La radicalizzazione del complottismo QAnon

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

La domanda ricorreva da alcuni mesi. Esistono possibilità concrete che qualche seguace del movimento complottista QAnon, di cui abbiamo già parlato qui, vada incontro a un processo di radicalizzazione, rischiando così di commettere azioni violente, o veri e propri atti di terrorismo? Purtroppo, gran parte dei dubbi è ormai caduta mercoledì 6 gennaio, a causa dell’episodio impressionante verificatosi a Washington, negli edifici in cui hanno sede i due rami del Congresso degli Stati Uniti, il Senato e la Camera dei rappresentanti.

Il bilancio dell’attacco al Congresso è di almeno quattro morti e numerosissimi feriti, almeno 85  arresti, danni ingenti. Fra gli estremisti che hanno fatto irruzione nel parlamento statunitense, alcuni erano sicuramente seguaci di QAnon. Non si sa quanto questo movimento abbia giocato nella spinta alla violenza, ma alcune cose sono già chiare fin da ora. 

QAnon, lo ricordiamo, è un complesso di teorie cospirative basate sull’idea che una potente setta di satanisti pedofili controlli segretamente il mondo. Una battaglia sarebbe attualmente in corso tra le forze del bene – i cosiddetti white hats, capitanati da Donald Trump – e i seguaci della cabala, a cui apparterrebbero molti membri del partito democratico americano e dei VIP di Hollywood. Il piano segreto avrebbe dovuto passare per la rielezione di Trump e per una resa dei conti finale, costituita da migliaia di arresti e dallo smascheramento della setta agli occhi dell’opinione pubblica. Tutto questo, però, non è accaduto: Joe Biden ha vinto le elezioni e il suo insediamento avverrà il 20 gennaio.

La sconfitta di Trump

Si potrebbe pensare che il risultato delle votazioni, via via sancito da una quantità industriale di giudici e di pronunciamenti di ogni genere, decretasse definitivamente la morte del movimento QAnon. In realtà la storia dei movimenti cospirativi insegna che non sempre una profezia disattesa implica il venir meno della fiducia nei confronti della teoria. Ricordiamo, in questo senso, gli studi del sociologo Leon Festinger, che nel suo libro del 1956 (When prophecy fails) aveva seguito insieme a Henry Riecken i membri di una setta apocalittica di tipo ufologico prima e dopo la mancata fine del mondo: secondo la guida spirituale del gruppo (Dorothy Martin, indicata come Marian Keech nel testo), il mondo sarebbe dovuto andare incontro a un diluvio dal quale solo loro si sarebbero salvati, grazie ai dischi volanti. Ebbene, Festinger notò che nonostante tutto gli appartenenti al gruppo continuavano a “credere”, e che dopo un primo momento di sconcerto avevano trovato il modo di giustificare il fallimento della profezia e di riorganizzare il nuovo evento “negativo” all’interno del sistema interpretativo del gruppo. 

Quando un’attesa si scontra con la realtà, infatti, si può reagire in molti modi; molti trovano una “scappatoia” per salvaguardare il nucleo di fondo delle proprie convinzioni. Le strategie per farlo possono essere moltissime: fissare una nuova data fatidica per il disvelamento finale (ad esempio, nel caso di Trump, rimandando tutto alle prossime elezioni presidenziali, quelle del 2024), interpretare la profezia in senso metaforico, supporre che anche la sofferenza per la mancata rielezione di Trump faccia parte del piano, e così via.  Sotto questa luce, è estremamente interessante seguire l’evoluzione del movimento QAnon, il modo in cui sta riformulando le proprie credenze di fondo e le strategie messe in atto dalle sue diverse frange. 

Per contro, bisogna notare che Donald Trump è stato pronto a scivolare via via verso le teorie della cospirazione. Se alcuni mesi fa il suo sostegno a QAnon si limitava alla mancata condanna delle sue fantasie e al retweet di alcuni membri del movimento, con i risultati del 3 novembre il presidente uscente sembra aver sposato l’idea di un mostruoso big steal: l’elezione di Biden è frutto di brogli, a milioni di americani è stato negato il diritto di voto, la democrazia negli USA è stata sovvertita da quell’esito chiaramente impossibile. I toni si sono fatti sempre più accesi, le parole più forti, ed è stato Trump stesso a richiamare a Washington i propri sostenitori, in vista della certificazione del voto prevista per il 6 gennaio. L’adesione a tesi cospirative risulta particolarmente evidente nella telefonata fatta dal presidente uscente al governatore della Georgia: Trump lo invitava a “trovare” gli 11.000 voti necessari a cambiare l’esito della votazione, anche ricalcolando il tutto. Insomma, dava l’idea di essere convinto dell’esistenza di quelle schede scomparse o fatte sparire, una circostanza di cui non c’è alcuna prova, ma che era stata messa in circolazione dai cospirazionisti.  

I QAnon e gli scontri al Congresso del 6 gennaio

L’evidenza disponibile è sufficiente: fra i partecipanti all’attacco del Campidoglio di Washington, che ha visto l’occupazione delle sedi del Congresso da parte di sostenitori estremisti di Trump, c’erano davvero alcuni complottisti, e, fra gli altri, anche sostenitori di QAnon. Bandiere e magliette con la “Q” a stelle e strisce, slogan WWG1WGA (Where we go one, we go all, una delle firme del movimento) inalberati in più punti dalla folla si sono visti ovunque; ma, soprattutto, si sono verificati due fatti assai più netti e più gravi. 

Il primo è stato l’uccisione da parte della Polizia di una seguace del movimento, l’ex militare dell’Aeronautica Ashli Babbit, colpita da un colpo di arma da fuoco mentre cercava di entrare in un’area bloccata dalle forze dell’ordine. Potete trovare qui il suo profilo Twitter: era californiana, seguace di QAnon e sposata con un uomo, a quanto pare, anche lui seguace di idee cospirative. Uno dei suoi ultimi tweet, risalente a poche ore prima degli incidenti, lascia poco spazio a dubbi:

Niente ci fermerà… proveranno e proveranno, ma la tempesta [The Storm, la battaglia finale tra il bene trumpiano e la Cabala satanica, NdA] è arrivata e si abbatterà su Washington fra meno di 24 ore… dal buio alla luce! 

Il secondo fatto è la presenza, fra i più facinorosi partecipanti all’assalto, di un militante QAnon piuttosto famoso, Jake Angeli, un uomo dell’Arizona che si presenta sovente alle manifestazioni travestito in modi estrosi (tanto da essersi meritato il soprannome di Sciamano di QAnon). È un acceso propagandista di una delle idee più estreme del movimento, quella secondo la quale molti esponenti dem americani sarebbero in realtà pedofili.

Ma a fronte dei disordini, in sostanza annunciati e, a quanto pare, mal gestiti e sottovalutati dalle agenzie di sicurezza, come hanno reagito i sostenitori di QAnon? Come hanno valutato l’assalto al Congresso e il suo esito?

Le reazioni dei gruppi QAnon

Alcuni degli account e dei siti più frequentati dai QAnon (anche italiani) ce ne danno una misura. 

  • In un primo momento, trapelava la gioia per quello che sembrava, agli occhi di molti, l’inizio della “Tempesta”, quella resa dei conti attesa da anni e mai verificata. Dopo le tribolazioni, il momento della gloria era prossimo. In costoro non sembrava esserci – va detto – un particolare timore per il ricorso alla violenza. Dallo scontro decisivo, anche a costo del sangue, sarebbe sorta la nuova era. La purificazione comportava il fuoco, il tremendo crepuscolo degli idoli, la distruzione del deep state

 

  • Quando, nel giro di un paio d’ore, è diventato evidente che tutto si riduceva all’azione di alcune centinaia di persone (sia pur concentrate in un punto strategico dell’America come il Campidoglio) e che ben presto gli assalitori sarebbero stati sgomberati da polizia e militari, è subentrato il mito del false flag, un altro dei tormentoni complottisti. Azioni di guerra, attentati, disordini, incidenti, disastri, sarebbero quasi sempre dei falsi, inscenati di solito per giustificare guerre, azioni di polizia, provvedimenti di legge, giri di vite contro i “patrioti”, ulteriori misure da “dittatura sanitaria”, e così via. Per questo, sugli account di molti seguaci del movimento, anche stavolta i QAnons hanno cominciato a postare le prove del false flag. Gli uomini che apparivano nei video erano, ai loro occhi “esperti”, militanti di sinistra o poliziotti mascherati, a cui le stesse forze dell’ordine deputate alla sicurezza avrebbero aperto le porte per scatenare il caos. In un certo senso, forse questa seconda reazione può essere interpretata come una presa di distanza dai fatti di Capitol Hill, pur fatta “a modo loro”.  È piuttosto ironico che, tra le persone additate di far parte della cabala, figuri anche il già citato Jake Angeli: ad accusarlo sarebbe stato il suo tatuaggio sul petto, identificato con il simbolo pedofilo dello spirangolo (si tratta invece, da altre foto, del valknut, un simbolo di vaga derivazione germanica, molto amato dai suprematisti bianchi). Allo stesso modo, il tatuaggio di un suo compagno è stato interpretato come una falce e martello, mentre si trattava, con ogni probabilità, di un simbolo presente nel videogioco Dishonored. Insomma, un complotto in piena regola, ma portato avanti con personaggi improbabili e facili da smascherare: il tutto, come accade sempre nella mitologia complottista, passibile di scoperta da parte dei “patrioti” grazie alla visione di video o di immagini della scena dei fatti, rilanciati in rete in un loop senza termine. 

 

  • La terza modalità di reazione, forse la più tragica, è quello della comparsa di un embrione di martirologio. Un classico della sociologia come Max Weber ci ha insegnato già dal 1922 che i movimenti carismatici, strutturandosi, hanno bisogno di costruirsi un pantheon di vittime cadute per mano dei nemici nella fase eroica del movimento, quella iniziale. È stato così con il militante nazista Horst Wessel per il Terzo Reich, è stato così per i fascisti morti in scontri armati tra il momento della fondazione del movimento e la Marcia su Roma, è accaduto lo stesso per i bolscevichi morti nella guerra civile russa, quella del 1917-1920. Oggi, forse stiamo assistendo a qualcosa del genere con i QAnons. La vicenda tragica della morte di Ashli Babbit sembra indicare che questa donna potrebbe assurgere al ruolo di proto-martire di questo movimento neo-religioso in fase di tumultuosa evoluzione.

La reazione degli elettori

Se, da una parte, numerosi congressisti repubblicani hanno manifestato sconcerto, paura ed aperta condanna per l’attacco del 6 gennaio, dall’altra una parte dell’elettorato repubblicano sembra mostrare maggior indulgenza verso le frange violente. Infatti, se è vero che, nel suo insieme, gran parte degli elettori condanna l’accaduto, secondo un sondaggio condotto nelle ore immediatamente successive ai fatti di Capitol Hill dall’agenzia di indagini sociologiche YouGov, le cose starebbero ben diversamente. Questo è particolarmente evidente se ci si limita a guardare ai votanti del partito di Trump: il 45% di essi “sostiene” le azioni degli estremisti che hanno assaltato il Campidoglio e, comunque, il 68% degli elettori repubblicani registrati non considera quanto accaduto una minaccia alla democrazia americana. 

Questo, se visto dal nostro punto di vista, potrebbe significare una cosa preoccupante: i cospirazionisti potenzialmente violenti, e, fra loro, alcuni QAnon, in questo momento potrebbero disporre – per così dire – di acqua sufficiente in cui nuotare, e prosperare. Senza l’acqua, di solito, i movimenti violenti e in particolare quelli terroristici non funzionano. La storia italiana degli anni ‘60-’70 ce lo ha mostrato: il terrorismo di sinistra fu efficiente e, in apparenza, dilagante, perché in una prima fase della sua storia godette di un sia pur limitato consenso sociale. Venuto meno quello, fu più facile sconfiggerlo anche sul piano strettamente “operativo”.  

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Ma davvero non era possibile prevedere la deriva violenta del movimento QAnon? Già ben prima del 6 gennaio, alcuni commentatori ed esperti avevano lanciato l’allarme: l’opinione generale era che il movimento si stava davvero radicalizzando, spostandosi su posizioni sempre più estreme, anche inclini ad azioni dimostrative al di sopra della legge. Ecco alcune delle loro analisi, che forniscono spunti per capire meglio il fenomeno.  

Geoffrey M. Kabaservice: i repubblicani, da partito conservatore a partito anti-istituzioni

Culto di Trump e culto QAnon sono la stessa cosa? Già a inizio dicembre, sul Washington Post, il politologo americano Geoffrey M. Kabaservice aveva osservato una deriva sempre più personalistica della destra americana, elemento che avrebbe favorito l’identificazione del presidente uscente come il salvatore, l’unico in grado di rimettere a posto le cose e rendere nuovamente grande l’America. Al di là di questo, secondo lui buona parte dell’elettorato repubblicano avrebbe subito negli ultimi vent’anni una vera e propria mutazione di mentalità. In precedenza, la base repubblicana era la parte politicamente attiva dell’America conservatrice, quella che, di norma “tranquilla”, in certe situazioni (ma tutto sommato sporadiche) inscenava vere e proprie proteste politiche contro il potere centrale, la tassazione, le norme a favore di gruppi svantaggiati, e contro ogni nuovo “governo di Washington” – in qualche raro caso persino contro i governi repubblicani moderati, Ma che poi, comunque, “rientrava nei ranghi” dell’ordine tradizionale. 

Tuttavia, questa situazione sarebbe cambiata in modo radicale dal 2009 con la comparsa nelle file repubblicane dei populisti anti-tasse del Tea Party: Trump ne sarebbe l’erede legittimo e il continuatore. In modo graduale ma inarrestabile, i repubblicani sarebbero diventati, da un partito conservatore, un partito della “rivolta permanente”, un’ampia area anti-sistema che avrebbe perso il ruolo di difensore delle istituzioni tradizionali. Per Kabaservice, questa parte “trumpiana” d’America costituirebbe la riserva sociologica alla quale avrebbe attinto in modo diretto il nascente cospirazionismo QAnon.

Il Summit on Depolarization: la deriva violenta del cospirazionismo

In una serie di conferenze online presentante a metà novembre in un Summit on Depolarization, ossia su come “attenuare” la tendenza verso l’estremismo cospirativo, istituzioni come la Vanderbilt University e il Fetzer Institute hanno presentato in modo impietoso l’evidenza di una lenta radicalizzazione di massa della politica americana. 

Scrivendo in precedenza, avevamo riassunto i pochi episodi di violenza fino a poco tempo fa collegabili a frequentatori del mondo QAnon. Per quanto gravi, fino al 6 gennaio sembravano essersi trattati per lo più di iniziative individuali e limitate. L’assalto di Capitol Hill è il primo, vero episodio di violenza organizzata messo in atto dal movimento, a cui hanno fatto seguito anche episodi minori nel resto degli Stati Uniti. 

I campanelli d’allarme, però, c’erano tutti. Venerdì 18 dicembre alla Casa Bianca c’era stato un incontro fra Trump e alcuni suoi consiglieri. Durante il meeting, alcuni avevano accennato al presidente una sostanziale richiesta di sovvertire l’ordine costituzionale americano, giungendo a invocare l’imposizione di una vaga “legge marziale”. Questa riunione ha visto la presenza attiva di alcuni cospirazionisti che ricoprono cariche pubbliche; fra di essi, il generale Michael Flynn, uno dei paladini del movimento QAnon. In questo modo, alcuni personaggi di area cospirazionista sono arrivati, sia pure per breve tempo, a rapportarsi in modo diretto con il presidente uscente nel corso di una riunione di vertice. 

Quello che ci è possibile affermare è che le notizie su questa riunione, giunte in meno di 48 ore alla stampa, erano state seguite già in quei giorni, fra i QAnons, da una serie di comportamenti al limite della sovversione.

Il complottista Ron Watkins, figlio di Jim (proprietario della imageboard “8chan” – oggi noto come 8kun – sulla quale nel 2017 fecero la loro prima apparizione i messaggi del fantomatico Patriota Q, e che qualcuno ha accusato di essere la vera e propria eminenza grigia di QAnon), aveva lanciato un hashtag, #CrossingTheRubicon: il riferimento è ovviamente a Giulio Cesare e all’inizio delle guerre civili a Roma. Con questa frase, Watkins stava invitando Trump a ricorrere alla forza militare per impedire che Biden assumesse la presidenza il 20 gennaio. L’hashtag aveva suscitato in una parte dei QAnons un’estrema violenza verbale. Le esortazioni implicite (e a volte aperte) all’instaurazione di una dittatura erano state migliaia (un esempio è rappresentato dalla presidente del Partito Repubblicano per l’Arizona). Su scala assai minore, nei giorni successivi questo linguaggio fortemente aggressivo era arrivato anche sui gruppi social italiani di area QAnon o comunque complottista, in particolare su Telegram e Parler. Si auspicavano azioni per fermare i democratici, con ogni mezzo. È molto probabile che le convinzioni di alcuni partecipanti al raid del 6 gennaio (tra le cui fila qualcuno si è presentato armato di fascette zip, forse con l’idea di prendere in ostaggio politici contrari a Trump o forse per “far scena”) siano maturate in questi ambienti.

L’analisi della NCRI: QAnon è davvero un pericolo

La crescita recente di questa retorica insurrezionalista aveva ulteriormente allarmato diversi altri osservatori del cospirazionismo americano, come il deputato repubblicano al Congresso per la Virginia Denver L. Riggleman e lo studioso Mike Rotschild, che su QAnon sta per pubblicare un libro. 

L’attenzione per il rischio di una deriva violenta era evidente anche da un’analisi qualitativa del linguaggio QAnon pubblicata il 16 dicembre dall’NCRI (Network Contagion Research Institute), un think-tank che si occupa di disinformazione tramite social media. Nel rapporto, uno dei fondatori dell’NCRI, Joel Finkelstein, sosteneva che i gruppi QAnon non rappresentano soltanto aggregatori di teorici del complotto e un rischio di divisioni intrafamiliari e di promozione su larga scala dell’incitamento all’odio: in certe occasioni, a suo parere (ma si trattava, si direbbe, soltanto di sue deduzioni), tramite essi verrebbero lanciate vere campagne pianificate, probabilmente da qualche ambiente politico della destra repubblicana, mirate ad influenzare fazioni potenti di quel partito. L’obiettivo sarebbe quello di radicalizzarlo, sino al sovversivismo. L’NCRI non esitava a parlare del sorgere di un movimento neo-religioso a forte contenuto antiscientifico che potrebbe, se incontrasse ulteriore consenso, diventare una minaccia per la stessa democrazia americana.

Poiché QAnon fa leva in modo efficace su alcune paure fondamentali, per l’NCRI il rischio concreto è che i cospirazionisti siano spinti a deumanizzare sempre di più il “nemico”. Negli ultimi mesi, il rafforzamento di questa spinta sarebbe dimostrata dalla comparsa assai più massiccia rispetto al passato di messaggi in cui si auspicavano azioni dirette contro i nemici: secondo l’analisi testuale condotta su migliaia di scambi esaminati, basta che alcune persone siano etichettate come parte diretta o indiretta della cabala satanica pedofila che minaccia il mondo per proclamare apertis verbis la necessità di incarcerarli o di giustiziarli.

Per questo, scrive l’NCRI, occorre concentrarsi sull’umanità di coloro che sono stati catturati dall’ideologia QAnon, per consentirne l’uscita da un contesto così gravemente autoreferenziale, che ha al centro una partecipazione comunitaria, ossessiva, al disvelamento di orribili verità (perché, per i seguaci del movimento, la realtà in cui viviamo è qualcosa di orribile, che va risolto nella battaglia finale). In altri termini, occorre far intravedere a queste persone che alla base dell’ideologia QAnon sta la privazione di umanità dell’altro. Insomma, per l’NCRI le vie migliori per diminuire il rischio di nuovi atti irreparabili risiedono nella compassione, nella pazienza e nella comprensione delle paure, delle frustrazioni e dei rancori che li motivano.

La Minerva Research Initiative: non sottovalutare gli elementi antisemiti

La preoccupazione per possibili derive violente non aveva lasciato indifferente nemmeno il Dipartimento della Difesa. A metà dicembre, nell’ambito della Minerva Research Initiative, un progetto di ricerca nelle scienze sociali applicate alla sicurezza, si era tenuta una sessione di lavori dell’SMA (Strategic Multilayer Assessment), in cui Mia Bloom, ricercatrice della Georgia University, aveva presentato ai militari americani i rischi di radicalizzazione dei QAnons, della cui ideologia aveva sottolineato gli elementi antisemiti – per lei finora sottostimati. In effetti la presenza, a fianco dei simboli tradizionali del movimento Q, di magliette inneggianti ad Auschwitz nel corso delle manifestazioni del 6 gennaio sembra averle dato ragione.

Grande preoccupazione, ma nervi saldi e mente lucida

Le premesse per la degenerazione violenta del movimento, insomma, c’erano già tutte. Non ci sono dubbi che, parlando di estrema destra con componenti cospirazioniste, atti di terrorismo con un elevato numero di vittime siano una tragica realtà degli ultimi anni (si pensi agli attentati neonazisti norvegesi del 2011, con 77 morti, o a quelli razzisti neozelandesi del 2019, con 49 morti). Tuttavia, sarebbe un errore pensare alla manifestazione del Campidoglio come a un’esclusiva del movimento QAnon. Tra coloro che hanno dato l’assalto a edifici pubblici c’erano sì i cospirazionisti del movimento, ma anche diverse altre frange dell’estrema destra americana (Proud Boys e Boogaloo, ad esempio – una guida rapida è disponibile qui). Come queste diverse anime dell’estremismo statunitense possano dialogare e intersecarsi è materia di analisi sociologica. Il rischio è, come al solito, quello di fare di ogni erba un fascio, quando invece la realtà è più sfrangiata. 

Pensiamo a un episodio recentissimo, che ha fatto scalpore. La notte di Natale, a Nashville (Tennessee), un uomo si è fatto saltare in aria con il suo furgoncino davanti a una centrale per telecomunicazioni, provocando otto feriti e gravi danni. Nei giorni successivi, fonti di stampa hanno riferito che il suicida sarebbe stato ossessionato dal cospirazionismo anti-5G e, di conseguenza, che l’FBI stava seguendo la pista di un atto terroristico motivato in quel senso. Per la NBC, l’uomo avrebbe nutrito convinzioni estreme (politici quali gli Obama e esponenti di Hollywood come alieni rettiliani, cacce notturne agli UFO). In realtà, la stessa FBI ha spiegato che le indagini sono tuttora apertissime, e che ogni attribuzione sicura del movente di questo gesto al cospirazionismo, per il momento, è impossibile. A inizio gennaio, ancora la NBC ha appreso che l’uomo, pochi giorni del suicidio aveva inviato scritti e video cospirazionisti dentro pacchetti indirizzati a varie persone, ma su questi elementi mancano ulteriori particolari: per ora, dunque, almeno su questo episodio che ha preceduto la tragedia del 6 gennaio non è lecito saltare alle conclusioni.

Insomma: pur tenendo gli occhi a dir poco spalancati sui rischi di future violenze, occorre mantenersi prudenti e valutare gli eventi uno per uno. Restare vittime di un atteggiamento semi-cospirazionista riconducendo qualsiasi episodio a una “regia” unica sarebbe paradossale per chi, come noi, cerca di analizzare razionalmente la realtà. L’augurio, naturalmente, è che i campanelli d’allarme sul pericolo di un’ulteriore radicalizzazione di QAnon non diventino veri e propri tamburi di guerra. 

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