Tra bufale, fantascienza e guerra fredda: storia della poliacqua

Articolo di Silvia Barra

Inizio anni ’60. Russia. Guerra fredda. Uno scienziato russo in un laboratorio lontano centinaia di chilometri da Mosca sta facendo ricerche sull’acqua e scopre una sostanza misteriosa.

Non è l’inizio di un film di spionaggio né di un libro di fantascienza, ma la storia di una scoperta-bufala che per un decennio ha tenuto scienziati e opinione pubblica con il fiato sospeso. Ma cominciamo dall’inizio.

Nel 1962, Nikolai Fedyakin, un ricercatore russo, sta facendo alcuni esperimenti sulle proprietà dell’acqua e scopre che facendo evaporare dell’acqua in una camera a vuoto e poi ricondensandola all’interno di capillari di vetro, l’acqua ha un comportamento strano. In particolare, vede che all’interno del capillare si formano due strati di liquidi apparentemente diversi tra loro. Poiché all’interno del sottile tubicino non poteva esserci che acqua, Fedyakin suppone che il secondo liquido sia acqua con una struttura nuova e sconosciuta. Questa scoperta giunge all’orecchio di uno dei più importanti chimici russi dell’epoca, Boris Deryagin, che comincia a eseguire studi su questa nuova sostanza e si impadronisce degli studi fatti da Fedyakin. Deryagin migliora la procedura per ottenere la nuova sostanza e utilizza capillari in quarzo, invece che di vetro, per assicurare l’assenza di impurità.

Ricordiamoci che siamo negli anni della Guerra fredda, in cui USA e URSS lavorano alacremente per aumentare le conoscenze scientifiche e tecniche del proprio Paese a scapito dell’avversario. Queste ricerche sull’acqua dunque vanno avanti segretamente per alcuni anni, anche per gli evidenti problemi della lingua. Se anche gli scienziati americani o europei avevano accesso alle riviste scientifiche russe, queste ultime erano scritte in russo e pertanto più difficili da leggere e decifrare.

In particolare, gli scienziati russi scoprono che il nuovo tipo di acqua ha proprietà differenti da quelle dell’acqua fino ad allora conosciuta. In particolare, la nuova acqua, poi battezzata acqua anomala, bolle a temperature tra 200 e 300 °C, invece che ai canonici 100 °C, solidifica a temperature attorno ai -30 °C e forma una fase solida che affonda nell’acqua, al contrario del ghiaccio, e ha una maggiore densità rispetto alla fase liquida. Inoltre la sostanza risulta più viscosa e più densa, quasi una specie di gel. Sembra inoltre essere più stabile dell’acqua “normale” e risulta difficile da prelevare dai capillari in cui si è formata.

Fedyakin decide di presentare le sue scoperte al mondo accademico internazionale nel 1966, in occasione di un congresso a Nottingham e poi successivamente in altri consessi americani. I colleghi stranieri rimangono ovviamente stupefatti dai risultati, molti sono scettici, ma in ogni caso la scoperta è di un certo peso. Nei laboratori occidentali si comincia allora a replicare gli esperimenti iniziati dai russi, ottenendo a volte risultati analoghi, altre volte ottenendo solo acqua comune. La non replicabilità degli esperimenti dovrebbe mettere in guardia dalla veridicità della scoperta, ma sembra che per alcuni anni gli scienziati siano come obnubilati da questa nuova sostanza e soprattutto dalle sue implicazioni. Viene ipotizzata una struttura polimerica dell’acqua, in cui, oltre ai legami a idrogeno che tengono insieme varie molecole di acqua nella sostanza che tutti noi conosciamo, esistono altri legami più forti e stabili che rendono la nuova sostanza simile a un polimero, la poliacqua. Gli scienziati propongono una struttura in cui le molecole di acqua sono legate tra loro in esagoni collegati, come le celle di un alveare.[1]

Per alcuni anni fioriscono articoli su riviste prestigiose come Nature e Science, in cui si discutono le proprietà fisiche e spettroscopiche della poliacqua, le possibili strutture e applicazioni pratiche. In una dozzina di anni – dal 1962 al 1974 – sono oltre 500 le pubblicazioni relative alla poliacqua su riviste di fama mondiale. Con l’aiuto dei mezzi di informazione, la scoperta della poliacqua si diffonde anche tra la gente comune. Anche perché non si tratta di una sostanza nuova e sconosciuta, ma di una forma di acqua, l’elemento più comune e da tutti conosciuto e usato. Una scoperta scientifica esce dai laboratori e entra nelle case dei cittadini[2]. Fioriscono romanzi[3] e film sulla poliacqua e la sostanza entra addirittura in due puntate della serie Star Trek[4].

Gli anni ’60 sono anche gli anni delle plastiche e delle loro applicazioni alla vita quotidiana, per cui si comincia a pensare ai possibili utilizzi di questo materiale dalle caratteristiche tanto soprendenti. Come la plastica, infatti, anche la poliacqua può adattarsi a varie applicazioni diverse. Per esempio, avendo un punto di congelamento molto inferiore a 0 °C, la poliacqua potrebbe essere usata come antigelo o agente anticorrosivo.

Ma queste proprietà della poliacqua e le sue implicazioni scatenano anche allarmismo, alimentato proprio dagli scienziati. E’ di quegli anni un romanzo di fantascienza, Cat’s Cradle, di Kurt Vonnegut, tradotto in italiano come Ghiaccio Nove[5], in cui si racconta di un particolare tipo di ghiaccio che trasforma in ghiaccio tutti i liquidi con cui entra a contatto. Un pezzo di questo ghiaccio fuoriesce dal superlaboratorio dove è in fase di studio, entra a contatto con l’oceano e lo trasforma in ghiaccio, provocando una catastrofe mondiale. Alcuni scienziati temono che la poliacqua, forma più stabile dell’acqua comune, possa comportarsi allo stesso modo, trasformando mari e oceani in un ammasso denso e gelatinoso.

In ogni caso le ricerche vanno avanti, anche se con sempre maggior scetticismo. Finché tutta la scoperta si rivela…una bufala. Un ricercatore americano prova a effettuare un’analisi spettroscopica della poliacqua e del proprio sudore e scopre che i due spettri sono identici. Anche altre prove dimostrano che le proprietà straordinarie della poliacqua non sono dovute ad altro che a impurezze presenti nell’acqua condensata. Senza contare che, con l’aumento della potenza di calcolatori, strumenti e conoscenze teoriche, anche la struttura esagonale proposta non trova fondamenti teorici per la sua esistenza. Alla fine, nel 1973, lo stesso Fedyakin pubblica su Nature un articolo in cui ammette che la misteriosa poliacqua è solo acqua contaminata da impurezze.

Questa storia di una scoperta bizzarra ci fa riflettere sulla facilità con cui oggi crediamo alle bufale. In questo caso hanno creduto a una bufala – anche se la scoperta pare sia stata fatta in assoluta buona fede – gli scienziati stessi. Come ha detto uno dei partecipanti americani allo studio[6], “I dati erano corretti, era la nostra interpretazione ad essere sbagliata”.

Innanzitutto si accoglie la notizia con un po’ di stupore. Pare strana, però “tutti ci credono” e allora ci credo anch’io. Gli scienziati sono pur sempre persone e di fronte ad una scoperta dall’aria eccezionale hanno tralasciato la loro capacità di giudizio e hanno cominciato a “vedere” cose inesistenti. C’è anche da tenere in considerazione il particolare periodo storico e le grandi aspettative che gravano su scienziati e ricercatori nella guerra all’innovazione tecnologica, nonché il fatto che si tratta appunto di acqua, quindi la scoperta interessa potenzialmente tutti quanti.

C’è poi da dire che i primi articoli pubblicati sono stati accolti forse troppo entusiasticamente, senza un’attenta analisi di esperimenti e risultati. Il fatto che non tutti i ricercatori ottenessero gli stessi risultati avrebbe dovuto far sorgere un maggiore scetticismo, ma forse il miraggio di una novità, di una scoperta sensazionale con tutto ciò che ne consegue ha come abbagliato le menti di persone abituate a dubitare di tutto. Il dubbio della presenza di contaminazioni nell’esperimento ha portato a ripetere molte volte ricerche e prove, ma l’errore non era forse così ben visibile. Inoltre anche la diversità linguistica degli scienziati può aver portato a fraintendimenti e malintesi.

Altra caratteristica delle bufale è l’eco mediatica che queste ottengono. La scoperta di una sostanza nuova e inaspettata ha portato la scienza a casa delle persone, in un’epoca in cui ancora questo non avveniva, in cui gli scienziati erano considerati quasi un’entità separata, rinchiusi nei loro laboratori fuori dal contatto con il mondo reale. La pubblicità derivata dalle sue proprietà versatili, dalla produzione di romanzi e film e il fatto che tutto il mondo ne parlasse ha reso la poliacqua un simbolo della scienza per tutti.

Fortunatamente, la scienza evolve e spesso corregge i propri errori. In questo caso gli scienziati hanno avuto l’umiltà di ammettere che avevano preso un abbaglio. Però come succede in questi casi, la fama della poliacqua è proseguita, creando un esercito di sostenitori della memoria dell’acqua e dell’omeopatia. Il clamore fa fatica a spegnersi, anche quando gli stessi responsabili confessano di essersi sbagliati. Il merito più grosso della poliacqua forse è stato quello di aver stuzzicato la fantasia di scrittori di fantascienza e sceneggiatori.

Bibliografia

Note

  • [1] “Structure of Polywater”,  Science,  27 Marzo 1970, Vol. 167, n. 3926, pp. 1719-1720
  • [2] Addirittura era così semplice preparare la poliacqua, che alcuni articoli insegnavano a prepararla in casa (o almeno in un laboratorio). “How You Can Grow Your Own Polywater” di P.A. Christian e L. H. Berka, Popular Science, giugno 1973, pp. 105-107.
  • [3] Il racconto “Polywater Doodle” di Howard L. Myers Analog/Astounding Science Fiction , febbraio 1971, pp. 80-112 e il romanzo di spionaggio A Report from Group 17 di Robert C. O’Brien, 1972.
  • [4]  L’episodio della prima serie di “Star Trek” Al di là del tempo, trasmesso per la prima volta negli USA nel 1966 (in Italia nel 1981) e l’episodio della serie “Star Trek, The Next Generation” Contaminazione, trasmesso per la prima volta negli USA nel 1987 (in Italia nel 1991).
  • [5]  Ghiaccio-Nove di Kurt Vonnegut pubblicato in Italia fra gli altri da Feltrinelli nel 2003, con traduzione di Delfina Vezzoli.
  • [6] Joseph Stromberg, The Curious Case of Polywater, Science, 7 novembre 2013 – Robert R. Stromberg, zio dell’autore di questo articolo, partecipò alle ricerche sulla poliacqua presso il National Institute of Standard and Technology nel Maryland, USA

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