La bufala del DNA “ebreo” di Hitler: intervista a Guido Barbujani

Nei giorni scorsi, sulla scia di alcune dichiarazioni del Ministro russo della Difesa Serghey Lavrov alla TV italiana, si è parlato molto del fatto che Adolf Hitler potesse essere in realtà ebreo. Si tratta di una vecchia bufala priva di prove storiche (per capire come sia nata, consigliamo questi articoli di Facta e Butac). Eppure, in molti hanno citato a supporto di questa teoria un presunto “test del DNA” condotto alcuni anni fa. Per capirne di più, Sofia Lincos ha intervistato per noi Guido Barbujani, professore del Dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie dell’Università di Ferrara.

Negli ultimi giorni si è parlato parecchio di alcune analisi genetiche che avrebbero stabilito che Hitler sarebbe stato “ebreo askenazita”. Cosa si può dire di queste analisi? Si tratta di ricerche pubblicate su giornali scientifici?

No, si tratta di un pasticcio combinato da un giornalista belga, Jean-Paul Mulders, e che non è semplice ricostruire perché risale al 2010. Mulders si è furtivamente impadronito di un tovagliolino di carta usato da Alexander Stuart-Houston, figlio di Patrick Stuart-Houston, che però alla nascita si chiamava Patrick Hitler, perché era figlio del fratellastro di Adolf, Alois junior (in Italia ci si può chiamare Mussolini e fare una brillante carriera politica, ma altrove questi nomi carichi di vergogna pesano sulle spalle di chi li porta, che cerca di liberarsene). Quanti geni il pronipote abbia in comune con il celeberrimo prozio non si può dirlo, ma i loro cromosomi Y sono identici, perché li ha trasmessi a entrambi il padre di Adolf, Alois senior. Sul tovagliolino sono rimaste alcune cellule della mucosa buccale di Alexander Stuart-Houston, e Mulders le ha mandate (insieme, se ricordo bene, ad altri simili reperti) a una ditta specializzata nel caratterizzare i genomi. La ditta ha sentenziato che quel cromosoma Y apparteneva a un ebreo e la notizia, pubblicata dal settimanale belga Knack, ha naturalmente fatto il giro del mondo. In vari giornali, fra cui l’israeliano Haaretz, sono apparse divertenti vignette di un Hitler molto depresso, con i cernecchi  e la kippah in testa. Però si è trattato di un equivoco.

Era il 2010, e molte cose che fino a qualche anno fa si trovavano in rete adesso non ci sono più. Quindi posso sbagliarmi, ma secondo me questa bufala nasce dal fatto che una delle ditte che offrono servizi di caratterizzazione genetica (non so se sia proprio quella a cui Mulders si è rivolto) divide le popolazioni europee in sud, nord, est ed ebrei ashkenaziti, quest’ultima indicata sulla mappa da un colore verde che copre l’Europa centrale. Può sembrare strano, e lo è, ma dipende da una banale questione commerciale: i clienti di questi servizi sono spesso ebrei americani, a cui non piace sentirsi dire che sono polacchi o austriaci, perché polacchi e austriaci erano gli antisemiti che li hanno costretti a fuggire. Così, per far felice la clientela, quella ditta ha deciso di chiamare ebrei ashkenaziti tutti quelli che provengono da Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia. La famiglia di Hitler era di Linz, in Austria, ed ecco il Führer diventato un membro della popolazione che ha cercato di eliminare con la Soluzione Finale. La vicenda è stata dimenticata, finché il Ministro russo della Difesa, Serghey Lavrov, l’ha tirata fuori per screditare Zelensky.

Aria fritta. L’unico aspetto interessante della faccenda mi sembra la conferma che carnefici e vittime della shoah erano geneticamente indistinguibili.

In vendita sono presenti diversi “kit per il DNA ancestrale” che promettono di rilevare la propria “provenienza genetica”. Su che tipo di analisi si basano? E quanto sono affidabili?

Questi kit confrontano il DNA del cliente con quello di un insieme di popolazioni di riferimento e ne calcolano la differenza. Non è un calcolo difficile, ma ci sono metodi diversi per convertire queste differenze in percentuali di antenati che vengono da qua o da là; e le ditte non rivelano che algoritmo usano, per questioni commerciali. Siccome poi ogni ditta ha un diverso archivio di popolazioni, e divide lo spazio geografico in modo differente (ci sono ditte che mettono la Francia insieme all’Italia nell’Europa del sud, altre che la mettono nel nord insieme a Svezia e Finlandia, e altre ancora per cui Germania e Francia sono la stessa cosa), non c’è da stupirsi se i risultati delle analisi sono, a dir poco, ballerini, e spesso la stessa persona (il test è stato fatto) finisce per essere descritta in modi diversi da diverse ditte. Io non butterei via così i miei soldi.

In generale, esistono dei geni che sono presenti unicamente in un’unica popolazione umana? O si tratta sempre di risultati probabilistici?

Sì, ci sono varianti geniche presenti in una sola popolazione, o anche in una sola famiglia. Sono rare e praticamente tutte patologiche. Se si studia il gene della globina beta nei portatori di talassemia, anche nota come microcitemia, si può dire con precisione da dove proviene il gene mutato, se dalla Sardegna o dal Nepal, da Cipro o dal Delta del Po. Ma, in queste popolazioni, i portatori di talassemia sono comunque una minoranza: gli altri hanno geni normali per la globina beta. E poi l’antenato che ha trasmesso la microcitemia era solo uno degli 8 bisnonni (o dei 16 trisavoli, o dei 32 quadrisavoli; eccetera) di quell’individuo; gli altri potevano venire da qualunque parte del mondo.

Se guardiamo le varianti non patologiche, nel 2008 un gruppo diretto da Marc Feldman e Luca Cavalli-Sforza ha analizzato 640mila posizioni del DNA in un migliaio di persone di 51 popolazioni del mondo (Li et al., Worldwide Human Relationships Inferred from Genome-Wide Patterns of Variation. Science 319:1100-1104). Non hanno trovato un solo caso in cui tutti gli individui di della stessa popolazione fossero identici, e diversi da tutti gli individui di un’altra popolazione. Siccome hanno fatto più di un miliardo e mezzo di confronti (per la precisione, 640mila x 51 x 50), questo risultato va preso sul serio. L’idea ottocentesca che si possa facilmente suddividere l’umanità in gruppi biologici distinti, quelli che in altre specie chiamiamo razze, si è dimostrata priva di fondamento, e sarebbe ora di lasciarla perdere.

Ci sono anche rischi etici e di privacy, affidando informazioni così private nelle mani di soggetti privati?

Sì, specie nei paesi in cui non esiste un sistema sanitario nazionale. Le compagnie private di assicurazione potrebbero rifiutare di coprire soggetti con particolari predisposizioni a sviluppare malattie costose da curare, per esempio tutti i cancri e le malattie cardiocircolatorie. Ma anche dove questi sistemi sanitari nazionali esistono, una ditta potrebbe scegliere di non assumere qualcuno che rischia più di altri di ammalarsi.

Questo tipo di analisi può avere qualche applicazione scientifica? (Ad esempio per capire la storia delle popolazioni, ecc…).

Le analisi della diversità genetica umana sono quelle che ci hanno permesso di ricostruire aspetti altrimenti impossibili da conoscere della nostra storia evolutiva. Ma sono fondamentali anche dal punto di vista clinico. Certe forme gravi di leucemia si possono curare con un trapianto di midollo osseo. Ma, come in qualunque trapianto, se l’organo proviene da un donatore troppo diverso dal ricevente – diverso nelle proteine che stanno sulla superficie delle cellule, prodotte da un insieme di geni che si chiamano HLA – l’organismo che riceve il trapianto riconosce l’organo come estraneo e lo rigetta. Per evitarlo, spesso i trapianti di midollo osseo si fanno fra parenti stretti, come fratello e sorella. In assenza di potenziali donatori nella famiglia, i centri che praticano questi interventi tengono aggiornato un registro mondiale di donatori, in cui vengono memorizzate le loro caratteristiche ai geni HLA. A un bambino canadese affetto da una grave forma di leucemia mieloide, Jaxson Slade, ha salvato la vita un donatore americano, Michael Manafee. Jaxson Slade ha la pelle bianca, Michael Manafee la pelle nera. Se fossimo ancora ai tempi in cui vigeva la classificazione razziale, se non avessimo capito che il colore della pelle è una caratteristica superficiale (letteralmente: sta alla superficie del nostro corpo; ma anche metaforicamente: non ci dice come sono fatti tanti altri nostri geni), nessuno avrebbe pensato a un donatore il cui aspetto fisico è così diverso da quello di Jaxson Slade. Capire come eravamo, cioè la storia della nostra specie e da dove vengono le nostre differenze, aiuta a salvare vite umane.

One thought on “La bufala del DNA “ebreo” di Hitler: intervista a Guido Barbujani

  • 17 Maggio 2022 in 16:22
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    Complimenti vivissimi a Guido, sempre chiaro e preciso quando parla del (e dal) suo territorio. L’ ho sentito anche dal vivo. Commento da spettatore : non si può prima stabilire scientificamente, e con largo consenso internazionale, che le Razze non esistono (specie quelle umane) e poi chiedere alla Scienza di provare che Hitler appartenesse ad una Razza. Commento da spettatore, ma anche da bastardo: se, per assurdo Hitler fosse non solo grazie al DNA, ma avesse avuto anche un nonno Rabbino, questo non gli avrebbe certo impedito di trascinare la Germania in una campagna di sterminio contro la sua Comunità.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Sabbatai_Zevi

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