamatorio e involuto, l’indeterminatezza del pensiero, il carattere così diverso, nonostante taluni atteggiamenti formali, dal concetto sintetico che risulta di essi (gli spiriti evocati, N.d.R.) attraverso lo studio di quanto hanno scritto e operato; l’evidente inferiorità dello spirito di fronte all’uomo vissuto nella storia».

Certo, sentire Dante che esclama «Ma facciano il piacere!», fa pensare a Totò, piuttosto che all’immortale poeta della Commedia.

È interessante rilevare come l’ideologia, anzi la propaganda fascista, sia stata adottata senza un’increspatura di dubbio, dal pensiero spiritistico, che per molti aspetti avrebbe dovuto esserne invece lontanissimo. Ma l’ideologia fascista apparteneva ai medium e alla loro ospite non meno della passione per l’aldilà. Non può stupire che in un ambiente dell’alta borghesia nazionalistica triestina fra le due guerre si rivelassero solo “spiriti fascisti”. 

Ed è forse ancora più interessante ricavare dal caso dei medium Fornis come si formano le “certezze” della parapsicologia. Anche in tempi di colorato New Age channeling, eseguito da simpatici e rassicuranti channelers che non strabuzzano gli occhi e non gemono, la vecchia storia dei fratelli Fornis va sempre tenuta a portata di mano, come utile antidoto.

Immagine in evidenza: Trieste di notte, olio su compensato, di Glauco Cambon (1929). Foto in pubblico dominio, via Wikimedia Commons.