Tortore morte a Faenza: il colpevole è un virus

Il 2011 si era aperto all’insegna di un inquietante fenomeno: stormi di uccelli sembravano cadere a terra senza vita in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Svezia. Anche l’Italia era stata interessata, con due morie di tortore a Faenza e a san Cesario sul Panaro (provincia di Modena).

Come vi avevamo scritto in un precedente articolo, il secondo episodio era stato presto risolto: gli animali erano stati impallinati, forse per uno scherzo di cattivo gusto. Più complicata, invece, la storia delle tortore faentine, dove gli animali erano stati trovati nei pressi dell’oleificio “Tampieri”. Fin da subito si erano rincorse le ipotesi più varie sulle possibili cause: dall’avvelenamento all’indigestione di semi, dall’inquinamento all’epidemia. La magistratura aveva quindi aperto un fascicolo sulla vicenda, e i risultati dell’IZSLER erano stati secretati.

Ora, al termine di una scrupolosa indagine del Pubblico Ministero Roberto Ceroni, che ha coinvolto l’Arpa, il Corpo Forestale dello Stato, l’Istituto Zooprofilattico di Lombardia e Emilia-Romagna e la facoltà di medicina di Bologna, è arrivata l’archiviazione, e possiamo finalmente aggiornarvi sui risultati.

A quanto risulta dalle analisi scientifiche effettuate sui campioni raccolti i volatili sarebbero morti a causa di un virus, il Paramyxovirus I (APMV-1), che avrebbe dato origine a un’epidemia di “pseudo-peste“. Questa malattia non è una novità in Italia: episodi simili sono stati segnalati a Macerata, Marina di Ravenna, Massa Lombarda, Alfonsine, Bagnara di Romagna… Tutti questi casi però non hanno destato allarme, dal momento che gli esemplari coinvolti sono stati al massimo una cinquantina.

A Faenza, invece, le tortore uccise dall’epidemia sarebbero state circa 3500, secondo quanto riportato da Gianpiero Andreatta, del Corpo Forestale dello Stato. Le ragioni di un numero così elevato di vittime sono molteplici: innanzi tutto la popolazione di volatili era già debilitata da un lungo spostamento, da un virus della famiglia dei circovirus (che per le tortore non è letale, ma può comunque indebolirne il fisico), e probabilmente anche da un clima a cui non era abituata.

Paola Massi, direttrice dell’Istituto Zooprofilattico di Forlì, Rimini e Ravenna, ha spiegato in una conferenza stampa di come il freddo sia spesso un problema per le tortore dal collare:

Stanno diventando stanziali per l’ampia disponibilità di cibo, ma sarebbero uccelli migratori. Tutti gli anni, tra novembre e febbraio, ci sono morie di tortore dovute alla rigidità del clima.

Gli animali si sono poi concentrati vicino all’oleificio, dove hanno trovato cibo in abbondanza, e dove probabilmente si sono sovra-alimentate. E dove l’elevato numero di esemplari a stretto contatto ha favorito il contagio. Paola Massi riassume così la vicenda:

Sono arrivati in massa, infreddoliti e col virus già in incubazione, e si sono gettati sugli scarti di semi dello stabilimento. L’alta concentrazione nello stesso punto ha velocizzato la diffusione della malattia.

Scagionati invece il virus dell’influenza aviaria, escluso dagli esami virologici, e i semi utilizzati dall’oleificio, che sono risultati non contaminati da pesticidi, neonicotinoidi e micotossine.

Questo risultato non è certo una novità assoluta, visto che l’ipotesi della pseudo-peste era stata avanzata fin dalle prime analisi di gennaio: quello che mancava era la conferma ufficiale. E con questa conferma possiamo finalmente dichiarare il caso chiuso.

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