Il meteorite del papa

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

A Roma si è appena avuto un grande allarme. Il cannone di Castel Sant’Angelo aveva appena sparato per annunciare il mezzogiorno, come al solito, per regolare pendole e orologi della Città Eterna, quando un lampo di luce intensa e brillante, seguito da una tremenda esplosione, ha terrorizzato i cuori degli abitanti del palazzo papale e dei quartieri di Roma intorno al Pincio. All’istante tutti uscirono dai palazzi e si riversarono nei cortili dell’edificio, e nei dintorni tutti uscirono per le strade, scambiandosi le più svariate ipotesi sull’origine del loro terrore. Qualcuno suggerì che una bomba fosse stata fatta esplodere sotto al Vaticano; altri supposero che fosse saltata in aria una polveriera. Non appena il bagliore e la notizia venne portata dalla popolazione del Vaticano fin dentro i giardini del palazzo, un drappello di persone impaurite, con il papa in testa, procedette all’esame dei terreni che appartenevano alla residenza papale, e scoprì che un grosso aerolite era caduto nei giardini; era una massa di pietra e metallo, ancora parzialmente in fiamme, per metà sepolta nel terreno in cui era caduta. Si dice che i sacerdoti che facevano parte dell’entourage del papa, spesso inclini al misticismo, siano stati molto turbati dall’evento, che ritenevano essere un cattivo auspicio. 

Questo articolo, pubblicato il 30 dicembre del 1882 dall’Evening Post, un quotidiano neozelandese, racconta un curioso episodio della storia di Roma: la presunta caduta di un meteorite nei giardini del Vaticano. Ripresa da un altro giornale della Nuova Zelanda, il Marlbourough Times del 3 gennaio 1883, la descrizione dei fatti era tanto simile da far pensare a un’origine comune, con ogni probabilità ad un lancio di agenzia. Il giornale di Marlbourough aveva aggiunto solo qualche riga per specificare che gli aeroliti potevano essere considerate “pietre sfortunate” e che al contrario i granati venivano ritenuti portafortuna e gli zaffiri una protezione contro gli avvelenamenti (una superstizione particolarmente diffusa in Russia, informava il cronista). E’ possibile che la notizia della caduta del meteorite sulle residenze papali sia circolata anche su altri quotidiani e in altri Paesi del mondo.

Ma la “caduta” di cui era giunta eco sino agli antipodi dell’Italia era davvero avvenuta? Qualcosa in effetti era successo, ma non certo nei termini riportati dalla stampa neozelandese. Di sicuro, per di più, i presunti fatti non erano “appena successi”, come suggeriva l’Evening Post, ma risalivano alla seconda metà di luglio del 1882. 

Oggi il termine fake news è entrato nel vocabolario comune, ma certo è che anche centoquaranta anni fa le cose non erano certo rose e fiori. Era del tutto normale trovare sui giornali notizie mal riportate, errori e voci di ogni genere o anche storie inventate di sana pianta. La rete sarà certo il regno delle bufale, ma permette pure di controllare, volendo, dettagli e circostanze di ciò che leggiamo. Nel 1882 tutte queste cose erano ancora da venire. Anzi, il decennio successivo avrebbe visto negli Stati Uniti il trionfo della cosiddetta Yellow Press, esempio perfetto di mescolanza fra giornalismo classico e utilizzo di credenze, notizie insolite, dicerie o fantasie pseudoscientifiche, promosse al rango di fatti da trattare come tutti gli altri – ma più interessanti sotto il profilo umano.

In realtà, la notizia del “meteorite in Vaticano” era stata riportata da diversi quotidiani italiani, in particolare da La Stampa, dal Corriere della Sera e da La Nazione già domenica 23 luglio 1882. 

Lo scoppio era stato udito venerdì 21, subito dopo mezzogiorno. Il quotidiano torinese riferiva semplicemente che si era temuta una disgrazia, ma che si era constatato poi trattarsi di un bolide accompagnato da una “lunga striscia di fumo” in cielo. E concludeva: “Ora non ci sarebbe da stupire che qualcheduno tirasse fuori la storia di un nuovo miracolo!”. Il Corriere della Sera e La Nazione, per contro, aggiungevano qualche dettaglio in più: il bolide era stato osservato dalle persone che si trovavano in piazza Rusticucci, che ne avevano osservato la scia e stimato le dimensioni. In Vaticano – si diceva – si era temuto un bombardamento, gendarmi e guardie svizzere erano corse alle armi, e pure Leone XIII si era affacciato alla finestra. 

Questo il resoconto sulla grande stampa nazionale. Niente processioni guidate dal papa alla ricerca dell’aerolito, niente residuo fumante rinvenuto nei giardini, niente scongiuri per il cattivo auspicio.

Ma non tutti i quotidiani italiani si limitarono alla cronaca del presunto episodio.

Grazie allo studioso Alessandro Novelli siamo riusciti a risalire alla fonte prima di questa storia divertente. Si trattava di un articolo de Il diritto, quotidiano romano di orientamento anticlericale. Era quello ad aver diffuso la storia nella sua edizione del 22 luglio. I toni erano coloriti, e lasciavano presagire l’esito della vicenda: 

Un bolide in Vaticano. – Poco dopo il mezzodì d’oggi s’udì nei pressi del Vaticano una forte detonazione simile a quella prodotta da un colpo di cannone. Si rassicurino però i lettori, non trattavasi che di un bolide caduto dal lato destro di chi guarda la basilica di San Pietro. Coloro che trovavansi sulla piazza Rusticucci hanno potuto osservare l’aero proiettile, e uno di costoro ci afferma essere all’incirca della lunghezza di 30 centimetri e appena largo 8, e che aveva forma cilindrica, dietro a sé lasciava una striscia di fumo. In Vaticano è avvenuto un finimondo, la guardia palatina è corsa alle armi, i gendarmi, gli svizzeri hanno impugnato le sciabole; i monsignori sono corsi a nascondersi; Leone XIII s’è fatto alla finestra. Credevano di essere bombardati, pensavano che si volesse invadere il Vaticano. E quando si è scoperto il fenomeno pare che il Papa, volgendosi al cielo, abbia esclamato: Tu quoque! 

Il papa che se la prendeva con Dio, reo di avergli procurato un’altra preoccupazione, era la ciliegina sulla torta. C’è da dire che Leone XIII in quel periodo aveva davvero di che preoccuparsi. Le tendenze alla laicizzazione della società erano forti. Il pontefice aveva cercato di difendersi mantenendo il non expedit contro il regno d’Italia, imposto dal suo predecessore dopo la conquista di Roma: i cattolici non avrebbero dovuto partecipare alla vita politica del nuovo Stato italiano, figlio della modernizzazione. E invece parecchi di loro vi partecipavano, l’Italia lentamente consolidava la sua fragile struttura amministrativa e tesseva alleanza internazionali. La legge Coppino, poco tempo prima del nostro episodio, non solo aveva introdotto cinque anni di istruzione obbligatoria espellendo il clero dal sistema scolastico pubblico, ma era dovuta a un massone cuneese come Michele Coppino, iniziato nella loggia “Ausonia” di Torino, loggia madre della massoneria italiana. Durante il funerale di Pio IX, nel 1878, gruppi di anticlericali avevano cercato di assalire il corteo e di gettare la salma nel Tevere. Una parte della stampa lanciava ogni giorno strali oggi impensabili contro il papa e le gerarchie della chiesa di Roma, che reagivano dicendo di no a qualsiasi idea di libertà di coscienza e di progresso, chiuse nell’astio e nel rancore per un mondo che tramontava. 

Insomma, un periodaccio. 

Anche l’articolo pubblicato dal Diritto nell’estate del 1882 è da leggere in questo contesto. Il quotidiano probabilmente aveva raccolto voci e aveva confezionato un racconto cucito ad arte sui sentimenti dei suoi lettori. Ma forse in quell’occasione aveva esagerato un po’. Il 25 luglio il giornale tornava sui fatti con una parziale rettifica, dalla quale peraltro non si capisce sino in fondo se l’intera storia del “meteorite del papa” fosse un’invenzione o se, almeno, qualche tipo di evento non fosse stato scambiato per la caduta di un bolide nel cuore di Roma.

Dunque non vi cadde? – Dicono che il Pontefice abbia mandato a chiamare il dotto P. Ferrari, per udire da lui qualche cosa sull’ormai famoso bolide che noi dicemmo caduto sul Vaticano. E dicono altresì che il P. Ferrari abbia asserito, dopo scrupoloso esame, che il bolide sia caduto non sul Vaticano ma a Monte Mario. Ma caduto lì o altrove il fatto sta che al Vaticano la paura fu grande. Questa è storia e la storia non si stinge!

Lo studioso citato era senz’altro padre Stanislao Ferrari (1834-1903), che era stato aiutante dell’astronomo Angelo Secchi (1818-1878) presso l’osservatorio astronomico del Collegio Romano, e alla sua morte, ne aveva assunto la direzione. 

L’incarico durò però solo un biennio, perché il 2 giugno 1879 lo Stato italiano requisì l’osservatorio. Per poter continuare i suoi studi, nel 1882 Ferrari aveva allestito una piccola specola in una villa alle falde del Gianicolo, da cui pubblicava un suo Bullettino meteorologico (si ricorda che all’epoca era ancora frequente che tutti i fenomeni del cielo venissero inclusi in quest’ambito, comprese aurore boreali e meteoriti). Di “sassi caduti dal cielo” padre Ferrari aveva peraltro una certa esperienza: a lui si devono gli studi su uno dei più conosciuti meteoriti conservati, quello cosiddetto di Orvinio, caduto sul Lazio il 31 agosto 1872. 

Dunque, questo è quanto accadde davvero venerdì 21 luglio 1882: nella zona del Vaticano fu udito un botto e fu avvistata una scia. Forse qualcosa andò a schiantarsi da qualche parte. Il “forse” è più che mai d’obbligo: è sempre molto difficile valutare ad occhio il luogo preciso di un impatto, e all’epoca ci si poteva basare unicamente sulle testimonianze oculari. 

Sappiamo però da ben altre fonti che quel giorno un bolide diurno transitò davvero sull’Italia centrale, e che fu visto dal Lazio, dal Tirreno centrale e dalla provincia di Grosseto. Il fenomeno si verificò presumibilmente intorno alle 12.14 e il botto fu dovuto alla verosimile disintegrazione dell’aerolito.

Ne conosciamo i dettagli grazie all’ampia relazione sul fenomeno che l’astronomo e gesuita Giuseppe Lais (1845-1921: anche lui fu assistente di padre Secchi, come Ferrari) pubblicò negli Atti dell’Accademia Pontificia dei Nuovi Lincei (vol. 36, 1882-1883, pp. 93-98).

Questa qui sotto è la riproduzione della traiettoria che fece lo stesso Lais per gli Atti.

Nel caso del supposto meteorite romano il “colpevole” non fu recuperato: è evidente che la sensazione fu quella di un fenomeno verificatosi a brevissima distanza, ma in realtà il transito dovette avvenire verso lo zenit. Certo, il rumore e il transito celeste dovettero spaventare abbastanza pure chi si trova nella zona del Vaticano. Ma tutti i dettagli coloriti, dalle imprecazioni del papa contro il cielo al cratere fumante trovato nei giardini, devono essere considerati pura fantasia. Inutile dire che la relazione di Lais non fa alcun cenno a presunti ritrovamenti di meteoriti, tanto meno… in Vaticano.

Dettagli di fantasia che però gettano luce sulla mentalità dell’epoca e sulla considerazione di cui godeva all’epoca il papa, ridotto da una parte dell’opinione pubblica italiana al rango di macchietta isterica e terrorizzata dal “sasso dal cielo”, quasi segnale dello sfavore divino per la chiesa di Roma. Fake news d’epoca, ma che ci permettono di capire lo spirito del tempo molto più della semplice cronaca degli (improbabili) eventi. 

Sono proprio queste cose, nonostante la plausibile falsità del fatto, a parlarci degli uomini di quel tempo, di ciò che temevano e speravano.

Illustrazione in evidenza: papa Leone XIII, al secolo Vincenzo Pecci (1810-1903), ritratto al momento dell’elezione, nel 1878. (immagine di pubblico dominio). Si ringrazia Roberto Labanti per la collaborazione.

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