Effetti collaterali: quando la medicina è malata

Bad-Pharma

Per certi versi Bad Pharma  (ora tradotto in italiano con il titolo Effetti collaterali, N.d.R.) è il libro che non mi sarei mai augurata di leggere, perché la sua analisi stringente e documentata, la sua prosa incalzante e il suo “squarciare il velo di Maya” senza mezzi termini riesce tutt’altro che consolatorio. Allo stesso tempo si tratta del libro che mi auguro che tutti leggano, perché incentrato su un tema che non può lasciare indifferenti, poiché non ha colore politico e non conosce differenze culturali: quello della tutela della salute. La tesi di fondo dell’autore, spiacevole come una secchiata d’acqua gelida, è che tutti i presupposti sui quali si regge la medicina o, per meglio dire, la terapia farmacologica, siano tragicamente viziati, e che questo mini profondamente l’affidabilità del più importante strumento di tutela della salute umana.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo da uno scenario che potenzialmente riguarda tutti. Il medico ci ha sottoposti a una visita e deve stabilire la terapia con la quale curarci. Come sceglierà il farmaco da indicarci per il nostro disturbo? Mettiamo per il momento da parte la possibilità che si tratti di un medico disonesto o interessato e pensiamo a un professionista serio, preparato e veramente intenzionato a fare di tutto perché il proprio paziente superi nel migliore dei modi il suo problema di salute. In questi casi, ciò che il medico fa è prescrivere al paziente uno dei farmaci che la letteratura scientifica indica come efficaci per la patologia che affligge il suo assistito, dopo aver riflettuto sulle condizioni peculiari di quest’ultimo. La spesa sostenuta dal paziente e dal servizio sanitario nazionale per l’acquisto del farmaco si traduce, quindi, in introito per l’azienda farmaceutica che lo produce, ma tutto andrebbe bene se il medicinale contribuisse davvero al benessere della persona.

E se qualcosa inceppasse questo meccanismo in apparenza perfetto? Il medico coscienzioso deve affidarsi – e si affida – alla letteratura scientifica, ma probabilmente non è consapevole di una serie di problemi che compromettono l’affidabilità degli studi sui medicinali.

Un farmaco che deve essere immesso sul mercato viene preventivamente sottoposto a una serie di test, tecnicamente detti trial, che ne verificano sicurezza ed efficacia. Ma la maggior parte dei trial è oggi gestita direttamente dalle aziende che producono i farmaci e questo genera un drammatico conflitto d’interesse che non può non avere ripercussioni sulla loro attendibilità. Tra i problemi principali vi è quello della selezione dei dati: un’azienda è liberissima di eseguire dieci trial ma di pubblicare solo i tre che hanno riportato un esito favorevole al suo prodotto, falsando nettamente la lettura del dato sull’efficacia del farmaco. Il problema della selezione dei dati permane anche quando i trial sui farmaci non sono controllati direttamente dalle aziende: gli studi che riportano esiti negativi trovano più difficilmente collocazione in una rivista specialistica e, se pubblicati, vengono citati molto più di rado di quelli con esito positivo. Di conseguenza, portano poco lustro e meno possibilità di carriera accademica a chi li scrive, risultando un pessimo investimento. Sono utilissimi per conoscere la reale efficacia di un prodotto, ma di molti di essi non ci giungerà mai notizia.

Vi è poi un’infinità di stratagemmi che consente alle aziende di pilotare a proprio favore l’esito dei trial. Oltre a decidere quali trial pubblicare e quali no, un’azienda può fare in modo di interrompere un test prima dei tempi stabiliti o di protrarlo oltre, nella speranza di veder emergere i dati tanto attesi. Può, inoltre, eseguire test comparativi esclusivamente contro placebo, anche se il reale interesse del paziente non è tanto sapere se un farmaco sia meglio di una molecola inerte, quanto capire se sia più efficace della migliore cura a disposizione per lo stesso disturbo. Si può, ancora, scegliere come destinatario del trial un campione di soggetti accuratamente selezionato per massimizzare le “prove” di efficacia che emergono dallo studio, anche quando questo dovesse risultare ben poco rappresentativo della popolazione affetta dal disturbo curato dal farmaco.

«Ma com’è possibile che glielo lascino fare?», si domanda il lettore che vorrebbe aver capito male, che si augura che Goldacre esageri. La risposta lascia sconcertati: il fatto è che molti dei trial oggi sono eseguiti in paesi in via di sviluppo, che hanno leggi molto più elastiche e facili da eludere di quelle del ricco mondo occidentale. Il che pone anche una questione etica di non lieve entità: è giusto che a mettere in pericolo la propria salute sottoponendosi ai trial siano popolazioni che con ogni probabilità non beneficeranno dei farmaci testati? Inoltre, le differenze genetiche tra le diverse popolazioni del mondo non garantiscono l’applicabilità a un determinato gruppo etnico degli esiti di trial ottenuti altrove.

Bad Pharma non è un libro facile da riassumere. Il suo pregio principale risiede, infatti, proprio nell’inoppugnabilità delle tesi sostenute dall’autore, che sono suffragate da una mole impressionante di riferimenti, dati, circostanze ben precise. Nessuna sfaccettatura del problema è lasciata inesplorata: dalla responsabilità dei medici a quella dei comitati di controllo, dal ruolo delle riviste scientifiche a quello delle università, dagli intrecci di conflitti di interesse alle frodi aperte e documentate. L’autore è consapevole del fatto che solo fornendo al lettore dati verificabili in abbondanza potrà riuscire convincente nella sua trattazione di problemi che tutti ci augureremmo non esistessero. Proprio per questo finisce letteralmente con il sommergere il lettore di nomi, numeri, cifre, date, resoconti, che possono lasciarlo insieme sgomento e confuso, ma contribuiscono a dare la misura della vastità e dell’urgenza del problema.

Apprezzabile è anche il fatto che Goldacre dedichi molto spazio alla pars construens. OK – sembra dire – siamo nel peggiore dei guai possibili, ma che cosa possiamo fare per uscirne? E via di seguito una serie di proposte semplici e concrete, suddivise per i diversi destinatari: aziende, medici, organi di governo, legali, accademici e anche semplici cittadini: c’è posto per chiunque desideri dare il proprio contributo. Le proposte di Goldacre hanno il pregio di essere cristalline e attuabilissime a fronte di un impegno comune: obbligo di registrazione per tutti i trial e dichiarazione preventiva di criteri e tempi; impegno dei medici alla trasparenza nei riguardi dei loro rapporti con le case farmaceutiche e da parte dei pazienti per ottenere queste informazioni; formazione e aggiornamento indipendente dei medici; applicazione di criteri etici e rigorosi nella pubblicazione degli articoli medico-scientifici e via dicendo. Questo, ahimè, non costituisce una garanzia della loro applicazione.

Un’ultima cosa: sarebbe uno sbaglio vedere del complottismo nel bel lavoro di Ben Goldacre, che anzi prende esplicitamente le distanze da simili aberrazioni, limitandosi a riferire fatti ampiamente documentati e verificabili. Peccato che, in rete, alcuni cultori dei complotti stiano rendendo tale pessimo servigio a una seria opera di divulgazione e corretta informazione.

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