La notte in cui (non) vennero i marziani

Domenica 30 ottobre 1938: alle ore 20 (ora locale della costa orientale degli Stati Uniti), dagli studi di New York del network radiofonico Columbia Broadcasting System andò in onda live un episodio della serie The Mercury Theatre on the Air. A condurlo un giovanissimo Orson Welles (1915-1985) che qualche mese prima la CBS aveva chiamato in quel ruolo, dopo i successi con la sua compagnia teatrale, The Mercury Theatre, appunto.

Quella sera fu preparato un adattamento di un romanzo uscito in volume quarant’anni prima, The War of the Worlds (La Guerra dei Mondi, tradotto in italiano per la prima volta nel 1901) di uno scrittore britannico allora ancora vivente, il quasi omonimo H. G. Wells (1866-1946). In quella storia, pubblicata prima a puntate nel corso del 1897 sul Pearson’s Magazine (London) e su Cosmopolitan (New York), l’autore immaginava che i marziani, costretti ad abbandonare il proprio pianeta morente, invadessero la Terra a partire dal Surrey. Un’invasione cruenta, che prevedeva lo sterminio degli umani.

Nel preparare il radiodramma, Welles e collaboratori decisero che la storia poteva essere raccontata come se stesse succedendo in quel momento e lì, nel nord-est degli Stati Uniti. Era del resto già successo, proprio agli albori della pubblicazione, quando versioni non autorizzate furono pubblicate sul New York Evening Journal e sul Boston Post, ambientate rispettivamente nello stato di New York e in quello del Massachusetts. Questa volta, invece, si scelse il New Jersey, con i marziani che sbarcavano a Grover’s Mills, a meno di 10 kilometri da Princeton e ad un centinaio di kilometri da New York.

E questo, insieme al realismo del radiodramma, che si presentava come una sorta di breaking news giornalistica, fu buona parte del problema. Infatti, durante la trasmissione, non tutti compresero di trovarsi di fronte alla rappresentazione radiofonica di una storia di fantascienza, specie se si sintonizzarono in media res, nel mezzo della stessa. E una parte del pubblico (ma non solo, perché un certo ruolo in quel che successe lo ebbe il passaparola), rimase più o meno turbato. Scrisse ad esempio la mattina dopo il Princetonian, forse uno dei quotidiani più vicini al supposto epicentro dell’”accaduto”, attribuendo la responsabilità alla CBS:

Non puoi immaginare come siano orribili le cose qui” ha detto una buona moglie di Dutch Neck terrorizzata, descrivendo l’orrore di una meteora vicina, atterrata a Glover’s Mill. La chiesa di Kingston ha terminato dieci minuti prima, in modo che la congregazione potesse prepararsi per la fine del mondo […]. Una telefonata da Penn’s Neck ha detto che “qualcosa è caduta uccidendo persone, ma non sappiamo cosa sia”. […] La voce relativa a membri della Guardia Nazionale che pattugliavano le strade si è rivelata essere relativa a curiosi del Corpo di addestramento per ufficiali della riserva alla ricerca della manifestazione celeste.

Episodi del genere furono raccontati anche da centinaia di altri quotidiani statunitensi, a volte narrando cose che sarebbero avvenute localmente, ma più spesso rilanciando, e a volte deformando, una serie di lanci di agenzia che si erano rincorsi quella notte e il giorno seguente, riportando così tutta una serie di comportamenti irrazionali e disgrazie attribuite alla trasmissione radiofonica: tentativi di suicidio, attacchi di cuore etc.

Anche in Italia la notizia arrivò presto. Quando oltreoceano la trasmissione stava andando in onda qui da noi dovevano essere le prime ore di lunedì 31 ottobre, quando i giornali del mattino erano ormai già stati chiusi. Ma la notizia, attraverso un’agenzia datata “New Jersey, mattino”, faceva già la sua comparsa nei quotidiani della sera di quella vigilia di Ognissanti, o almeno in uno di questi, il torinese Stampa Sera che fra le “Ultime notizie” (a pag. 5), al centro in taglio alto titolava “La Nuova Jersey in subbuglio per gli allarmi della radio”, specificando, nell’occhiello, che “Era tutta una finzione…”. Proprio nel nostro Paese, nei giorni successivi, sembra che gli eventi siano stati politicamente strumentalizzati per prendere di mira l’asserita credulità degli americani, come riportava nel 1949, nel suo “The Night the Martians Came” (all’interno de The Aspirin Age, 1919-1941, curato da Isabel Leighton), lo scrittore Charles Reginald Jackson (1903-1968). Ma sulla ricezione della vicenda in Italia, che stiamo esaminando con una serie di ricerche, si dovrà riparlare in altra sede.furono

Torniamo in America: secondo la penna della giornalista Dorothy Thompson (1893-1961), ella stessa star della radio, in una rubrica che scriveva per il New York Herald Tribune (dove apparve il 2 novembre) e che era ripresa da diversi altri quotidiani, Orson Welles e il Mercury Theater of the Air avevano dimostrato:

più efficacemente di qualsiasi argomento, dimostrato senza ombra di dubbio, i pericoli spaventosi e l’enorme efficacia della demagogia popolare e teatrale.
Hanno gettato una luce brillante e crudele sul fallimento dell’educazione popolare.
Hanno mostrato l’incredibile stupidità, mancanza di nervi e ignoranza di migliaia.
Hanno dimostrato quanto sia facile iniziare un delirio di massa.
Hanno scoperto le paure primordiali che si trovano sotto la superficie più sottile del cosiddetto uomo civilizzato.
Hanno dimostrato che l’uomo, quando è vittima della propria ingenuità, si rivolge al governo per proteggerlo dai propri errori di giudizio,
I giornali hanno ragione nel riprodurre questa storia su ogni altro evento notiziabile nel mondo. È la storia del secolo. […].

Lo stesso Welles successivamente si vantò di quanto accaduto e se ne fece promotore, in chiave autopromozionale. Ma ci fu davvero un’isteria di massa? Probabilmente no. Già nel 1940 lo psicologo Hadley Cantril (1906-1969) nel suo seminale studio The Invasion from Mars, a Study in the Psychology of Panic aveva ridimensionato, rispetto ai giornali, l’entità di quanto era successo, allo stesso tempo però rinforzando a livello accademico l’idea del panico di massa.

Ma gli studi più recenti sono andati oltre. Le analisi accurate di studiosi come i sociologi Robert Bartholomew e Pierre Lagrange e come lo storico A. Brad Schwartz dimostrano che quanto accadde quella notte fu estremamente gonfiato dai giornali col principale scopo di far apparire in maniera negativa un concorrente diretto, la radio. Nel gioco dei lanci e rilanci tra quotidiani e agenzie, singoli episodi furono a volte inventati, più spesso, anche inconsapevolmente, deformati fino a costruire il “mito” del delirio di massa in quella notte di ottant’anni fa. Un “mito”, che come ci ricorda Lagrange su Le Monde Diplomatique “in sostanza […] rivela principalmente la rappresentazione che i giornalisti e, più in generale, gli intellettuali, danno del pubblico”, un pubblico sostanzialmente “credulone”, che necessita di essere accompagnato e protetto: una rappresentazione che ben emerge dalle parole della Thompson che abbiamo riportato sopra. Ed ecco che allora comportamenti tutto sommato razionali furono reinterpretati in chiave di “panico”. Come ha riassunto lo scorso anno Stefano Dalla Casa su Wired.it:

Una delle prime indagini sul fenomeno aveva inoltre scoperto che la maggior parte di questi ascoltatori credeva che i tedeschi avessero attaccato (era il 1938) o che si trattasse di un disastro naturale. La reazione più comune fu in realtà piuttosto pragmatica: le persone cominciarono a telefonare per chiedere informazioni alle autorità o ai giornali, anche qui molto spesso senza avere la minima idea che c’entrassero in qualche modo gli extraterrestri. Furono davvero pochissimi a lasciare realmente le proprie abitazioni per lo spavento, e si trattò di casi isolati e per niente rappresentativi.

Quella fatidica notte ebbe poi un ruolo anche nello sviluppo dell’immaginario ufologico cospirazionistico. Ce lo ha ricordato di recente Giuseppe Stilo sul sito del CISU:

[u]n ragionamento fatto per analogia già cinquanta anni fa e persino da ufologi “moderati” quanto a convinzioni sulla possibile natura extraterrestre degli UFO, sosteneva che quando i dischi volanti comparvero nei cieli, nel 1947, il supposto panico americano del ’38 doveva esser servito da modello alle autorità di Washington per imporre una censura sul fenomeno motivata soprattutto da considerazioni di ordine pubblico: l’ammissione della presenza nei cieli di velivoli di altre civiltà avrebbe causato la disintegrazione del quadro sociale.

Un’evoluzione cui certo Wells e Welles non avranno pensato quando scrissero le rispettive opere.

Per chi oggi volesse leggersi il romanzo di Wells e il radiodramma di Welles, si segnala che nei giorni scorsi è giunto in libreria WWWW Wars of Worlds of Wells and Welles (Tessere) che oltre a presentare traduzioni dei due testi (quella del romanzo inedita), li contestualizza con due saggi, uno dello storico della scienza e socio effettivo CICAP Marco Ciardi, l’altro dello studioso di mass media Enrico Menduni.

Immagine in evidenza: monumento commemorativo nel luogo dell’atterraggio a Grover’s Mill, NJ (foto di ZeWrestler, 2006, pubblico dominio, via en.wikipedia.org)

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