Il caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano
di Marianna Cuccuru
Il caso Bergamo, ormai quasi dimenticato, è un esempio di estrema ferocia e odio distruttivo, nati in seno a una famiglia estremamente ordinaria, in un contesto sociale sicuro e non deviante, senza grossi problemi di criminalità. Alcuni seriali hanno un’infanzia estremamente ordinaria, priva dei devastanti traumi che hanno vissuto serial killer come Aileen Wuornos, Henry Lee Lucas o Pedro Alonzo Lopez. Il caso del “Mostro di Bolzano” è quindi complesso da decifrare, anche se di sicuro un ruolo importante è svolto dalla mancanza di dialogo e di educazione emotiva.
Marco Bergamo nasce a Bolzano il 6 agosto 1966. Il padre Renato ha lavorato come fabbro e magazziniere, per poi andare in pensione nel 1982. Renato ha un carattere cupo, autoritario e scontroso, ma sviluppa un legame stretto col figlio Marco, quasi di co-dipendenza. La madre Maria Zerbini, casalinga, è una persona fragile e remissiva, molto timida. Entrambi sono cattolici osservanti e non hanno grande vita sociale oltre la messa. I vicini parlano dei coniugi Bergamo come persone perbene, ma poco socievoli. Hanno due figli: Luigi, primogenito, e Marco, un bambino fragile e problematico, con un ritardo nel linguaggio e problemi di peso.
Anche Marco è un ragazzo solitario, senza amici. Fin dalla preadolescenza nutre la passione per i coltelli, che colleziona nella sua stanza, finché il padre non li trova e decide di tenerli nella camera matrimoniale, per sicurezza. I problemi di peso di Marco aggravano le sue già presenti insicurezze. Ha un carattere scontroso e non va d’accordo facilmente con gli altri, da cui si sente profondamente diverso. Inizia a chiudersi sempre di più nel suo mondo di fantasie. Ama la fotografia e le automobili, cura la sua Ibiza rossa in modo maniacale. Fa consumo massiccio di materiale pornografico, ritaglia fotografie di donne per metterle in posizioni oscene.
Dopo la scuola di formazione professionale, svolge l’anno di leva nel corpo degli Alpini. I suoi commilitoni notano i suoi gravi problemi di sonnambulismo e la sua ossessione per la pornografia. In seguito, passa spesso da un lavoro all’altro, soprattutto come operaio o manovale. È molto legato ai genitori nonostante l’ambiente familiare non sia molto allegro né stimolante. Non sembra avere alcuna relazione sentimentale, mentre il fratello maggiore ha un carattere più aperto, ha successo con le donne e si sposa a ventisei anni. Marco riferirà di aver avuto rapporti normali con i genitori e il fratello e non ha mai rimproverato loro nulla. Forse, ammetterà, sono stati un po’ troppo protettivi e non lo hanno formato in alcun modo sulla sessualità. Dal 1990 Marco lavora presso una ditta metalmeccanica, la Defranceschi, come saldatore. Il suo responsabile lo descrive come una persona normalissima, anonima, non gioviale, ma che sapeva lavorare bene. Sul lavoro è preciso e molto meticoloso. [1]
L'”altro” Marco
Chi ha un parere diverso sono le donne che lavorano nella ditta: Bergamo molesta sessualmente alcune dipendenti, fa telefonate oscene alla segretaria, che riconosce la sua voce e gli intima di smettere. Non riesce quindi a stringere legami sani con le donne, ma vive invece una gratificazione sessuale distorta, violenta, indiretta, che deriva da molestie e abusi.
Anche alcuni dei suoi vicini non hanno una buona opinione di lui: Marco ha l’abitudine di mettersi sul balcone a masturbarsi mentre osserva le ragazze che passano. Il marito di una delle vittime tenta di sporgere denuncia, ma la Questura non procede per mancanza di prove. Un fatto strano che viene attribuito a lui è la scomparsa di capi di biancheria intima femminile, di cui in effetti è responsabile: ruba reggiseni e slip per masturbarsi contro di essi. Inoltre, inizia a fare telefonate oscene a donne sconosciute, non volendo correre il rischio di essere scoperto, come con la segretaria della Defranceschi.
I comportamenti voyeuristici sono molto frequenti nei futuri seriali, così come episodi di esibizionismo e i piccoli furti con finalità feticistiche: sono stati intrapresi ad esempio da Ted Bundy, Harvey Glatman, Jerry Brudos. Nel 1992 Bergamo subisce l’asportazione di un testicolo. L’operazione, che non compromette il funzionamento sessuale né rende sterili, è vissuta tuttavia da Bergamo come una perdita di virilità. Questa convinzione, priva di fondamento, mina ulteriormente la sua autostima e alimenta la sua paura nei confronti delle donne. Nello stesso anno inizia a frequentare prostitute. Ha avuto qualche fugace amicizia con delle ragazze, ma non è mai stato in grado di iniziare una relazione. Sembra che vada con le prostitute per “dar prova” di virilità.
Vive con i genitori, che intuiscono qualcosa delle sue stranezze, senza mai voler approfondire in modo serio. La madre nota l’abuso di riviste pornografiche, ogni tanto gliene butta qualcuna, poiché pensa che sia una brutta abitudine. Si rende conto della difficoltà del figlio minore nei rapporti con le donne, ma pensa che prima o poi le cose si aggiusteranno; pensiero che rivela un certo fatalismo e nessuna consapevolezza dei reali problemi di Marco. Il padre Renato pensa che aspettare “quella giusta” sia la soluzione migliore.
Bergamo ha avuto in gioventù delle amicizie platoniche con giovani donne, ma quando ne parla è evidente che probabilmente si è per lo più trattato di interesse non corrisposto, con una percezione autoriferita e distorta dell’altra persona: ha definito una di queste ragazze “poco seria” poiché gli aveva fornito più volte un indirizzo fasullo, e lui aveva faticato per scoprire quello vero. Inoltre, non sopportava che lei avesse rapporti con altri, ma non con lui. È immaginabile che la ragazza abbia deciso, dopo una breve frequentazione, di non avere più a che fare con lui e che abbia subito un comportamento da parte di Bergamo che oggi si potrebbe definire da stalker. [4]
Altre amicizie con le ragazze sembrano suscitare poco interesse in Marco, che non sa come coltivarle. Conserva sino all’età adulta un tratto infantile e immaturo. Un altro episodio che mostra il profondo egoismo del giovane riguarda un suo amico d’infanzia: Marco partecipa al funerale della madre dell’amico, ma quest’ultimo non lo saluta. Ciò offende molto Marco, che taglia i rapporti. Prende l’abitudine di girare sempre con un coltello in tasca, lo fa sentire protetto. [2]
Delitti irrisolti in un posto tranquillo
Il 3 gennaio 1985 la signora Maurizia, una donna che vive con la figlia nella stessa via dei Bergamo, fa una scoperta orribile: il cadavere di sua figlia quindicenne, Marcella Casagrande, straziato da ventuno coltellate. La posizione innaturale del corpo fa pensare a un delitto a sfondo sessuale. Marcella ha infatti le gambe divaricate e alcuni fendenti sono vicino al seno; la gonna è sollevata e le mutande tagliuzzate. Tuttavia, non c’è traccia di violenza sessuale agita. Dall’angolazione dei colpi, sembra che Marcella sia stata sorpresa alle spalle, da un fendente che l’ha fatta crollare subito. Solo in seguito, l’assassino ha infierito con altri venti colpi. Non ci sono ferite da difesa o segni di lotta, le venti coltellate sono quindi probabilmente una forma di overkilling con un significato sessuale e feticistico. Il crimine rimarrà irrisolto per anni: non si trova infatti nelle conoscenze di Marcella nessuno di sospetto, anche se gli inquirenti sono certi che la giovane conoscesse il suo assassino e che lo abbia fatto entrare in casa volontariamente, dato che non ci sono segni di scasso o di furto. Marco Bergamo partecipa al funerale della giovane e porta dei fiori sulla sua tomba.
Sempre a Bolzano, nel giugno 1985 c’è un nuovo, feroce delitto. La professoressa Anna Maria Cipolletti viene trovata morta nel suo appartamento di via Brennero, accoltellata. Anna Maria è una donna molto bella, che dopo essere andata in pensione anticipata dal lavoro di insegnante, ha iniziato a prostituirsi in casa, sotto il nome di Mirella o Cinzia. Le coltellate che ha inferto l’assassino sono diciannove, la prima data di spalle, al collo. Le modalità omicidiarie sono le stesse del delitto Casagrande, ma la vittimologia diversa (età, occupazione, abitudini delle vittime) non rende così certo un legame tra i due omicidi, perpetrati a distanza di pochi mesi. Annamaria viene trovata nuda sul letto, a differenza di Marcella. Le sue mutande sono state rubate.
Prima della morte era riuscita a difendersi, a lottare col suo aggressore, il quale sperava di tramortirla o ucciderla immediatamente. Nessun segno di violenza sessuale o di un rapporto recente. Il killer è suo cliente o si è finto tale, poiché ha scelto di aggredirla prima della prestazione. Una ferita viene ritenuta anomala dal medico legale: un taglio profondo ma largo poco più un centimetro, forse dovuto a un colpo di forbici, mai ritrovate. Un crimine disorganizzato, che forse non era andato come si era immaginato l’assassino.
Nel gelo del gennaio 1992 Renate Rauch viene trovata morta vicino alla stazione di Bolzano, uccisa con ventiquattro coltellate. Renate aveva iniziato a prostituirsi per poter comprare eroina per sé e per il compagno, era scappata di casa e viveva in roulotte: una vita estremamente difficile. Una collega trova il suo corpo martoriato in un parcheggio vicino a un benzinaio. Anche in questo caso, l’assassino ha colpito alle spalle con un colpo di arma da taglio, per poi accanirsi sul corpo. Non tocca i genitali, non c’è violenza sessuale. La donna è stata uccisa in un’auto, per poi essere scaricata in quel triste piazzale. Gli inquirenti, che in passato non avevano dato molto credito alla pista del “maniaco”, ora ritengono che ci sia un seriale attivo in città. Il funerale della giovane raccoglie molte persone, spaventate e addolorate da una vicenda che non è certo normale in una città tranquilla come Bolzano. Marco Bergamo partecipa alle esequie. Anche la polizia è sul posto, in borghese, sospettando che l’assassino potrebbe essere tra loro. Sulla tomba di Renate viene lasciato un inquietante biglietto, firmato MM:
“Mi dispiace, ma quello che ho fatto doveva essere fatto e tu lo sapevi. Ciao, Renate.”
Nel marzo 1992 il corpo della diciottenne Renate Troger, una ragazza con grossi drammi familiari alle spalle e tossicodipendente, viene trovato a Campodazzo. Ha quindici ferite da coltello, di cui quattordici post mortem, e segni di strangolamento con corda. Le è stata tagliata la gola e successivamente le hanno inflitto gli altri fendenti. Il Mostro è tornato a colpire. [3]
In una notte di agosto del 1992 Marika Zorzi viene trovata in un lago di sangue, abbandonata lungo il ciglio della Strada del Colle, con quarantuno ferite da arma da taglio. La testa, il collo e il busto sono le parti più colpite. Le ferite da difesa sono tante e testimoniano una lotta disperata di Marika contro il suo assassino. L’omicidio è avvenuto probabilmente in auto e la donna è stata in seguito trasportata e scaricata dal suo assassino già morta. Marika aveva occasionalmente rapporti a pagamento per pagare l’eroina da cui era dipendente, per cui le forze dell’ordine cercano un cliente.
In questo caso ci sono testimonianze utili, che forniscono una descrizione precisa del modello e di parte della targa dell’auto dell’ultimo cliente di Marika, perfino un identikit abbastanza accurato dell’aspetto dell’uomo alla guida. L’intera Bolzano viene pattugliata a tappeto finché le volanti trovano una Ibiza rossa guidata da un uomo molto simile all’identikit fornito dai testimoni. La perquisizione dell’auto fa emergere prove inoppugnabili: abiti pieni di sangue e i documenti di Marika Zorzi. Marco Bergamo viene finalmente arrestato, è lui il “Mostro di Bolzano”.
Le nebbie della mente, la potenza dell’odio
Il caso di Bergamo sembra ormai chiuso, senza punti controversi: non ci sono dubbi sulla sua colpevolezza. Tuttavia, la personalità apparentemente incolore di Marco rende difficile collegare tutti i delitti, rivelandosi più machiavellica del previsto: egli ammette i delitti di Marika Zorzi, Marcella Casagrande, Renate Rauch. Rigetta le accuse per quanto riguarda la morte di Renate Troger e Anna Maria Cipolletti. Racconta dettagli del delitto Casagrande: conosceva Marcella di vista e si erano incontrati in un negozio di fotografia. La giovane lo aveva invitato a casa per chiedergli dei consigli su alcuni obiettivi. A un certo punto però, ha cercato di mandarlo via, forse per altri impegni, forse perché si sentiva a disagio. La mente di Marco interpreta il gesto come un “rifiuto”, un affronto che genera una rabbia feroce. Il coltello che è sempre nella tasca del giovane, allora appena diciottenne, è l’arma del delitto. Un obiettivo fotografico rimane accanto al corpo di Marcella. Per quanto riguarda Anna Maria Cipolletti, Bergamo afferma di non averla mai conosciuta, che sarebbe stata troppo grande per lui. La criminodinamica è tuttavia molto simile al primo delitto, e sull’agenda di Anna Maria ci sono più riferimenti a un certo Marco, tra cui un’ultima annotazione:
“Marco mandato via”. [4]
Gli inquirenti cercano anche altre eventuali vittime. È credibile che tra il 1985 e il 1992 il Mostro non abbia mai colpito? Pur essendo una pausa lunga, non è impossibile che anche il seriale più feroce si prenda delle pause. Questo elemento ha portato gli studiosi a rivedere il concetto di “cooling off period”, che in passato è stato considerato la causa principale dell’intervallo tra un delitto e l’altro: il raffreddamento emotivo che, una volta terminato, spingeva necessariamente il seriale a cercare un’altra vittima. In realtà, dall’analisi di molti casi con molto tempo tra un crimine e l’altro, si è reso necessario aggiornare il concetto di “pausa” tra gli omicidi. Quest’ultima può durare mesi o diversi anni, tempo in cui il seriale potrebbe sposarsi, avere figli, svolgere il servizio militare o cambiare lavoro. [5]
Nel caso di Marco Bergamo, però, persiste un dubbio atroce: che ci siano altre vittime che non sono state scoperte o associate a lui. Si prendono in considerazione altre morti violente avvenute tra l’85 e il ‘92 per cercare punti in comune coi cinque delitti noti. Un esempio è l’assassinio di Anna Maria Ropele, trentotto anni. Anna Maria è una prostituta che è stata tramortita e poi uccisa da un solo colpo di arma bianca nel suo appartamento di Trento, appena un giorno dopo il delitto Rauch. Le modalità farebbero pensare alla mano di Bergamo, ma non ci sono prove che riconducano a lui. È anomala l’unica, letale coltellata, non c’è overkilling né alcun taglio sugli slip. La Ropele era un’attivista per i diritti animali e si batteva contro lo sfruttamento della prostituzione, ma non emerge nessuna pista che possa far pensare a qualcuno che la volesse morta. Il caso è ad oggi irrisolto. [6]
Nonostante le indagini accurate, Bergamo viene accusato dei tre delitti da lui confessati oltre a quelli di Renate Troger e Anna Maria Cipolletti, che l’uomo non ammetterà mai. In alcune occasioni, Marco fa un ragionamento curioso: egli ha ammesso la responsabilità dei tre delitti per cui sono state trovate prove inattaccabili. Per gli altri, non essendoci prove così solide, non ci sarà alcuna confessione.
Ma cosa racconta Marco Bergamo per spiegare cosa lo abbia spinto al delitto? Ha avuto una vita assolutamente ordinaria e priva di traumi, difende a spada tratta i genitori e il fratello negando qualsiasi forma di abuso da parte loro. L’origine dei suoi problemi sarebbe da ricondurre al suo profondo senso di inadeguatezza nei confronti delle donne. Le perizie psichiatriche parlano di impotenza psicogena: Bergamo raggiunge l’erezione con molta fatica, pur non avendo alcun problema fisico. Il suo blocco deriverebbe da una profonda paura del femminile. Dice di temere tutte le donne, tranne la madre. Le descrive con termini crudi, come delle mantidi che usano l’uomo e che poi lo divorano.
Lentamente, dice Marco, quella paura è diventata odio. Per lui il sesso femminile è specchio della sua inadeguatezza, del suo essere meno virile degli altri. Riferisce ad esempio che Marika Zorzi lo avrebbe preso in giro per il fatto di avere un solo testicolo e che questo lo avrebbe fatto impazzire. La sua ossessione per i coltelli sarebbe legata quindi alla sessualità: il coltello perennemente in tasca (anche quando non ha intenzione di usarlo) rappresenta un sostituto simbolico del pene. Un elemento peculiare riguarda il fatto che i genitali delle vittime di Bergamo non sono mai stati toccati, né tramite uno stupro né mutilati col coltello.
L’opinione dei periti psichiatrici è che la vagina susciti un tale senso di terrore nell’assassino da non riuscire a violarla nemmeno durante gli omicidi. Queste osservazioni sono confermate dalle testimonianze rese da diverse prostitute che hanno avuto Marco come cliente: l’uomo chiedeva loro di poterle osservare, senza consumare un rapporto vero e proprio. C’era un uso feticistico della biancheria, che spesso l’uomo tentava di acquistare. La sessualità di Bergamo è sempre stata una lunga serie di “sostituti” del rapporto intimo: voyeurismo, molestie verbali e telefoniche, esibizionismo, feticismo e pornografia compulsiva. Queste attività davano sì una gratificazione momentanea, ma erano un perenne monito della sua inadeguatezza, del suo senso di inferiorità. [7]
I familiari di Bergamo sono increduli e sconvolti. Cercano di mettere insieme i tasselli della vita col figlio, senza avere i mezzi per comprendere cosa sia successo. La testimonianza che fornisce la madre Maria tratteggia un uomo ancora immaturo, che si faceva preparare i pasti e lavare il bucato da lei. Solo in occasione di una settimana bianca aveva fatto una vacanza da solo, senza i genitori. Rientrava sempre presto la sera.
Bergamo durante il processo osserva, ascolta, scarabocchia, ma non mostra alcuna emozione, come se la faccenda non lo riguardasse. Nega nuovamente di aver a che fare con la morte di Cipolletti e Troger. Dice di non ricordare molto dei delitti che ha confessato, in quanto li avrebbe compiuti in uno stato a metà fra il sonno e la veglia, una sorta di trance, come se un altro sé prendesse il sopravvento. Queste affermazioni sono poco credibili in quanto Marco è stato in grado di fornire molti dettagli precisi sui suoi crimini, nonostante diversi cambiamenti di versione. Anche il movente non appare avvolto dalla nebbia: Marco descrive perfettamente la rabbia e il terrore per il femminile, l’odio scaturito da atteggiamenti che l’uomo interpreta come rifiutanti o di derisione. Per dirla con le sue parole:
“Tutto è dovuto a una serie di circostanze legate alla donna.”
Marcella lo avrebbe respinto, Marika deriso per la sua incapacità sessuale. Su Renate, non è chiaro quale sia stato l’elemento scatenante, ammesso che ce ne sia uno. Le perizie psichiatriche hanno esiti opposti, ma infine Bergamo viene dichiarato capace di intendere e di volere. Ha un disturbo molto grave nella sfera sessuale, ma la sua capacità di decisione è intatta. Viene riconosciuto colpevole di tutti e cinque i delitti. [8]
Il padre Renato si toglie la vita poco dopo la sentenza, tramite impiccagione. L’uomo si è sempre mostrato forte e lucido dopo l’arresto del figlio, mentre la moglie Maria appariva più fragile. Il dolore silenzioso, la vergogna e i sensi di colpa hanno invece preso il sopravvento. Marco Bergamo muore in carcere di morte naturale, nel 2017.
Note
- [1] M. Buttinari, M. Collina, M. Leoni, I serial killer, Experta, Forlì 2007.
- [2] P. De Pasquali, Serial killer in Italia, Milano 2001
- [3] A. Accorsi, M. Centini, I serial killer, Newton Compton, Roma 2008.
- [4] P. Cagnan, Anatomia di un serial killer, Athesia, Bolzano 2023.
- [5] Ibidem.
- [6] https://lavocedeltrentino.it/rubriche/32-anni-fa-a-trento-lomicidio-di-anna-maria-ropele-tuttora-irrisolto/
- [7] P. Cagnan, Anatomia di un serial killer, Athesia, Bolzano 2023.
- [8] A. Accorsi, M. Centini, I serial killer, Newton Compton, Roma 2008.
- [9] https://www.lastampa.it/cronaca/2017/10/18/news/morto-il-mostro-di-bolzano-condannato-4-volte-all-ergastolo-per-la-assassinio-di-5-donne-1.34403675/
