La storia di Gianfranco Stevanin, il mostro di Terrazzo
di Marianna Cuccuru
Gianfranco Stevanin nasce nel 1960 in provincia di Padova, a Montagnana. La sua è una famiglia benestante, rigidamente cattolica e di origine contadina. Il padre Giuseppe lavora duramente nei campi e con gli animali, cercando di avviare Gianfranco al lavoro agricolo.
Noemi Miola, la madre, ha problemi di salute per via di una gravidanza difficile che terminerà con un aborto spontaneo. Per questo, Gianfranco viene mandato in collegio quando ha circa quattro anni. Nonostante questo temporaneo allontanamento, in generale i coniugi Stevanin sono estremamente protettivi, convinti che senza la loro guida il figlio sarebbe completamente perso. Nonostante questa premura sul piano materiale, mantengono tutta la vita una invisibile ma profonda distanza emotiva dal figlio.
Il periodo in collegio viene vissuto molto male da Gianfranco, che lo percepisce come un vero e proprio abbandono. Le suore che si occupano di lui sono fredde e severe. Stevanin racconterà in seguito un episodio che lo avrebbe segnato profondamente: sarebbe stato portato da una delle suore in una camera ardente e la vista del corpo senza vita nella stanza lo avrebbe sconvolto.
Verso gli otto anni, Gianfranco ha un primo, grave incidente: cade da un mezzo agricolo e riporta una ferita alla testa, che necessita di punti di sutura. Segue un nuovo allontanamento dalla famiglia: Gianfranco passerà gli anni delle medie e parte delle superiori in un istituto religioso.
Sembra che l’incidente abbia convinto Giuseppe e Noemi che il figlio necessiti maggiori tutele e attenzioni rispetto a quelle che possono dargli loro. Probabilmente, Stevanin sviluppa in questi anni una percezione di sé di “bambino bisognoso”, che deve essere sempre sotto l’occhio vigile di un adulto. Quando desidera fare qualcosa in autonomia, senza timore del giudizio, deve farlo di nascosto. La seconda, grande separazione dal nucleo familiare conferma l’idea che lui necessiti di cure particolari e che sia “troppo” per i suoi genitori. Questa situazione di ipercontrollo lo fa sentire soffocato e lo spinge a cercare ogni modo per sfuggire agli occhi attenti dei suoi tutori, per trovare la sua identità o sfogare le sue pulsioni.
A tredici anni, Gianfranco subisce un abuso da parte di una donna adulta. Di questo episodio, Stevanin conserverà sempre un ricordo ambiguo, non del tutto consapevole della violenza subita: affermerà di sapere di essere stato usato da lei, ma dirà anche: “credo di dover essere molto riconoscente a quella donna”, interpretandolo come un’iniziazione alla sessualità. [1]
Reati e incidenti
Nel 1976 Stevanin ha un secondo incidente, che gli causa un altro, grave trauma cranico: cade con la sua motocicletta ed entra in coma. L’intervento chirurgico per salvarlo è molto complesso e gli lascia una profonda cicatrice, ben visibile quando Gianfranco si rade i capelli. La ferita ha danneggiato il sistema limbico e i lobi frontali del cervello, lasciando un focolaio epilettico.
Nelle biografie degli assassini seriali, le ferite o i traumi cranici a seguito di cadute violente sono molto frequenti. Sarebbe superficiale tuttavia attribuire a questo fenomeno un rapporto diretto causa-effetto: i traumi senza dubbio possono favorire in parte il mancato controllo degli impulsi, sia sessuali che aggressivi, ma non devono essere considerati come fattori che “creano” da zero un futuro serial killer, dato che il fenomeno dei delitti in serie ha un’eziologia complessa e multifattoriale.
Di sicuro, dopo il 1976 la condotta di Stevanin peggiora sensibilmente: inizia a inanellare una serie di reati e diventa un bugiardo patologico: simula un rapimento, telefonando ai genitori per chiedere loro un milione di lire, rapina una donna fingendo di avere una pistola e sequestra una ragazza con lo stesso stratagemma. Nonostante sia diventato un adolescente e poi un adulto estremamente problematico, l’atteggiamento dei genitori non cambia e Gianfranco sembra sempre il bambino bisognoso di protezione, a cui viene concesso tutto, soldi, auto, tempo libero. Non ha amicizie profonde e alla sfera sociale esterna alla famiglia mostra una faccia da uomo forte, arrogante, che tratta le donne come stracci e che non ha bisogno di nessuno. [2]
Nel 1989 Stevanin viene arrestato per porto abusivo di armi e per furto di targa. Nel suo bagagliaio vengono trovati diversi strumenti chiaramente utilizzabili per un’aggressione, uno stupro o un omicidio. Tra questi oggetti ci sono: due coltelli, una pistola a salve, guanti da chirurgo, lavande vaginali, una torcia, siringhe, corde di nylon e preservativi.
Nello stesso anno Maria Luisa Mezzari, una giovane donna che lavora come prostituta, viene aggredita in pieno giorno a Verona e colpita di striscio da un colpo di pistola: sfugge a un tentativo di stupro e omicidio da parte di un suo cliente, che viene descritto dalla vittima con estrema precisione. Maria Luisa riporta le caratteristiche del furgone su cui era stata portata, il casolare dove l’uomo l’aveva sequestrata e perfino la strada per raggiungerlo, nonostante il trauma gravissimo. Tuttavia le indagini non approdano a nulla fino a che Stevanin non sarà arrestato per i suoi delitti nel 1994; ma a quel punto Maria Luisa Mezzari aveva già perso la vita nel 1992 a causa dell’AIDS. È possibile che la regolare assunzione di psicofarmaci da parte della giovane abbia fatto dubitare le autorità della precisione della sua testimonianza, nonostante fosse molto circostanziata.
Dopo questo crimine, Gianfranco continua a condurre una vita apparentemente serena, tra il lavoro saltuario col padre, le moto e qualche ragazza. Con una di queste ha una relazione seria, sembra davvero coinvolto, ma la storia finisce in breve tempo, a quanto pare per una certa ostilità della madre Noemi nei confronti della giovane donna, o forse per il profondo terrore di Stevanin per l’intimità e per i sentimenti puliti e sinceri, senza violenza e costrizioni di mezzo. Il rischio dell’abbandono inevitabilmente legato alle relazioni d’amore sane è qualcosa di intollerabile per un uomo come lui.
In seguito, Gianfranco causa un altro gravissimo incidente. Perde il controllo della sua auto, colpisce una donna in bicicletta e la uccide. Nello stesso periodo, accusa momenti di amnesia e disorientamento, oltre a crisi epilettiche.
Non avendo più relazioni sentimentali stabili, l’uomo frequenta solo prostitute, chiede sempre prestazioni di sesso estremo e offre loro molto denaro per poterle fotografare. In una cascina a Terrazzo, Stevanin organizza uno studio fotografico casalingo, attrezzato espressamente per scatti a sfondo erotico. L’uomo porta regolarmente in quel posto ragazze che accettano di farsi fotografare col materiale che fornisce loro. [3]
Scomparse e invisibili
Tra il 1993 e il 1994 scompaiono nel nulla quattro giovani donne, Biljana Pavlovic, Claudia Pulejo, Roswitha Adlassnig e Blazenca Smolijo. Hanno in comune diverse cose: fanno le prostitute, sono lontane dalla famiglia di origine, hanno problemi di soldi e tossicodipendenza. La loro scomparsa non viene notata subito, e passa molto tempo prima che qualcuno si preoccupi realmente per loro.
Una donna di origine austriaca, Gabriele Musger, ha la sfortuna di incontrare Gianfranco Stevanin la sera del 15 novembre 1994. Gabriele accetta un milione di lire in cambio di alcune foto erotiche che Stevanin le propone di fare. A lei, Stevanin si presenta come “fotografo professionista”. Una volta con lui al casolare, Gabriele viene minacciata con una pistola, costretta a indossare indumenti intimi e a farsi fotografare. In seguito, Stevanin la violenta. Lei tenta di fuggire, ma lui la immobilizza e la stupra una seconda volta. Gabriele, terrorizzata ma lucida e coraggiosa, riesce a convincerlo ad andare a prendere dei risparmi che lei aveva messo da parte, venticinque milioni, in cambio della salvezza. In questo modo, riesce a distrarre l’attenzione dell’uomo e lo spinge a portarla fuori dal casolare isolato.
Questo episodio mostra chiaramente come l’“impulso irresistibile” che viene convenzionalmente associato a crimini violenti, può essere molto meno impellente quando alcune circostanze portano l’aggressore verso un’altra fonte di interesse: in questo caso, un tornaconto economico, in altri casi un possibile intervento delle forze dell’ordine o la presenza di testimoni.
Gabriele, mentre si trova in auto col suo aguzzino, approfitta di un casello autostradale per scappare fuori dalla macchina e correre verso un’auto della polizia poco distante. La donna è in salvo, l’uomo viene immediatamente arrestato. La condanna è di appena tre anni e quattro mesi di detenzione. [4]
L’orrore emerge
Durante il periodo detentivo di Stevanin, nel novembre 1995, un bracciante fa una scoperta orribile in un campo di proprietà della famiglia Stevanin: trova un tronco mutilato di una donna avvolto in un sacco. È solo la prima di una lunga serie di inquietanti ritrovamenti. Nel casolare a Terrazzo, a seguito di una perquisizione, vengono trovati non solo decine di sex toy, riviste pornografiche, corde e manette, ma anche moltissime fotografie di donne nude e campioni di peluria pubica femminile e capelli. In alcune foto, le donne sembrano senza vita. In una in particolare, Stevanin è ritratto mentre violenta il corpo di una ragazza deceduta. Altri scatti mostrano parti mutilate di corpi femminili. Ci sono anche documenti di due delle giovani scomparse, Biljana Pavlovic e Claudia Pulejo, oltre a delle fotocopie degli stessi.
L’uomo ammette di aver conosciuto Biljana, ma non di averla uccisa. Afferma di essere stato un suo cliente regolare e di aver sperimentato con lei delle tecniche di bondage casalingo. Racconta che la Pavlovic sarebbe morta a seguito di un soffocamento “controllato” durante un gioco erotico, un sacchetto sopra la testa che lei avrebbe tenuto troppo a lungo. Il corpo della giovane viene ritrovato sempre nei campi di proprietà degli Stevanin, mutilato nella zona dell’utero e della vagina.
Gianfranco conosceva anche Claudia Pulejo, il cui cadavere viene ritrovato avvolto in teli di plastica. Anche lei sarebbe morta mentre era con lui, di overdose. In entrambi i casi, l’uomo non avrebbe pensato di chiamare soccorsi, preferendo eliminare i corpi. La probabile causa della morte di Claudia è in realtà il soffocamento.
Anche le altre due giovani scomparse vengono associate a Stevanin: Roswitha Adlassnig e Blazenka Smolijo. Il corpo di Roswitha non verrà mai trovato, si è certi della sua morte per mano di Stevanin per via di alcune foto in cui viene ritratta morta. Vi sono poi altre due donne di cui vengono trovati i resti, ma che non è mai stato possibile identificare con certezza.
Stevanin afferma di non aver ucciso nessuno, almeno non volontariamente: si tratterebbe, secondo lui, di disgrazie o di strani incidenti. A volte afferma di avere avuto dei blackout, dei temporanei offuscamenti della mente, senza conservare ricordi ben definiti. Questi offuscamenti sarebbero insorti solo durante la morte delle ragazze, non prima né dopo. [5]
“Non ricordo…”
Il processo a carico di Gianfranco Stevanin è basato interamente sulla questione dell’infermità mentale. L’uomo si presenta in aula con la testa rasata, in modo da rendere ben visibile la ampia cicatrice sul suo cranio. La difesa punta tutto su questo: gli incidenti e i traumi cranici avrebbero cambiato radicalmente la personalità di Gianfranco, pertanto non sarebbe imputabile al momento dei delitti. Viene perfino ipotizzata, in alcuni momenti, l’esistenza di un disturbo dissociativo d’identità, quello che un tempo era definito “personalità multipla”.
La condanna in via definitiva per sei omicidi, tuttavia, esclude la presenza di un vizio di mente e l’uomo viene condannato all’ergastolo. La sua accurata premeditazione, la sua attenzione nell’eliminare le prove dopo i crimini, il depezzamento e occultamento dei corpi e i ricordi perfettamente chiari degli eventi precedenti e successivi agli omicidi sono elementi che fanno pensare a un’intatta capacità di distinguere il bene dal male.
Stevanin è quindi un seriale lucido, parzialmente organizzato, che ha sfogato sulle sue vittime una lunga serie di disturbi parafiliaci: oltre al sadismo, la necrofilia e la tricofilia, ovvero attrazione sessuale verso peli e capelli, che ha tagliato e conservato scrupolosamente. È presente anche la scopofilia, cioè l’ossessione per le immagini a sfondo sessuale, le fotografie fatte alle sue vittime pre e post mortem. [6]
Queste foto, i capelli, gli indumenti e i documenti delle vittime (che Stevanin ha perfino fotocopiato) sono dei veri e propri feticci, oggetti o parti del corpo delle vittime che vengono scrupolosamente conservati allo scopo di rivivere le sensazioni piacevoli legate ai delitti. Questi “trofei” sono molto rilevanti per i seriali che li conservano, in particolare durante la fase totemica, il periodo immediatamente successivo ad ogni omicidio, durante la quale i ricordi sono ancora estremamente vividi e gli oggetti hanno un enorme potere evocativo. Lo scrittore Joel Norris definisce questo momento fase simbolica. L’esaltazione dei crimini prolungata da questi trofei tuttavia è destinata a scemare, per lasciare spazio a nuove fantasie omicide che porteranno ad altri delitti. Alcuni seriali arrivano a imbalsamare parti del corpo delle vittime o a videoregistrare le uccisioni. Altri, più prudenti e organizzati, si limitano a collezionare gli articoli di giornale relativi agli omicidi.
Il casolare di Terrazzo, pieno di trofei e di strumenti di morte, è per Stevanin un luogo sacro, una proiezione fisica degli orrori che sono nella sua mente. In quel luogo non è più un bambino bisognoso, ma è il padrone assoluto. [7]
Il “Mostro di Terrazzo” rientra tra i seriali che non hanno avuto una vita costellata di traumi e abusi, ma nonostante ciò ha sviluppato un profondissimo odio per le donne, un desiderio abnorme di possesso delle loro vite e dei loro corpi, profanandole da vive e da morte, smembrandole, “collezionandole” come fossero bambole, rivelandosi in questo senso molto infantile. A farne le spese, giovani donne che si prostituiscono e tossicodipendenti, ovvero la categoria vittimologica più colpita dai seriali per la sua fragilità e per l’ingiusto e feroce stigma sociale ancora ben presente in ogni società.
Note
- [1] M. Picozzi, Odio, Solferino, Milano 2024.
- [2] R. De Luca, Serial killer, Newton Compton, Roma 2021.
- [3] M. Buttarini, M. Collina, M. Leoni, Serial killer, Experta, Forlì 2007.
- [4] P. De Pasquali, Serial killer in Italia, Franco Angeli, Milano 2015.
- [5] M. Buttarini, M. Collina, M. Leoni, Serial killer, Experta, Forlì 2007.
- [6] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma
- [7] Ibidem.
