La cometite del 1910

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Qualcuno la soprannominò cometite: nella primavera del 1910, una “pandemia” di natura psicologica avvolse gran parte del globo terrestre, generando fake news, scherzi, paure e rimedi casalinghi di ogni sorta.

Da cosa dipese questa colossale mania che probabilmente colpì decine se non centinaia di milioni di persone in poche settimane? Beh, dal più famoso transito della storia della cometa di Halley, quello che raggiunse il perielio il 20 aprile 1910, generando così una scia che la Terra attraversò quaranta giorni dopo.

Secondo le peggiori previsioni questa scia sarebbe stata composta in larga misura da gas velenosi in grado di penetrare l’atmosfera terrestre, portando la morte a chiunque li avesse respirati.

Diventarono famose le affermazioni iettatorie attribuite in quei mesi a vari studiosi di astronomia. Il 7 febbraio del 1910, il New York Times annunciò che l’Osservatorio Yerkes, allora all’avanguardia, aveva scoperto la presenza di cianogeno nella coda della cometa,  composto inorganico che a quei tempi era popolare perché assai usato come fertilizzante e per di più facilmente decomponibile in cianuro, e comunque tossico sotto forma di gas. Il quotidiano però glissava sul fatto che si trattava di quantità irrilevanti e che per gli astronomi non c’era modo che raggiungessero l’atmosfera terrestre…

Anche il padre della passione popolare ottocentesca per l’astronomia, il francese Camille Flammarion, fu coinvolto nell’idea che la cometa avrebbe fatto entrare in contatto con l’aria enormi quantità di gas velenosi. In realtà, fin dall’inizio Flammarion era stato a dir poco prudente su una qualche eventualità di questo tipo (L’Astronomie, anno XXIV, 1910, pp. 29-30):

L’avvelenamento dell’umanità attraverso gas venefici non è probabile. Senza dubbio, se l’ossigeno atmosferico si combinasse con l’idrogeno della coda cometaria… in breve sarebbe lo sterminio generale. Se, al contrario, vi fosse una diminuzione dell’azoto, il cervello proverebbe un senso insolito di attività fisica, e la specie umana perirebbe in un parossismo di gioia… L’ossido di carbonio… potrebbe condurre all’intossicazione polmonare. L’analisi spettrale non ci indica quali elementi domineranno nella coda…

Tali pronostici, comunque, non devono tormentare gli spiriti inquieti. Vero è che le code cometarie sono immense, ma tanto leggere e rarefatte che l’atmosfera terrestre al confronto è come piombo. Anche se il nostro globo vi fosse completamente immerso, saremmo senz’altro protetti da qualsiasi cataclisma dalla nostra corazza atmosferica… 

E invece la “cometite” dilagò, proprio come un gas venefico. Non è chiaro chi abbia inventato questo termine, ma secondo il Corriere della Sera del 17 maggio, che descriveva la mania dilagante in tutti gli Stati Uniti, era stato un medico al tempo famoso in America, che aveva scritto a un giornale ironizzando sulla malattia di stagione, la cometite acuta.

In quelle settimane la stampa di tutto il mondo diventò preda di questa malattia dal decorso breve ma violento. I sintomi consistevano principalmente nel descrivere con cura, riportandola in prima pagina, qualsiasi genere di stranezza di cui si veniva conoscenza: poteva trattarsi di galli che cantavano di notte, di galline che facevano le uova in quelle ore, di asini che ragliavano alla cometa, di neve fuori stagione attribuita nei sermoni di un pastore protestante americano alla vicinanza dell’astro, di tempeste di violenza eccezionale e di mille altre cose ancora. Una serie infinita di pensieri simil-deliranti di cui per qualche settimana, letteralmente, il mondo fu preda.

Le autorità pubbliche di parecchi Paesi si preoccuparono in anticipo delle possibili conseguenze psicologiche dell’evento, e forse, così facendo, in maniera inconsapevole incoraggiarono la psicosi.

Le prime notizie ci arrivano dai territori dell’Impero Austro-Ungarico, a ridosso del confine orientale italiano del tempo. Il 16 aprile 1910 un servizio particolare da Trieste per il Corriere della Sera spiegava che in città circolavano voci circa scene di terrore che la comparsa della cometa aveva provocato in paesi vicini e in località della Dalmazia. In realtà, nelle redazioni triestine nessuno ne sapeva nulla, e anche i giornali slavi della costa dalmata erano indignati, perché sembrava il governo centrale avesse ritenuto quelle popolazioni una massa di superstiziosi.  

Secondo il giornalista tutto era nato perché il Ministero dell’Interno aveva inviato alle autorità della Venezia Giulia, della Dalmazia e di altre regioni una circolare che cercava di evitare che le cose precipitassero. Ad esempio, consigliava che insegnanti e preti spiegassero al popolo che si trattava di un fenomeno naturale e che non c’era nulla da temere.

Le conseguenze non furono quelle sperate: da una parte si diffusero voci su presunti fenomeni di panico, dall’altra la stampa nazionalista slava ebbe modo di esprimere la sua rabbia verso le autorità centrali viennesi. Le tensioni etniche stavano crescendo in tutto l’Impero, e mancavano poco più di quattro anni ai colpi di rivoltella di Sarajevo che avrebbe condotto l’Europa alla Prima Guerra Mondiale…

Col passare dei giorni, i segni della paura crebbero rapidamente. Il 30 aprile il Corriere della Sera aveva annunciato che parecchi sindaci stavano distribuendo fra i loro concittadini l’opuscolo La fine del mondo?, dell’astrofilo Isidoro Baroni (1864-1930), che si firmava “Geuranico”, con il fine di “distogliere i loro amministrati dal terrore”, in specie da quello che la coda della cometa fosse velenosa.

I timori a sfondo religioso

Le paure coinvolsero in pieno le convinzioni religiose. Già il 30 aprile La Lanterna Pinerolese aveva asserito che un furto di gioielli dalla cattedrale dell’Assunzione, all’interno del Cremlino di Mosca, era stato attribuito dal popolino all’influenza della cometa. Il 10 maggio il settimanale cattolico Sale e luce annunciava che l’arcidiocesi di Torino disapprovava vivamente la diffusione di una preghiera stampata dalla Tipografia Marengo volta a scongiurare “lo sfasciamento” del corpo celeste. La notte del 18 invece una folla si era radunata davanti al collegio dei salesiani di Varazze (Savona) chiedendo a gran voce che la chiesa fosse aperta e illuminata, per poter pregare in attesa della fine (Gazzetta del Popolo, 19 maggio; Corriere della Sera, 20 maggio).

Il 22 aprile La Stampa dava notizia che in Galizia e in Moravia, allora parti dell’Impero austro-ungarico, oratori improvvisati invitavano le persone a prendere provvedimenti immediati contro la catastrofe:

La fine di questi discorsi era invariabilmente la seguente: “se volete, alla fine del mondo potete entrare direttamente in Paradiso: ecco lettere di raccomandazione per san Pietro”. Queste lettere trovavano immediatamente moltissimi compratori al prezzo di 3, 5 e anche 10 fiorini. 

Il 18 maggio, a Palermo, furono esposte ovunque statue della santa patrona, Rosalia, circondate da ceri e da persone che pregavano. Riferiva Gazzetta del Popolo del 19:

Le leggende e le storielle hanno pure avuto il loro posto. Ieri, appunto, fra la commozione delle compagne, un’allieva di scuola elementare raccontava alla maestra di aver visto la Santa Rosalia che le comparì dinanzi per avvertire i palermitani di non avere paura, perché avrebbe tenuto la coda della cometa. 

Davanti a Catania, invece, la sera del 18 maggio a molti pescatori fu impedito di uscire in mare: mogli e figli li volevano a casa, racconta il quotidiano. In città, nel frattempo, più di uno si chiudeva in casa tappando le fessure delle finestre e fornendosi “di ossigeno, altri di etere e altri di cloruro di calce, tutti allo scopo di sfuggire alla morte universale”.

Sangue umano per salvarci da Halley

Una storia sulla quale vogliamo soffermarci un po’ di più è quella che concerne una fake news da panico cometario, comparsa sul Corriere della Sera del 20 maggio. Si tratta di un presunto, mancato sacrificio umano, che avrebbe avuto lo scopo di salvare la Terra dall’astro.

Il fattaccio, si diceva, era avvenuto nel paesino di Aline, nell’Oklahoma. Una sedicenne, Jane Warfield, era stata salvata da uno sceriffo il quale aveva appreso che la setta degli “Eletti del Signore”, guidata da un certo “Hayneman”, aveva messo in giro la voce che la fine del mondo sarebbe stata evitata sacrificando una ragazza – fra le donne appartenenti al gruppo – scelta a sorte.

Lo sceriffo e altri sei poliziotti sarebbero giunti appena in tempo su una delle modeste alture della zona, le Glass Mountains (in realtà delle mesas alte poche decine di metri) per salvare la ragazza, “vestita di bianco e coronata di rose bianche”, con le mani legate. Davanti a lei, “Hayneman” brandiva un lunghissimo coltello e intorno le stavano quaranta adepti del gruppo “i quali inginocchiati cantavano degli strani inni”.

Oggi sappiamo che questa storia fu un’invenzione: apparve il 19 maggio con un lancio su diversi giornali, ad esempio sul Los Angeles Daily Times e po anche su un giornale locale, l’Oklahoma City Times, che la pubblicò in prima pagina il 20 maggio spiegando che il capo della setta si chiamava Henri Heinman (non “Hayneman”), che il fatto era avvenuto mercoledì 16 e che la ragazza aveva diciannove anni. Sembra che in quei giorni fosse apparso un racconto simile su un quotidiano ben più importante, il Washington Post.

I tentativi fatti dagli storici locali per trovare fonti d’archivio che confermassero un evento di quella gravità non hanno condotto a nulla: nessuna traccia dell’esistenza della “setta”, niente nei documenti prodotti a suo tempo dal tribunale cittadino, niente sul periodico locale della contea in cui si trova Aline, che a dire il vero era poco più di uno snodo ferroviario con intorno un piccolo agglomerato di trecento abitanti. Una ricostruzione interessante, ad ogni modo, quella di Guy Moore, può essere letta qui.

Malgrado ciò, anche in tempi recenti e pure organi di stampa famosi come il New York Times hanno continuato a menzionare come vera questa storia apocrifa.

Sarà bene che le sia assegnato il posto che le spetta: un’invenzione giornalistica per divertirsi nel clima di eccitazione generale per l’arrivo della cometa.

Paura globale

Le paure attraversarono tutte le culture, anche quelle non-occidentali. Il 19 maggio, in Algeria, a Saida, una quattordicenne che sui giornali aveva letto la previsione dell’ora dell’impatto catastrofico cometa-Terra, sarebbe svenuta proprio in quel momento e, soccorsa dai medici, si sarebbe risvegliata afasica, cioè incapace di parlare (Corriere della Sera, 20 maggio).

Il terrore avrebbe preso anche un personaggio pubblico celeberrimo in quel momento, l’ex-sultano ottomano Abdul Hamid II (1842-1918), che un anno prima della mania per Halley era stato deposto dall’insurrezione dei Giovani turchi. L’ex sovrano si trovava in semi-reclusione a Salonicco, città greca che a quel tempo era ancora sotto dominio turco. Su di lui il Corriere della Sera del 19 maggio riferiva che

l’avvicinarsi della cometa [lo] riempie di terrore… Egli non dorme più e passa le notti intere alla finestra a spiare l’apparizione dell’astro. Da due giorni egli non prende più cibo e continua a interrogare coloro che lo circondano intorno alla possibilità della fine del mondo. 

Ma ci sono pure indicazioni sul fatto che il transito di Halley potrebbe aver dato una mano a scatenare eventi politici di grandi proporzioni. Nel 1910 la Cina era nel caos. La dinastia imperiale manciù era alla fine dei suoi giorni sotto la spinta dei nazionalisti di Sun Yat-Sen.

Scriverà nel 1921 il pastore protestante scozzese, missionario in Cina, James Hutson (1869?-1929) nel suo libro Chinese Life in the Tibetan Foothills (p. 207), che l’apparizione della cometa

portò con sé una gran quantità di disordini e di paure. La gente credeva che indicasse calamità come guerre, incendi e un cambio di dinastia. In alcuni posti le porte furono tenute chiuse per mezza giornata. Non fu trasportata acque e parecchi non bevvero nemmeno, perché correva la voce che dalla cometa piovessero in terra vapori pestilenziali.

Già il 13 maggio 1910, scrivendo da Canton, il New York Herald aveva portato in Occidente la notizia che i disordini nazionalisti nel sud del Paese andavano crescendo e che essi s’intrecciavano con la paura popolare “per gli effetti portentosi della nuova cometa”. Gli attivisti rivoluzionari, scriveva il giornale, capitalizzavano su quei timori cercando di suscitare nuovi moti anti-occidentali.

Sostenere che, l’anno seguente, 1911, la Cina sia diventata una repubblica a causa della cometa di Halley sarebbe ridicolo. Tuttavia, è plausibile che anche quell’evento abbia contribuito ad avviare il lungo ciclo rivoluzionario al cui termine sorgerà l’attuale superpotenza globale.

Scherzi, incidenti e tragedie

Diciotto anni dopo i “giorni della cometa”, il 30 maggio 1928, il Corriere della Sera provò a ricostruire il clima di Milano in quelle settimane, spiegando che la gamma delle reazioni nel centro del capoluogo lombardo aveva assunto ogni possibile sfumatura:

Un esercente di via Moscova, danneggiato da questa singolare piega della preoccupazione collettiva, cercò di influire sulla coscienza dei suoi clienti affiggendo sulla porta del suo esercizio questo avviso: “ricordatevi che stanotte moriremo. Non presentatevi al creatore senza aver pagato i debiti”…

Qualcuno ci credette un po’ di più. Come quel tappezziere colpito, dalla cometa, al cervello, che alla vigilia sia presentò al procuratore del re nel palazzo di piazza Beccaria a consegnargli tutto il suo patrimonio, ventimila lire in titoli e denaro, perché nell’imminenza del trapasso se li pigliasse e, come magistrato, li portasse  al di là per quando si sarebbe trattato di rendere i conti a quell’altra giustizia. In treno, sulla linea tra Magenta e Trecate un tale vide agitarsi in aria, come succede in primavera, certi fiocchetti candidi, spoglie di vegetali in fiore. Li prese per avvisaglie della cometa, si attaccò al campanello, fece fermare il treno per morire… da fermo. 

Da Gazzetta del Popolo del 18 maggio 1910 sappiamo che l’episodio del tappezziere era accaduto il giorno prima, e che l’uomo era stato portato subito, ahilui, in manicomio, dopo che aveva chiesto di tenere qualche lira del suo gruzzolo per comprare una rivoltella e spararsi in testa. Un altro suicidio, scriveva Il Giornale d’Italia del 16, era stato evitato a Montegiorgio, nel Fermano, quando a un proprietario terriero era stato impedito appena in tempo di uccidersi in un pozzo.

Domenica 15, invece, durante la messa nella chiesetta del paese di Garda, nel Veronese, la quarantenne Luigi Tenon cominciò a delirare perché spaventata da quanto si diceva della cometa. Strappò la stola al prete e si mise a benedire i presenti, urlando. Fu condotta nel manicomio di Oderzo (La Sentinella delle Alpi, Cuneo, 17 maggio).

Secondo Gazzetta del Popolo del 24 maggio sarebbe finita peggio per un agricoltore tedesco:

Un contadino di un suburbio di Dresda, persuaso della fine del mondo, si chiuse in una cantina di birra, ubriacandosi fradicio. Egli aprì una enorme botte di birra, accostando la bocca al canale attraverso il quale scorreva la birra. Quando fu ubriaco cadde al suolo, mentre la birra uscendo dalla botte inondava il pavimento e copriva il corpo del povero disgraziato. Egli, dopo molte ricerche, fu rinvenuto ieri l’altro già cadavere, galleggiante in mezzo ai 20 ettolitri di birra, che raggiungevano quindici centimetri di altezza. Prima di rinchiudersi in cantina aveva  scritto poche righe che gli furono rinvenute in tasca a spiegazione del suicidio. Egli chiude così la sua prosa:

“Nell’ora della morte del mondo preghino gli altri i vecchi santi: io faccio dono  a te, o Gambrinus, della mia ultima ora e del mio ultimo pensiero. Ti ho adorato fino all’ultimo istante. Ave!” 

Non siamo invece stati in grado di trovare alcun riscontro alla storia secondo la quale il New York Times il 29 maggio 1910 avrebbe riferito che il papa del tempo, Pio X, avrebbe esortato i romani a smetterla di fare incetta di bombole di ossigeno. La stessa notizia ripetono Carl Sagan e Ann Druyan in Comet (Random House, New York, 1985, p. 123).

In realtà, a un miglior esame della corrispondenza del New York Times inviata da Roma il 28, si direbbe che le cose non siano andate proprio nel modo che Sagan accredita. Sembra invece che Pio X avesse compiuto una visita presso l’osservatorio astronomico che allora aveva ancora sede nei Giardini Vaticani per poter osservare anch’egli la cometa. A quel punto era stato il direttore dell’osservatorio, il gesuita Johann G. Hagen (1847-1930), a spiegargli che al culmine della psicosi collettiva un uomo che, in gravi condizioni di salute, aveva richiesto una bombola d’ossigeno presso una farmacia romana, si era visto rispondere che le scorte erano esaurite a causa degli acquisti sconsiderati in corso.

Il terrore del cianogeno, strana anticipazione dell’orrore dell’uso dei gas sui fronti della Prima Guerra Mondiale, che sarebbe giunto da lì a pochi anni, raggiunse – come sempre nelle manie transitorie di massa – risvolti comici.

Nella zona di Monforte, a Milano, si ebbe uno spettacolo pirotecnico e al teatro “Diana” si organizzò un gran ballo notturno in attesa di rimanere asfissiati. Al Duomo apparvero dieci tizi travestiti “da astronomi”, con lunghe barbe, intenti a fiutare l’aria per avvertire per primi il puzzo del gas. I ristoranti servirono “spezzatini all’Halley” e “torte al cianogeno” (Corriere della Sera, 19 maggio). A Roma per alcuni giovani la presa in giro degli astronomi non finì bene. Un tubo di ferro che voleva imitare un telescopio, che trascinavano vestiti tutti di nero, fu sequestrato in pieno centro, in via Cavour, da agenti di Polizia (La Stampa, 20 maggio).

Gli scherzi si susseguirono per più giorni.

Il 19 maggio, da Firenze la Gazzetta del Popolo di Torino annunciava che a Tavola, frazione di Prato, la notte prima la popolazione si era riversata per le strade per attendere l’arrivo della cometa, quando

si levò per molti metri in aria un’enorme fiammata. La popolazione presa da enorme spavento gridava: “ecco la cometa che ci distrugge. Ora moriamo tutti”! Vi furono indescrivibili scene di terrore. Molte donne svennero. Le spose abbracciavano i mariti, i figli baciavano i genitori, tutti si scambiavano l’ultimo addio ripetendo: “ora muoriamo tutti! Eccoci alla fine del mondo”! mentre la colonna di fuoco si innalzava sempre più. Finalmente alcuni meno superstiziosi, incamminatisi in direzione del fuoco, constatarono che alcuni burloni avevano appiccato il fuoco ad una grande catasta di steli di granoturco. 

Ancora uno scherzo, la sera tarda del 18, a Trani, in Puglia. Un gruppo di buontemponi fece piovere sassi sul tetto di un cinema, rimasto aperto sino a tardi. Quelli che si trovavano nel locale, scambiandoli per meteoriti, si misero ad urlare e a scappare (Corriere della Sera, 20 maggio). A Napoli, nella notte fra il 18 e il 19 qualcuno spaventò i passanti versando sui marciapiedi del centro bottigliette contenenti mandorle amare, il cui odore avrebbe dovuto ricordare quello del cianogeno… A quanto riferito da La Stampa del 20, però, lo scherzo fu scoperto, “e tutti ne risero”.

Ancora il giorno 20, Le Matin, quotidiano parigino, scriveva da Atene che a Volos, in Tessaglia, la stessa notte del fatto toscano parecchi che vegliavano alla ricerca della cometa erano rimasti atterriti ed erano crollati supini a terra per la comparsa in cielo di un grande bolide luminoso che aveva rischiarato la scena producendo un grosso botto. Parecchi giornali stranieri scrissero che un meteorite era caduto presso il paesino di Mileas.

Altri fenomeni celesti erano descritti dal Corriere della Sera: da Berlino segnalavano che all’Osservatorio di Treptow, allora nuovissimo, alle 2 del mattino era stata scoperta una striscia di nubi di color verde cupo, assai brillanti, che poi scomparvero lentamente verso nord. Il direttore la associò a qualcosa di simile che aveva visto nel giugno 1908 e nel 1889. Difficile a dirsi, ma quelle del maggio 1910 potevano forse essere nubi nottilucenti.

Nel primo pomeriggio del giorno 19, a Walcha, in Australia, le persone che cercavano in cielo tracce della cometa osservarono a lungo piogge di particelle bianche che scintillavano al Sole e che si dissolvevano giungendo a terra. Alcune erano grandi “come scarafaggi” e all’aspetto potevano ricordare pezzetti di ghiaccio (Evening News, Sydney, 21 maggio 1910). Si pensò, naturalmente, alla coda di Halley, ma dalle descrizione potrebbero anche essere state ragnatele di aracnidi migratori; alcune specie sono note per farsi trasportare dal vento anche a lunghissime distanze (ballooning). Il fenomeno è stato descritto pure da Darwin nel suo Voyage of the Beagle (in questa traduzione, alle pp. 254-55), e a partire dai primi anni ‘50 del secolo scorso è stato incorporato nel mito dei dischi volanti, dando luogo a credenze di ogni genere, da “ipotesi” sulla propulsione dei misteriosi velivoli, sino a vere e proprie convinzioni di genere occultistico.

Ma torniamo ai presunti fenomeni prodotti dalla cometa di Halley. La bussola di una nave inglese in pieno Atlantico il giorno 16 avrebbe deviato in modo fortissimo dal nord, e la cosa fu naturalmente associata all’astro (Corriere della Sera, 22 maggio). Intanto a Telese (Benevento), nelle vasche degli stabilimenti balneari, le acque sulfuree assumevano “una fosforescenza impressionante”, cosa che per Gazzetta del Popolo del giorno 18 era da attribuirsi “alla potente radioattività delle acque che vengono per tale ragione influenzate dalla cometa”.

L’anno scorso, per l’ottantesimo anniversario del famigerato “panico marziano” della trasmissione radiofonica americana di Orson Welles, Roberto Labanti ci aveva spiegato bene che, quasi certamente, non ci fu nessun panico, o che comunque le reazioni a quel programma furono assai modeste. I giornali ce l’avevano con il nuovo mezzo di comunicazione in crescita, la radio, e quindi esagerarono il caos causato da quella tecnologia “pericolosa”.

Al confronto, possiamo dire che invece la nostra impressione, riguardo al “panico da cometa” del 1910, è che fu davvero un fenomeno di ampia portata, che durò un paio di mesi e che, soprattutto, coinvolse ogni parte del mondo raggiunta dalla notizia.

Qualche anno fa, su Coelum, l’astrofilo Ivano Dal Prete pubblicò un ottimo contributo allo studio della psicosi globale del 1910. Per capirne a fondo ogni aspetto ci vorrebbe ben altro degli aneddoti che abbiamo raccolto. Bisognerebbe indagare, per ogni singola nazione, quali proporzioni e quali caratteristiche assunse la cometite.

Anche solo in Italia, di certo giornali e periodici di quelle settimane pullulano a nostra insaputa di storie che farebbero la gioia di qualsiasi studioso di psicologia sociale.

Immagine in evidenza: la bottiglia “di aria purissima” della Michelin pubblicizzata il 17 maggio del 1910 sul Corriere della Sera come rimedio contro i gas velenosi della cometa di Halley.

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