L’armadio di Barbablù: un episodio nei “Ricordi” di D’Azeglio

Articolo di Giuseppe Spanu

Il caso più noto di necrofilia nel Risorgimento è stato quello della principessa di Belgioioso (1808-1871), femminista ante litteram, liberale, protagonista del 1848 in Italia, ma fu palesemente un falso: durante la sua permanenza a Locate nel palazzo di famiglia, dopo aver trascorso gli anni Trenta a Parigi, morì il suo amministratore (e amante) Giovanni Stelzi, e lei decise di seppellirlo in un locale della villa, anziché al cimitero, dove avrebbe potuto portargli i fiori come se fosse stato in una stanza familiare[1]. La diceria che lei avesse imbalsamato il cadavere dello Stelzi e lo avesse nascosto in un armadio, per goderne la visione, si diffuse dopo la sua fuga e l’arrivo delle truppe austriache nella tenuta, probabilmente per screditare una patriota famosa e molto pericolosa per l’impero asburgico[2].

Ben diverso da un deplorevole pettegolezzo è il caso narrato ne I miei ricordi da Massimo D’Azeglio (1798-1866), dove racconta la sua partenza per Roma nel 1821, con lo scopo di diventare pittore, lontano dal padre amato ma reazionario e bigotto. Nella Città Eterna, oltre a dedicarsi allo studio della pittura, ebbe modo di conoscere i paesi della Campagna Romana e originali personaggi tra cui lo Jacobelli a Rocca di Papa. Jacobelli all’epoca era un piccolo possidente sulla cinquantina, che aveva una moglie più giovane però malinconica[3]. D’Azeglio non tardò a scoprire che lo Jacobelli era stato già sposato con un’altra donna, ma

«la poverina morì, fu portata e sotterrata in chiesa, secondo l’uso del paese. L’indomani il vedovo scomparve; e mentre si cominciava a dubitare di qualche sua disperata risoluzione, dopo due giorni ritornò in casa, parve, se non consolato, tranquillo, e nessuno più pose mente a’ fatti suoi. Dov’era andato così repentinamente il sor Jacobelli? Era andato a Roma; e senza informarsi da anima viva di nulla, avea comprato gran cartocci di quelle spezie che nella sua ignoranza stimava atte a disinfettare: pepe, cannella,canfora,sale e simili. Tornato alla Rocca con questa provvista, riuscì a corrompere il sagrestano e becchino, ch’era tutt’uno; e col suo aiuto, di notte tempo s’era andato a prendere e riportare in casa la sua dolce metà. Quivi le si mise attorno, e Dio sa in che strani modi la cucinò: fatto sta che ripiena e ravvolta di quelle spezierie, la chiuse in una madia, che teneva in casa e visitava sovente, aspergendola del suo pianto[4]».

Il tempo passò, il povero vedovo divenne meno sconsolato e trascorsi alcuni anni s’innamorò di un’altra donna e la sposò, dopo aver inchiodato ovviamente l’armadio con le spoglie della prima moglie, vietandone l’apertura con mille promesse alla nuova consorte[5].

«Ma la curiosità femminile della nuova sposa la condusse un giorno a voler vedere che cosa stesse in questa madia inchiodata. La schiodò, l’aperse e trovò quello spettacolo che si può immaginare; come si immagineranno gli stupori, e poi le inquisizioni, e poi le scoperte, e la confessione alfine del povero marito, che per prima cosa dovè fare un fascio delle care memorie e riportarle dove le aveva prese[6]».

Purtroppo per Jacobelli la notizia arrivò alle orecchie della polizia e fece qualche mese in carcere per occultamento di cadavere. Questo è uno dei pochissimi casi italiani simili a quelli del dottor Carl Tanzler (1877-1952), che nel 1933 trafugò il cadavere della donna amata morta di tubercolosi e lo conservò a casa per sette anni. Solo che Tanzler non si consolò mai della perdita, mentre il sor Jacobelli elaborò a suo modo il lutto.

Note

  1. Piero Brunello, Miracoli e colpi di scena in Cristina di Belgioioso, Capi e popolo, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere (CE), 2005, p.114
  2. Piero Brunello, op. cit., p.115
  3. Massimo D’Azeglio, I miei ricordi, Barbera editore, Firenze, 1927, p.179
  4. Massimo D’Azeglio, op. cit., pp.179-180
  5. Massimo D’Azeglio, op. cit., p.180
  6. Massimo D’Azeglio, op. cit., p.180

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