Il “Lunghetto”, ricettario segreto della spezieria mauriziana
Giandujotto scettico n° 216 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Si dice, a volte, che non è possibile cavare sangue dalle rape. Ma olio dal sangue? La ricetta è contenuta in un manoscritto del XVII secolo appartenuto alla storica farmacia dell’Ospedale Mauriziano di Torino e oggi conservato nel suo Fondo archivistico. Oltre all’Olio di Sangue humano distillato, compaiono anche l’Olio di Cranio humano distillato, l’Olio di Rane di Mesué, l’Olio rosato lombricato e diversi preparati a base di grasso umano, millepiedi, scorpioni… Rimedi seri, annotati da mani serissime, in un manoscritto che era il prontuario di lavoro quotidiano della spezieria dell’ospedale e che oggi fornisce un interessante spaccato di quella che era la farmacopea di fine Seicento.
Il manoscritto e la sua storia
Il libro non ha un titolo, né è possibile assegnargli una datazione precisa. L’appellativo Lunghetto gli fu dato da uno storico della medicina torinese, Tirsi Mario Caffaratto (1908-1987), che nel 1980 lo descrisse sulla rivista Minerva Medica, per via della sua forma stretta: quarantacinque centimetri di altezza, diciotto di larghezza, cinque e mezzo di spessore. Comprende 545 pagine scritte a mano e rilegate in pergamena, con oltre un migliaio di ricette, per lo più vergate in nero con capilettera in rosso. Un oggetto importante, che nel 2024 è stato oggetto di una pubblicazione a cura di Angela Crosta.
Di misterioso, il Lunghetto ha innanzitutto la storia. Gli speziali dell’Ospedale Mauriziano si succedevano in carica acquisendo dal predecessore tutto il contenuto della bottega – farmaci, strumenti, mobili, libri – e di ogni passaggio di consegne veniva redatto un inventario dettagliato. Alcuni di questi inventari si sono conservati; in nessuno di essi, però, compare un libro che possa identificarsi con il Lunghetto, né per forma né per contenuto. Il manoscritto non risulta esser mai stato catalogato nel fondo archivistico dell’Ospedale, anche se con tutta probabilità è sempre rimasto negli armadi della biblioteca annessa, insieme agli altri volumi.
L’ipotesi più plausibile è che si trattasse di un vademecum riservato, che passava da uno speziale all’altro in modo personale, al di fuori delle procedure ufficiali: qualcosa di simile a un libro di segreti di bottega. Sul dorso in pergamena si trova scritta a stampatello, in pennarello nero, la sigla ALCH (alchimia?): con ogni probabilità, un tentativo di classificazione recente da parte di qualcuno che, del testo, non sapeva granché.
A complicare la vicenda, il manoscritto fu rubato intorno al 1980, e poi recuperato dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri di Torino, grazie al timbro dell’Ordine mauriziano impresso sulla prima pagina. Mentre era in mano ai ladri, vi scomparve la pagina 528, quella che conteneva la ricetta della Pietra quadrata dell’Indie, fa partorire – una pietra cui si attribuiva la virtù di agevolare il parto, da applicare all’inguine o da sciogliere in olio e far bere alla puerpera. Caffaratto l’aveva ancora descritta nel suo articolo su Minerva Medica, ma, dopo il recupero del manoscritto, quella pagina risulta assente.
Nel 2023 l’Associazione Amici della Fondazione Ordine Mauriziano ha finanziato il restauro del volume e la sua digitalizzazione, messa a disposizione degli studiosi di storia della medicina. Grazie a quest’opera meritoria, possiamo capire molto della medicina del tempo.
Gli speziali e il loro mondo
Parecchie ricette contenute nel Lunghetto fanno riferimento ad autori degli ultimi due decenni del XVII secolo. Per questo motivo, il probabile compilatore del Lunghetto è stato individuato da Caffaratto in Giovanni Bartolomeo Zuchetti, speziale dell’Ospedale Mauriziano dal 1659 al 1695. Durante la sua gestione, Zuchetti decuplicò il capitale investito nella bottega, anche perché nel 1657 l’Ordine aveva autorizzato la vendita diretta al pubblico dei farmaci per far fronte alle difficoltà finanziarie dell’ospedale.
Vale la pena soffermarsi su che cosa fosse, in concreto, una spezieria del Seicento; non si occupava soltanto di medicinali, ma di tutte quelle preparazioni che oggi potremmo definire di chimica domestica: marmellate, conserve, liquori, profumi. Il Lunghetto lo dimostra pagina dopo pagina: tra le sue ricette si trovano istruzioni per fare il sapone e la “lescia per lavare le vesti” (liscivia), la ricetta dell’inchiostro, quella del “luto di sapienza” per riparare vetri e terracotte, profumi e acque odorose “tenute in gran conto dalle principesse”, il rosolio di Torino, e, a pagina 42, la ricetta per fare la “cicalata” – la cioccolata, preparata su una padellina di marmo riscaldato, in un’epoca in cui Torino stava diventando una delle capitali europee di quel prodotto. Tutto questo usciva dalla stessa bottega che distillava l’olio di scorpioni e preparava la teriaca con le vipere.
Dentro il “Lunghetto”: la medicina del Seicento
Il Lunghetto però si apre con gli sciroppi – centodiciotto ricette di sciroppi purganti – e non è certo un caso. La medicina del Seicento era ancora fondata sulla teoria degli umori, quella elaborata da Ippocrate nel IV-V secolo a. C.: il corpo era governato da quattro umori, ovvero sangue, bile gialla, bile nera e flegma. La malattia era il frutto del loro disequilibrio. Per questo, molte cure dell’epoca miravano a correggere l’eccesso di questo o di quell’umore: era il modo più diretto per “svuotare l’organismo”. Di qui. una medicina che basava tutto su purganti, lassativi, emetici, clisteri: una quantità impressionante di ricette del Lunghetto, in effetti, serve a far uscire qualcosa dal corpo del paziente, con metodi la cui efficacia – per usare un gentile eufemismo – era a dir poco molto variabile, mentre assai più plausibili ne erano i danni, anche con esiti letali, che salassi, induzione del vomito, purganti intestinali violentissimi potevano provocare in persone magari già defedate anche per condizioni mediche che oggi consideriamo banali.
Accanto a questi rimedi, il manoscritto registra fedelmente tutto ciò che la farmacologia europea del tempo considerava efficace, e in questo caso l’orizzonte diventa vastissimo. Sono citati oltre un centinaio di autori, dai medici greci e romani agli arabi medievali, dalla scuola salernitana ai contemporanei del compilatore. Le ricette provengono da fonti illustri – Galeno, Avicenna, Mesuè, Paracelso – ma anche da canali più informali. Una confettione di Giacinto arriva da Lione, trascritta “furtivamente senza che il nostro speziale lo sapesse”. Un’altra ricetta fu “havuta da Casale da un cerusico francese che con questa faceva gran cura”. Il sapere empirico circolava, con tutti i mezzi disponibili. Siamo di fronte a persone spesso colte, curiose e attente, volte da un lato all’empirismo più spinto, dall’altro a presupposti teorici del tutto infondati: quelli che potremmo definire dei protoscienziati, che, però, difettavano quasi del tutto di quella che oggi consideriamo scienza e metodi per valutare la realtà delle cose del mondo.
Gli ingredienti spaziano dai vegetali, agli animali, ai minerali, con estrema disinvoltura. Accanto a piante officinali ancora in uso – liquirizia, camomilla, finocchio, rosmarino – compaiono sostanze che oggi sappiamo inutili se non pericolose: mercurio per la sifilide, antimonio come purgante, piombo per unguenti e colliri, arsenico nei trocisci (pastiglie) per ulcere e fistole. E poi, c’erano i componenti più costosi, quelli riservati ai pazienti abbienti: oro, perle, coralli, lapislazzuli, pietre preziose ridotte in polvere. E ancora, quelli mitologici, primo fra tutti il bezoar, una concrezione che si forma nell’apparato digerente dei ruminanti, considerato un potente antidoto contro i veleni.
Il culmine di questa farmacologia barocca è la teriaca: un preparato che nel Lunghetto compare in versioni da 39, 51, 65 e persino 110 ingredienti, tra cui fondamentale era la carne di vipera. Nata come antidoto contro i morsi dei serpenti, era diventata col tempo rimedio universale contro la peste, e panacea per qualsiasi male.
Non mancano nemmeno le ricette torinesi e sabaude: uno sciroppo di felce “che si usa in Torino”, un cerotto stomatico preparato “per li Principi”, un balsamo apoplettico destinato a Sua Altezza Reale, e così via, in un corteo affascinante di bellezza e di totale inutilità per la salute della persona. La spezieria mauriziana serviva anche la corte dei Savoia, e di ciò il Lunghetto ne porta la traccia discreta.
Non superstizione, scienza (del tempo)
A questo punto, sarebbe semplice liquidare il Lunghetto come un mero repertorio di superstizioni, documento di un’epoca in cui la medicina brancolava nel buio, ma sarebbe ingiusto e culturalmente miope. Gli speziali mauriziani che compilarono e usarono questo manoscritto erano professionisti seri, aggiornatissimi, che conoscevano i testi più recenti della farmacologia europea e cercavano di applicarli. Passavano il tempo a ragionare. Nel Lunghetto si trova, per esempio, lo Sciroppo o sia giuleppe di China radice, che faceva uso di estratti di Cinchona officinalis, recentemente arrivata dalle Americhe ed efficace contro “le febbri” (quelle dovute alla malaria, malattia assai diffusa nel Piemonte del Seicento, e che sarà poi curata grazie al chinino, estratto proprio dalla corteccia di Cinchona). Se poi, accanto a rimedi come questo, gli speziali distillavano millepiedi e grasso d’orso, lo facevano perché le autorità scientifiche del tempo lo prescrivevano, ed erano disponibili a provare qualsiasi cosa, pur di curare i pazienti: non rifiutavano nulla, a priori. In questo, certo, stava il segno dei limiti della loro azione, ma anche il segno della volontà razionale di tentare. La farmacologia non è stata fatta in un giorno: la distanza tra gli speziali del Seicento e noi è una distanza di conoscenza, colmata nei secoli grazie all’impegno e alla dedizione di molti uomini. Anche da quelli che si affaticarono intorno al Lunghetto, e le cui vite ci sono giunte in un modo così curioso e articolato.
Del resto, non tutto nel Lunghetto è “passato”. Il miele rosato per le gengive è ancora in farmacia, l’acqua d’orzo per i febbricitanti e l’ossimele di aceto e miele che Ippocrate prescriveva contro la tosse vengono preparati ancora oggi, anche se la medicina ha escluso l’efficacia del primo (il miele è invece un blando antisettico, quindi in caso di tosse potrebbe anche aiutare un po’). Il rosolio di Torino è ancora in commercio. E l’acqua della Regina d’Ungheria – un estratto alcolico di rosmarino a cui si attribuivano virtù prodigiose, inventato secondo la leggenda dalla vedova settantaduenne che dopo averla usata aveva riacquistato la giovinezza e si era guadagnata una proposta di matrimonio dal re di Polonia – è ancora venduta come piacevole tonico per la pelle; con quali esiti, difficile a dirsi.
Se volete provare l’ebbrezza di una preparazione antica, vi lasciamo con una ricetta adatta al clima torrido di queste settimane, e cioè quella dell’Acqua per bere al estate, che secondo Angela Crosta prevedeva:
scorze di limoni e cedri posti in acqua fredda, aggiungere zucchero, mescolare e lasciare in infusione per un’ora, poi filtrare e aggiungere ghiaccio (neve all’epoca!), aromatizzare con succo di limone a piacere.
Sicuramente più efficace dell’Olio di Cranio humano, che, per quanto noi si guardi con attenzione alle persone che le cose credono o che hanno creduto, ci permettiamo di sconsigliarvi.
Foto di Angelo Rosa da Pixabay
