13 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Quando il sensitivo Gerard Croiset venne a Torino per lottare contro “Diabolich”

Giandujotto scettico n°200 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Nel febbraio del 1958, Torino visse uno dei suoi misteri più inquietanti: un omicidio efferato, lettere enigmatiche firmate “Diabolich” e una città in preda al panico. Quando le indagini si arenarono, qualcuno ebbe un’idea: perché non chiamare il famoso veggente olandese Gerard Croiset, l’uomo che aiutava la polizia a risolvere i crimini irrisolvibili? La Stampa lo contattò, prima attraverso una sua corrispondente in Olanda, e poi seguendolo in una visita a Torino. Ma il “Mozart dei sensitivi“, come lo chiamava il suo mentore, il parapsicologo Wilhelm Tenhaeff, riuscì davvero ad aiutare gli inquirenti? Ecco come andarono le cose, nella primavera del 1958…

Il delitto di via Fontanesi

È il 24 febbraio del 1958. Alla Fiat, un caporeparto nota che uno dei suoi operai è assente da alcuni giorni, e non si è presentato nemmeno al turno di quel mattino. Si tratta di Mario Giliberti, ventisettenne di Lucera, nel Foggiano; è arrivato a Torino un anno e mezzo prima, uno dei tanti che in quegli anni giungono al nord in cerca di lavoro. Non è un assenteista: quel comportamento non sembra da lui.

Nel pomeriggio, il collega e un vicino bussano all’alloggio di Giliberti in via Fontanesi 20, nel quartiere Vanchiglia. Nessuna risposta. Forzano la porta e sul letto trovano il corpo dell’uomo in una pozza di sangue: ha su di sé i segni di diciotto coltellate. L’assassino ha portato via trentamila lire e qualche oggetto prezioso, forse per simulare una rapina. Sul comodino, c’è ancora una tazzina di caffè piena a metà; sul pomello di una dispensa, un biglietto scritto a mano: “Riuscirete a trovare l’assassino?”. Anzi, l’assino: indizio voluto o errore grammaticale?

La sera precedente, il 23 febbraio, la redazione di Stampa Sera aveva ricevuto una strana telefonata anonima. Una voce maschile, tranquilla, aveva confessato: “Ho ucciso un uomo sulla via di Po”. Sul momento, nessuno l’aveva presa troppo sul serio.

In seguito, probabilmente il 26 gennaio, Stampa Sera riceve una lettera, spedita da Torino. Il testo, scritto a matita su foglio protocollo a quadretti, recita:

Sono venuto da lontano per via
di compiere il mio delitto, da non confon-
dersi con uno qualsiasi. Ho studiato la cosa perfetta
in modo da non lasciare traccia ne-
anche di un ago. Con il delitto è cessato insi-
eme l’odio per lui. Questa sera parto alle ore 20.

L’enigma viene svelato subito: le sillabe finali di ciascuna riga formano un acrostico, “Via Fon-ta-ne-si 20” – l’indirizzo dove era stato trovato il cadavere di Giliberti. Segue un’ulteriore frase, a mo’ di spiegazione:

“Un tempo io e la vittima eravamo molto amici e portavamo la divisa insieme. Poi lui mi tradì come fossi un cane. Oggi stava bene, e così la mia vendetta lo ha raggiunto. Spero che scoprirete il suo cadavere prima che diventi marcio. Leggendo con attenzione la lettera troverete con precisione dove è stato compiuto il mio delitto perfetto”.

Poi la firma: “Diabolich”, con quell’enigmatica “h” finale. Qualcuno noterà che in un giallo da edicola uscito un anno prima, “Uccidevano di Notte”, un uomo inviava lettere agli inquirenti firmandosi Diabolic, senza l’h. La possibile fonte di ispirazione per il delitto?

Nei giorni seguenti arrivano altre lettere, alcune alla Questura, altre ai giornali. Difficile capire se la mano è la stessa, o se sono frutto di mitomani. Il 1 marzo, la polizia arresta un sospetto: Aldo Cugini, discendente di una famiglia di imprenditori bergamaschi. I due avevano fatto il servizio militare insieme. A suo carico, una foto trovata nel portafoglio della vittima che li ritrae entrambi, a Natale del 1955. Testimoni di quel periodo dichiareranno che i due – insieme a una terza persona, di cui i giornali non fecero mai il nome – erano molto legati, tanto da essere soprannominati “le tre monachelle“.

L’impianto accusatorio però non regge a lungo. Mentre l’uomo è in carcere, arrivano altre lettere firmate Diabolich. Le perizie calligrafiche tra la scrittura di Cugini e i biglietti trovati a casa di Giliberti non coincidono, e non emergono altre prove per accusarlo. Dopo 135 giorni di detenzione, il sospetto viene rilasciato. Un delitto rimasto aperto, su cui fioccavano le teorie più disparate: c’era chi parlava di “amicizie particolari” della vittima – come venivano chiamate all’epoca le relazioni omosessuali – chi di una vendetta della malavita, chi di un ricatto messo in atto dal morto ai danni di Cugini. Passò il tempo, e il delitto venne archiviato: un mistero, ancora oggi, senza soluzione.

Entra in scena Croiset

Tre mesi dopo l’omicidio, mentre Torino continuava a interrogarsi sul mistero e Cugini era ancora in carcere, una lettrice de La Stampa scrisse alla rubrica Specchio dei tempi suggerendo un’idea: perché non interpellare il sensitivo olandese Gerard Croiset? 

Croiset (1909-1980), all’epoca quarantanovenne, stava diventando una piccola star nel mondo della parapsicologia europea. All’anagrafe Gerard Boekbinder, proveniva da una famiglia ebraica e raccontava di essere stato internato in campo di concentramento per aver predetto la fine di Hitler. Nel dopoguerra aveva intrapreso la carriera di sensitivo, facendo diagnosi mediche e specializzandosi in seguito in “indagini” sulla cronaca nera. Si diceva che avesse aiutato la polizia in molti casi difficili. 

La proposta della lettrice venne presa sul serio dalla redazione de La Stampa: la giornalista Mia Bollen si mise in contatto con Croiset e andò a trovarlo direttamente nella sua casa di Enschede, in Olanda. Così lo presentava su La Stampa del 21 maggio 1958:

Gerard Croiset non è un mago; di sé dice: “Sono soltanto un ‘sensitivo’, un uomo dotato di misteriose e straordinarie facoltà che mi consentono di leggere nel futuro”. Nel suo biglietto da visita sta scritto “psychoscopische diagnostek“, diagnostico parapsicologo. La parapsicologia è una scienza che cerca di dare un’interpretazione rigorosamente scientifica dei fenomeni che sfuggono alle normali valutazioni, come le manifestazioni dei “medium”. Il prof. Tenheff [ in realtà Wilhelm Tenhaeff (1894-1981), NdR], che è titolare dell’unica cattedra di parapsicologia che esiste in Europa, all’Università di Utrecht, in Olanda, si serve frequentemente di questo veggente per i propri studi.

Dopo il rituale elenco dei presunti casi “indovinati” dal sensitivo, la giornalista riportava il suo responso sul caso Diabolich:

Vedo l’assassino: non è quello che è stato incarcerato sotto l’accusa di questo delitto. È un giovane tra i 18 e i 24 anni, alto 1,65, porta baffetti molto piccoli. Viene di molto lontano, dal Sud, ma adesso abita a Torino e lavora in una officina-carrozzeria. Vedo molto fuoco, il giovane lavora alla fiamma ossidrica, è specializzato. Ha uno scooter il cui parafango anteriore ha, sul lato sinistro, una ammaccatura con una macchia di ruggine; un filo che parte dalla manopola sinistra è rotto.

Croiset diede altri dettagli: l’assassino avrebbe avuto i capelli “tagliati all’americana” e avrebbe preso parte in passato a un “assalto” (?) vicino a un cimitero a un chilometro circa da Torino. Tra i suoi parenti, ci sarebbe stato un macellaio, e poco tempo prima sarebbe stato al centro di “un episodio comico nel quale c’entrava una mucca o un toro”.

Quanto all’abitazione del colpevole, per Croiset era una strada che sfociava in una piazza circolare con arbusti e alberelli. Nella strada ci sarebbero stati anche un chiosco di giornali, un negozio di chincaglieria, una salumeria e una specie di osteria; al lato di quest’ultima, una casa di cinque o sei piani, con uno adibito a subaffitto. Qui il killer avrebbe abitato in passato, o forse abitava ancora.

Era una descrizione ricca di particolari precisi, ma con un problema di fondo: nessuno di quegli elementi era davvero utile a identificare un colpevole. L’altezza, i baffetti, lo scooter ammaccato… E poi l’episodio della mucca o del toro: un dettaglio pittoresco, ma del tutto inservibile per un’indagine.

Croiset a Torino

Pochi giorni dopo, il 29 maggio, Croiset finalmente arrivò a Torino. La visita dipendeva anche da motivi familiari: uno dei figli del sensitivo studiava belle arti in Italia. Il veggente colse l’occasione per ricercare dal vivo quei luoghi che – diceva – aveva percepito in visione. A parlarne fu sempre La Stampa, nelle sue edizioni del 30 maggio e 1° giugno. Il quotidiano aveva mandato un redattore ad accompagnare il veggente. Durante i viaggi in auto, Croiset usava una tecnica particolare, descritta con una certa meraviglia dal giornalista:

Aveva appoggiato sulle ginocchia un taccuino a quadretti, la sua mano tracciava sui fogli linee e rettangoli, archi e alberelli stilizzati. A poco a poco, quei segni prendevano forma, diventavano comprensibili anche a noi. Rappresentavano strade, corsi, viali, palazzi. “Vicino al cimitero – specificò all’improvviso – deve esserci una palizzata di legno, quasi nascosta dall’erba. La palizzata circonda un edificio in costruzione ed è rivestita di manifesti. Vedo dei manifesti bianchi su fondo verde”. Pochi minuti dopo, svoltando in via Robassomero da via Cigna, si parò davanti ai nostri occhi la famosa palizzata, con i manifesti del colore indicato dal veggente. Una cinquantina di metri più in là, spicca il cancello del cimitero abbandonato. È stato così per tutto il pomeriggio.

Croiset identificò il cimitero abbandonato di cui aveva accennato con quello di San Pietro in Vincoli, nel quartiere Aurora di Torino, e disse che lì davanti si sarebbero incontrati più volte vittima e assassino. Sulle colline vicino al traforo del Pino, verso la collina che domina la città da est, Diabolich avrebbe passeggiato dopo aver commesso il crimine. Per il resto, riconfermò la visione precedente: l’assassino era un uomo di 18-20 anni, di professione carrozziere, proprietario di un motoscooter.

L’episodio più impressionante fu però quello del coltello. Giunti in piazza Carducci, il sensitivo sentì che il giovane doveva aver rubato in un negozio vicino l’arma del delitto, un coltello. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, identificò il luogo in un emporio di alimentari della piazza. Tornato sul posto il giorno dopo, il giornalista era pronto a dare una singolare rivelazione: alla titolare, tempo prima, erano spariti in effetti dei coltelli. Ma – ecco il dettaglio cruciale – non ricordava se l’episodio era avvenuto prima o dopo il delitto Fontanesi.

Ce n’era abbastanza per impressionare il giornalista, ma non per dare un nome al colpevole: l’abitazione non fu mai individuata, né venne scoperto il nome della famosa carrozzeria in cui lavorava il colpevole. Soltanto luoghi pubblici – il cimitero, la macelleria, le colline di Pino Torinese – messi dal sensitivo in relazione al delitto, e di cui, ad essere maliziosi, Croiset avrebbe potuto avere una descrizione con mezzi molto meno sovrumani, per esempio, tramite una foto o un suggerimento del figlio (che, ricordiamolo, risiedeva in Italia).

La mancanza di riscontri fu riconosciuta dallo stesso giornalista de La Stampa, che concluse prudente:

Queste, in sintesi, le visioni di Gerard Croiset sul “caso” di via Fontanesi. Le abbiamo riferite a puro titolo di cronaca. Non hanno fornito indicazioni precise sulla figura dell’assassino, né del resto spetterebbe a noi trarre conclusioni affrettate ed approssimative su una vicenda così delicata.

E, infatti, l’assassino di Mario Giliberti non fu mai trovato. Le visioni di Croiset, per quanto suggestive, si rivelarono del tutto inutili dal punto di vista investigativo.

Il metodo Croiset

La visita a Torino non fu un’eccezione. Anzi, rappresentava piuttosto bene il modo in cui Gerard Croiset lavorava: affermazioni a un primo sguardo precise, ma troppo vaghe per essere davvero utili; luoghi pubblici facilmente identificabili; dettagli pittoreschi ma inutili; e, soprattutto, l’impossibilità di verificare le sue affermazioni quando l’indagine rimaneva senza conclusioni.

Tuttavia, il vero genio di Croiset stava nel modo in cui presentava le sue “visioni”. Come notò il giornalista de La Stampa, il sensitivo disegnava mentre parlava, tracciando linee, rettangoli, alberelli stilizzati. Era un modo per coinvolgere emotivamente chi lo ascoltava, per creare un’atmosfera di attesa e di mistero. Quando finalmente si trovava qualcosa che corrispondeva anche solo vagamente ai suoi disegni, l’effetto era potente.

Questo metodo aveva reso Croiset famoso in tutta Europa. Secondo il suo biografo, il giornalista americano Jack Harrison Pollack (1915-1984), il sensitivo aveva aiutato la polizia in decine di casi irrisolti, ritrovato bambini scomparsi, identificato assassini. Il libro di Pollack, Croiset the Clairvoyant (1964; fu tradotto in italiano nel 1973), scritto sotto la supervisione del professor Tenhaeff dell’Università di Utrecht, il mentore di Croiset – presentava il veggente come un fenomeno autentico, scientificamente verificato. C’era solo un problema: quando qualcuno andava a controllare davvero i fatti, le cose stavano molto diversamente.

Le indagini di Piet Hein Hoebens e di Filippus Brink

Lo fece, nel 1981, il giornalista e ricercatore scettico olandese Piet Hein Hoebens, che pubblicò sullo Skeptical Inquirer i risultati di un’indagine approfondita sui casi di cui si era occupato Croiset. Hoebens era andato a verificare, uno per uno, i “successi” più celebrati del sensitivo, consultando i verbali della polizia, intervistando i testimoni, confrontando le versioni pubblicate con i documenti originali. Risultò che Tenhaeff (e Pollack) avevano abbellito molti dei resoconti sugli interventi di Croiset. Il sensitivo si limitava a dare indizi vaghi, o altamente generici. Probabilisticamente, alcuni dettagli si rivelavano esatti. Nei casi irrisolti, come quello di Diabolich, nessuno poteva contestare le sue visioni – non c’era niente da confrontare. 

Un esempio? Il 9 febbraio del 1961, la rivista americana This Week pubblicò un articolo di Pollack sulla sparizione di un bambino nella città olandese di Eindhoven, avvenuta il 21 maggio 1960. Secondo il giornale, la polizia non aveva indizi, e Croiset era stato chiamato al telefono da un vicino. “Le prospettive non sono buone”, avrebbe detto Croiset. “Cercate immediatamente nella zona, ma temo che tra circa tre giorni il corpo del bambino sarà trovato nel canale vicino al ponte”. Tre giorni dopo il corpo del bambino sarebbe stato trovato accanto a uno dei piloni del ponte sul canale, “esattamente come Croiset aveva predetto”. Un caso impossibile? Hoebens andò a consultare il rapporto originale della polizia di Eindhoven e scoprì che la vittima, il piccolo Anthonius Thonen di tre anni, era caduto nel fiume Dommel il 20 maggio. L’incidente fu visto da un altro bambino che stava giocando con lui, e il bambino lo riferì alla madre di Anthonius. La signora Thonen vide qualcosa galleggiare sull’acqua, presumibilmente il corpo, ma quando arrivò la polizia era scomparso. Il 23 maggio (due giorni dopo la telefonata, non tre), i resti del bambino furono trovati nel fiume. Dunque, le autorità sapevano dall’inizio che il bambino era quasi di certo annegato. L’affermazione di Pollack secondo cui la polizia “non aveva indizi” era fuorviante. Non c’era bisogno di un chiaroveggente per dire che le prospettive non erano buone. 

Casi come questo, nel palmares di Croiset, sono numerosi.

Nel 1958, il dottor Filippus Brink, alto funzionario di polizia, completò una tesi di dottorato intitolata Enige aspecten van de paragnosie in het Nederlandse strafproces (“Alcuni aspetti della percezione ESP nei procedimenti penali olandesi”). Brik aveva testato quattro noti “sensitivi” – uno dei quali era Croiset – consegnando loro fotografie e altri oggetti, e chiedendo le loro “impressioni”. Alcuni dei materiali erano correlati a casi di polizia, altri no. Gli esperimenti durarono più di un anno, ma i risultati furono sconfortanti: guardando la foto di un assassino accertato, i sensitivi riferivano che l’uomo era innocente; maneggiando un’arma uscita direttamente dalla fabbrica, avevano visioni di omicidi e rapine…

Croiset in Italia

Croiset, come abbiamo visto, era già noto in Italia fin dagli Anni 50, ma la sua fama esplose dopo la messa in onda di ESP,  sceneggiato televisivo del 1973 diretto per la Rai dal prolifico regista Daniele D’Anza e interpretato in modo efficace da Paolo Stoppa (lo potete comodamente vedere su YouTube). La trama seguiva il caso di una ragazza aggredita in un bosco a Wierden; un martello era stato lasciato sul posto dall’aggressore, e Croiset avrebbe percepito la storia dall’oggetto, arrivando a individuare il colpevole.

Piero Angela, nel suo libro Viaggio nel mondo del paranormale (1978), dedicò un intero capitolo a Croiset, e analizzò anche il caso di Wierden, presentato dallo sceneggiato come una storia vera. Ma quando Angela parlò con il capo della polizia del posto, il signor E.D. Maaldrink, che aveva condotto l’indagine e aveva consultato anche Croiset, questi rimase sbalordito nell’apprendere della versione televisiva. Smentì pubblicamente che Croiset fosse stato di qualche utilità nella vicenda. Il “paragnosta” aveva dato una descrizione del colpevole che non corrispondeva a quella reale. L’autore dell’aggressione fu arrestato un anno dopo per caso, per un altro reato, e confessò anche quello precedente.

Ma non è l’unico fallimento che riguarda Croiset – e alcuni dei più eclatanti riguardano proprio il nostro paese. Nel 1969, Croiset si recò a Viareggio per cercare il dodicenne Ermanno Lavorini, tragico protagonista del primo fra i tanti rapimenti che funestarono le cronache italiane sino a tutti gli Anni ’80. Croiset disse che il bambino era annegato mentre cercava di salire su una barca nel canale di Burlamacca, che passa anche da Viareggio. Le indagini rivelarono una realtà diversa: Lavorini era stato rapito, ucciso e sepolto nella pineta di Marina di Vecchiano, vicino a Pisa. 

Croiset intervenne anche nel caso del sequestro di Mirko Panattoni, nel 1973, affermando che il bambino era morto. Per fortuna il rapimento non ebbe esiti così tragici: Panattoni è tuttora in vita, rilasciato sedici giorni dopo la sua cattura in seguito al pagamento di un riscatto. Croiset si giustificò dicendo che aveva frainteso la domanda e che in realtà voleva riferirsi a un altro bambino, scomparso in Olanda. Anche nel caso del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, nel 1978, fornì descrizioni vaghe o errate. Aveva indicato come luogo di reclusione una casa dai mattoni rossi con due leoni di marmo, nella zona di Santa Maria Maggiore a Roma, mentre Moro era detenuto in un appartamento di via Camillo Montalcini, nel quartiere della Magliana.

Nella linea d’ombra

Quanto al caso Giliberti, non è possibile mettere alla prova le affermazioni del “sensitivo”: l’assassino non fu mai trovato. Il caso Diabolich è tuttora irrisolto, ed è entrato nel mito: potrebbe essere stata una delle fonti di ispirazione di Angela e Luciana Giussani, quando, nel 1962, scelsero il nome per il loro eroe negativo, Diabolik

La descrizione della visita di Croiset a Torino rimane però interessante. Il giornalista che lo accompagnò nel suo tour cittadino era evidentemente impressionato. Notava le “forti emozioni” che Croiset provava in alcuni tratti, le corrispondenze tra gli schizzi del sensitivo e il paesaggio, e non si chiedeva se potessero essere frutto del caso, o di informazioni ottenute con mezzi più prosaici. Il sensitivo era molto bravo nel tenere le sue affermazioni lungo una linea d’ombra: abbastanza vaghe da poter essere adattate a molte circostanze, ma puntuali a sufficienza da far sospettare che qualcosa avesse visto sul serio; troppo generiche per essere utili alle indagini, ma abbastanza specifiche da risultare impressionanti per i giornali, gli appassionati di misteri, il pubblico.

Croiset è stato l’antesignano di molti sensitivi “da rotocalco”, pronti a farsi pubblicità dando il proprio parere su casi di cronaca più in vista. L’omicidio Giliberti rimase irrisolto per ragioni facili a immaginarsi: mancanza di prove, difficoltà investigative, una scienza forense ancora acerba (oggi, con il test del DNA, forse le cose sarebbero andate in altro modo). Non serviva un veggente per risolverlo. Servivano indizi concreti, testimoni affidabili, prove fisiche, ipotesi verificabili, misurazioni, confronto fra linee investigative plausibili. 

Le stesse cose che servono sempre, quando si cerca la verità.

Immagine in evidenza: da sinistra a destra, il giornalista Jack van Belle, il sensitivo Gerard Croiset e il parapsicologo Wilhelm Tenhaeff, fotografati nel 1976. In pubblico dominio, da Wikimedia Commons