Alla ricerca del principio dei simili – seconda parte

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Alla ricerca del principio dei simili – Gli omeopati confutano la dottrina di Hahnemann
di Rob Nanninga. Articolo originale pubblicato su Kloptdatwel. Si ringrazia Giulia Maffucci per la traduzione.

Seconda parte. La prima parte dell’articolo è disponibile qui.

Secondo la teoria omeopatica, i prodotti omeopatici somministrati alle persone sane causano una forma molto lieve di malattia poiché generano in loro particolari sintomi. Quando tali sintomi indesiderati si presentano nella forma di una vero e propria malattia, gli stessi prodotti diventano anche la cura adatta. Questo è il principio dei simili, il fondamento dell’omeopatia: “similibus similia curentur”, i simili si curano con i simili. Negli ultimi duecento anni gli omeopati hanno effettuato numerosi esperimenti dai quali risulterebbe che quasi tutte le sostanze generano sintomi e quindi si possono usare come cure, ma solo negli ultimi anni molti omeopati hanno scoperto quanto sia difficile dimostrare scientificamente che i rimedi omeopatici si comportino diversamente dal placebo.

Il doppio dei sintomi

Il medico tedesco Michael Teut ha pubblicato recentemente (2013), in collaborazione con alcuni colleghi, un test ben organizzato di un farmaco omeopatico, in cui una parte dei tester aveva assunto un placebo. Il protocollo di ricerca è stato reso noto per la prima volta, perché può succedere che i risultati scompaiano in un cassetto della scrivania quando sono deludenti (effetto “file drawer”). Il dottor Teut è attivo in un policlinico accademico di Berlino dove si dedica alla prevenzione, ai cambiamenti negli stili di vita e alle terapie alternative. Lui stesso è un sostenitore convinto dell’omeopatia e ha lavorato a un libro che è conosciuto come “Homöopathie bei Heuschnupfen” (Omeopatia per la febbre da fieno).

Il test è stato condotto con l’Okoubaka aubrevillei in una diluizione centesimale C12. È un rimedio relativamente nuovo, ricavato dalla corteccia di un albero dell’Africa occidentale. In una recente Materia Medica di David Riley vi è una lista di sintomi che potrebbero essere causati dal prodotto, tra i quali crampi allo stomaco, meteorismo, male alle ginocchia, lacrimazione, starnuti e paura di invecchiare o di diventare poveri. Teut non ha detto ai tester né ai loro supervisori né agli altri ricercatori che osa avrebbero assunto. Hanno partecipato 29 volontari, tra cui 23 medici. Per una settimana hanno annotato i loro sintomi, poi ognuno ha ricevuto 125 pillole di zucchero da prendere 5 volte al giorno. Undici tester, scelti casualmente, sono stati inseriti nel gruppo-placebo e hanno assunto pillole senza l’okoubaka che sono state spedite da una farmacia sulla base di una lista con numeri casuali. Dopo aver raccolto ed elaborato tutti i dati, è stato rivelato chi aveva assunto il prodotto omeopatico.

I diari in cui i tester annotavano l’effetto delle pillole per tre settimane sono stati analizzati attentamente: in media circa nove sintomi erano completamente nuovi, ma non faceva differenza se il prodotto “vero” fosse stato assunto o no. Entrambi i gruppi presentavano gli stessi disturbi e questi sono stati confrontati dai ricercatori con la lista nella Materia Medica; molti combaciavano ma si erano manifestati anche nel gruppo-placebo. L’unica differenza era che le donne presentavano in modo significativo più disturbi degli uomini, come era già stato osservato precedentemente con l’effetto nocebo. L’ipotesi fondamentale è stata che i sintomi caratteristici avrebbero dovuto presentarsi più spesso nel gruppo che aveva preso il rimedio omeopatico. Si trattava peraltro di sintomi particolari o unici e di sensazioni specifiche che erano state percepite in più punti del corpo. Perciò è stato compito di due esperti medici omeopatici discutere su quali sintomi avrebbero dovuto catalogare come caratteristici, ma anche con questo metodo non risultava alcuna differenza, perché avevano osservato cinque sintomi caratteristici in entrambi i gruppi.

Sempre Michael Teut ha condotto qualche anno fa (2008) un esperimento con il Galphimia glauca C12 con la partecipazione di 15 tester. Per cinque volte sono stati registrati gli stessi sintomi, forse perché vi avevano partecipato molti studenti di omeopatia. Neanche questa ricerca è riuscita a dimostrare che un rimedio omeopatico provochi più sintomi di un placebo. Al contrario: quelli che avevano assunto un placebo hanno osservato in media il doppio dei sintomi del resto del gruppo! Ma del resto questa differenza non era statisticamente significativa. Poteva essere un caso visto che i gruppi di ricerca erano molto piccoli, con a malapena quattro persone.

Teut ha scritto un intero libro su questa ricerca, dove ha elencato tutti i sintomi. Ha trovato sorprendente che due persone, che avevano assunto il prodotto, avessero riscontrato meno disturbi per la loro rinite allergica. Inoltre ci sono state quattro persone che nella prima settimana si sono sentite confuse e senza appetito; questi sintomi non si sono manifestati in quelli che avevano preso un placebo e secondo Teut la probabile causa era il prodotto stesso. Ma ovviamente è anche possibile che fosse stato un caso; poiché dopo consiglio di altri omeopati aveva creato un gruppo-placebo molto piccolo, ci si poteva aspettare meno sintomi, e si sarebbero cercate delle differenze qualitative dopo aver reso noto chi aveva preso il placebo. Sarebbe stato notevole se Teut avesse potuto determinare solo sulla base dei sintomi chi non aveva assunto il prodotto.

Tester e meccanica quantistica

Nella rivista Homeopathy è apparsa qualche anno fa una metanalisi di 156 studi su vari farmaci che sono stati pubblicati tra il 1945 e il 1995 (Dantas, 2007). La loro qualità è stata valutata in base a punteggi da assegnare a varie componenti. Ogni studio può ottenere da 4 a 16 punti, ma il più delle volte i risultati sono al limite della misura, perché tre quarti di questi raggiungono un massimo di 6 punti. Nel 98% dei casi  i ricercatori hanno osservato sintomi che sono stati associati al farmaco, generalmente senza citarne la frequenza. Il numero di sintesi era inversamente proporzionale alla qualità degli studi: più il test era eseguito male, maggiore era il numero di sintomi rilevati. Nell’esperimento migliore, che ha raggiunto 13 punti, la metà dei partecipanti ha preso un placebo e non è stato citato nessun sintomo che potesse esser stato causato dal prodotto.

Anche diversi altri ricercatori hanno usato dei placebo, ma il più delle volte il test non era stato fatto per confrontare un gruppo con l’altro. Secondo gli omeopati i tester fanno più attenzione ai sintomi quando sanno che probabilmente stanno prendendo un placebo; ritengono quindi che sia utile assegnare il placebo a qualcuno, ma a non più del 20% dei partecipanti, perché sarebbe un peccato sprecare tanto tempo. Un rispettabile ricercatore come Jeremy Sherr ha scritto (2007) che si è limitato al 10%.

Alla fine, dal punto di vista degli omeopati, si può semplicemente trascurare del tutto il gruppo placebo, perché per loro non ha nessuna importanza, e infatti generalmente se ne legge poco nei resoconti finali. È anche possibile non registrare nei risultati quei sintomi che si sono manifestati in entrambi i gruppi; resta a quel punto un certo numero di sintomi che si è manifestato solo in coloro che hanno preso il prodotto. Il numero totale massimo di partecipanti è per quasi tutti gli esperimenti 20, così da dare il placebo a non più di tre persone. Con un gruppo-placebo così piccolo ovviamente non si può ottenere una statistica affidabile e quindi i calcoli non sono più necessari.

Molti ricercatori omeopatici hanno notato che nel gruppo-placebo si manifestano sintomi riscontrati anche dai “veri” tester. Secondo la loro interpretazione era sorprendente che questi sintomi fossero tipici proprio del rimedio testato e non credevano fosse un caso. Hanno anzi concluso che apparentemente i tester potevano essere stati influenzati dal rimedio senza averlo preso. Se questo è vero, allora non ci sarebbe più differenza tra le due condizioni e quindi secondo gli omeopati si dovrebbero includere tutti i sintomi nel calcolo!

Todd Rowe (2008), che ha al proprio attivo molti esperimenti, è del parere che i placebo fossero superflui. Crede che chiunque partecipi a un esperimento rientri nel campo di energia di un prodotto omeopatico. Questo sembra accadere anche negli esperimenti sul sonno, in cui i partecipanti mettono un rimedio omepatico tra i cuscini per avere effetti nei loro sogni.

Lo psicologo Harald Walach (2004) ha proposto un paragone con gli effetti non-locali della fisica quantistica per spiegare le affinità tra il gruppo-placebo e il gruppo “vero”. Se si confrontano i tester con legate tra loro dall’“entanglement” quantistico, non sarà possibile dire se appartengono a un gruppo o all’altro.

Un barlume di speranza

Jim Rogers (2009) dell’università di Lincoln ha verificato quanti siano gli esperimenti correttamente effettuati sui farmaci omeopatici dal 1995. Ne ha trovati appena 15. Vari studi hanno controllato se presunti sintomi tipici di uno specifico prodotto compaiono meno spesso nei tester che prendono un placebo, e le differenze non sono state statisticamente significative. Rogers ha concluso quindi che non è stato possibile dimostrare che i prodotti omeopatici causino in adulti sani effetti patogeni che differiscono dagli effetti che si manifestano in partecipanti che assumono un placebo identico. (vedi anche Nanninga, 2008). Rogers ha cercato in qualche modo di mitigare la sua conclusione negativa tenendo conto della possibilità che i farmaci omeopatici dopo un po’ di tempo non causino più così tanti sintomi come si accetta di solito. Quando durante un test un farmaco causa pochissimi sintomi, questi non danno più nell’occhio perché vengono messi in minoranza rispetto a tante esperienze-nocebo che non hanno niente a che fare con loro. Forse ci sono anche poche persone abbastanza sensibili da poter sentire l’effetto di un rimedio, ed è per questo che Rogers preferisce lavorare con persone la cui capacità di reagire ai farmaci sia stata attestata prima.

Anche nelle Materie Mediche sono presenti sintomi che sembra siano stati constatati in pochissime persone. Ad esempio, una caratteristica del Kali carbonicum (ricavato dal carbonato dipotassico, N.d.T.) sarebbe che di notte i disturbi peggiorano per circa tre ore, ma, per quello che si sa, l’unica persona ad aver avuto questo effetto è stato il figlio di Hahnemann. Ci si può chiedere allora come facciano gli omeopati a distinguere effetti che si presentano solo raramente da manifestazioni casuali. (Kaptchuk, 1996).

Eppure c’è ancora un barlume di speranza per gli omeopati poiché una recente ricerca ha dimostrato i risultati attesi. È stata condotta in Germania durante la preparazione di un gruppo di medici omeopati (Mollinger e altri, 2009). Sono state usate due sostanze, Natrium muriaticum C30 (sale da cucina) e Arsenicum album C30 (arsenico bianco), scelti casualmente da una lista di venti prodotti che i partecipanti non conoscevano. Dieci di loro hanno assunto il primo farmaco, otto il secondo e sette un placebo. L’esperimento è stato randomizzato e fatto in protocollo cieco. I medici dovevano assumere pillole per due giorni e poi per due giorni annotare in un diario tutte le esperienze anomale. Alla fine è stata stilata una lista con tutti i sintomi dalla testa ai piedi. Un esperto doveva indicare se ciascuno di questi si adattasse all’Arsenicum, al Natrium o a un placebo, e secondo il resoconto della ricerca questi non poteva sapere a quale persona o gruppo appartenessero i sintomi.

Il primo gruppo ha constatato in media cinque sintomi, il secondo sei e il gruppo-placebo undici. Sembrava si stesse prendendo la direzione sbagliata, ma era notevole che l’esperto (quasi) riuscisse ad associare tutti i sintomi al rimedio assunto dai medici. Così il gruppo-placebo avrebbe segnalato sintomi che non si adattavano a nessuno dei due farmaci. I ricercatori non mostrano tutti i numeri, ma solo un grafico spettacolare; secondo loro il risultato aveva un P-value inferiore a 1 su 1000.

Personalmente preferisco un esperimento confrontabile con il test di Milwaukee, in cui gli omeopati hanno il compito di decidere loro stessi, dopo aver consultato un esperto, se una determinata sostanza è un prodotto omeopatico (che non deve essere lo stesso per tutti) o un placebo. Se 40 omeopati ricevono 5 bottiglie con le pillole, di cui 4 con un placebo, allora sarebbe notevole se 19 di questi (meno della metà) sapessero identificare il prodotto omeopatico perché esisterebbe meno di una possibilità su 10.000 che questo risultato avvenga per caso. Ma per un motivo o l’altro gli omeopati preferiscono non fornire questa prova. (Nanninga, 2004).

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