La poesia sul coronavirus di “Eracleonte da Gela”: intervista alla grecista Alessandra Manieri

“Vi leggo uno scritto di Eracleonte da Gela. […] Mi è stato mandato e mi è piaciuto, e lo condivido con voi nell’ottica di dire che ne veniamo fuori. […] Eracleonte da Gela è uno storico del 223 avanti Cristo…”

Con queste parole il governatore del Veneto Luca Zaia ha introdotto una poesia, letta integralmente nella conferenza stampa del 31 marzo. Uno scritto che in queste ore sta girando molto su WhatsApp e sui social media. Questo il testo integrale:

È iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Il problema è che… Eracleonte non esiste, e la poesia è inventata. Secondo il Gazzettino, Zaia ne ha ricevuto il testo da Giampiero Beltotto, presidente del Teatro Stabile del Veneto, che a sua volta l’aveva ricevuto da qualcun altro. Il vero autore – un perito informatico di nome Marcello Troisi – è poi venuto allo scoperto prima su un giornale locale, Palermo Felicissima, e poi su Repubblica:

L’idea mi è venuta […] perché navigando in rete e usando i social leggo tanti post sbagliati e tante bufale. Allora ho pensato: è davvero così facile diffondere un falso? Davvero nessuno verifica? Ho pensato di fare un esperimento che non potesse nuocere a nessuno. Diciamo che mi sono anche divertito, in senso letterale: mi sono distratto dall’atmosfera cupa di questi giorni.

Inventata la poesia, il 23 marzo, Troisi l’ha diffusa su Facebook. Il copia e incolla ha poi fatto il resto.

Approfondire questa piccola – e tutto sommato innocua – bufala può però portare a risvolti inaspettati. Ne abbiamo parlato con la professoressa Alessandra Manieri, docente di lingua e letteratura greca presso l’Università del Salento.

Eracleonte è ormai venuto allo scoperto. Anche senza la “confessione”, però, la bufala era già palese. Giusto?

Nessuna fonte antica offre attestazione dell’esistenza di un Eracleonte di Gela vissuto nel III sec. a.C. Tra i più noti personaggi che ebbero nome Heracleon (in italiano direi meglio Eracleone), possiamo menzionare un lessicografo di Efeso del I secolo a.C., che si interessò di glosse attiche, e un eretico del II secolo d. C., discepolo dello gnostico Valentino e autore di un commento al Vangelo di san Giovanni ampiamente citato da Origene, di cui è ignota la provenienza, a cui pure è stato fatto riferimento nei tentativi di identificare il nostro poeta misterioso: se alcune notizie biografiche consentono di ipotizzare la sua presenza nell’Italia meridionale e in particolare in Sicilia, nessuna testimonianza può metterlo in relazione con Gela. Ingenua anche la collocazione cronologica nel 223 (o 233) a.C., che non tiene conto del fatto che Gela, già prostrata dagli attacchi dei Cartaginesi, fu distrutta dai Mamertini e definitivamente mandata in rovina almeno cinquant’anni prima, nel 282 a.C. Eracleonte di Gela è dunque personaggio di pura invenzione.

Non è però la prima volta che nella letteratura compare un Eracleonte fittizio, ci diceva…

Il nome “Eracleonte” è interessante perché nel passato è stato oggetto di due casi a noi noti di errori filologici, tra cui ci piace citare il più significativo. Un frate domenicano del Cinquecento, Leandro Alberti, nella sua opera Descrizione di tutta Italia, menzionò, tra i grandi italiani che si erano distinti nell’arte statuaria, un non altrimenti noto Donatello Eracleonte. L’enigma è presto svelato: l’informazione è sbagliata perché deriva da un errore filologico, ovvero da una cattiva lettura, da parte dell’Alberti, di un passo dell’umanista Flavio Biondo in cui è scritto: Donatellus Heracleotae Zeusi aequiparandus ut vivos ducat de marmore vultus. Nel passo non si fa affatto menzione di un “Donatello Eracleonte” ma si ritiene che Donatello, il famoso scultore e pittore italiano del 400, debba essere paragonato (aequiparandus) al pittore greco Zeusi Eracleota, ovvero di Eraclea, per la capacità di trarre fuori dal marmo vivos vultus. Sarebbe piacevole scoprire che il buontempone classicista, autore della divertente bufala, abbia voluto consapevolmente combinare dettagli così sottili insieme a incongruenze tanto madornali da mettere alla prova la creduloneria degli ignari lettori!

Cosa ha pensato invece quando ha letto lo scritto? Le suonava antico o moderno?

Non mancano nei versi volute reminiscenze classiche, come il suggestivo riferimento alle Antesterie, l’antica festa attica dalla duplice atmosfera, da una parte gioiosa per il ritorno della primavera ricca di fiori, festeggiata con le botti di vino nuovo, dall’altra cupa (cosa che però non emerge dai versi), legata alla credenza di un ritorno sulla terra delle anime dei defunti, a cui si offrivano libagioni; o come l’invito a bere il dolce vino, per i lirici greci (vedi per esempio Alceo) adatto rimedio ad affrontare ogni circostanza. Ma il riferimento alla “terra asiatica” come luogo d’origine del male è indizio che riconduce alle vicende presenti, come pure le esortazioni della chiusa (“restiamo in casa”, “tutti insieme vinciamo”), in cui si riconoscono i nostri slogan speranzosi: le pagine antiche dedicate alla descrizione di epidemie mai indulgono a facili trionfalismi ma sono dominate dal senso di terrore e di impotenza che travolge l’umanità quando è sopraffatta da calamità imprevedibili e inaspettate.

Ecco, parliamo di queste pagine antiche dedicate alle epidemie. Ci farebbe qualche esempio? In che modo Greci e Latini vivevano questi eventi?

Le più grandi epidemie del mondo antico significativamente precedettero momenti di grande rivolgimento politico: la peste di Atene, in cui morì lo stratega Pericle, scoppiata nel 430 a.C., che condizionò l’esito della guerra del Peloponneso e dunque il futuro declino della città; la cosiddetta “Peste Antonina”, scoppiata nel 160 d. C., durante il regno di Marco Aurelio e Lucio Vero, anch’essi vittime del male, che contribuì alla decadenza della civiltà romana e all’indebolimento dell’impero; la “Peste di Giustiniano”, nel VI sec. d.C., che ebbe effetti devastanti, di tipo politico ed economico, sull’impero bizantino. Con lucididà e rigore scientifico, lo storico greco Tucidide racconta i tragici avvenimenti della peste di Atene in pagine straordinarie delle sue Storie (2, 47-54), ritraendo efficacemente comportamenti e situazioni che l’umanità torna a rivivere quando la storia tragicamente si ripete: la diffusione di notizie false, che cercavano di spiegare l’origine del male («ad Atene correva voce che i Peloponnesiaci avessero avvelenato le cisterne»); la consapevolezza che la malattia si diffondesse con il contagio favorito dai contatti umani («era al contagio che si doveva la più intensa mortalità: quelli che per paura evitavano i contatti morivano in solitudine, quelli che non li evitavano, rimettevano la vita»); il disarmo dei medici, incapaci a trovare rimedi e «i più numerosi a morire»; le più diverse reazioni umane, dalla disperazione dei malati, che si gettavano nelle cisterne, travolti da sete inestinguibile, all’impulso verso il vizio e la sfrenatezza di chi sopravviveva, non trattenuto né dal timore degli dei né delle leggi umane; il sovvertimento delle condizioni sociali («i ricchi morti improvvisamente, chi non aveva niente all’improvviso erede dei loro beni»); lo stravolgimento delle regole della vita civile, come quelle relative alle onoranze funebri («erano ammucchiati gli uni sugli altri morti e moribondi… i santuari in cui avevano preso dimora erano colmi di cadaveri, poiché la gente vi moriva dentro… ogni consuetudine in rapporto alle sepolture era sconvolta»). Il riferimento alla difficile gestione delle salme ricorre in tutte le descrizioni antiche. Richiama tristemente drammatiche immagini dei nostri tempi il dettaglio riferito nella Vita Marci Antonini, secondo cui a Roma «la peste raggiunse tanta virulenza che per portar via i cadaveri si doveva ricorrere a carrozze e carri».

Se molti hanno condiviso le parole del fantomatico Eracleonte da Gela, però, è forse perché ci hanno visto una fonte di ispirazione… Ci suggerirebbe una citazione o una lettura (vera!) che possa essere di stimolo nella situazione che stiamo vivendo?

Alle riflessioni di Tucidide, modello di Lucrezio e di tante descrizioni di pestilenze nei secoli successivi, proporrei di accostare il meno noto resoconto tratto dalle Storie Persiane di Procopio (2, 22-23), che descrive l’imperversare dell’epidemia nel 541 d.C. a Bisanzio, capitale dell’impero guidato da Giustiniano, anch’esso vivido e attuale nella sua amara drammaticità.

«In quel periodo si diffuse una pestilenza, che quasi annientò l’intera specie umana. […] Infatti, non colpì una parte del mondo né raggiunse solo alcune persone, o imperversò in una sola stagione dell’anno, ma travolse il mondo intero, mandando in rovina le vite di tutti gli uomini […] Per quattro mesi il male infuriò a Bisanzio, per tre mesi con maggiore violenza. In un primo momento le morti furono inferiori al normale, poi iniziarono a crescere, fino a raggiungere il numero di cinquemila persone al giorno, poi diecimila, quindi anche di più […] Fu compito dell’imperatore, com’era naturale, cercare di far fronte alla situazione: egli distaccò dei soldati dal Palazzo e distribuì del denaro, affidando a Teodoro il compito di amministrarlo… In quel periodo furono abbandonati tutti i riti funerari. I morti, infatti, non erano accompagnati da un corteo funebre né onorati con canti secondo la consuetudine, ma era sufficiente caricarsi sulle spalle il corpo di un morto, andare nella zona costiera della città e gettarlo lì; poi i cadaveri sarebbero stati stipati su delle imbarcazioni e sarebbero stati condotti dove capitava. In quel periodo […] persino coloro che un tempo avevano vissuto nel vizio e nella malvagità, si allontanarono dai cattivi costumi, esercitando con cura la pietà religiosa, non perché fossero divenuti all’improvviso saggi o amanti della virtù […] ma perché spaventati dai terribili eventi che stavano avvenendo. Infatti, appena cessò la burrasca, tornarono una volta ancora al disprezzo della divinità e alla loro meschinità di cuore, e allora, più di prima, superarono se stessi in malvagità e vizi d’ogni genere. […] In quel tempo non era facile vedere un uomo per le strade di Bisanzio, ma tutti quelli che per buona sorte erano in salute restavano rintanati nelle loro case, per curare i malati o per piangere i morti. E se ad uno capitava d’incontrare qualcuno, questi stava trasportando qualche cadavere. Ogni attività cessò, tutti i mestieri furono abbandonati dagli artigiani, come pure ogni altro lavoro che uno avesse per le mani. Nella città, pertanto, un tempo florida e colma di ricchezze, dilagava la carestia ed era difficile poter disporre a sufficienze di pane o di altre cose; accadde dunque che alcuni malati giunsero alla fine della vita più velocemente a causa della mancanza del necessario».

Immagine: l’Acropoli di Gela, da Wikipedia, CC BY-SA 4.0

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