La dieta della tiroide

Articolo di Giuliano Parpaglioni

La tiroide è una ghiandola endocrina a forma di H situata nel collo. La sua funzione è quella di produrre ormoni capaci di regolare il metabolismo corporeo: principalmente la tetraiodotironina o tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3), forma derivata dalla T4 e più attiva; alla tiroide si deve anche la produzione di calcitonina, un ormone che regola la quantità di calcio nel sangue, ma il suo effetto non è determinante.

Capita a volte che la tiroide non riesca a funzionare bene. A causa dell’effetto dei suoi ormoni sul metabolismo (ovvero sul battito cardiaco, sulla capacità di utilizzare gli zuccheri e i grassi, sui livelli di colesterolo nel sangue, sullo sviluppo embrionale e nei giovani…), una disfunzione può causare problemi evidenti. Un ipotiroideo può ad esempio accumulare peso, un ipertiroideo di contro potrebbe essere longilineo ma perennemente affamato.

Questi problemi influenzano un po’ tutta la salute dell’organismo, ma per molti di essi esistono trattamenti medici efficaci che permettono di stabilizzare la situazione: gli ormoni tiroidei sono essenziali per la vita, ma dato che sono principalmente due e che uno è derivato dall’altro, anche la rimozione completa della ghiandola è facilmente affrontabile a livello farmacologico.

La condizione che più si associa alla ricerca dietetica di una soluzione, ovviamente, è quella di obesità e sovrappeso. In effetti, l’ipotiroidismo è strettamente associato a questa condizione, a causa dell’effetto di rallentamento del metabolismo in generale, e non sembra migliorare con i farmaci anche in caso di compensazione piena[1], [2]. Questa situazione ha portato ovviamente alla proliferazione di diete più o meno restrittive che vengono consigliate per i problemi alla tiroide. La situazione alimentare è quindi piuttosto complicata: si cerca di dare quel che serve per mantenere una buona salute ma, a volte, si va a esagerare: come vedremo, infatti, non tutto quello che viene pubblicizzato è supportato da solide basi scientifiche.

Le diete strutturate

Esistono varie diete più o meno restrittive per affrontare un problema alla tiroide. Fare una rassegna di ciascun tipo di esse è impossibile, anche perché ogni inventore tende a personalizzare un po’, per differenziarsi dagli altri. Possiamo però vedere quel che hanno in comune.

La maggior parte delle diete che si possono trovare in giro ([3], un esempio tra i tanti) dà indicazioni sacrosante (che vedremo di seguito), mescolate con quelle che vengono definite indicazioni antinfiammatorie. Tra queste, le più classiche sono: l’eliminazione del latte e dei prodotti caseari, l’eliminazione del glutine, l’eliminazione dei legumi. Il razionale di questa scelta risiede nel fatto che uno dei più comuni tipi di ipotiroidismo è una malattia autoimmune chiamata tiroidite di Hashimoto. Chi soffre di questa patologia ha la tiroide malfunzionante a causa della reazione autoimmunitaria di alcuni suoi anticorpi contro la tiroide stessa. Abbassando il livello di infiammazione in generale e ripristinando la salute dell’intestino, probabilmente infiammato e quindi causa dell’infiammazione generale, la teoria vuole che le condizioni di salute migliorino. A tal proposito, c’è da dire che non ho trovato (spero non per negligenza mia) esempi di trattamento alimentare che invitassero a non prendere i farmaci, al più l’obiettivo era di migliorare la propria condizione psicofisica. A queste indicazioni antinfiammatorie però, si aggiungono anche osservazioni giuste: il consumo di iodio e selenio ad esempio è un suggerimento sempre presente e l’evitamento di molti alimenti, seppur non necessario in assoluto, porta comunque a una migliore gestione dell’eventuale trattamento farmacologico.

Il latte

Il primo alimento che tutte le diete per la tiroide eliminano è il latte. Questo infatti è visto come pro-infiammatorio e classicamente è bandito da tutte le diete commerciali ([4], un libro tra i tanti che parla di diete e infiammazione). In realtà risulta difficile trovare in letteratura una giustificazione per tale affermazione. Una review del 2017 ha fatto luce sul potere infiammatorio del latte e dei suoi derivati[5]: il risultato è addirittura opposto. Il latte e i suoi derivati in genere, soprattutto quelli fermentati che apportano probiotici, dimostrano un’attività anti-infiammatoria in caso di buona salute. Ovviamente la situazione cambia se qualcuno è allergico o intollerante, ma da qui a consigliare a tutti l’esclusione del latte per evitare l’infiammazione il passo è molto lungo! Inoltre, una ricerca di dice che è una buona fonte di iodio[6], per quanto probabilmente dipende dal modo di allevare le vacche: in Italia infatti le tabelle nutrizionali mostrano 15 microgrammi di iodio per 100 g di latte[7], contro i 150 del fabbisogno quotidiano[8], non sembra quindi una fonte così affidabile.

D’altro canto, è vero che il latte ostacola l’assimilazione del farmaco in caso di ipotiroidismo[9], va quindi consumato lontano dall’assunzione di esso.

Il glutine

In molti cereali è contenuto un gruppo di proteine che, comunemente, viene chiamato glutine. Il glutine è ciò che rende la panificazione possibile, perché forma un reticolo malleabile e coeso in caso di lavorazioni culinarie; è anche il componente dei cereali velenoso per i celiaci, i quali non possono assumerne nemmeno minime quantità, altrimenti rischiano di stare molto male. In letteratura esiste anche la Sensibilità al Glutine Non Celiaca (Non Celiac Gluten Sensitivity, o NCGS), che descrive un’associazione tra l’assunzione di queste proteine e la presenza di alcuni sintomi più blandi di una celiachia ma comunque fastidiosi. Non c’è consenso univoco tra i ricercatori e, secondo alcuni, in questa patologia il glutine sarebbe del tutto innocente[10]. Il fatto è che i criteri diagnostici sono soprattutto di esclusione e non esiste un test che possa indicare l’effetiva insorgenza della NCGS. Per chi è convinto della colpevolezza del glutine, esso è un potente fattore infiammatorio, capace di indebolire le pareti intestinali (condizione chiamata sindrome dell’intestino permeabile o Leaky Gut Syndrome) e quindi aumentare l’infiammazione[11]. In letteratura esiste anche una associazione tra la NGCS e la tiroidite di Hashimoto[12], è logico quindi che il glutine possa essere chiamato in causa come componente dietetico da controllare.

In aggiunta a questa non chiarissima situazione, è evidente anche l’associazione tra la malattia celiaca vera e propria e i disturbi della tiroide[13].

Nel 2019 è stato pubblicato uno studio pilota (quindi con un campione relativamente piccolo, che può fare da spunto per ulteriori ricerche) che suggerisce l’adozione di una dieta senza glutine in caso di tiroidite di Hashimoto, perché sembrerebbe abbassare il titolo anticorpale nelle analisi del sangue (e quindi migliorare l’autoimmunità)[14]. Questo non basta per cambiare le condotte suggerite dalle linee guida, in cui l’esclusione del glutine è presa in considerazione solo in caso di malattia celiaca[15], ma potrebbe essere un punto di partenza per approfondimenti futuri.

In sintesi, il glutine parrebbe essere pericoloso solo per alcune persone e i problemi ad esso legati sono strettamente correlati alle malattie tiroidee, ma non sembra essere sempre necessario escluderlo.

Legumi

Le leguminose sono piante che fanno parte della dieta Mediterranea da sempre. Il consumo di questi alimenti è più diffuso al centro-sud che nelle regioni del nord Italia, ma il loro valore nutrizionale è indubbio per qualunque professionista della salute.

Secondo i fautori delle diete per la tiroide, i legumi sarebbero pro-infiammatori in quanto contenenti saponine. In realtà, le saponine sarebbero un problema solo se mangiassimo legumi poco cotti e non messi in ammollo, mentre il problema principale si ha con la quantità di fibre di questi alimenti e solo in caso di ipotiroidismo conclamato: le fibre infatti ostacolano l’assorbimento dei farmaci. La soia stessa, che è il legume più osteggiato, non ha alcun effetto negativo sulla tiroide[16].

Le indicazioni più corrette

Come detto, tra le indicazioni che si trovano in queste diete c’è comunque qualcosa di buono, e riguarda soprattutto alcuni vegetali e il consumo di iodio, zinco e selenio.

Spinaci, broccoli e altri vegetali

Altri alimenti che generalmente si tende a escludere in caso di ipotiroidismo, o comunque di problemi alla tiroide, sono le crucifere e gli spinaci. Questi alimenti sono ritenuti goitrogeni: interferendo con il metabolismo dello iodio, sono capace di creare malfunzionamenti della tiroide che si riflettono con un suo rigonfiamento, il cosiddetto gozzo. In realtà, il consumo moderato di questi alimenti e la cottura fanno sì che i composti nocivi non riescano a essere in alcun modo problematici[17]. Per poter essere dannosi, questi alimenti dovrebbero essere consumati crudi e in quantità e frequenza tali da andare ben oltre quel che è un’alimentazione varia e moderata.

Selenio, zinco e iodio

Sebbene le integrazioni di questi minerali andrebbero valutate dal medico (un sovradosaggio può essere molto pericoloso), essi sono anche di vitale importanza per la salute della tiroide. Il suggerimento di consumare alimenti ricchi di questi minerali è valido: in questo le linee guida e le diete commerciali coincidono.

Le stesse Linee guida per una sana alimentazione 2018 riconoscono, ad esempio, l’importanza del sale iodato come fonte di iodio quotidiana[18]. Lo iodio è infatti l’ingrediente principale degli ormoni tiroidei, è quindi fondamentale avere un apporto giornaliero di questo minerale. Selenio e zinco non fanno fisicamente parte degli ormoni, ma servono al funzionamento degli enzimi che li sintetizzano. Per questo anche il loro apporto (ad esempio con patate ricche di selenio o con cereali integrali per lo zinco) è importante. Per fortuna, sono minerali che servono in quantità minuscole, quindi è abbastanza semplice assumerne a sufficienza[8].

Conclusioni

Per tirare le somme, si può dire che una dieta regolare migliora per forza lo stato di benessere della persona, quindi qualsiasi indicazione aiuti a escludere dalla dieta alimenti notoriamente dannosi (carne rossa e lavorata in quantità abbondante, prodotti da forno tutt’altro che semplici, dolci, alimenti grassi, bibite zuccherate…) è un passo avanti e un aiuto a gestire anche un problema tiroideo.

La salute della tiroide però dipende da quel che mangiamo, ma anche dall’ambiente in cui viviamo[19]. L’insorgenza di problemi è molto comune e una corretta alimentazione può fare molto in ambito di prevenzione e di trattamento, ma diete troppo restrittive, soprattutto se condotte senza la guida di un esperto, possono portare a carenze molto importanti e, soprattutto, immotivate. La prima cosa da fare è affidarsi al medico; la dieta va regolata a livello personale e seguire le indicazioni generiche, trovate in un libro o su un sito internet, senza aver svolto una visita completa può essere controproducente. È sempre importante sottolineare che una buona salute si ottiene anche con una dieta varia e moderata, ma attenzione: moderata non significa insufficiente. Cerchiamo quindi di seguire le indicazioni del professionista, senza pensare che un bicchiere di latte sia veleno mortale.

Giuliano Parpaglioni è un biologo nutrizionista

Bibliografia

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