28 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Tsukioka Yoshitoshi e il fantasma di un’ubume giapponese… a Torino!

Giandujotto scettico n°199 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Volete vedere un fantasma? Potete farlo al Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino. Beh, non è proprio un fantasma: semmai, è l’illustrazione di una storia di fantasmi, ma è comunque un’immagine che racconta molto sul folklore giapponese e sulle ghost stories del paese del Sol Levante. 

L’opera si trova nella sezione dedicata alle stampe giapponesi: si tratta di Incontro con uno spettro di donna e il suo infante, realizzata da T. Yoshitoshi nel 1865. 

Suetake incontra il fantasma di un’ubume. Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), da Wikimedia Commons, pubblico dominio

L’incontro tra un samurai e un fantasma

Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892) è stato uno degli ultimi grandi maestri dell’arte dello ukiyo-e, un tipo di stampa che utilizzava incisioni su legno per dar vita a scene colorate. Yoshitoshi usava questa tecnica per comporre soggetti che oggi definiremmo pulp: eroi leggendari, omicidi e, appunto, storie soprannaturali. 

Come indica il titolo nel cartiglio in rosso in alto, la stampa conservata al MAO fa parte di una serie di 26 fogli intitolati “Cento racconti dalla Cina e dal Giappone” (Wakan hyaku monogatari) ispirata alle leggende dell’Estremo Oriente. Il sigillo del censore include il simbolo dell’anno del Bue e la numerazione del secondo mese del 1865.

La scena mostra il samurai Suma Urabe Suetake in un incontro notturno con lo spettro di una donna e del suo bambino. La notte è ventosa e Suetake, mentre afferra il cappello in modo che non voli via, porta la mano destra all’elsa della sua wakizashi, la spada corta, mentre lo spettro si avvicina. La donna appare emaciata e afflitta, con il bambino stretto al seno. La veste inferiore macchiata di sangue rivela la sua tragica fine: si tratta di un’ubume, il fantasma di una donna morta durante il parto. Un’ala che spunta dalla sua schiena ne sottolinea la natura ultraterrena.

Ma qual è il racconto a cui fa riferimento l’incisione? E che cosa rappresentava l’ubume per chi osservava questa scena?

L’ubume: il fantasma di una madre

L’ubume, come si è detto, è il fantasma di una donna morta durante la gravidanza o durante il parto: uno yōkai, cioè uno spirito soprannaturale. Nel Giappone feudale la continuazione della famiglia era considerata un compito fondamentale per le donne; quelle che non portavano a termine la gravidenza venivano additate come colpevoli verso il loro ruolo e il loro consorte. La colpa della morte del bambino in grembo ricadeva unicamente sulle loro spalle: per questo, si arrivò a pensare che le madri morte di parto precipitassero in un inferno con uno stagno di sangue, oppure che vagassero senza pace sulla terra.

Nelle incisioni giapponesi, le ubume sono di solito rappresentate come donne dai lunghi capelli neri, con il seno scoperto e con un kimono che copre solo la parte inferiore del corpo, macchiato di sangue. A volte, però, hanno anche dei tratti da uccello, come il becco o le ali: in giapponese il termine ubume viene infatti scritto con un kanji (simbolo) usato in Cina per rappresentare un uccello leggendario, che la tradizione dipingeva come la reincarnazione di una donna morta di parto. Le due tradizioni hanno finito per confondersi l’una con l’altra.

Il fantasma dell’ubume non è sempre un fantasma spaventoso: a volte è semplicemente uno spirito materno in cerca di aiuto, o che cerca di provvedere ai bisogni del suo bambino, vivo o morto che sia. 

Raffigurazione di un’ubume, circa 1700, digitalizzata dalla Brigham Young University. Da Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Una leggenda metropolitana moderna sull’ubume

Molto bella è, in questo senso, una leggenda metropolitana che a quanto pare è raccontata ancora oggi nella zona di Tokyo:

Lungo le rive del fiume Sumida, che scorre vicino a Tsukiji [un quartiere di Tokyo, NdR], c’erano bancarelle che vendevano pesce fresco e il dolce per i bambini noto come amazake. In questa storia ogni sera a tarda notte una donna che stringeva un bambino andava da un certo commerciante di amazake per comprare da lui il dolce, che poi dava a suo figlio. Il commerciante di sake, intuendo qualcosa di misterioso in questa donna, una notte la seguì e la vide mentre si dirigeva dalla sua bancarella verso la sala principale del tempio, dove scomparve come una candela che si spegne all’improvviso. Quando ciò avvenne, il commerciante di sake poté sentire il pianto di un bambino che proveniva da qualche parte nel cimitero. Seguendo il suono fino a una tomba scavata di fresco, il commerciante di sake chiese aiuto per aprire la tomba e, quando aprì la bara, trovò un bambino che piangeva accoccolato tra le braccia del cadavere di sua madre. Così si dice. (Da Hyakumonogatari Kaidankai, Due storie di ubume)

La storia è piuttosto interessante, perché ricorda molto da vicino una  “storia da campeggio” americana, raccolta da S.E. Schlosser nel volume Spooky California. Siamo ai tempi della Grande Depressione, cioè, agli inizi degli Anni 30 del Novecento; una donna pallida e smunta si presenta in una drogheria di Yuba City e mette sul bancone tre bottiglie vuote. Il proprietario le riempie di latte e le indica il costo: “dieci centesimi”. La donna le prende e scappa via senza pagare e senza dire una parola; l’uomo però la lascia andare, leggendo la preoccupazione sul suo volto. Il giorno dopo la donna si ripresenta con le tre bottiglie vuote, e la scena si ripete. L’uomo pensa che la donna dev’essere disperata e senza soldi, e la lascia di nuovo fuggire con il latte. Lo stesso avviene il terzo giorno. Questa volta l’uomo la insegue fino a un cimitero, dove la donna raggiunge una lapide e scompare; dal terreno sembra salire il rumore di un pianto. L’uomo chiama la polizia, la bara viene dissotterrata e aperta. Al suo interno giace la “ladra”, morta; tiene in mano le bottiglie di latte appena prese, e tra le braccia un bambino ancora vivo.

Sarebbe interessante sapere se sia stata la leggenda giapponese a influenzare quella statunitense, o il contrario, oppure se si tratti di tradizioni diverse. 

Suetake incontra l’ubume

La vicenda a cui fa riferimento la stampa di Yoshitoshi è invece tratta dal Konjyaku Monogatari, una raccolta di oltre mille racconti risalente al 1100 circa. Qui l’ubume è un fantasma decisamente più spaventoso rispetto alla leggenda moderna, che infesta un fiume nell’antica provincia di Mino (l’odierna Gifu).

Una notte, il nobile Minamoto no Yorimitsu (948-1021) si trova accampato con i suoi servitori vicino a quel fiume, e uno dei soldati mette in guardia i suoi commilitoni: l’ubume appare tra i flutti come una donna con un neonato in braccio, che supplica i passanti di salvare suo figlio portandolo a riva. Se un uomo è così sciocco da accettare, scopre che quel fagotto con il bambino si fa a ogni passo sempre più pesante, fino a quando non diventa così gravoso da trascinare in acqua il malcapitato, facendolo annegare. 

All’udire la storia, gli uomini di Yorimitsu sono troppo spaventati per attraversare il fiume; tutti tranne il leggendario samurai Suetake, che si limita a ridere dicendo che non crede a quelle sciocchezze, e che avrebbe attraversato il fiume da solo, di notte. Avrebbe lasciato una freccia sulla riva opposta, come testimonianza della sua impresa. Tre uomini lo seguono per assicurarsi che non bari, scagliando la freccia oltre il fiume con il suo arco. 

Che cosa sentono, questi tre testimoni? Dall’oscurità emerge la voce di una giovane donna, accompagnata dal pianto di un bambino. La donna appare accanto a Suetake, pregandolo di prendere il neonato e di portarlo sano e salvo oltre il fiume. Nonostante il pericolo, Suetake accetta. Ad ogni passo, il fardello diventa sempre più pesante, ma Suetake è forte e resiste alla furia delle onde. Dietro di lui, la donna inizia a urlare disperata, implorando Suetake di restituirle il bambino, ma il samurai continua fino a raggiungere la riva. Quando arriva all’accampamento, apre con orgoglio il fagotto per mostrare a tutti il figlio dell’ubume. Il bambino però era scomparso: al suo posto c’è soltanto un mucchietto di foglie bagnate, raggruppate nella forma di un bambino.

Un’antica storia esemplare?

Il racconto fa parte del genere setsuwa, che potremmo paragonare agli exempla dei sermoni medievali cattolici: si trattava di storie brevi, spesso presentate come fatti davvero accaduti ma ricche di elementi fantastici, utilizzate dai monaci buddisti per animare i sermoni e trasmettere insegnamenti morali. Durante il periodo Heian (794-1185), si era infatti sviluppato il cosiddetto Buddismo della Terra Pura, che basava la sua dottrina più sulla fede che su rituali elaborati o sullo studio dei testi sacri. Questa corrente del Buddismo, diventato popolare tra le classi meno agiate, sviluppò la sua predicazione tramite racconti esemplari che fornivano consigli su come praticare la compassione e superare gli inganni del mondo. I suoi monaci ebbero probabilmente un ruolo significativo nella compilazione del Konjaku Monogatarishū. I temi dei suoi racconti spaziano dal soprannaturale, agli insegnamenti morali, agli aneddoti di vita quotidiana. Spesso protagonisti erano personaggi storici come samurai, nobili e monaci, a cui venivano attribuite vicende più o meno fantastiche: è il caso di Suetake, guerriero vissuto più di un secolo prima rispetto alla compilazione della raccolta.  

In un periodo in cui l’esercito stava emergendo sempre più come classe dominante e in cui molti credevano che il mondo stesse sprofondando in un’era di disordine, storie come quella di Suetake e dell’ubume servivano ad esaltare virtù come il coraggio e l’onore militare, presentando i guerrieri come protettori del popolo contro i pericoli della natura e del soprannaturale.

La stampa di Yoshitoshi, dunque, non è soltanto la rappresentazione visiva di una leggenda: è un invito a riflettere sui temi dell’onore, della morte e del confronto con l’ignoto. Racconta di come l’ubume, con la sua presenza inquietante e tragica, abbia continuato nei secoli ad esercitare un fascino profondo sull’immaginario giapponese, di cui la stampa conservata al MAO di Torino offre una rappresentazione potente ed evocativa.

Immagine di apertura di Franz Bachinger da Pixabay