Sindrome globale da furgone bianco

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo. Si ringrazia il CeRaVoLC per i contributi

Tra la seconda metà di novembre e l’inizio di dicembre (ma i primi segni di quello che stava per succedere sono precedenti) negli Stati Uniti è scoppiata una vera e propria psicosi da white van: i furgoni bianchi sono stati accusati di rapire donne in tutto il Paese per lo sfruttamento sessuale o il traffico d’organi. 

L’epicentro delle voci è stata, almeno nella fase iniziale, Baltimora, la grande metropoli a sud di New York. Tutto è nato infatti da un post su Instagram di un’abitante di quella città, Saundra Murray, che il 13 novembre ha pubblicato la foto di un furgone bianco di fronte a una stazione di rifornimento. La donna ha raccontato che mentre si trovava all’interno del negozio due uomini avevano cominciato a fissarla insistentemente. Certo, anche lei aveva letto storie di incontri terrificanti con i white van e pensava fossero un’esagerazione; ma dopo aver visto quei due tipacci con il loro furgone aveva cambiato idea. Sì, quei due erano evidentemente “parte di una storia più grande”. E aveva aggiunto:

Non credo che siano solo due tizi a caso.

La storia è diventata virale all’istante su Instagram, grazie ad oltre 3200 like. 

Qualche giorno dopo, il 17 novembre, un’altra donna di Baltimora ha postato su Facebook alcuni screenshot del post della Murray. Da qui nuovi commenti, migliaia di condivisioni, e l’inizio del panico. Nel frattempo, si diffondeva su Facebook un altro post, pubblicato il 17 novembre e condiviso oltre 5000 volte; sotto un’immagine di repertorio che raffigurava un furgone bianco, il consiglio:

Quando uscite nel parcheggio di un supermarket e vedete un furgone come questo parcheggiato accanto alla vostra auto, NON ANDATE ALLA VOSTRA MACCHINA”

Perché tanta prudenza? Perché i trafficanti di esseri umani usano “questi furgoni modificati in modo che si possano chiudere dall’esterno e, quando si è dentro, non si possa più uscire”. 

Da quel momento in poi la notizia si è diffusa a macchia d’olio. Facebook è stata accusata di aver contribuito alla circolazione di questi allarmi infondati, “spinti” dall’algoritmo che privilegia i post con maggiori interazioni. Un portavoce dell’azienda ha dovuto spiegare al New York Post che i loro programmatori stanno lavorando per limitare la diffusione delle false informazioni: i post contestati sarebbero stati controllati da un esperto di fact-checking esterno a Facebook e, se riconosciuti come falsi, se ne sarebbe diminuita la visibilità

Se l’algoritmo ha le sue colpe, sicuramente non ha aiutato il sindaco di Baltimora, Bernard “Jack” Young. In un’intervista a una tv locale, la WBAL-TV, l’esponente politico ha dichiarato:

Stiamo ricevendo notizie circa un soggetto su un furgone bianco che cerca di rapire giovani ragazze per il traffico di esseri umani e per venderne parti del corpo – mi è stato detto – quindi bisogna davvero essere attenti, perché succedono molte cose orribili, non solo a Baltimora, ma in tutto il Paese. 

Ha poi aggiunto:

Non parcheggiate vicino a un furgone bianco. Assicuratevi di avere con voi un cellulare, per il caso in cui qualcuno cerchi di rapirvi. 

Quando la giornalista, piuttosto scettica, gli ha chiesto la fonte dell’informazione, il sindaco ha risposto candidamente:

È ovunque su Facebook!

Nessuna informazione ufficiale, quindi, solo voci non confermate. Anzi, smentite! Matthew Jablow, portavoce del Dipartimento di Polizia di Baltimora, ha dichiarato alla CNN di essere al corrente del post sui social network, ma che non risultava nessuna segnalazione di “casi veri”. Lo stesso ha sostenuto Kristerfer Burnett, codirettore del Baltimore City Human Trafficking Collaborative, preoccupato che il panico da furgoni bianchi possa distrarre dagli effettivi problemi della tratta di esseri umani. Nonostante queste smentite, le affermazioni del sindaco di Baltimora hanno conferito una patente di autenticità alla storia; se prima le condivisioni erano dell’ordine delle migliaia, in poco tempo si è giunti ad oltre 100.000. 

Da Baltimora al resto degli Stati Uniti

Ben presto Baltimora ha perso la palma di sola città interessata dalla psicosi dei rapimenti. Il 15 novembre un uomo del South Carolina ha pubblicato su Facebook la fotografia (forse proveniente da Snapchat) di un furgone con due lucchetti all’esterno, accompagnandola con queste frasi: 

Se vedete qualsiasi furgone come questo, chiamate il 911. È utlizzato per il traffico di donne a scopi sessuali. 

Anche per questo post, oltre 150.000 condivisioni. A inizio dicembre, poi, la CNN segnalava che la notizia stava circolando nei newsgroup dedicati alle mamme delle periferie di New York. Intanto era arrivata la notizia che la polizia della Georgia stava investigando su due episodi sospetti. Nel primo, avvenuto l’11 novembre, una sedicenne si era vista affiancare da un furgone bianco: 

Quando ho raggiunto il cartello dello “stop”, è arrivato un furgone bianco, e dentro c’era un uomo di colore, che mi fa “Ehi, sai dov’è il benzinaio più vicino?” […] Ha tirato su il finestrino, e ha detto tipo “Okay”, e io me ne stavo già andando, e allora lui è sceso dall’auto e ha mi fa tipo “Vieni qui”. […] Ho lasciato cadere il mio zaino e sono corsa via.  

Poche ore dopo, un altro furgone bianco (un modello diverso rispetto al primo) aveva avvicinato un undicenne che stava aspettando l’autobus. Secondo il racconto del ragazzino, il guidatore gli avrebbe detto, “ehi, vieni qui”, e lui sarebbe corso via. 

La sedicenne del primo episodio ha raccontato alla polizia di aver visto un “grosso lucchetto” che chiudeva il vano posteriore del furgone. La polizia ha lanciato un appello ai cittadini perché riferiscano alle forze dell’ordine qualsiasi episodio sospetto, invece di scriverne sui social network

La polizia è stata obbligata a smentire alcuni post Facebook sull’argomento anche in Ohio. Secondo il quotidiano britannico The Sun, anche in New Jersey ci sarebbe stato un tentativo di rapimento di un bambino di nove anni, da parte di un altro furgone bianco. Per tutte queste storie, Snopes ha utilizzato il termine scarelore (“folklore della paura”).

Furgoni, carrozze e Jaguar

La psicosi da furgone bianco in corso negli Stati Uniti sta sfruttando la potenza di Facebook e di Instagram, con la loro capacità di far arrivare il messaggio a un pubblico molto vasto in pochi istanti. Se il mezzo di trasmissione è modernissimo, però, la paura delle “auto rapitrici” è molto più antica. Nell’ex Unione Sovietica era la Volga nera, nell’Italia degli anni ‘90 l’ambulanza nera, nell’estate del 2018, ancora in Italia, una Jaguar (ne ha parlato, sul sito del CeRaVoLC, l’esperto di leggende metropolitane Paolo Toselli). Prima ancora, nella Parigi del 1750, inquietanti carrozze circolavano nelle strade per portar via bambini e ragazzi: o almeno, questo diceva la voce popolare, secondo cui il re aveva la lebbra e doveva fare il bagno ogni giorno nel sangue di un innocente. 

Da almeno trent’anni, invece, il veicolo della morte ha preso le sembianze, oggi prevalenti, del furgone bianco. Appelli e dicerie sul suo coinvolgimento nel traffico di minori o nel rapimento di donne riemergono ciclicamente, in Italia e altrove. Qualche esempio recente, ma che precede l’esplosione di queste settimane: la psicosi italiana scoppiata nel maggio 2018, oppure le azioni punitive del marzo 2019 verso la minoranza rom in Francia, accusata di rapire donne e bambini a bordo degli immancabili furgoni.

La globalizzazione della paura

Mentre il fenomeno travolgeva gli Stati Uniti, il panico ha preso a manifestarsi anche in parti del mondo del tutto diverse. 

In Europa era il caso dell’Irlanda, dove a Kilkenny, il 21 novembre, un anziano è stato spaventato da alcuni uomini sul “furgone bianco”; lo stesso è accaduto in Inghilterra, dove a Accrington, nel Lancashire, la minaccia si palesava davanti a una scuola primaria, il 5 dicembre. 

Tuttavia, gli eventi più rilevanti sono quelli che hanno avuto per teatro due Paesi asiatici: le Filippine e lo Sri Lanka.

Nel primo caso, le notizie hanno cominciato a diffondersi nell’area metropolitana di Manila verso i primi di dicembre, intorno al giorno 4. In seguito le dicerie hanno investito la provincia di Bohol, nella forma di un furgone che girava per prelevare bambini da privare degli organi. Il 5, nella città di Davao, la Polizia è stata costretta a intervenire per calmare gli animi di chi credeva alle voci sui rapimenti in corso. Intorno al 10 dicembre, infine, i proprietari di alcuni furgoni utilizzati sull’isola di Cebu hanno deciso di inalberare un cartello con la scritta “non siamo rapitori, stiamo soltanto consegnando cibo”, per il timore di essere aggrediti dalla folla. 

Quanto allo Sri Lanka, per comprendere meglio la misura di ciò che sta accadendo bastano due storie. A fine novembre, la scomparsa di un’impiegata lankana presso l’ambasciata svizzera a Colombo ha suscitato da parte di alcuni siti web il sospetto che la donna fosse stata portata via da un furgone bianco e che gli svizzeri – in questo sospettati per alcuni ritardi nel rispondere alle richieste degli inquirenti – coprissero in qualche modo l’oscuro episodio e l’azione del misterioso veicolo!

Il 5 dicembre, poi, un ex-ministro della Salute è stato accusato di aver aiutato uno dei rapitori col furgone bianco; nei suoi confronti è stato presentato un esposto, poi archiviato da un magistrato della capitale, convinto che non vi fosse alcuna evidenza dei presunti rapimenti e della relativa complicità del malcapitato.

Ma intanto, notiamolo bene, un uomo politico – sia pure, da quanto se ne sa, caduto in disgrazia – è finito per breve tempo davanti al giudice a causa del nostro “furgone”, prima di poter rientrare a casa… 

Uno dei post diffusi in queste settimane su Facebook

Quanto è reale il pericolo?

Torniamo un secondo negli Stati Uniti. L’identificazione dell’auto rapitrice con questo mezzo risiede probabilmente nella sua ubiquità: i furgoni bianchi sono tra i mezzi più diffusi al mondo, visto che vengono impiegati in ambito professionale per il trasporto di materiale anche per il loro colore neutro, buono per tutte le occasioni (e con costi di vendita inferiori a quelli con colori sgargianti e alla moda). Questi dettagli spiegano anche i numerosi lucchetti che proteggono l’accesso ai vani posteriori: se vi si ripongono macchinari o attrezzi costosi, è più che comprensibile che il proprietario decida di apporre una chiusura in più. 

Il furgone bianco svolge, in un certo senso, una funzione ansiolitica: di fronte a una minaccia percepita (il rapimento di una persona cara) che potrebbe colpire con ogni mezzo o in ogni luogo, l’avviso di prestare attenzione a un tipo particolare di veicolo o a un luogo particolare (ad esempio, i parcheggi di un supermarket) fa quasi tirare un sospiro di sollievo. D’altro canto, la presenza degli onnipresenti furgoni bianchi, magari chiusi da vistosi lucchetti, non fa altro che alimentare condizioni psicologiche di ipervigilanza e indurre a condividere gli appelli sui social

Ci si potrebbe chiedere, statistiche alla mano, quanto sia reale la minaccia. È evidente che lo sfruttamento sessuale segue – in Italia come in America – strade molto diverse da quelle del rapimento di ignare donne middle class intente a fare la spesa. Le vittime appartengono piuttosto a categorie più vulnerabili: migranti, tossicodipendenti, vittime di violenze domestiche costrette a prostituirsi da persone che già conoscevano. La leggenda del rapimento per sex traffic rischia di distogliere l’attenzione dal problema vero, dalle sue dinamiche e dalla ricerca di soluzioni adeguate. Anzi, è curioso che, negli Stati Uniti quest’idea sia ancora così viva (in Italia i furgoni rapitori sembrano più legati alle paure sulla pedofilia o sul traffico d’organi); essa sembra riecheggiare le antiche dicerie sulla famigerata tratta delle bianche, così diffuse tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando si raccontava di ignare donne di buona famiglia sedate in luoghi pubblici – magari nel camerino di un negozio d’abiti, o in una gelateria – rapite, e da lì avviate alla prostituzione.

Anche per quanto riguarda la sottrazione di minori, si tratta di circostanze piuttosto improbabili: in un Paese colossale come gli Stati Uniti, con 330 milioni di abitanti, almeno fra il 1997 e il 2011 il numero dei rapimenti è rimasto pressoché invariato (poco più di un centinaio di casi/anno), e ad esserne responsabili ne sono stati quasi sempre parenti o amici di famiglia. La sparizione di un bambino ad opera di uno sconosciuto è dunque un fatto estremamente raro, ma – e qui sta il punto – si tratta di un’eventualità spaventosa, la cui sola evocazione è sufficiente a suscitare fantasmi di ogni tipo. 

Conseguenze estreme

Queste paure, però, non sono del tutto innocue. Per chi guida un furgone bianco, anzi, essere additato come trafficante di donne può portare a conseguenze spiacevoli. A Detroit, ad esempio, un uomo (Marcel Jackson) è stato oggetto di comportamenti sopra le righe da parte di alcune persone che avevano identificato il suo mezzo come quello dei rapimenti: 

Diverse persone hanno cercato di seguirmi, di trascinarmi fuori dal veicolo, di guardare all’interno del furgone e cose del genere. Non sono io. Non sono coinvolto nel traffico di donne. 

Una donna l’avrebbe inseguito per diversi chilometri mentre si stava spostando per motivi di lavoro. Fino all’epilogo tragicomico:

Alla fine mi sono fermato e le ho chiesto perché mi stava seguendo; lei mi ha guardato e mi ha chiesto: “Ha dei bambini chiusi nel furgone?”

Altri proprietari di furgoni bianchi hanno riferito ai giornali di essere stati minacciati o di non sentirsi più sicuri di poter guidare senza guai. Un uomo ha postato su Twitter il volto del suo padrino con evidenti segni di percosse, affermando che il pestaggio era avvenuto a causa delle voci sui white van.

Gli Stati Uniti, ricordiamolo, sono il Paese dove nel 2016 un uomo è entrato – armi in mano – in una pizzeria per cercare chiarezza sulle voci che la volevano al centro di un giro di pedofili legati all’ex candidata Hillary Clinton (il cosiddetto Pizzagate). Inutile dire che le voci erano infondate. L’episodio, però, affonda profondamente nella cultura americana: qui, se si pensa che le forze dell’ordine non stiano facendo abbastanza contro un crimine reale o potenziale, si ha tutto il diritto di indagare in prima persona; e poi, come ben noto, negli Stati Uniti il porto delle armi è protetto dalla Costituzione. 

È su uno sfondo del genere che potrebbe esser inquadrata la sparatoria del 24 novembre, quando il guidatore di un furgone bianco è stato ucciso a Memphis, nel Tennessee. La storia anche in questo caso ha coinvolto un post su Facebook: una donna, Gjuandell Effinger, aveva pubblicato il video di un furgone che – secondo le sue parole – aveva cercato di rapirla mentre si trovava nel parcheggio di un supermercato. I suoi figli, Favian e Miguel, hanno identificato il veicolo dal numero di targa, e ne hanno ucciso il proprietario, Nazario Garcia. La dinamica dei fatti non è stata ancora completamente chiarita, ma potrebbe essere stata questa la prima vittima dell’attuale panico da furgoni bianchi. 

Perché i rapimenti saranno pure immaginari, ma i pugni e i proiettili possono essere, purtroppo, assolutamente reali.

Un pensiero riguardo “Sindrome globale da furgone bianco

  • 19 Dicembre 2019 in 15:51
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    La psicosi è evidente, furgone bianco o Jaguar nera. Il FATTO incontrovertibile e spaventoso è che le sparizioni irrisolte esistono e paiono crescere in tutto il mondo.
    L’articolo difetta vistosamente nelle conclusioni, sulle indagini ed iniziative da intraprendere. Materia di indagine che pare fatta apposta per il CICAP. Non ci si può limitare alla denuncia.

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