La lunga vita di Paolo Nespoli, astronauta

articolo di Giovanni Di Costanzo

Per dieci mesi era sparito dalla vita pubblica. È di settembre scorso la rivelazione di Paolo Nespoli, astronauta in pensione, di essersi curato per un linfoma cerebrale. Riapparso in pubblico nello stesso mese pare emaciato e cammina lentamente.

In un’intervista ha menzionato l’incertezza del percorso, e l’isolamento in ospedale, le sfiancanti cure, la chemioterapia e l’autotrapianto di cellule staminali. «Io mi sento alla fine di un tunnel, guardo avanti e vedo la luce. Non mi aspetto di ritornare normale, ma con la maggior parte delle capacità che avevo prima, per continuare a viaggiare, a fare le conferenze, a parlare con i ragazzi, a spronarli a fare l’impossibile».

Paolo Nespoli è andato la prima volta nello spazio nel 2007 con lo Space Shuttle Discovery, dove ha coordinato, dall’interno della navetta, le attività extraveicolari per l’installazione di un modulo abitativo alla Stazione Spaziale Internazionale (il Nodo 2, progettato e costruito a Torino) e in cui è stata effettuata una riparazione imprevista dei pannelli solari della stazione particolarmente pericolosa per il rischio di folgorazione. Nel 2010 è ripartito col razzo russo Sojuz alla volta della Stazione Spaziale Internazionale dove ha vissuto per cinque mesi svolgendo moltissimi esperimenti, per tornarvi infine, sempre via Sojuz, nel 2017 (all’età di sessant’anni!) e restandovi per circa altri cinque mesi.

Ha totalizzato 313 giorni di permanenza nello spazio. È stato soprannominato MacGyver dai colleghi per la sua capacità di riparare qualunque cosa e il collega Roberto Vittori lo ha definito per questo l’uomo perfetto per le missioni di lunga durata.

Da sempre appassionato fotografo, nello spazio ha fatto fotografie che sono state molto apprezzate.

Infanzia

Cresciuto in Brianza, all’età di dodici anni rimase incantato guardando in TV gli uomini dell’Apollo 11 camminare sulla Luna. A chi gli chiedeva cosa volesse fare da grande spiegava che voleva camminare sulla Luna e fare «le derapate» con la “jeep” lunare. Alcuni assecondavano per gioco la sua aspirazione di bambino. Altri reagivano con ilarità. Col tempo diventò più riservato sul sogno che lui stesso riteneva quasi impossibile.

Fu la sua fidanzata delle scuole medie a prenderlo sul serio, una ragazza brillante che lui definisce più matura della sua età. Gli regalò Se il sole muore, il reportage che Oriana Fallaci aveva scritto quando era andata in prima persona a seguire le missioni spaziali del programma Apollo. Per lui fu un’ulteriore ispirazione. Quest’opera gli permise di conoscere con vividezza gli avvenimenti e le persone dell’impresa spaziale americana che Fallaci era andata a conoscere di persona. Nespoli tenne per anni questo sogno chiuso in un cassetto nella speranza di capire un giorno come realizzarlo.

Egli racconta: «Ho frequentato il liceo acquisendo pochissime idee sulle mie capacità e sulla strada futura». Finì le superiori rischiando la bocciatura all’esame di maturità per un alterco con il presidente della commissione che lui ricorda come «un arcigno conservatore». Sua madre avrebbe voluto diventasse un elettricista per una qualche fabbrica. Lui racconta ancora: «Alla fine del liceo ero ancora più confuso di prima»[i].

L’esercito e la guerra in Libano

Assolvendo agli obblighi di leva entrò nell’esercito come paracadutista presso la Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa dove, fattosi notare, fu successivamente selezionato come aiuto istruttore. Contento di quella vita nuova, così avventurosa, scelse, alla fine dell’anno di leva, di restare nell’esercito diventando di professione Istruttore Militare di Paracadutismo. Sua madre non ne fu contenta. Come molti a quel tempo, pensava che restasse nell’esercito chi non sapeva cosa fare nella vita.

Nel 1979 entrò negli Incursori dell’Esercito e sostenne «un anno e mezzo di corsi massacranti»[ii] necessari per ottenere il brevetto di incursore. Una sera del 1982 fu improvvisamente convocato in caserma per sentirsi comunicare che, il giorno dopo, il suo corpo sarebbe partito per Beirut per unirsi al Contingente Italiano della Forza Multinazionale di Pace in Libano.

Nespoli racconta che lui e i suoi compagni sapevano poco o nulla del Libano e che furono aggiornati velocemente sulla situazione corrente. La guerra in Libano era scoppiata nel 1975 e si era nel tempo esacerbata a causa delle tensioni tra le diverse etnie e religioni che vi convivevano. Nespoli sapeva che poco prima i falangisti cristiani maroniti erano entrati nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila uccidendo indistintamente centinaia di persone con la connivenza dell’esercito israeliano che in quel momento presidiava la zona.

Gli italiani avevano il compito di sorvegliare e proteggere i campi profughi che i palestinesi avevano formato in varie parti della città. Gli incursori, in particolare, cominciarono sistematicamente a sminare il territorio, dal momento che erano gli unici militari italiani addestrati a maneggiare le mine inesplose. Nei suoi libri e nei suoi interventi, Nespoli ricorda quei momenti. Sollevavano le mine portandole lentamente sul vano di un’auto. Poi, sempre lentamente, l’auto si spostava per allontanarsi dalle zone abitate, le mine e venivano poste per terra in un ampio spazio libero e fatte brillare. Si lavorava sul filo del rasoio. Ogni volta era una scommessa tra la vita e la morte e il cuore batteva all’impazzata. Nessun errore era possibile. Talvolta capitava che le famiglie dovessero convivere per lungo tempo con le bombe rimaste inesplose nella loro abitazione perché sapevano che le forze locali non sarebbero venute, oppure le avrebbero fatte esplodere dentro la casa. Ma si era sparsa la voce che i soldati italiani si offrivano di andare a prenderle per farle brillare lontano. «Era quasi un divertimento. Ogni sera facevamo i fuochi d’artificio, potenti, colorati, soddisfacenti, quasi fosse sempre Capodanno. Per ogni ordigno neutralizzato, probabilmente qualcuno aveva salvi gli arti o la vita, e questo era elettrizzante, impareggiabile, una fonte di motivazione inesauribile»[iii]. Nespoli racconta che molti bambini libanesi furono battezzati in quel tempo Folgore o Esercito perché, leggendo quelle diciture sulle targhette o sulle divise, la gente del posto pensava che fossero i nomi dei soldati.

Un giorno Nespoli fu convocato dal comandante di Contingente, il colonnello Franco Angioni, a sua volta in passato incursore. Avendo saputo che Nespoli era un appassionato di fotografia e che aveva portato con sé la sua macchina, gli disse che da quel momento lo avrebbe affiancato in qualità di fotografo. Nespoli protestò contro quello che gli appariva come un declassamento. Solo dopo seppe che Angioni aveva bisogno di qualcuno molto esperto nelle armi, quindi un incursore, che potesse scortarlo nei momenti di maggiore pericolo ma che fosse anche in grado di documentare tali situazioni, e che riteneva lui la persona più adatta. Nessuno poteva immaginare quanto questo cambiamento sarebbe stato determinante.

Da lì in poi il suo operato non fu affatto demansionato. Oltre che come fotografo, operò come scorta del colonnello Angioni e fece parte di una piccola cellula segreta di intelligence che riuscì a garantire la sicurezza all’esercito, accompagnò giornalisti per la città e incontrò le varie autorità in visita.

Tra i giornalisti gli capitò di scortare proprio Oriana Fallaci, l’autrice del libro che lo aveva ispirato da ragazzo.

«Cosa vuoi fare da grande?» [iv]

Per Nespoli fu una grande sorpresa. Considerata la notorietà della giornalista e il suo carattere forte, l’ordine che ricevette fu di accompagnarla dovunque volesse e di assicurarsi che non le accadesse nulla. Dopo un’iniziale diffidenza lei ammirò il lavoro del contingente italiano e tra i due nacque un’amicizia.

Per quanto riguarda la missione di pace, nel 1983 le cose precipitarono, a causa di una serie di attentati rivolti contro i contingenti francese e americano. Nel 1984 la missione venne terminata e Nespoli racconta la fine della missione come un momento molto forte, in cui si era chiusa una parte importante della sua vita.

Sulla nave che li riportava in Italia, Fallaci gli si avvicinò e cominciò a parlare con lui. Dopo poco gli fece la domanda che gli avrebbe cambiato la vita, ma che lì per lì lo mise in difficoltà.

«Ma tu, cosa vuoi fare da grande?»

Egli sulle prime rispose che quello attuale era il suo lavoro e che stava via via facendo carriera.

Lei gli confermò che lo faceva bene ma che quella non era la sua vocazione.

«Ma che cosa vuoi veramente fare da grande?» gli chiese.

Imbarazzato, si sentì costretto a raccontare del suo sogno d’infanzia. «Impossibile, irrealizzabile», diceva. Aggiunse che proprio il reportage della giornalista aveva contribuito a rafforzare questa idea in adolescenza.

«Perché no?», si trattava di «darsi da fare», concluse lei.

Questa conversazione agì su di lui come una terapia d’urto

Anni più tardi, Fallaci si ispirerà a lui per il personaggio di Angelo, protagonista di Inshallah, romanzo ambientato tra il contingente italiano della guerra in Libano.

«Era un caso disperato»

Oriana Fallaci conosceva un collega molto preparato e intelligente. Erano andati entrambi in America a seguire come inviati il programma Apollo, lui per il telegiornale RAI, lei per il settimanale L’Europeo. Documentarono le prime missioni umane che sorvolarono la Luna, e i primi uomini che vi scesero, quindici anni prima. In virtù di quest’amicizia, Fallaci gli aveva chiesto di incontrare Nespoli, appena tornato dal Libano, per aiutarlo ad orientarsi sulle questioni spaziali.

Tra i primi giornalisti del telegiornale RAI, da tempo si impegnava in programmi di approfondimento scientifico rivolti a un pubblico generalista e da pochi anni conduceva Quark.

Piero Angela aveva 55 anni e nella sua autobiografia ricorda così quell’incontro nel suo ufficio.

«“Mi dica” lo incoraggiai. “Vorrei fare l’astronauta…” disse lui. Gli spiegai che non era una cosa semplice: conoscevo un aspirante astronauta e sapevo quanto la selezione fosse difficile. “Lei ha esperienza come pilota collaudatore, o cose simili?” “No.” “Ha una laurea in una materia scientifica, come ingegneria o fisica?” “No.” “Parla inglese e russo?” “Il russo no, l’inglese abbastanza.”

Lo vidi motivato e pieno di volontà e gli diedi alcuni consigli per non deluderlo, sapendo però che era un caso disperato.» [v]

Verso la NASA

La missione di Paolo Nespoli in Libano durò un anno e mezzo. Di quell’esperienza, racconta, gli rimasero tra le altre cose alcune abitudini tipiche della guerra, come guardare bene per terra quando si cammina o sedersi al ristorante con le spalle al muro in modo da osservare tutto l’ambiente.

Vinto un concorso interno, frequentò i corsi per diventare ufficiale. Subito dopo decise di lasciare, essendosi convinto di «quanto ottusa, vessatoria e distaccata dalla realtà potesse essere la vita nell’esercito di allora in cui sembravano imperversare uomini la cui autorità non era sostenuta dall’autorevolezza ma dall’autoreferenzialità», come racconta in un suo libro. E ancora: «Mi era ormai drammaticamente chiaro che non ero fatto per quel genere di mentalità e vita»[vi]. Uscirne fu doloroso, ed era angosciato da chi lo scoraggiava per fargli cambiare idea. Sua madre non la prese bene ma ormai era rassegnata.

Si trasferì a New York e superò i test di ammissione al Polytechnic University. Poté frequentarlo e laurearsi in ingegneria aerospaziale grazie ai risparmi messi da parte lavorando nell’esercito.

Un giorno ebbe modo di parlare con un brillante compagno di università che, in quanto studente, aveva un incarico temporaneo alla NASA. Questi lo aiutò a fare una domanda simile come studente straniero. Forse solo per una tragica circostanza fu ammesso.

Era il 1987. Se un anno prima l’essere straniero lo avrebbe ostacolato, questa volta lo favorì. L’anno prima si era verificato il disastro dello Space Shuttle Challenger, esploso alla partenza uccidendo tutti e sette gli astronauti a bordo. Era stato un trauma per il paese che aveva portato a un blocco momentaneo delle missioni spaziali con equipaggio. Il lavoro offerto a Nespoli rientrava in quella serie di sforzi fatti per rendere più sicuri i viaggi spaziali.

Chiuso in un ufficio senza finestre, studiava il ciclopico manuale d’uso dello Space Shuttle con l’obbiettivo di correggerlo, renderlo più semplice e comprensibile, vista anche la presenza alla NASA di astronauti non americani, quindi non madrelingua inglesi.

Almeno temporaneamente aveva raggiunto l’obiettivo di entrare dentro l’ambiente ma il lavoro non lo entusiasmava. Era inoltre da solo. Non aveva frequentazioni. Si sentiva escluso da giri di amicizie. Così nel tempo libero tornò a dedicarsi a una sua vecchia passione. Cominciò a frequentare un piccolo aeroporto dove si praticava il paracadutismo. La domenica andava a lanciarsi dall’aereo in volo, come aveva imparato nell’esercito.

Al lancio della terza domenica il paracadute non si aprì. Lui continuò a cadere nel vuoto, frastornato dal vento. Per quanto la paura fosse forte, si impose di restare lucido. Aveva anche un paracadute di emergenza e la tentazione fu di aprirlo subito, ma da paracadutista esperto sapeva che il paracadute principale poteva ancora aprirsi e che se i due si fossero aperti insieme si sarebbero attorcigliati disastrosamente. È l’errore dei principianti.

Fu solo all’ultimo momento che decise di azionare quello di emergenza. Il margine di tempo era strettissimo. Pensò che non ce l’avrebbe più fatta. Il paracadute ebbe poco più che il tempo di aprirsi. Urtò con forza il terreno.

Era stato rallentato quel poco che bastava per non morire.

Si rialzò, sudato e sconvolto, ma era salvo

Nel 1991 riuscì a entrare a lavorare all’Agenzia Spaziale Europea (ESA), al centro europeo per gli astronauti di Colonia in Germania, collaborando alla preparazione dell’addestramento degli astronauti. Nel 1996 andò a lavorare al Johnson Space Center di Houston in Texas (dove vive tuttora), in qualità di interfaccia tra ESA e NASA come ingegnere esperto in piani di addestramento.

Nel frattempo tentò per due volte la selezione per diventare astronauta, senza successo. Nel 1998 tentò la terza selezione riuscendo finalmente a superarla.

La classe di allievi astronauti prima della sua era soprannominata “le sardine” perché molto numerosa. Quella di Nespoli e dei suoi compagni fu chiamata “i pinguini”, gli uccelli che non volano proprio perché si riteneva che non avrebbero avuto molta possibilità di volare dato che il gruppo che li precedeva aveva così tanti componenti. Loro però amavano dire che i pinguini mangiano le sardine.

Superati i due anni di corsi per qualificarsi come astronauta dovette aspettare vari anni per poter volare, anni di attesa esasperante in cui continuò ad addestrarsi duramente nella speranza di farsi notare per essere selezionato.

L’incontro con ‘Dio’ [vii]

Del suo addestramento, Nespoli ricorda un evento in particolare.

Un giorno fu loro annunciato che Neil Armostrong, comandante dell’Apollo 11 e primo uomo sulla Luna, era di passaggio al centro per le visite mediche annuali e che avrebbe approfittato per incontrarli. Nespoli avrebbe fatto da fotografo. Ebbe l’idea di sistemare una lavagna a fogli mobili presa da un’altra aula pensando che sarebbe potuta servire. «Noi eravamo tutti seduti in attesa. Ci aspettavamo che entrasse Dio. Perché se sei un astronauta, Neil Armstrong è Dio.» Tutti volevano sentire di persona il suo racconto dell’allunaggio.

L’uomo che entrò nella sala ricordava più «lo zio della Val Brembana, tranquillo, con gli occhiali, non esattamente in forma, un po’ stempiato». Dopo seppe che, a differenza dei suoi ex colleghi, non andava mai in palestra. Sosteneva che ognuno di noi ha un numero limitato di battiti del cuore e che è stupido sprecarne alcuni in cose inutili.

Spiegò di quando, negli anni sessanta, pilotava l’aerorazzo sperimentale X-15. Nespoli spiega di averlo visto trasformarsi nel corso del racconto. Gesticolava molto e gli occhi cominciarono a brillare. Armstrong spiegò che senza prevederlo, fu portato così in alto da superare il limite dell’atmosfera, restando per qualche momento sospeso nello spazio. Riscendendo in atmosfera aveva perso il punto di atterraggio e a quel punto avrebbe dovuto probabilmente lanciarsi fuori col paracadute sacrificando il costosissimo aerorazzo. Nessuno dei tecnici a terra si aspettava più di vederlo tornare. Invece riuscì a tornare indietro col mezzo grazie a una difficile manovra che elaborò sul momento calcolando mentalmente le forze che agivano sull’aereo, forze che avrebbero potuto facilmente distruggerlo.

Armstrong prese il pennarello e cominciò a disegnare sul foglio della lavagna per rappresentare graficamente l’accaduto e le sue implicazioni fisiche. Lo schizzo era sorprendentemente simile a quello che molti anni dopo Nespoli avrebbe visto fare nel film First Man da Ryan Gosling, l’attore che lo interpretava.

Ma tutti volevano sentire della Luna.

A un tratto Armstrong, come destato, guardò l’orologio, disse che il tempo era finito e che doveva andare. Tutti rimasero spiazzati. Uno di loro alzò la mano e chiese se potesse raccontare della missione che lo aveva portato sulla Luna. Lui disse poche parole e liquidò l’argomento. Nespoli poté fare una foto di gruppo.

Il racconto di quell’incontro si conclude così: quando sono usciti tutti dall’aula «sono tornato indietro in punta di piedi e ho staccato il foglio che lui aveva disegnato. L’ho arrotolato e me lo sono portato a casa.»

Anni dopo

Piero Angela racconta nella sua autobiografia:

«Qualche anno dopo l’Agenzia Spaziale Italiana presentò il nuovo astronauta che avrebbe partecipato alla missione dell’ESA. Guardai bene la sua foto: “Ma questo lo conosco: è lui!”. Era proprio quel giovanotto venuto a chiedermi consigli vari anni prima… Paolo Nespoli!

Fui completamente sorpreso e ammirato! Veramente un esempio eccezionale di impegno e perseveranza. Forse Oriana aveva capito il personaggio meglio di me.» [viii]

Paolo Nespoli racconta così in un suo libro la realizzazione del suo sogno:

«Il percorso non è stato per niente facile. Ci sono voluti parecchi anni. Tanta forza e tanto sudore. Tanta determinazione. Una strada sempre in salita. E un giorno d’ottobre è arrivato il mio turno di indossare la mia tuta arancione di lancio. Ero a Capo Kennedy, specialista di missione della navicella Shuttle Discovery, in preparazione finale col il resto del mio equipaggio per una missione sulla Stazione Spaziale Internazionale. Non mi sembrava vero: ero nella stessa stanza in cui l’equipaggio di Apollo 11 si era preparato per andare sulla Luna.» [ix]

Bibliografia

    • Paolo Nespoli, 2012, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli. Lezioni di vita imparate dallo spazio, Milano, Mondadori.
    • Paolo Nespoli, 2020, Farsi spazio. Storie e riflessioni di un astronauta con i piedi per terra, Macerata, ROI Edizioni.
    • Piero Angela, 2017, Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute, Milano, Mondadori.
    • Claudio Belotti, Paolo Nespoli, 2020, Milano – Houston, Audible (podcast)

Note

i Nespoli, 2012, pp. 180-181.

ii Nespoli, 2012, p. 180-182.

iii Nespoli, 2020, p. 111.

iv Questa vicenda è raccontata in Dall’alto i problemi sembrano più piccoli, pp. 185-188, e nell’episodio 01. Limiti del podcast.

v Angela, p. 121.

vi Nespoli, 2020, p. 129.

viiQuesta vicenda è raccontata nell’episodio 15. Squadra del podcast.

viii Angela, p. 121.

ix Nespoli, 2012, p. 189.

Immagine in evidenza: NASA – Paolo Nespoli al poligono di Baikonur nel 2017 – Da Flickr

5 thoughts on “La lunga vita di Paolo Nespoli, astronauta

  • 8 Agosto 2022 in 12:34
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    Grazie, Giovanni, per questo bell’ Articolo. Se senti Paolo Nespoli, fagli gli Auguri, penso non solo da parte mia, ma di tutti quanti noi lettori.

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  • 9 Agosto 2022 in 22:02
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    Da questa bella e significativa autobiografia , manca tutta la conoscenza sullo spessore umano , e della incredibile ricchezza interiore di Paolo .

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  • 10 Agosto 2022 in 19:13
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    Per me un fratello

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  • 10 Agosto 2022 in 19:14
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    Per me un fratello in Libano

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