Il Velo di Manoppello

Andrea Nicolotti è professore associato di storia del cristianesimo e delle chiese dell’Università di Torino, dove si occupa tra l’altro di storia delle reliquie (in particolare di quelle relative alla passione di Gesù), del processo ai Templari, della produzione e dell’uso dei falsi nella storia del cristianesimo e, più in generale, di storia del cristianesimo antico. Con Claudio Gianotto ha appena pubblicato Il Vangelo di Marcione (Einaudi).

D: Professor Nicolotti, da diversi anni Lei si occupa della storia della Sindone di Torino: il prodotto principale di queste ricerche è stato Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, pubblicato da Einaudi nel 2015. Può brevemente raccontarci come è arrivato alle ricerche sulla nota reliquia torinese e quali sono state le sue conclusioni?

Ci sono arrivato quasi per caso, dopo aver letto nel 2009 un libro di Barbara Frale sui presunti rapporti fra i Templari e la Sindone. Mi venne la curiosità di approfondire e mi accorsi che tutto era basato su forzature dei documenti e sulla lettura erronea di un manoscritto processuale. Ne nacque una disputa che sfociò nella pubblicazione del mio primo libro sull’argomento, I Templari e la Sindone: storia di un falso (Salerno). Da quel momento, avendo dovuto raccogliere un certo materiale sulla reliquia, sembrò quasi naturale proseguire la ricerca. All’epoca, influenzato da occasionali letture di libri scritti dai più famosi sindonologi, avevo un’opinione diversa della Sindone rispetto ad oggi. Studiando il problema, mi sono accorto di certe falle nella ricostruzione storiografica e quindi mi sono riproposto di affrontare il problema alla radice. Dopo sei anni di studio concentratissimo è uscito il volume di Einaudi che vuole essere una ricostruzione della storia della Sindone dalle origini a oggi, e una ricostruzione delle false storie edificate attorno ad essa. La conclusione principale, quella che in genere incuriosisce in prima battuta il grande pubblico, è quella sull’autenticità della reliquia, e pertanto la espongo subito: sono persuaso che non c’è alcuna possibilità di considerare la Sindone come parte del corredo funerario di Gesù, e che essa va piuttosto collocata – coerentemente con i documenti storici, l’esame del tessuto e la radiodatazione – alla metà del XIV secolo. Il libro però affronta anche molti altri problemi collaterali, indipendenti dall’autenticità ma comunque interessanti oggetti di indagine storica.

D: C’è qualche novità in merito alla Sindone?

Da qualche mese nei più alti vertici della sindonologia  si parla della possibilità di eseguire una nuova radiodatazione usando frammenti di filo parzialmente carbonizzato già staccato dal lenzuolo in occasione dell’ultimo restauro del tessuto, quando sono state rimosse alcune parti rovinate dall’incendio del 1532. Questo permetterebbe di non eseguire un nuovo prelievo direttamente dalla reliquia.

A me, però, non sembra una buona soluzione.

In primo luogo, la Sindone ha una tale ampiezza e un tale numero di fili che eseguire qualche piccolo prelievo qua e là non pregiudicherebbe affatto l’insieme. In secondo luogo, risulta curioso che dopo che per anni si è affermato che l’incendio avrebbe causato uno spostamento della data radiocarbonica ora si proponga addirittura di datare fili direttamente danneggiati dal calore: significa perlomeno ammettere che quella obiezione, come già si sapeva, era una sciocchezza, ma in ogni caso le stesse persone che l’hanno avanzata in questi anni potrebbero rifarlo di nuovo. I fili carbonizzati, poi, non si prestano molto alle tradizionali operazioni di pulizia che precedono la radiodatazione: meglio sarebbe avere fili non toccati dal calore.

Infine, la provenienza dei fili non sarebbe certificata se non sulla parola dell’autorità ecclesiastica. Poiché nei decenni precedenti i sostenitori dell’autenticità della Sindone, nonostante tutte le procedure di controllo e il grande numero di testimoni oculari, non hanno esitato ad accusare gli scienziati dei laboratori e addirittura l’arcivescovo di Torino di avere sostituito i campioni, non si capisce perché ora non si dovrebbe pretendere una procedura certificata ancora più di quella precedente.

L’unico modo, dunque, è quello di procedere a nuovi prelievi direttamente dalla Sindone. Anche se, a dire il vero, non ce ne sarebbe bisogno, perché la data della Sindone la conosciamo già.

D: Oggi qui però vogliamo parlare di una diversa reliquia della passione, il cosiddetto Volto Santo di Manoppello, in Abruzzo, nella provincia di Pescara. Di che si tratta? Da quando se ne ha notizia? Che cosa ha in comune e in cosa invece è differente dalla Sindone?

Il Velo di Manoppello è una stoffa molto sottile recante l’immagine di un volto maschile, conservata nella chiesa del Volto Santo dell’omonimo paese abruzzese. È uno dei rari esemplari di una tecnica pittorica già praticata nel tardo medioevo al Nord delle Alpi, poi diffusa fra XV è XVI secolo e attestata seppure raramente anche in Italia. Purtroppo le testimonianze materiali superstiti sono molto rare, data l’estrema deperibilità di questi manufatti. Grazie alla sottigliezza della stoffa, in genere lino, l’immagine dipinta con questa tecnica può essere visibile sui due lati; poteva anche essere dipinta da entrambe le parti, seguendo controluce il pigmento lasciato sul lato dipinto per primo.

La prima menzione documentaria del Velo di Manoppello è una Relatione historica del frate Donato da Bomba, scritta verso il 1640-1645 ma conservata soltanto in copie settecentesche, di cui di recente è stata fatta un’edizione critica che compara i manoscritti della versione definitiva[1]. Ivi si riferisce che il Velo fu portato a Manoppello un secolo prima, nell’anno 1506, da un pellegrino sconosciuto (un angelo) e consegnato furtivamente a un notabile del luogo, per poi finire, nel 1638, nelle mani dei frati cappuccini che lo custodiscono ancor oggi. Da quel momento nacque una devozione per l’immagine e alla fine del XVII secolo la sua festa fu stabilita il giorno 6 agosto, Trasfigurazione di Gesù. A partire dal 1712 cominciò l’usanza di portare processionalmente ogni anno la reliquia per le vie della città; pochi anni dopo arrivò la concessione dell’indulgenza plenaria da parte del papa per i pellegrini che visitassero l’immagine. Si trattava comunque sempre di una devozione locale, che raramente travalicò i confini dell’Abruzzo. La prima ricostruzione storica moderna delle vicende del Velo si deve a un altro frate, Filippo da Tussio [Ludovico De Rubeis, 1825-1896, Ndr], che raccolse in un libro molto materiale ancor oggi utile, sebbene la prospettiva apologetica dell’autore sia predominante[2].

In comune con la Sindone il Velo ha la presunta provenienza (Gerusalemme, nei giorni della passione di Gesù) e la presunta natura acheropita.

D: Che cos’è un’immagine che viene definita acheropita?

Si definisce acheropita un oggetto che non è stato fatto da mano d’uomo, e di conseguenza sarebbe stato miracolosamente ottenuto. Le più antiche immagini acheropite cristiane (ci sono anche acheropite pagane, islamiche, orientali, etc.[3]) sono il Mandylion di Edessa e l’immagine di Camuliana, entrambe perdute. Fra quelle sopravvissute ci sono la Veronica di Roma, la Sindone e la Vergine di Guadalupe impressa sul mantello di Juan Diego.

D: La storia recente di Manoppello ha inizio però solo alla fine del secolo scorso, vero? Che cos’è e cosa c’entra la Veronica?

Negli anni Novanta del XX secolo una suora, Blandina Paschalis Schlömer, e un gesuita, Heinrich Pfeiffer, hanno creato la moderna leggenda di Manoppello. L’immagine del Velo sarebbe perfettamente sovrapponibile al volto dell’uomo della Sindone, e a sua volta coincidente con le macchie sanguigne del Sudario di Oviedo. Tale immagine sarebbe davvero acheropita, perché priva di qualunque pigmento, e verosimilmente originata durante la risurrezione di Gesù. Infine, essa sarebbe da identificarsi con il famoso Velo della Veronica romana, ossia la ben più famosa immagine che Gesù, durante la sua salita al Calvario, avrebbe impresso su una stoffa usata per detergere il suo viso. I sostenitori di tale teoria sostengono che all’inizio del Seicento la Veronica sarebbe stata trafugata da Roma e quindi portata a Manoppello.

Tutte queste teorie sono inverosimili, ma un potente sostegno da parte dei frati del santuario e dell’autorità ecclesiastica locale, nonché una forte copertura mediatica, hanno permesso che Manoppello diventasse un rinomato luogo di pellegrinaggi. Nel 2006 una visita dell’allora Papa Benedetto XVI ha dato un fortissimo impulso al turismo religioso.

D: E poi c’è la questione del bisso…

Il vaticanista Paul Badde è responsabile della diceria secondo cui il Velo è fatto non di lino, bensì di bisso marino, nome comune (ma improprio) del ciuffo di filamenti prodotto dalla Pinna nobilis, un mollusco del Mediterraneo. Da questi pregiati filamenti si possono ricavare tessuti. Badde ha divulgato l’idea che il Velo sia fatto di questa seta marina, su suggerimento di una tessitrice di questa seta proveniente dalla Sardegna, di nome Chiara Vigo, che nel 2004 si recò a vedere la reliquia (attraverso il vetro) e confermò l’idea che fosse fatta proprio di bisso marino. Secondo Vigo la seta marina non si può pitturare, il che è ovviamente falso, ma ciò contribuiva a rendere credibile la spiegazione del miracolo. In realtà Vigo, che viene presentata come l’ultima tessitrice “maestro” di bisso esistente in Sardegna, è nota agli esperti come voce poco credibile, che ha costruito intorno a sé un’attenzione mediatica basata su racconti di tipo esoterico legati alla tessitura del bisso (basta ascoltare qualcuna delle sue numerose conferenze disponibili online). È del tutto probabile che la stoffa di Manoppello sia di lino e che la “perizia” di Vigo sia sbagliata.

D: Una dura critica su tutta la vicenda del velo è dovuta a Gian Marco Rinaldi, che la pubblicò fra il 2006 e il 2007 (qui, qui e qui) su Scienza & Paranormale, la rivista del CICAP che ha preceduto Query

Rinaldi è il primo in Italia che si è occupato seriamente del Velo di Manoppello, e leggendo i suoi articoli che risalgono a pochi anni fa si può vedere come la situazione rispetto ad allora sia notevolmente peggiorata.

D: Sbaglio, o le critiche non sono venute solo dalla comunità scettica, ma pure da diversi sindonologi? Può raccontarci un po’ della controversia che divide la sindologia in relazione al nostro velo?

I sindonologi sono spaccati in due gruppi, quelli che oltre alla Sindone credono anche a Manoppello e quelli che non ci credono. Bisogna notare che le due reliquie sono in una certa competizione, perché la seconda viene presentata come una fotografia del Cristo nel momento in cui risorge, con gli occhi aperti, mentre la Sindone sarebbe l’immagine del Cristo morto. Ma l’immagine di Manoppello è evidentemente un dipinto, di qualità artistica non eccelsa, e ci va una grossa dose di credulità per ritenerlo un’immagine acheropita: ecco perché i sindonologi più accorti la respingono. È evidente che i vari tentativi di sovrapporre il volto di Manoppello al volto della Sindone danno risultati poco spendibili.

D: Di recente sono usciti, in un unico volume, gli atti di due convegni tenutisi fra 2014 e 2015 in Germania e Austria dedicati alle immagini acheropite. Li ha recensiti lo scorso anno per Medioevo greco. Può riassumerci quanto di nuovo ci dicono di Manoppello?

Come ho scritto in quella recensione[4], quel volume contiene alcuni lavori di grande valore e alcuni lavori scadenti. Il convegno è stato organizzato invitando molti credenti nella Sindone di Torino, nessuno dei quali crede però al Velo di Manoppello. Quindi il volume si configura come un tentativo di autenticare la Sindone e al contempo di affondare il Velo. Devo dire che tutti gli argomenti che sono stati presentati contro la presunta antichità del Velo, la presunta mancanza di colori, la pretesa che sia fatto di bisso marino e che provenga da Roma sono corretti e sottoscrivibili. Tutti gli autori, siano essi esperti di tessuti, storici dell’arte o storici tout court, dichiarano che il Velo è una pittura del primo Rinascimento. Non posso però concordare con tutti quegli altri interventi che nel medesimo libro tentano di riabilitare la Sindone, in una specie di corto circuito scientifico, dove pare che alcuni autori siano scettici soltanto quando si occupano di demolire le credenze altrui che essi stessi non condividono.

D: Delle ricerche del sindonologo Giulio Fanti relative alla Sindone abbiamo pubblicato qui su Query online un paio di critiche, di Rinaldi e di Garlaschelli e Bella. In un articolo di De Caro et al. pubblicato recentemente su Heritage[5], Fanti ha da dire qualcosa di interessante sulla natura del tessuto: allora, bisso o non bisso?

Giulio Fanti è un autore particolarmente prolifico e anche particolarmente criticabile, che si occupa di tutto il sottobosco di reliquie e oggetti miracolosi (Sindone, Guadalupe, Velo di Manoppello, fazzoletti di Padre Pio, Madonna di Medjugorje, eccetera). Ultimamente si è mostrato abbastanza scettico su Manoppello, e nell’articolo con De Caro e Matricciani appena menzionato ha egli stesso rigettato l’ipotesi che il velo sia fatto di bisso marino, . Egli aveva anche dichiarato di avere riscontrato sulla stoffa tracce di colore, che se l’immagine fosse miracolosa non dovrebbero esserci. In questo caso il suo parere è interessante, perché non viene certo da una persona ostile alle credenze miracolistiche.

D: C’è modo, a suo parere, di porre fine alla querelle, almeno per quanto riguarda la datazione e composizione del supporto e il metodo di realizzazione della figura? E se sì, come?

Si potrebbero invitare esperti indipendenti a osservare la stoffa, ricorrendo anche agli storici dell’arte competenti nella tecnica della pittura su stoffa trasparente. Una datazione più precisa potrebbe essere ottenuta con il metodo del radiocarbonio, ma occorrerebbe estrarre la stoffa dai due vetri che la tengono compressa e prelevarne un campione. Per ora, come avviene quasi sempre in questi casi, gli esami mancano o eventualmente vengono affidati soltanto a persone di fiducia dei committenti.

D: Infine, in base alla Sua esperienza quale ritiene che sia il modo più efficace da usare nel parlare in modo critico dei casi come il volto di Manoppello e la Sindone?

La mia esperienza è abbastanza limitata e si basa su un semplice principio: occorre dire la verità, anche quando essa può infastidire le credenze delle persone. Papa Innocenzo III ha scritto all’abate di S. Vittore di Sens, che sosteneva l’autenticità di una reliquia falsa, una sentenza lapidaria: Falsitas tolerari non debet sub velamine pietatis, cioè dietro al pretesto della pietà non si può tollerare la falsità. Questo è stato fin dal principio il mio atteggiamento. Devo dire che la divulgazione su questi oggetti, specialmente in Italia, è molto difficile, perché i mezzi di comunicazione in genere sono tutti allineati nel pubblicizzare e sostenere le teorie paranormali piuttosto che quelle scientificamente fondate. Comprendo il perché molti miei colleghi preferiscano non occuparsi di questi temi, per evitarsi grattacapi e censure fastidiose. Vero è che la rarità delle persone che si occupano seriamente di questi temi lascia spazio alle pseudoscienze, che in siffatti ambienti proliferano indisturbate

[1] E. Colombo, M. Colombo (a cura di) (2016). Relatione historica d’una miracolosa imagine del volto di Christo, Genova: Marietti.

[2] F. da Tussio (1875). Del Volto Santo : memorie storiche raccolte intorno alla prodigiosa immagine del passionato volto di Gesu Cristo Signor Nostro che si venera nella chiesa dei PP. Cappuccini di Manoppello. L’Aquila: Tip. Vescovile.

[3] Vedi A. Monaci Castagno (a cura di) (2011). Sacre impronte e oggetti «non fatti da mano d’uomo» nelle religioni, Alessandria: Edizioni dell’Orso (disponibile online).

[4] A. Nicolotti (2018). Nuovi studi sulle immagini di Cristo, fra Oriente e Occidente. Medioevo greco 18, 299-350.

[5] L. De Caro, E. Matricciani, G. Fanti (2018). Imaging Analysis and Digital Restoration of the Holy Face of Manoppello—Part I. Heritage 1(2), 289-305, doi:10.3390/heritage1020019.

Immagine in evidenza: Volto Santo di Manoppello, pubblico dominio.

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