Il mito delle Due Sicilie e le bugie neoborboniche alla prova della storia

Il fantastico regno delle Due Sicilie
Breve catalogo delle imposture neoborboniche
di Pino Ippolito Armino
Laterza, 2021
pp. 133, € 14

Sapevate che, dopo l’Unità, il Regno d’Italia chiuse per ben quindici anni tutte le scuole del Sud per creare una generazione di analfabeti che fungesse da bassa manovalanza per le industrie del Nord? Naturalmente, non è vero. Ma questa storia si è diffusa su Internet insieme a tantissime altre che riguardano i guasti dell’unificazione per il Mezzogiorno d’Italia [1]; guasti che sicuramente ci furono, come la storiografia non ha mai negato, e come si accorsero tanti illustri esponenti politici italiani già pochi anni dopo l’Unità. Ma che sono da anni oggetto di una vera e propria mistificazione a uso e consumo di una narrazione distorta, quella di matrice “neoborbonica”, secondo cui il Regno delle Due Sicilie preunitario era uno dei paesi più moderni e avanzati del mondo e per questo fu oggetto di una vera e propria invasione e conquista da parte del Piemonte, bisognoso della ricchezza del Sud per risanare le disastrate casse del regno sabaudo.

Già qualche anno fa la storica Renata De Lorenzo (attuale presidente della Società Napoletana di Storia Patria) aveva affrontato l’argomento in un’opera brillante e discussa, Borbonia felix (2013), nella quale svelava l’inganno dei cosiddetti “primati borbonici” da tempo diventati oggetto di retorica populista nel Mezzogiorno – la prima ferrovia d’Italia, le prime navi a vapore, le tante istituzioni scientifiche di primo piano – ma che nascondono uno scenario molto più complesso rispetto alla narrazione di un “Regno felice” barbaramente invaso e annesso a forza dai piemontesi [2]. Ora il giornalista e scrittore Pino Ippolito Armino, già autore di alcuni studi sul brigantaggio post-unitario e di un pamphlet contro il giornalista Pino Aprile (Cinque ragioni per stare alla larga da Pino Aprile, 2019), autore del controverso best-seller Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali (2013), pubblica con Laterza nella collana “fact-checking” una vera e propria guida alle bufale neoborboniche: Il fantastico regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche, che riassume le ricostruzioni minuziose degli storici in risposta a quelle che Armino mostra essere perlopiù invenzioni palesi e bugie smaccate di autori che storici non sono mai stati e che tuttavia hanno preteso di poter raccontare la “storia mai raccontata” del Risorgimento.

Dal complotto garibaldino al genocidio meridionale

Una delle prime mistificazioni – in ordine di tempo rispetto all’epoca a cui risalgono – riguarda la spedizione dei Mille. Garibaldi era un massone (vero, come tipico all’epoca per la maggior parte dei repubblicani, che non potevano professare apertamente le loro idee politiche), la spedizione fu finanziata dagli inglesi, il suo luogotenente Nino Bixio andava a distribuire denaro sonante ai generali napoletani per convincerli a disertare, la cassa del Banco di Sicilia fu completamente saccheggiata e il contabile della spedizione, Ippolito Nievo, fu fatto saltare in aria sulla nave che lo stava portando a Napoli da Palermo, al fine di nascondere tutti i magheggi dei garibaldini.

Queste tesi, su cui Umberto Eco ricama ironicamente nel suo brillante romanzo Il cimitero di Praga (2010) – nel quale peraltro racconta anche la genesi del celebre falso storico dei Protocolli dei Savi di Sion, mostrando come la matrice complottista sia dietro a entrambe le storie – furono esposte per la prima volta da Stanislao Nievo, discendente di Ippolito, nel romanzo Il prato in fondo al mare (1974, premio Campiello ‘75), nel quale – si era nel pieno degli Anni di piombo – pensò di fare del naufragio della nave Ercole in cui perì il suo antenato la prima “strage di Stato” italiana, con la quale il governo piemontese volle nascondere complicità internazionali nella spedizione dei Mille.

Due anni prima uscì un libro che rappresenta la pietra miliare della narrazione neoborbonica: La conquista del sud di Carlo Alianello, un autore – scrive Armino – il cui

“cattolicesimo spinto al misticismo, l’ostilità nei confronti della razionalità e della scienza, la concezione della storia senza prospettive di evoluzione e di progresso consentono di definirlo più reazionario che conservatore” [3].

Si tratta in realtà di un romanzo, come quello di Nievo, scambiato però per un saggio: fatto non raro, perché spesso narrazioni romanzesche prese per vere hanno fornito la base di teorie del complotto. Alianello racconta per esempio che il comandante del forte di Messina, tra gli ultimi ad arrendersi il 12 marzo 1861, fu umiliato e ucciso dal genere piemontese Enrico Cialdini, quando invece il diario del secondo in carica dell’esercito borbonico di Messina racconta che Cialdini li trattò con l’onore delle armi [4].

Cialdini è un nome noto: a capo delle armate italiane nel Sud, fu tra i protagonisti dell’eccidio di Pontelandolfo, il paesino campano dove, nell’agosto 1861, la popolazione, aizzata da una brigata di renitenti di leva dediti al brigantaggio, assalì il municipio, saccheggiò le case dei proprietari terrieri locali, e massacrò una colonna inviata da Campobasso per ripristinare l’ordine. Cialdini, in risposta, spedì un intero reggimento a spazzare via Pontelandolfo e la vicina Casalduni, ordinando che non rimasse pietra su pietra. Ci furono almeno quattrocento morti (i neoborbonici parlano anche di mille, senza alcun dato a supporto) ed è noto il rapporto che fece il colonnello Negri al governatore di Benevento all’indomani dell’assalto dei due villaggi:

“Essi bruciano ancora” [5].

Lo scorso anno, il busto del generale Cialdini ospitato nella sede della Camera di Commercio di Napoli è stato rimosso su iniziativa delle autorità comunali proprio in riferimento al suo ruolo nell’eccidio di Pontelandolfo [6].

Ma se incontestabili sono queste vicende, ben note e rendicontate, altra cosa è la teoria del “genocidio meridionale” che lo stesso Alianello iniziò ad alimentare a partire dal suo romanzo. La teoria anticipa di diversi anni quella del “genocidio vandeano” che si diffonderà in Francia alla fine degli anni Ottanta a partire dalla tesi di dottorato dello storico della Sorbona Reynald Secher, il quale ricostruì la storia della repressione operata dal governo del Terrore, durante la Rivoluzione francese, contro la popolazione della Vandea sollevatasi a difesa della monarchia e della Chiesa [7]. Ci sono, senza dubbio, delle affinità tra le due vicende: un conflitto interno che assunse i contorni di una vera e propria guerra civile; una repressione brutale in cui ebbero un ruolo non indifferente pregiudizi di natura culturale e persino razziale, per via dell’attaccamento “superstizioso” al re e al clero; una sistematica opera di rimozione di quegli eccidi nella retorica nazionalista, che in Francia ha le sue fondamenta nella Rivoluzione e in Italia nel Risorgimento; l’appropriazione indebita che forze politiche reazionarie – il Front National francese, in seguito la Lega in Italia, in chiave anti-nazionale – fecero di queste nuove ricostruzioni storiche, strumentalizzandole politicamente e finendo per distorcerle del tutto.

Le cifre delle vittime della repressione del brigantaggio post-unitario sono state gonfiate, negli anni, esattamente come quelle della Vandea: in entrambi i casi si è parlato del tutto impropriamente di genocidio. Armino ricostruisce il dibattito storiografico sulla vicenda dimostrando tutte le falle dei sostenitori del genocidio meridionale: meri errori statistici dei censimenti pre e post-unitari e collegamenti del tutto arbitrari tra il numero di renitenti che sfuggì alla leva nazionale e le presunte vittime del genocidio hanno permesso ad autori come Pino Aprile di arrivare a concludere che quasi un napoletano su quattro sia morto senza lasciare traccia negli anni immediatamente successivi all’Unità e che circa 800.000 persone siano rimaste vittime del genocidio voluto dai piemontesi [8].

Armino mostra per esempio come i renitenti di leva nel Mezzogiorno non furono affatto 120.000, come ricostruisce Aprile, sostenendo peraltro senza alcuna prova che vennero tutti uccisi negli anni successivi, ma appena un decimo. Anzi: la risposta alla leva del governo italiano fu maggiore nel Sud che nel Nord. Mentre anche tra i due censimenti pre e post-unitari del Lombardo-Veneto risulta un ammanco di ben 448.000 persone, senza che nessuno abbia mai proposto che si trattasse di vittime della guerra contro l’Austria, per il semplice fatto che i due censimenti vennero effettuati con metodi diversi e non potevano che dare risultati diversi (nel primo caso venivano contate tutte le persone che si trovavano sotto uno stesso tetto, a prescindere dall’effettiva residenza, finendo per contare moltissime persone più di una volta) [9]. Antonio Ciano, nel suo libro Garibaldi: il massone dei due mondi, arriva a scrivere, senza alcuna prova, che “un milione di contadini furono abbattuti” nel Sud tra il 1861 e il 1871; ma, osserva ironicamente Armino, se nessuna statistica fu data ai governi piemontesi dell’entità del massacro perché nessuno doveva sapere, “Ciano, non si sa come, è venuto a saperlo!” [10].

A sorreggere, nelle fantasiose ricostruzioni neoborboniche, il mito del genocidio meridionale, è la storia del famigerato campo di concentramento di Fenestrelle, il forte costruito dai piemontesi sulle Alpi dove, si sostiene, vennero incarcerati e lasciati morire o sistematicamente uccisi decine di migliaia di soldati rimasti fedeli ai Borbone. Alessandro Barbero ha da tempo – fonti e dati alla mano, a differenza degli autori neoborbonici – smentito questa storia, dimostrando che il forte ospitò solo poche migliaia di prigionieri (peraltro anche renitenti piemontesi) e che, tra il 1860 e il 1865, vi morirono solo quaranta ex borbonici ed ex papalini [11]; numero certo doppio rispetto ad altre carceri, per via delle condizioni di vita del forte alpino, ma lontanissimo dalle migliaia di decessi millantati dal giornalista Gigi Di Fiore nei suoi numerosi libri di “contro-storia” del Risorgimento.

Brigantaggio e razzismo antimeridionale

Un altro dei pilastri della narrazione neoborbonica riguarda il brigantaggio, dipinto come un movimento di resistenza all’occupazione piemontese assimilabile alla Resistenza partigiana durante l’occupazione nazista. Vale la pena ricordare che il fenomeno del brigantaggio era diffuso ed endemico nel Mezzogiorno continentale già nel Settecento e, come dopo l’Unità, fu spesso strumentalizzato politicamente: il caso più noto è quello di Michele Pezza, il famoso Fra Diavolo, che si unì alle truppe sanfediste nel 1799 per abbattere la Repubblica napoletana e restaurare sul trono re Ferdinando, fuggito a Palermo. Antonio Ciano, in I Savoia e il massacro del Sud (1996), scrive:

“Il movimento rivoluzionario anti piemontese, chiamato brigantaggio, in realtà fu un grande movimento di massa. Molti tribunali definirono i briganti partigiani, regi o legittimisti: difendevano la loro patria, il loro Re e la chiesa cattolica da un’orda massonica che voleva colonizzare il Meridione” [12].

Di fronte a dichiarazioni del genere c’è poco da dire, e infatti Armino dedica poche pagine alla questione, limitandosi a smentire le principali invenzioni dei neoborbonici e concludendo che, se fossero vissuti nel 1861, certamente i partigiani non avrebbero preso le difese “dell’oscurantismo teocratico borbonico” [13].

In realtà vale la pena soffermarsi maggiormente sulla questione del brigantaggio perché una sua più approfondita analisi permetterebbe di svelare molte delle motivazioni della resistenza al processo unitario che caratterizzò il Mezzogiorno continentale e anche di decostruire molta dell’attuale retorica neoborbonica intorno ai “briganti”. Una delle ultimissime opere ad essa dedicate, La guerra per il Mezzogiorno (2019) di Carmine Pinto, traccia una ricostruzione accurata e un bilancio storiografico aggiornato, a partire dalla decostruzione della retorica risorgimentale della repressione del brigantaggio come “effetto collaterale” dell’Unità, passando per la lettura in chiave di conflitto sociale che emerse a partire dal secondo dopoguerra, restituendo a questa vera e propria guerra civile una dimensione più complessa e articolata. Ciò che appare più interessante per il nostro discorso è la riflessione di Pinto su come le vicende del brigantaggio appaiono abissalmente distanti dal nostro sentire e quindi del tutto avulse dal contesto storico contemporaneo (includendo in esso anche la pagina della Resistenza); le grandi celebrazioni per la nascita di Vittorio Emanuele III a Napoli, dove risiedeva allora re Umberto, nel 1869, dimostrarono quanto rapidamente la capitale del regno del Sud divenne una roccaforte dei Savoia al punto che, nel referendum del 1946, i napoletani avrebbero votato in massa a favore della monarchia sabauda.

“Il borbonismo raccolse l’esperienza del primo decennio di resistenza e la rielaborò con un misto fra vittimismo e nostalgia, consolidando temi e argomenti in una rappresentazione mitica, una Causa perduta borbonica”, scrive Pinto [14].

Fu in questo contesto che il brigantaggio, spesso aizzato dai circoli legittimisti dell’aristocrazia e del clero, si trasformò in un mito destinato a durare e a rinnovarsi, nonostante la sua appartenenza a un contesto storico-sociale molto distante da quello moderno.

A sorreggere la repressione del brigantaggio fu la mistificazione razzista operata da Cesare Lombroso e dai suoi seguaci attraverso una vera e propria teoria pseudoscientifica che propose una lettura razziale della questione meridionale. Studiando il cranio di un calabrese sospetto brigante nel 1871, Lombroso scoprì una deformazione (una depressione nella zona della cresta occipitale) che attribuì a un arresto nello sviluppo embrionale simile a quello che aveva riscontrato in varie specie di scimmie. Si convinse così che i criminali, e a maggior ragione i criminali meridionali, soffrissero di “atavismo”, ossia di uno stato evolutivo arretrato rispetto alla razza ariana europea, provando così a spiegare in termini evolutivi le differenze culturali dei meridionali rispetto agli italiani del Nord [15].

Già le descrizioni degli abitanti del Mezzogiorno da parte dei visitatori europei durante il Grand tour a cavallo tra XVIII e XIX secolo tradivano del resto il razzismo diffuso, che la guerra al brigantaggio non fece che acuire. È celebre la descrizione che Luigi Carlo Ferini, luogotenente del governo italiano nel Sud, fece a Cavour scrivendogli da Napoli:

“Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile!” [16].

Trasformando i meridionali in una “razza maledetta”, come fecero peraltro i repubblicani francesi in Vandea e i colonialisti in Africa, divenne più facile giustificare le atrocità di cui si macchiarono gli eserciti nella repressione del brigantaggio, poiché le popolazioni oggetto di rappresaglie erano considerate semi-barbare. Secondo Carmine Conelli, autore di diversi studi sul tema, la “razzializzazione dei meridionali” sarebbe stata strumentale alla trasformazione del Mezzogiorno non solo in una sorta di “colonia interna” italiana, ma anche in un laboratorio in cui sperimentare le politiche di violenza che il governo unitario avrebbe successivamente intrapreso in Africa per l’edificazione delle colonie d’oltremare [17].

Un paradiso abitato da diavoli?

Questo discorso ci conduce all’ultima e più importante parte del libro di Armino, relativa all’effettivo stato del Regno delle Due Sicilie preunitario. Fu davvero una Borbonia felix, come ironicamente l’ha definita Renata De Lorenzo facendo il verso alle narrazioni neo-borboniche, o fu piuttosto la “negazione di Dio eretta a sistema di governo”, per usare le parole di Lord Gladstone [19]? In appendice al libro di Armino troviamo un divertente fact-checking dei famosi primati borbonici, di cui si legge continuamente online (furono anche oggetto di un’accesa edit war sulla voce di Wikipedia dedicata a Napoli). Solo 4 su 22 risultano autentici, mentre in molti altri casi – il primo teatro lirico (il San Carlo di Napoli), il primo telegrafo elettrico, il primo ponte sospeso in ferro (quello, celebre, del Garigliano) – i primati spettano ad altre città italiane, spesso in anticipo di secoli rispetto al regno meridionale: per esempio, Padova istituì la prima cattedra di astronomia nel 1307 rispetto a quella di Napoli del 1735, e il primo orto botanico nel 1545 mentre Napoli se ne dotò nel 1807 (peraltro su iniziativa di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che fecero istituire anche il primo osservatorio astronomico del regno, a Capodimonte).

Ma la questione dei primati, come si è detto, è strumentale perché nasconde le vere debolezze strutturali dello stato borbonico: si può certamente discutere della bontà dell’esperimento della Real Colonia di San Leucio, a Caserta, voluta da Ferdinando I per incentivare la produzione della seta, ma non si può ignorare che il regno non riuscì mai a essere concorrenziale rispetto all’industria serica della Lombardia e del Piemonte; Armino analizza in dettaglio il distretto metallurgico di Mongiana, in Calabria, e le officine meccaniche di Pietrarsa, poco fuori Napoli, vanti dell’industria borbonica, al punto che la retorica oggi racconta che il Regno delle Due Sicilie vinse il premio di paese più industrializzato d’Italia all’Esposizione universale di Parigi del 1856 (in realtà, ricorda Armino, l’Esposizione si tenne l’anno prima, e Napoli non partecipò nemmeno alla sezione Agricoltura e Industria, ma solo a quelle di Belle Arti, quindi non si capisce che premio poté mai ottenere). Quelle fabbriche erano certamente all’avanguardia, ma isolate nel contesto complessivo del regno, prive delle più elementari infrastrutture, cosicché il trasporto dei materiali prodotti diventava talmente oneroso da non poter in nessun modo concorrere con la produzione industriale del Nord Italia e di altri paesi europei, ben più sviluppati in termini di strade e ferrovie.

È vero che il debito pubblico del Regno delle Due Sicilie era nettamente inferiore a quello del Regno di Sardegna alla vigilia dell’Unità; ma ciò, spiegano gli storici, dipese dal fatto che sotto Cavour gli enormi investimenti infrastrutturali (e le spese di guerra) produssero un’impennata del debito, i cui frutti però furono raccolti in seguito grazie a una maggiore competitività economica, mentre il Regno delle Due Sicilie non poteva permettersi alcun tipo di reale investimento infrastrutturale data la situazione precarissima delle sue finanze. Quando, nel 1821, Ferdinando soffocò il governo costituzionale a cui egli stesso aveva giurato fedeltà grazie al soccorso delle truppe austriache, si ritrovò a dover subire l’occupazione fino al 1827 delle truppe del governo di Metternich, con spese onerosissime che assestarono un colpo micidiale alle casse del regno. Il presidente del consiglio Luigi de’ Medici di Ottajano evitò il disastro ottenendo che la banca Rotschild (che aprì una filiale a Napoli) acquistasse buona parte del debito pubblico, e imponendo un rigidissimo protezionismo aumentando le tariffe doganali per promuovere la produzione interna [20].

La politica economica autarchica non giovò, tuttavia, al Regno, anzi portò Napoli a inimicarsi gli inglesi, che pure erano storicamente vicini ai Borbone (avevano difeso Ferdinando in Sicilia durante il decennio francese sul continente), al punto che nel 1840 per poco i due stati non vennero alle armi. Anche per questo gli inglesi sostennero tacitamente l’avventura garibaldina del 1860, coprendo lo sbarco a Marsala con due loro navi. Il fatto è che il Regno non aveva fondi sufficienti per investire e non poteva ottenere facilmente prestiti a causa dell’arretratezza dello stato, dove i latifondisti continuarono ad avere a lungo un ruolo politico ed economico determinante e la borghesia imprenditoriale non godette mai di ampi margini di libertà; prova ne è che

“nel 1858 le rotaie necessarie alla rete ferroviaria napoletana furono fornite dal barone Rotschild al prezzo di 4,60 ducati franco trasporto, cioè meno della metà del prezzo di quelle napoletane” [21].

Sostenere, dunque, che il Regno delle Due Sicilie fosse uno degli stati più ricchi e industrializzati del mondo è, come dimostra Armino, una smaccata menzogna, poiché quando il regno cadde la paralisi economica si trascinava ormai da quasi quarant’anni.

Né deve stupire la facilità con cui appena un migliaio di garibaldini – supportati, però, una volta sbarcati in Sicilia, da decine di migliaia di volontari – riuscirono a far cadere in pochi mesi il più grande regno d’Italia. Nel 1798 era accaduto lo stesso quando le truppe francesi, numericamente inferiori, avevano messo in rotta l’esercito napoletano a Roma, costringendo poi Ferdinando a una vera e propria fuga in Sicilia: in quel caso le imprendibili fortezze di Gaeta e Capua caddero senza colpo ferire e i francesi riuscirono in poche settimane a controllare tutta l’Italia continentale. Stessa situazione accadde nel 1806, quando Napoleone depose nuovamente la dinastia borbonica mettendo sul trono di Napoli il fratello Giuseppe. E ancora, nel 1820 gli ufficiali di fede murattiana ebbero facile gioco a conquistare Napoli, estorcendo a Ferdinando la costituzione (nello specifico, quella spagnola del 1812) e questi riuscì ad avere la meglio sugli insorti solo grazie alle truppe austriache.

La storia mostra infine quanto fragili fossero le basi del consenso borbonico. I moti del Cilento nel 1828, le rivolte antiborboniche in Sicilia nel 1837, la rivoluzione del 1848 – che di nuovo portò alla nascita di un governo parlamentare poi soffocato da Ferdinando II, che per la brutalità della repressione ricevette l’epiteto di “re Bomba” – furono tutte prove del fatto che la dinastia borbonica avesse ormai da tempo esaurito la sua parabola storica, conservando il potere solo grazie a un regime sempre più repressivo e conservatore. La Sicilia, soprattutto, non perdonò mai a Ferdinando I l’accantonamento dell’esperimento costituzionale promosso dagli inglesi nel 1812, e rappresentò una base di risentimento antiborbonico che Giuseppe Garibaldi non ebbe alcuna difficoltà a far passare sotto la sua bandiera dopo lo sbarco di Marsala. Ignorare tutto ciò, attribuendo la rapida disgregazione dell’esercito borbonico nel 1860-61 a complotti e tradimenti, rappresenta l’ennesimo tentativo di falsificazione della storia.

Mistificazioni neoborboniche e questione meridionale

Una delle peggiori responsabilità del complottismo sta nell’occultare, attraverso palesi falsi e invenzioni, la problematicità dei temi di cui si occupa. Per esempio, la narrazione complottista sul Nuovo Ordine Mondiale semplifica e distorce completamente una problematica ben più sottile, di ordine politico-economico, riguardo le responsabilità dell’ordine neoliberale globale nella riduzione degli spazi di libertà democratica delle economie mondiali. Analogamente, il neoborbonismo prende diversi degli elementi della questione meridionale e li distorce attraverso clamorose invenzioni e falsi storici. Il risultato è che le vere problematiche storiche del meridionalismo finiscono sepolte sotto una montagna di fake news.

Il neoborbonismo nasce come reazione alla retorica risorgimentale che, a lungo, provò a nascondere i guasti delle politiche post-unitarie nei confronti del Mezzogiorno d’Italia, ma non è mai riuscito a mettere a fuoco i veri termini della questione. Già nel 1875 le Lettere meridionali di Pasquale Villari, deputato napoletano e futuro ministro dell’Istruzione, mostrarono quanto sbagliata fosse stata la politica seguita dai Savoia nei confronti del Mezzogiorno. L’abolizione delle tariffe doganali e la liberalizzazione del mercato interno fu, per l’ex regno che era riuscito a sopravvivere solo grazie a un feroce protezionismo, un disastro. I prodotti manifatturieri meridionali non trovarono sbocco e ben presto anche le derrate agricole si trovarono in difficoltà a causa della concorrenza del Nord Italia e – a partire dalla crisi agricola degli anni Ottanta – del resto d’Europa. Caddero in disgrazia non solo gli agricoltori, ma anche i proprietari terrieri, che alimentarono di conseguenza il brigantaggio. Il divario tra Nord e Sud aumentò sensibilmente dopo l’Unità e raggiunse l’apice negli anni Venti del Novecento, prima di ridursi in maniera importante soprattutto nel secondo dopoguerra (oggi è tornato ai massimi livelli) [22]; per la verità, a causa dell’incompetenza del ceto politico unitario, l’economia italiana tutta rimase pressoché ferma per tutti gli ultimi quarant’anni dell’Ottocento, promuovendo un’enorme emigrazione che peraltro fu più marcata al Nord che al Sud (a sconfessare, ancora una volta, il mito neoborbonico di un’emigrazione di massa del Mezzogiorno a favore delle regioni settentrionali) [23].

Agli errori delle politiche socio-economiche prima della Destra storica e poi della Sinistra storica, che non assecondarono le istanze del ceto contadino (represse già da Garibaldi e Bixio a Bronte nel 1860) e successivamente diedero seguito solo parzialmente e con molti ritardi alle promesse di massicci investimenti infrastrutturali nel Sud, vanno attribuite buona parte delle responsabilità della questione meridionale.

Il ritardo con cui il dibattito storiografico ha affrontato questo problema è alla base del fenomeno neoborbonico emerso gradualmente nel Mezzogiorno a partire dagli anni Settanta del secolo scorso ed esploso a partire dallo scorso decennio. Ricorda tuttavia Armino:

“I meridionalisti denunciarono le gravi condizioni del Mezzogiorno ma non contestarono mai l’unità nazionale, una conquista che non poteva essere messa in discussione perché corrispondeva a una reale necessità storica” [24].

Egli mostra lucidamente come una parte di responsabilità nell’alimentare questo fenomeno vada attribuita alla Lega degli anni Novanta, che attizzò l’insofferenza per il Risorgimento e mise in discussione i vantaggi dell’unificazione italiana. Oggi il vento neoborbonico soffia prepotente in tutto il Sud Italia e particolarmente a Napoli, dove si è saldato al tifo calcistico, al punto che di recente la statua di Giuseppe Garibaldi nell’omonima piazza della città è stata abbigliata con una maglia della Juventus, considerata il simbolo delle “ruberie piemontesi” [25]. La storia è piena di miti politici fondati su fake news e complottismo che hanno poi portato all’ascesa di forze politiche violente e antidemocratiche: per questo, il fenomeno neoborbonico non può essere sottovalutato né sminuito, ma studiato, analizzato e decostruito con onestà e rigore per salvaguardare la verità storica dalle mistificazioni politiche.

Note

Roberto Paura

Dottore di ricerca in Fisica, con specializzazione in comunicazione della scienza, è giornalista scientifico e culturale per diverse testate, ha lavorato alla Città della Scienza di Napoli ed è stato borsista dell'INFN. Dal 2013 è presidente dell'Italian Institute for the Future. Dal 2019 è coordinatore del CICAP Campania.

19 thoughts on “Il mito delle Due Sicilie e le bugie neoborboniche alla prova della storia

  • 15 Luglio 2021 in 10:03
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    Grazie dell’articolo, ne cito due frasi da tenere sempre presenti:

    “Una delle peggiori responsabilità del complottismo sta nell’occultare, attraverso palesi falsi e invenzioni, la problematicità dei temi di cui si occupa.”

    “La storia è piena di miti politici fondati su fake news e complottismo che hanno poi portato all’ascesa di forze politiche violente e antidemocratico.”

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  • 15 Luglio 2021 in 17:59
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    Sei giovane, Roberto, e non puoi ricordare Ponte Landolfo degli Stormy Six. Se vuoi, su you tube c’è ancora…

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    • 15 Luglio 2021 in 22:37
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      Caro Grano, come ben sa, la canzone Pontelandolfo (tutto attaccato, a dire il vero) è frutto di un momento storico preciso, ossia degli anni ’70 del secolo scorso, e di un’interpretazione critica del processo unitario idealmente opposta (ma, si direbbe, convergente) rispetto a quella degli odierni neoborbonici. Se ricorda Pontelandolfo, degli Stormy Six ricorderà a maggior ragione Stalingrado, Dante Di Nanni, e così via. Dunque, vale ed è interessante, sul piano storiografico, per capire gli anni ’70, non tanto per parlare scientificamente del Risorgimento. Quanto agli eventi di Pontelandolfo, oggi fatti accaduti addirittura nel 1861 in un Paese moderno dovrebbero essere oggetto di analisi, di ricerca di fonti e di loro lettura e interpretazione scientifica, non di utilizzi strumentali volti a produrre effetti politici (a mio giudizio nefasti) sull’oggi. Per Pontelandolfo si arrivò a parlare di mille uccisi: le ricerche documentarie più recenti avvalorano valutazioni assai più basse, ma non è questo il punto, qui. Tutto tremendo, sia chiaro, ma ritirare fuori Franceschiello e i sanfedisti, oggi, questo sarebbe tragico – ed è, francamente, risibile, oltre che un po’ troppo rétro, per non odorare di stantio. (Giuseppe Stilo- Redazione Query Online)

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      • 17 Luglio 2021 in 13:13
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        Sul perché io mi ostini ancora a scrivere Ponte Landolfo, bella Storia e belle leggende sul sito pontelandolfo1861.it.

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        • 18 Luglio 2021 in 12:43
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          Sembra una pinzillacchera, avrebbe detto Totò, ma la differenza tra scrivere “Pontelandolfo” e scrivere “Ponte Landolfo” è appunto la differenza che passa tra la ricerca storica e la “leggenda”, che appartengono, come è noto, a due differenti universi culturali che sarebbe opportuno tenere rigorosamente distinti.

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          • 20 Luglio 2021 in 12:36
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            Caro Augusto, se il sito da me citato Ti sembra poco storico molto leggendario, puoi andare su quello del Comune, comune.pontelandolfo.bn.it

          • 17 Agosto 2021 in 07:57
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            Gentilissimo signor Grano, ho letto con ritardo il testo pubblicato nel sito del comune di Pontelandolfo. Lo trovo indecente. Da un lato vi è un rozzo tentativo di usare un linguaggio emotivamente coinvolgente in lode del massacro dei soldati guidati da Bracci e a condanna dell’attacco (che nessuno ha mai approvato) delle truppe inviate da Cialdini, dall’altro i fatti vengono sistematicamente falsificati: i componenti la banda Giordano sono definiti “partigiani”, gli uomini di Bracci sarebbero stati “processati e giustiziati”, l’attacco a Pontelandolfo sarebbe invece stato condotto da “500 canaglie e mercenari ungheresi” – gli ungheresi ci stanno sempre bene in queste ricette – e dei cinquemila abitanti del paese “pochi scamparono”, anche se le vittime per accordo unanime fino a pochi anni fa furono tredici e solo la propaganda neoborbonica ne ha ingigantito le dimensioni. Roba simile manca di rispetto, prima ancora che alla verità storica, proprio alle vittime vere, trasformate in meri strumenti di propaganda. Si abbia i miei saluti cordiali.

  • 15 Luglio 2021 in 23:28
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    Alessandro Barbero su Fenestrelle con dati e fonti alla mano?
    Ma se ha ammesso lui stesso di aver consultato solo 65 faldoni su 2773 conservati a Torino.
    E questo sarebbe uno storico? Ah già, è più facile fare i suoi spettacolini senza contraddittorio, con la sua accattivante parlantina.
    Mi meraviglia che il CICAP si occupi, e che prenda posizione, su argomenti che non sono né pseudoscienza o paranormale, ci vorrebbe più equidistanza su cose che sono fonte di controversi dibattiti o almeno ospitare anche articoli di diverso parere.
    Cordialità
    Ciro Cirillo

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    • 17 Luglio 2021 in 10:15
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      Egregio Cirillo, saprebbe dirci di quale fondo archivistico sta parlando? Perchè non c’è un solo fondo tra quelli inerenti l’argomento trattato da Barbero che risponda ai numeri che il mondo neoborbonico continua a citare senza mai fornire alcuna indicazione, visto che non ne esistono. Aggiungo: Barbero ha scritto dopo una seria indagine archivistica, su quali fonti si basa la “ricostruzione” alla quale lei sembra credere? Cordiali saluti.

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  • 16 Luglio 2021 in 15:43
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    Occultare? Complottismo? I Piemontesi si sono comportati come un esercito di invasione con tutte le peggiori cose che questa comporta. Cosa peraltro continuata con nuove metodiche all’inizio del 900 e con gli anni ’60 dello scorso secolo. Con quelle che dobbiamo considerare come vere e proprie deportazioni delle forze lavoro. Compressioni e disumanità che diede spazio alla nascita e alla crescita del banditismo prima e della mafia dopo. Tutte le successive distonie tra Nord e Sud hanno quell’origine. Un popolo di smidollati piemontesi senza spina dorsale ed idee, sorretti solo dal sacrificio degli irredentisti, e supportati dalla real politic delle grandi potenze (francia ed inghilterra su tutte) s’è fatta carico della creazione di una falsa unità nazionale ancora irrealizata. Hanno reso il Sud la fucina del rifiuto dello stato. Sino ad spingere le masse contadine verso l’idea di indipendetismo dopo essere stati trattati come carne da macello in 2 guerre mondiali. Dire il contrario è negazionismo!!! E vergona assoluta per chi naviga in questi mari.

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  • 20 Luglio 2021 in 10:25
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    Ben venga il libro di Armino! Anche solo a scorrere alcune sgangherate obiezioni alla recensione, riconosciamo evidente la necesità di sfatare il mito del Regno felice. Chi consulta, come Barbero, gli archivi, si fa un’idea documentata dei fatti, ma chi scrive con la “penna emotiva” cade nel revanchismo e spesso nel ridicolo. Da archivista, ritengo che consultare 65 faldoni su 2773 sia un campione attendibile: il lavoro dello storico è trarre dalla selezione una ricostruzione attendibile, cosa che avviene senza dubbio nel citato libro sul forte di Fenestrelle.
    Qualcuno nell’antichità suggerì di trattare le cose “sine ira et studio” (senza odio e pregiudizio): Armino lo fa.

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  • 26 Luglio 2021 in 14:58
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    Anche il famoso eccidio di Pontelandolfo è stato ampiamente ridimensionato. Giancristiano Desiderio e Silvia Sonetti hanno di recente, con le loro pubblicazioni documentatissime, rimosso una volta per tutte quel velo di leggenda che ha ammantato per tanti, troppi anni, questa vicenda.

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  • 27 Luglio 2021 in 10:04
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    Signori, ma di cosa ci si stupisce?
    Il razzismo nei confronti dei meridionali, quello sì che è stato accertato e non solo nell’800, la costruzione del mito risorgimentale, anche quello esempio di narrazione pubblica e quindi emendata, unito al clima politico in questo articolo ricordato (Lega ndr) hanno portato, alcuni, a creare un mito alternativo.
    Non ci vedo nulla di scandaloso, soprattutto se il dialogo su queste questioni é fermo a contrapposizioni sterili.
    E questo va tenuto a mente prima di ricostruzioni storiche.
    Poi parliamo di storia, emigrazioni, che oggi sono a livelli imbarazzanti, investimenti nelle aree del Paese e compagnia cantante.

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    • 27 Luglio 2021 in 10:05
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      Aggiungo. Il neoborbonismo sarà anche fantasia ma non é in parlamento, altri sì.

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  • 28 Luglio 2021 in 19:37
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    La cosiddetta questione meridionale e’, come tante questioni storiche, molto complessa. Io ho fatto il liceo in Italia e ricordo che nel corso di storia si menzionava la tesi (su cui ho anche scritto il tema della Maturita’) che l’unificazione del Sud fosse da considerare un’annessione sabauda piuttosto che, appunto, una genuina unificazione nazionale, e che esistessero serio malcontento e disillusione nei confronti dell’amministrazione piemontese. Anche il famoso romanzo “Il Gattopardo” tratta di questi temi. Anche se io non ho approfondito la questione immagino che storici e politologi vi abbiano versato fiumi di inchiostro, probabilmente con conclusioni discordanti. Questo e’ normale nella storiografia. Al di la’ della ricerca di fatti (per esempio quanti battalioni avessero i Borbonici al Volturno o quali fossero i piani dei generali), gli storici si dedicano anche all’interpretazione e al giudizio di eventi e personaggi storici, che spesso non si prestano a dimostrazioni empiriche e rigorose, e che per di piu’ richiedono vaste conoscenze interdisciplinari che esulano dal campo strettamente scientifico. Inoltre il giudizio degli storici e’ spesso influenzato dalle ideologie e dall’atmosfera sociale e culturale dell’epoca in cui essi scrivono. Per esempio, come lo storico David Chandler scriveva nella prefazione di “Le Campagne di Napoleone”, la figura di Napoleone e’ stata alternativamente presentata come quella di tiranno sanguinario o di capo di stato illuminato che avrebbe promosso la diffusione di idee liberali e progressiste.
    Io ho seguito il CICAP fin dal 1995, e mi sembra di ricordare che nello statuto si diceva che l’associazione fosse apolitica e aconfessionale e si occupasse di affermazioni paranormali e pseudoscientifiche (connesse al campo delle scienze naturali, piuttosto che a quello delle cosiddette “scienze umane” ) con gli strumenti rigorosi della Scienza. Nell’articolo “Volontari del Cicap e fede” Marta Annunziata ha scritto: “Il CICAP però ha fatto la scelta di occuparsi solo di fenomeni indagabili empiricamente.” e (quotando Andrea Ferrero) “È stata fatta una scelta filosofica, che è quella di dare la precedenza alle verifiche sperimentali rispetto ai ragionamenti teorici, cioè un approccio empirista (anziché razionalista) alla realtà. ” Eppure il presente articolo non e’ il solo testo o blog del CICAP che ho letto dove, partendo dal “debunking” di miti relativi a specifici fatti verificabili, si passa, implicitamente o esplicitamente, a criticare ideologie o scelte politiche e ideologiche. Immagino che pochi, a parte questi Neoborbonici, considerino il regime borbonico come illuminato e benevolo, ma se qualcuno pensa che il Regno delle Due Sicilie sarebbe stato preferibile al Regno d’Italia alla fine si tratta di un’opinione personale, dettata da preferenze e inclinazioni personali e ideologiche, e non trattabile empiricamente e scientificamente. E ovviamente nessuno puo’ sapere come il Sud Italia sarebbe oggi se Garibaldi fosse stato sconfitto a Calatafimi. Secondo me smontare false affermazioni fattuali come la chiusura delle scuole nel Sud o le teorie del Lombroso sui crani calabresi puo’ anche rientrare tra gli obiettivi proposti dal CICAP. Difendere l’ideologia risorgimentale vs quella dei Neoborbonici o della Lega o chicchessia, o labellare partiti politici non mi sembra. Non so gli altri cicappini, ma se io voglio discutere di politica o di sociologia o di storia mi iscrivo a un sito che tratta di quegli argomenti. Direi che la stessa neutralita’ che il CICAP si propone nel campo della religione dovrebbe includere anche la sfera politica e sociale.
    “Scienza e Paranormale” era il titolo della rivista quando ho incominciato a seguire il CICAP, e la ragione per cui l’ho fatto: lo studio appunto di fenomeni paranormali alla luce della Scienza e della ragione; UFO, fantasmi, miracoli, ESP, astrologia e pseudoscienze come la fantarcheologia o l’omeopatia – un campo gia’ abbastanza vasto e complesso da indagare. L’omeopatia funziona oppure no e le sue basi scientifiche possono essere studiate e dimostrate oppure rigettate. Ma le opinioni sul personaggio di Greta Thunberg (distinte dal fatto scientificamente investigabile del riscaldamento globale e delle sue cause, che non sono la stessa cosa), o su Brexit o su varie correnti politiche secondo me hanno poco o nulla a che fare con la Scienza e con gli scopi che il CICAP, apparentemente, si era proposto. Mi chiedo se la decisione di passare da S&P a Query (un titolo molto piu’ vago e indefinito) non rifletta un cambiamento ideologico nella posizione e negli obiettivi del CICAP, corrispondente alla linea adottata da certe organizzazioni scettiche del mondo anglosassone. Con questo non e’ che io voglia presumere di “dettare” al CICAP gli scopi dell’organizzazione o criticare le sue scelte. Ovviamente il Comitato puo’ decidere di occuparsi di quello che vuole. E anche se dichiarasse di promuovere determinate posizioni in campo politico, ideologico o filosofico io continuerei a seguire il CICAP e a considerarlo una preziosa fonte di informazioni e riflessioni, almeno finche’ tali scelte non inficieranno la sua obiettivita’ nel campo del paranormale e della Scienza. Ma forse ulteriori chiarimenti a proposito sarebbero desiderabili.

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  • 22 Agosto 2021 in 18:23
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    anton: di qualsiasi argomento si voglia discutere-trattare-cavillare, e` di prima importanza addurre fatti reali, poiche le mistificazioni non fanno altro che offuscare la verita’, e chi vuole offuscare la verita, se non i bugiardi, da non ascoltare?

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  • 22 Agosto 2021 in 18:25
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    anton: di qualsiasi argomento si voglia discutere-trattare-cavillare, e` di prima importanza addurre fatti reali, poiche le mistificazioni non fanno altro che offuscare la verita’, e chi vuole offuscare la verita, se non i bugiardi, non solo da non ascoltare, ma da mettere alla berlina?

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    • 4 Settembre 2021 in 12:58
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      Gentilissimo signor Augusto Marinelli, Le rispondo con ritardo perché per risposte attente ho bisogno di una tastiera e di uno schermo, un Telefono cellulare, alla mia età, mi limita. Io ho linkato il sito internet del Comune di Pontelandolfo non per la parte riguardante gli avvenimenti di 160 anni fa, ma per la Storia più antica di quel territorio, che parte dalle guerre tra Antichi Romani e Sanniti. Solo così si può capire perché io continui a chiamarlo Ponte Landolfo, nome vicino all’ originale. Il primo sito da me citato era più di parte. Ma anche il Comune riporta la Storia e non tratta la leggenda di Santa Teodora (che probabilmente è proprio quella di Salonicco, visti i documentati passaggi dei Bizantini). Per questo pensavo fosse più adatto a Lei, (il sito del Comune) per confermarLe la ricchezza etnica e storica di quei territori. Sull’ episodio, ancor oggi divisivo tra gli Storici, non sono mai intervenuto in questo thread. Ho ricordato all’ Autore che in anni non troppo lontani il Revisionismo sull’ Annessione delle Due Sicilie al Regno Sabaudo non era patrimonio della sola Destra Estrema. Il commento di Anton del 28/7 mi trova quasi del tutto concorde, per quanto riguarda le mie personali opinioni. Anzi, giacché ci sono, bravo Anton! Si abbia anche Lei i miei saluti cordiali.

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