Alla ricerca del principio dei simili – seconda parte

Alla ricerca del principio dei simili – Gli omeopati confutano la dottrina di Hahnemann
di Rob Nanninga. Articolo originale pubblicato su Kloptdatwel. Si ringrazia Giulia Maffucci per la traduzione.

Seconda parte. La prima parte dell’articolo è disponibile qui.

Secondo la teoria omeopatica, i prodotti omeopatici somministrati alle persone sane causano una forma molto lieve di malattia poiché generano in loro particolari sintomi. Quando tali sintomi indesiderati si presentano nella forma di una vero e propria malattia, gli stessi prodotti diventano anche la cura adatta. Questo è il principio dei simili, il fondamento dell’omeopatia: “similibus similia curentur”, i simili si curano con i simili. Negli ultimi duecento anni gli omeopati hanno effettuato numerosi esperimenti dai quali risulterebbe che quasi tutte le sostanze generano sintomi e quindi si possono usare come cure, ma solo negli ultimi anni molti omeopati hanno scoperto quanto sia difficile dimostrare scientificamente che i rimedi omeopatici si comportino diversamente dal placebo.

Il doppio dei sintomi

Il medico tedesco Michael Teut ha pubblicato recentemente (2013), in collaborazione con alcuni colleghi, un test ben organizzato di un farmaco omeopatico, in cui una parte dei tester aveva assunto un placebo. Il protocollo di ricerca è stato reso noto per la prima volta, perché può succedere che i risultati scompaiano in un cassetto della scrivania quando sono deludenti (effetto “file drawer”). Il dottor Teut è attivo in un policlinico accademico di Berlino dove si dedica alla prevenzione, ai cambiamenti negli stili di vita e alle terapie alternative. Lui stesso è un sostenitore convinto dell’omeopatia e ha lavorato a un libro che è conosciuto come “Homöopathie bei Heuschnupfen” (Omeopatia per la febbre da fieno).

Il test è stato condotto con l’Okoubaka aubrevillei in una diluizione centesimale C12. È un rimedio relativamente nuovo, ricavato dalla corteccia di un albero dell’Africa occidentale. In una recente Materia Medica di David Riley vi è una lista di sintomi che potrebbero essere causati dal prodotto, tra i quali crampi allo stomaco, meteorismo, male alle ginocchia, lacrimazione, starnuti e paura di invecchiare o di diventare poveri. Teut non ha detto ai tester né ai loro supervisori né agli altri ricercatori che osa avrebbero assunto. Hanno partecipato 29 volontari, tra cui 23 medici. Per una settimana hanno annotato i loro sintomi, poi ognuno ha ricevuto 125 pillole di zucchero da prendere 5 volte al giorno. Undici tester, scelti casualmente, sono stati inseriti nel gruppo-placebo e hanno assunto pillole senza l’okoubaka che sono state spedite da una farmacia sulla base di una lista con numeri casuali. Dopo aver raccolto ed elaborato tutti i dati, è stato rivelato chi aveva assunto il prodotto omeopatico.

I diari in cui i tester annotavano l’effetto delle pillole per tre settimane sono stati analizzati attentamente: in media circa nove sintomi erano completamente nuovi, ma non faceva differenza se il prodotto “vero” fosse stato assunto o no. Entrambi i gruppi presentavano gli stessi disturbi e questi sono stati confrontati dai ricercatori con la lista nella Materia Medica; molti combaciavano ma si erano manifestati anche nel gruppo-placebo. L’unica differenza era che le donne presentavano in modo significativo più disturbi degli uomini, come era già stato osservato precedentemente con l’effetto nocebo. L’ipotesi fondamentale è stata che i sintomi caratteristici avrebbero dovuto presentarsi più spesso nel gruppo che aveva preso il rimedio omeopatico. Si trattava peraltro di sintomi particolari o unici e di sensazioni specifiche che erano state percepite in più punti del corpo. Perciò è stato compito di due esperti medici omeopatici discutere su quali sintomi avrebbero dovuto catalogare come caratteristici, ma anche con questo metodo non risultava alcuna differenza, perché avevano osservato cinque sintomi caratteristici in entrambi i gruppi.

Sempre Michael Teut ha condotto qualche anno fa (2008) un esperimento con il Galphimia glauca C12 con la partecipazione di 15 tester. Per cinque volte sono stati registrati gli stessi sintomi, forse perché vi avevano partecipato molti studenti di omeopatia. Neanche questa ricerca è riuscita a dimostrare che un rimedio omeopatico provochi più sintomi di un placebo. Al contrario: quelli che avevano assunto un placebo hanno osservato in media il doppio dei sintomi del resto del gruppo! Ma del resto questa differenza non era statisticamente significativa. Poteva essere un caso visto che i gruppi di ricerca erano molto piccoli, con a malapena quattro persone.

Teut ha scritto un intero libro su questa ricerca, dove ha elencato tutti i sintomi. Ha trovato sorprendente che due persone, che avevano assunto il prodotto, avessero riscontrato meno disturbi per la loro rinite allergica. Inoltre ci sono state quattro persone che nella prima settimana si sono sentite confuse e senza appetito; questi sintomi non si sono manifestati in quelli che avevano preso un placebo e secondo Teut la probabile causa era il prodotto stesso. Ma ovviamente è anche possibile che fosse stato un caso; poiché dopo consiglio di altri omeopati aveva creato un gruppo-placebo molto piccolo, ci si poteva aspettare meno sintomi, e si sarebbero cercate delle differenze qualitative dopo aver reso noto chi aveva preso il placebo. Sarebbe stato notevole se Teut avesse potuto determinare solo sulla base dei sintomi chi non aveva assunto il prodotto.

Tester e meccanica quantistica

Nella rivista Homeopathy è apparsa qualche anno fa una metanalisi di 156 studi su vari farmaci che sono stati pubblicati tra il 1945 e il 1995 (Dantas, 2007). La loro qualità è stata valutata in base a punteggi da assegnare a varie componenti. Ogni studio può ottenere da 4 a 16 punti, ma il più delle volte i risultati sono al limite della misura, perché tre quarti di questi raggiungono un massimo di 6 punti. Nel 98% dei casi  i ricercatori hanno osservato sintomi che sono stati associati al farmaco, generalmente senza citarne la frequenza. Il numero di sintesi era inversamente proporzionale alla qualità degli studi: più il test era eseguito male, maggiore era il numero di sintomi rilevati. Nell’esperimento migliore, che ha raggiunto 13 punti, la metà dei partecipanti ha preso un placebo e non è stato citato nessun sintomo che potesse esser stato causato dal prodotto.

Anche diversi altri ricercatori hanno usato dei placebo, ma il più delle volte il test non era stato fatto per confrontare un gruppo con l’altro. Secondo gli omeopati i tester fanno più attenzione ai sintomi quando sanno che probabilmente stanno prendendo un placebo; ritengono quindi che sia utile assegnare il placebo a qualcuno, ma a non più del 20% dei partecipanti, perché sarebbe un peccato sprecare tanto tempo. Un rispettabile ricercatore come Jeremy Sherr ha scritto (2007) che si è limitato al 10%.

Alla fine, dal punto di vista degli omeopati, si può semplicemente trascurare del tutto il gruppo placebo, perché per loro non ha nessuna importanza, e infatti generalmente se ne legge poco nei resoconti finali. È anche possibile non registrare nei risultati quei sintomi che si sono manifestati in entrambi i gruppi; resta a quel punto un certo numero di sintomi che si è manifestato solo in coloro che hanno preso il prodotto. Il numero totale massimo di partecipanti è per quasi tutti gli esperimenti 20, così da dare il placebo a non più di tre persone. Con un gruppo-placebo così piccolo ovviamente non si può ottenere una statistica affidabile e quindi i calcoli non sono più necessari.

Molti ricercatori omeopatici hanno notato che nel gruppo-placebo si manifestano sintomi riscontrati anche dai “veri” tester. Secondo la loro interpretazione era sorprendente che questi sintomi fossero tipici proprio del rimedio testato e non credevano fosse un caso. Hanno anzi concluso che apparentemente i tester potevano essere stati influenzati dal rimedio senza averlo preso. Se questo è vero, allora non ci sarebbe più differenza tra le due condizioni e quindi secondo gli omeopati si dovrebbero includere tutti i sintomi nel calcolo!

Todd Rowe (2008), che ha al proprio attivo molti esperimenti, è del parere che i placebo fossero superflui. Crede che chiunque partecipi a un esperimento rientri nel campo di energia di un prodotto omeopatico. Questo sembra accadere anche negli esperimenti sul sonno, in cui i partecipanti mettono un rimedio omepatico tra i cuscini per avere effetti nei loro sogni.

Lo psicologo Harald Walach (2004) ha proposto un paragone con gli effetti non-locali della fisica quantistica per spiegare le affinità tra il gruppo-placebo e il gruppo “vero”. Se si confrontano i tester con legate tra loro dall’“entanglement” quantistico, non sarà possibile dire se appartengono a un gruppo o all’altro.

Un barlume di speranza

Jim Rogers (2009) dell’università di Lincoln ha verificato quanti siano gli esperimenti correttamente effettuati sui farmaci omeopatici dal 1995. Ne ha trovati appena 15. Vari studi hanno controllato se presunti sintomi tipici di uno specifico prodotto compaiono meno spesso nei tester che prendono un placebo, e le differenze non sono state statisticamente significative. Rogers ha concluso quindi che non è stato possibile dimostrare che i prodotti omeopatici causino in adulti sani effetti patogeni che differiscono dagli effetti che si manifestano in partecipanti che assumono un placebo identico. (vedi anche Nanninga, 2008). Rogers ha cercato in qualche modo di mitigare la sua conclusione negativa tenendo conto della possibilità che i farmaci omeopatici dopo un po’ di tempo non causino più così tanti sintomi come si accetta di solito. Quando durante un test un farmaco causa pochissimi sintomi, questi non danno più nell’occhio perché vengono messi in minoranza rispetto a tante esperienze-nocebo che non hanno niente a che fare con loro. Forse ci sono anche poche persone abbastanza sensibili da poter sentire l’effetto di un rimedio, ed è per questo che Rogers preferisce lavorare con persone la cui capacità di reagire ai farmaci sia stata attestata prima.

Anche nelle Materie Mediche sono presenti sintomi che sembra siano stati constatati in pochissime persone. Ad esempio, una caratteristica del Kali carbonicum (ricavato dal carbonato dipotassico, N.d.T.) sarebbe che di notte i disturbi peggiorano per circa tre ore, ma, per quello che si sa, l’unica persona ad aver avuto questo effetto è stato il figlio di Hahnemann. Ci si può chiedere allora come facciano gli omeopati a distinguere effetti che si presentano solo raramente da manifestazioni casuali. (Kaptchuk, 1996).

Eppure c’è ancora un barlume di speranza per gli omeopati poiché una recente ricerca ha dimostrato i risultati attesi. È stata condotta in Germania durante la preparazione di un gruppo di medici omeopati (Mollinger e altri, 2009). Sono state usate due sostanze, Natrium muriaticum C30 (sale da cucina) e Arsenicum album C30 (arsenico bianco), scelti casualmente da una lista di venti prodotti che i partecipanti non conoscevano. Dieci di loro hanno assunto il primo farmaco, otto il secondo e sette un placebo. L’esperimento è stato randomizzato e fatto in protocollo cieco. I medici dovevano assumere pillole per due giorni e poi per due giorni annotare in un diario tutte le esperienze anomale. Alla fine è stata stilata una lista con tutti i sintomi dalla testa ai piedi. Un esperto doveva indicare se ciascuno di questi si adattasse all’Arsenicum, al Natrium o a un placebo, e secondo il resoconto della ricerca questi non poteva sapere a quale persona o gruppo appartenessero i sintomi.

Il primo gruppo ha constatato in media cinque sintomi, il secondo sei e il gruppo-placebo undici. Sembrava si stesse prendendo la direzione sbagliata, ma era notevole che l’esperto (quasi) riuscisse ad associare tutti i sintomi al rimedio assunto dai medici. Così il gruppo-placebo avrebbe segnalato sintomi che non si adattavano a nessuno dei due farmaci. I ricercatori non mostrano tutti i numeri, ma solo un grafico spettacolare; secondo loro il risultato aveva un P-value inferiore a 1 su 1000.

Personalmente preferisco un esperimento confrontabile con il test di Milwaukee, in cui gli omeopati hanno il compito di decidere loro stessi, dopo aver consultato un esperto, se una determinata sostanza è un prodotto omeopatico (che non deve essere lo stesso per tutti) o un placebo. Se 40 omeopati ricevono 5 bottiglie con le pillole, di cui 4 con un placebo, allora sarebbe notevole se 19 di questi (meno della metà) sapessero identificare il prodotto omeopatico perché esisterebbe meno di una possibilità su 10.000 che questo risultato avvenga per caso. Ma per un motivo o l’altro gli omeopati preferiscono non fornire questa prova. (Nanninga, 2004).

15 pensieri riguardo “Alla ricerca del principio dei simili – seconda parte

  • Pingback:Alla ricerca del principio dei simili – prima parte

  • 18 Dicembre 2014 in 13:25
    Permalink

    Un avviso ai naviganti: dall’ articolo si può cadere nell’ equivoco, che non credo fosse di Roelof, che i princìpi dell’ Omeopatia affermino che una sostanza diluita a dosi Omeopatiche causi sintomi nei soggetti sani, mentre li cura nei soggetti malati. Non è così: un Farmaco Omeopatico cura nei soggetti malati patologie ed effetti che lo stesso Farmaco, ma A DOSI PONDERALI, meglio: TOSSICHE, provoca in soggetti sani. I lavori che Roelof qui criticava sono stati fatti per tentare di dimostrare se è possibile, in soggetti sani, verificare che un Farmaco Omeopatico provochi sintomi maggiori e/o differenti da un placebo. Un esempio di questo equivoco, che, a mio modesto parere, il CICAP vuole alimentare (lungi da me pensare che Nanninga e Di Grazia l’ abbiano veramente capita così) è in questi commenti dal sito di Bressanini, esattamente alle 15,23 del 17 Aprile 2014. La mia risposta alle 16,11.
    http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/04/01/lo-zucchero-piu-costoso-al-mondo/#comments

    Risposta
  • 18 Dicembre 2014 in 15:25
    Permalink

    @Aldo Grano:
    Secondo Hanemann un rimedio (non sono farmaci) omeopatico cura l’insieme di sintomi che produce ALLA STESSA DIUIZIONE nel sano.
    Alcuni rimedi omeopatici non sono mai testati in dosi tossiche, altri non sono semplicemente solubili (es. Silica), altri non hanno comunque effetti farmacologici a nessuna diluizione.

    Sull’argomento avevo scritto qualcosa parlando delle esperienze di Friz Donner, un omeopata tedesco che sostanzialmente ha “smontato” l’intera materia medica omeopatica
    http://giannicomoretto.blogspot.it/2009/06/provare-e-riprovare-parte-2.html

    Risposta
  • 18 Dicembre 2014 in 17:17
    Permalink

    Aldo per l’ennesima volta, prendi un libro che tratta un argomento ‘molecolare’ a piacere e dimmi in quale pagina trovi un qualsiasi riferimento all’omeopatia…..se lo trovi in un libro ‘ortodosso’ (non valgono libri di parte scritti da sedicenni omeopazzi) ti regalo 1000 rubli, promesso!

    Risposta
  • 19 Dicembre 2014 in 10:13
    Permalink

    Caro Gianni il Tuo post è una dimostrazione di quanto ho sostenuto nel mio: credete che noi crediamo grandiose bischerate, perché leggete non quello che c’è scritto, ma quello che volete leggere.
    1) La legislazione Europea, recepita in Italia, ha elevato quelli che Tu Ti ostini a chiamare Rimedi alla dignità di Farmaci. Quindi io ho tutto il diritto di chiamarli Farmaci. Aggiornati. In decine di discussioni col CICAP, sia nel blog di Polidoro, sia su Query, ho citato la Legislazione. Ora sono stanco. Cercateli. Se vuoi continuare, magari in pubblico, a sostenere tesi errate, fallo, io e gli Omeopati ne trarremo solo vantaggi.
    2) Continua pure a sostenere che Hahnemann credeva che i Farmaci Omeopatici curino e facciano ammalare contemporaneamente, alle stesse diluizioni, e che il principio del simile che cura il simile (risalente a Ippocrate!) si applichi a dosi Omeopatiche sia per quanto riguarda la Patogenesi che per quanto riguarda la Terapia: solo la convinzione di avere a che fare con degli imbecilli di vasta portata fa sì che continuiate in questa crociata contro l’ Omeopatia con tanta incoscienza: Inutile anche qui il link che ho messo per Bressanini.
    3) Il Tuo utilizzo delle critiche di Fritz Donner puoi estenderlo ai lavori di Omeopati molto più moderni, come Paolo Bellavite, che, nello sforzo di pulire dalle scorie e migliorare la ricerca scientifica in Omeopatia criticano i colleghi troppo entusiasti. Del resto è lo stesso metodo che il CICAP usa colla Chiesa Cattolica, quando gli conviene, citando, ad esempio, i Vescovi che si oppongono a Medjugorje. Con questo stesso metodo Tuo Ti linko questo articolo del Prof. Andrea Dei e Ti dico che gli stessi Chinmici ammettono che l’ Omeopatia potrebbe funzionare ad alte diluizioni, estrapolandone questo passo:
    “Segnalo altresì l’esistenza di ricerche fatte circa la sperimentazione omeopatica da dei miei colleghi chimici inglesi, in principio scettici, e pubblicate sul diffusissimo Chemistry in Britain che confutano almeno in parte le opinioni che ho espresso e che professo nella mia vita di docente e di ricercatore.
    Per finire mi ha particolarmente impressionato una serie di lavori fatti da un ricercatore americano (Bonavida) che ha dimostrato come l’efficienza di un principio attivo, usato come distruttore di cellule cancerose, aumentasse in misura significativa all’aumentare della diluizione del farmaco stesso, anche se le concentrazioni usate erano ben lontane da quelle pretese essere efficaci nell’alta diluizione. Non mi sembra una cosa da poco e ai miei occhi apre un mondo che mi sembra inesplorato.
    Solo questo fatto dovrebbe far promuovere una intensa ricerca nella sperimentazione di questi effetti, ma per ora sembra che sia destinato a rimanere solo curiosità. ”
    http://www.friul.org/belenos/epistemologia/om_e_scie_Andrea_Dei.htm

    Risposta
  • 20 Dicembre 2014 in 14:31
    Permalink

    Caro Aldo,

    forse dovresti spiegare ai tuoi colleghi omeopati che sbagliano tutti a fare il proving con dosi omeopatiche, invece di prendertela con Query Online che si limita a riportare le cose come stanno. Qualche esempio:

    http://www.omeopatia-roma.it/didattica_e_ricerca.php

    “Si propone la partecipazione ad una sperimentazione omeopatica, detta in gergo Proving, per avere esperienza diretta della potenzialità di una sostanza diluita e dinamizzata di produrre una malattia artificiale.”

    http://omeopatia.org/download/tesi2012/LANZA%20L.%209.2013Tesi%20DEFINITIVA.pdf

    “Si tratta di una sistematica osservazione e registrazione di sintomi reversibili che si manifestano dopo la somministrazione a persone sane (Sperimentatori) di un rimedio, omeopaticamente potentizzato e diluito

    http://www.feis.it/7009/

    “La somministrazione delle sostanze diluite e dinamizzate si chiama “proving” e oggi viene condotta con il metodo scientifico del “doppio cieco”.”

    http://www.scuola-omeopatia.it/it/prodotto-dalla-scuola-garlasco-un-nuovo-proving

    “Il trattamento verum è stato assegnato a 31 soggetti. Tra questi 9 hanno sperimentato la 200 CH , 22 la 30 CH. I restanti 20 hanno costituito il controllo.”

    http://www.reteimprese.it/pag_A6038B3995C0

    “I provings, eseguiti con sostanze potentizzate alla 30 CH…”

    Risposta
  • 20 Dicembre 2014 in 18:28
    Permalink

    Appunto: si cerca di vedere se un Farmaco Omeopatico provochi sintomi documentabili in soggetti sani. Se si riuscisse a farlo, sarebbe indubbiamente il crollo di una barriera. Tenete conto che anche 500mg di Acido Acetilsalicilico Bayer (Aspirina per gli amici) somministrati a un soggetto sano, normalmente non gli fanno proprio una sagola, anche a stomaco vuoto. Ma da qui a sostenere che gli Omeopati credano che i farmaci Omeopatici si esperimentino a diluizioni Omeopatiche su soggetti sani, per poi essere venduti a seconda dei sintomi che provocano ad essi, siamo a un passo dal sostenere che gli Omeopati mangiano i bambini, assieme ai Comunisti. Vi auguro che, nel 2015, Santa Trajamunda di Pontevedra e Sant’ Audito Vi sturino le orecchie.
    http://www.labiolca.it/medicina-naturale-mainmenu-38/684-la-patogenesi-del-rimedio

    Risposta
  • 21 Dicembre 2014 in 15:43
    Permalink

    Benissimo, intanto siamo d’accordo che almeno per ora i proving dei rimedi omeopatici non provocano effetti documentabili in soggetti sani, ed è già qualcosa.

    Poi, «che gli Omeopati credano che i farmaci Omeopatici si esperimentino a diluizioni Omeopatiche su soggetti sani» è esattamente quello che c’è scritto in tutti i testi linkati, scritti da omeopati. Inoltre, è quello che credeva anche Hahnemann, come scrive chiaramente a partire dalla quinta edizione dell’Organon:

    «Le scoperte più recenti hanno dimostrato che le sostanze medicinali, quando prese al loro stato puro dallo sperimentatore allo scopo di verificare i loro effetti peculiari, non mostrano lontanamente il pieno effetto delle forze che sono nascoste in loro e che hanno quando sono prese per lo stesso oggetto in alte diluizioni potentizzate da opportuna triturazione e succussione, attraverso le quali semplici operazioni le forze che nel loro stato puro giacciono nascoste e, per così dire, dormienti, vengono sviluppate e portate in attività a un livello incredibile. Per questo troviamo ora bene investigare anche le forze medicinali di quelle sostanze che sono considerate deboli, e il piano che adottiamo è di dare allo sperimentatore, a stomaco vuoto, ogni giorno da quattro a sei globuli della trentesima diluizione potentizzata di tale sostanza, inumidita con un po’ di acqua, e di farlo continuare diversi giorni.»

    (tratto da http://tinyurl.com/l37ct4q)

    Insomma, per usare le tue parole, lo stesso Hahnemann credeva “grandiose bischerate”!

    Buon Natale.

    Risposta
  • 22 Dicembre 2014 in 16:48
    Permalink

    @ Aldo Grano: “…….Tenete conto che anche 500mg di Acido Acetilsalicilico Bayer (Aspirina per gli amici) somministrati a un soggetto sano, normalmente non gli fanno proprio una sagola, anche a stomaco vuoto. Ma da qui a sostenere che gli Omeopati credano che i farmaci Omeopatici si esperimentino a diluizioni Omeopatiche……”

    hai detto una castroneria infinita, l’effetto dell’acido acetilsalicilico in un soggetto sano è misurabile, quantificabile e coinvolge gli stessi organi e funzioni del soggetto malato. La differenza è che nel soggetto malato modifica la risposta infiammatoria estrinsecando gli effetti successivi.
    Chi non conosce il mondo molecolare parla a vanvera e TU lo fai, taci!

    Risposta
  • 22 Dicembre 2014 in 18:01
    Permalink

    Luca, mi linki uno studio? Sai, non sapevo fosse stato fatto uno studio sull’ Aspirina in soggetti sani, ma potrei non essere informato. Però, ricordati, nel caso, che lo sottoporrò alle stesse feroci critiche alle quali Voi sottoponete i Proving Omeopatici. E ricordati che già We Wee non riuscì a portarmi prove sufficienti che l’ Aspirina avesse effetti analgesici, antiinfiammatori e, soprattutto, antipiretici, nei malati.

    Risposta
  • 23 Dicembre 2014 in 11:25
    Permalink

    Aldo invece di perdere tempo a cercare proving sull’acqua distillata e diluita prova a cercare qualcosa sull’acido acetilsalicilico su http://www.ncbi.nlm.nih.gov/ sai quanto ti potrai divertire per i prossimi 10 anni a leggere! dai cerca di essere serio almeno per oggi……stai diventando peggio di ciacobbo, cos’è, l’età?
    succonlavita!

    Risposta
  • 23 Dicembre 2014 in 16:09
    Permalink

    Se Tu parli di età, Caro Luca, come definiresti un Tuo Collega che confonda i parametri ematici con i sintomi soggettivi?
    (Per i non addetti ai lavori: è ovvio che, con la strumentazione odierna, si possono trovare tracce nel sangue di acido acetilsalicilico anche 20 ore dopo l’ assunzione di una Aspirina. Ma la maggior parte delle persone in buona salute e con una mucosa gastrica integra possono assumere una Aspirina da mezzo grammo, anche a stomaco vuoto, senza riuscire ad identificare alcun sintomo).

    Risposta
  • 7 Gennaio 2015 in 13:02
    Permalink

    @Aldo
    L’affermazione che mi critichi l’ho letta, con mia sorpresa, sull’ “Organon”. Che mi sono letto. Hanemann raccomanda di fare il proving alle diluizioni che si intende utilizzare. Che poi oggi non si faccia non saprei, onestamente, ma mi sembra guardando in rete che sia una pratica abbastanza diffusa.

    Sulla questione della non linearità delle legge dose-risposta sfondi una porta aperta. Sappiamo di molte sostanze che agiscono in modo differente a seconda della dose. Ma:
    – agiscono in modo farmacologico, su recettori, o modificando reazioni chimiche specifiche. Sono quindi SEMPRE necessarie dosi ponderali.
    – ci vuole molta fantasia (che in diversi omeopati,tipo Bellavite,abbonda) per vederci il “principio del simillimus”. Anche dove esiste un effetto paradosso (effetti opposti a dosi differenti) questo è vero in modo molto approssimativo, ben lontano da quella maniacale ricerca dell’identico quadro sintomatico
    – non è per niente un principio generale, la maggior parte delle sostanze con effetto farmacologico non ha NESSUN effetto a basse dosi, e molte delle sostanze usate in omeopatia non ha comunque effetti a dosi “normali”.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *