Le masche della peste: la caccia alle streghe di Spigno Monferrato
Giandujotto scettico n° 198 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Manzoni ha raccontato in modo difficile da dimenticare la peste del 1630: la sofferenza, il senso di rassegnazione, la ricerca di capri espiatori. A Spigno, nel Monferrato, i presunti colpevoli non erano “untori” come quelli dei Promessi Sposi: a diffondere la peste, si diceva, erano le masche, ossia, donne (ma anche uomini) che avevano stretto un patto col diavolo. Furono queste dicerie, nel 1631, causa di un processo contro quattordici persone, accusate di aver commesso “molti assassinamenti et stregherie”.
La peste infuria, il pan ci manca
Spigno è un piccolo comune dell’Alessandrino che conserva parecchie tracce del suo passato medievale. Intorno al 1630 era un marchesato governato da Marco Antonio Asinari Del Carretto. Fu durante il suo dominio che si svolse la tragica caccia alle streghe di cui vi raccontiamo oggi.
I documenti del processo furono ritrovati negli Anni 90 dallo storico Leonello Oliveri fra le carte dell’archivio vescovile di Savona, a cui faceva capo la parrocchia di Spigno. Oggi i suoi studi, pubblicati in origine all’interno del Bollettino Storico Bibliografico Subalpino (vol. XCIII, Deputazione Subalpina di Storia Patria, Torino, 1996), sono stati messi a disposizione sul web dall’autore. I documenti che hanno permesso la ricostruzione del caso sono di due tipi: il primo, gli atti del processo (acta criminalia), incompleti, che coprono il periodo dal 9 al 18 luglio 1631 e che comprendono l’esame delle testimonianze e l’interrogatorio di una delle imputate. A questi si sommano le corrispondenze intercorse tra le varie autorità: il parroco di Spigno, il vescovo di Savona, l’inquisitore di Genova, la Congregazione del Sant’Uffizio di Roma e il marchese di Spigno. Queste lettere rivelano dettagli importanti sulla genesi del processo, sul suo svolgimento e la sua conclusione.
Soprattutto, fanno capire il contesto in cui si sviluppò quella caccia alle streghe: nel 1630 la peste dilagava in tutta l’Italia settentrionale e aveva raggiunto anche la Val Bormida e la stessa Spigno. Con l’imperversare della Guerra dei trent’anni il piccolo marchesato, situato su una via di comunicazione strategica tra la Spagna e i suoi possedimenti nell’Italia del nord, subì il passaggio degli eserciti e le conseguenze della guerra. Poi, con l’inverno, il contagio sembrò attenuarsi: a gennaio ci fu un breve periodo di tregua; il parroco, don Verruta, espresse la speranza che l’epidemia fosse cessata. Ma con la primavera del 1631 il morbo tornò e morirono in molti. Paura e disperazione attanagliavano la popolazione. Fu questa, probabilmente, la causa scatenante della caccia alle streghe.
A metà dell’estate del 1631 iniziò dunque il procedimento contro le presunte masche (cioè streghe) della zona. Senza la peste ad accendere gli animi forse non ci sarebbe stato nessun processo.
Si apre la caccia
Il 9 luglio 1631 il procuratore fiscale della Curia di Spigno, Vincenzo Bachiello, (in pratica, l’accusa del processo) si presentò all’arciprete locale don Giovanni Verruta denunciando che in una frazione del paese, Rocchetta di Spigno, c’erano “christiani e christiane poco timorate di Dio Benedetto che comettono molti disordini come inhobedienti a S.ta Chiesa, massime di streghe, comettendo molti assassinamenti et stregherie”. Il 12 luglio si iniziano a interrogare i testimoni. La prima udienza si svolse proprio a Rocchetta, dove si trasferirono Verruta, Bachiello, e altri notabili.
Tra gli abitanti del luogo interrogati in proposito, un uomo di 55 anni raccontò al procuratore di aver “sempre sentito nominare che Margarita Bracha sia masca e strega”. Un settantenne confermava: anche lui aveva sentito le voci secondo cui Margarita sarebbe stata una strega. Consigliò agli inquirenti anche di indagare su un certo Bartolomeo Perletto, detto Caramello. Un terzo testimone, Petrus Matia, rincarò la dose: una persona gli aveva detto di aver visto Margarita Bracha e sua figlia, di notte, spettinate. C’era poi un’altra donna, “Bianchina Suliana o sii Santino”, che non frequentava la chiesa e “non viene mai tre volte l’anno a messa”, e correvano voci sul fatto che il figlio di un nobilotto del posto sarebbe stato “mascato” (cioè ucciso tramite un incantesimo) da Margherita Bracha.
Ma fu con il quarto testimone che l’indagine entrò nel vivo: Bartolomeus Ferrarius racconta di aver visto, quattro anni prima, il già accusato Bartolomeo Perletto detto Caramello condurre un becco, cioè un caprone, per la barba. In quell’occasione, avrebbe affermato: “questo è il mio padrone e quello che mi governa, mi dà denari e tutto quello (che) ho bisogno”.
Fu poi il turno di Maria de Fornarinis, moglie di Franciscus de Fornarinis, i nobili il cui figlio sarebbe morto “per incantesimo”. Si trattava del piccolo Alberto, di undici giorni, sanissimo fino all’incontro con Margarita, che ne avrebbe lodato la bellezza. Subito dopo, però, il dramma:
“Tanto tosto fu partita essa Margarita, cominciò a lamentarsi et haver male e consummò in maniera che in tre giorni morì secho essangue, tortute le gambe, e sopra le reni havea un segno che parevali una mano infuocata nella quale si vedevano le proprie dita”.
Gli interrogatori proseguono
Al termine della prima udienza, il procuratore aveva raccolto elementi contro sei persone, anche se per il momento si limitava ad arrestarne due: si trattava di Margherita Bracha, presunta autrice dell’infanticidio, e di Bianchina Suliana, quella accusata di non frequentare la messa. Il 14 luglio 1631 le due donne furono rinchiuse in due luoghi separati, Margherita nelle stalle del castello, Bianchina in un vano sotto il campanile. Lo stesso giorno, però, gli interrogatori ripresero; proseguiranno anche nei giorni successivi.
I testimoni sfilarono uno a uno sotto gli occhi del procuratore, e puntualmente confermarono le voci: sì, avevano sentito dire che Margherita Bracha era una strega. La notte del “mascamento” del bambino, una donna aveva udito “li più brutti urli e gridi di gatti”. Un altro padre raccontò che Margherita gli aveva preso in braccio un figliolo, Bernardino, morto anzitempo e “al quale subito venne una tosse che pareva infredato e da lì a quel tempo mai più parlò”. Un testimone raccontò poi che un amico gli avrebbe riferito di aver sentito rumori notturni, di persone che ballavano sotto a un albero.
Contro Bianchina, oltre alla scarsa propensione a frequentare la chiesa, si aggiungeva un ulteriore elemento: la povera donna era stata vista parlare da sola, in diverse occasioni, “e nel suo parlare pare parli con un’altra persona e pure si vede sola”. Mentre si trovava nell’orto, ad esempio, era stata udita affermare “guardate quanti bei pomi ha questo mio arbore”. Ma “nell’orto non si vedea se non essa sola”. Il parere del testimone – peraltro, parente della donna – era tranchant:
“Io giudico che parlando nella forma sudetta parli più tosto con spiriti diabolici che altro”.
Una guaritrice di paese
Le accuse, dunque, si concentravano su persone devianti dalla norma, e quindi sospette: donne che non andavano a messa, parlavano da sole, o che semplicemente erano povere; uomini dal comportamento bizzarro che disquisivano con i caproni; persone che la voce popolare accusava da sempre di essere streghe. E poi Margherita Bracha, che nella comunità svolgeva il ruolo di “guaritrice di paese”. Il sospetto contro di lei veniva in parte dal suo lavoro, in parte dai suoi legami familiari: sua sorella e suo fratello erano già stati giustiziati in un paese vicino, “per sospetto che siano masche e masconi”.
L’interrogatorio di Margherita è piuttosto interessante. La donna sapeva perfettamente di essere stata arrestata perché “da tutti sii tenuta per una masca”. Gli inquirenti notarono che aveva il ventre arrotondato, e le chiesero se er incinta: sarebbe stato un brutto segno, visto che era vedova. Lei rispose
“sono venti anni che io non partorisco più figlioli, et hora sono pregna di pane e di vino”.
Le chiesero dettagli sul suo lavoro di guaritrice. Replicò di saper curare solo il “male della giazza” (una malattia che colpisce i bovini, causata in genere dalle cattive condizioni delle stalle) e i vermi, entrambe trattate con filastrocche e con la recita di cinque Pater noster e cinque Ave Maria.
Come accaduto in molti altri casi di caccia alle streghe, in tempi tranquilli i “servizi” di Margherita erano ricercati dagli abitanti del paese per lenire piccoli malanni, ma diventavano un capo d’accusa in tempi di difficoltà, secondo il principio che chi poteva usare quelle tecniche per fare il bene, poteva usarle anche per fare il male, cioè per maledire bambini e per causare la peste.
Un problema di giurisdizione
Intorno a questo caso si innescò un conflitto tra le varie autorità in gioco. Il marchese di Spigno, Alfonso Asinari Del Carretto, sosteneva le accuse popolari, forse anche per evitare rivolte, e premeva perché tutte le persone accusate fossero giustiziate il prima possibile. Il vescovo Francesco Maria Spinola, invece, si trovava lontano dal paese, a Savona; deciso a non andare sul posto a causa della peste, aveva delegato a rappresentarlo l’arciprete locale, Giò Verruta. Nell’archivio vescovile di Savona sono conservate le lettere tra i due, con il primo estremamente dubbioso sulle accuse, e il secondo perplesso per l’esitazione del suo superiore.
Quando il marchese di Spigno fece torturare gli accusati per estorcergli la confessione, il vescovo protestò: solo la Chiesa poteva autorizzare la tortura in processi del genere. Il suo comportamento sembrava completamente volto a prendere tempo: prima chiese le trascrizioni del processo, poi scrisse al Santo Uffizio, a Roma, chiedendo un parere.
Nel frattempo, però, la situazione a Spigno si era aggravata: sottoposti a tortura, streghe e stregoni avevano confessato tutti i loro “crimini”. E avevano tirato in mezzo altre persone.
Magia tempestaria, vasetti di peste e sesso coi demoni
Le confessioni degli accusati dicono molto sull’immaginario stregonesco nel Piemonte della prima metà del Diciassettesimo secolo. Caterina Marenca, una delle accusate, resisté a due ore di tortura, ma poi confessò (“liberamente”, secondo la tragica relazione del vicario del Vescovo) di essere una masca. Raccontò ai giudici il suo patto col diavolo:
“essendo d’inverno senza pane et alimenti per li figlioli chiamò (che) o Dio o il Diavolo l’aiutasse, quindi le comparve il Diavolo vestito di verde, in forma di un bel giovane che le disse non dubitasse perché se avesse fatto a suo modo l’haveria provista di tutto quello (di cui) avesse avuto bisogno”.
A quel punto il Diavolo le avrebbe fatto tracciare la croce in terra e gliel’avrebbe fatta calpestare, obbligandola a rinnegare Dio, la Beata Vergine, la passione di Cristo e il battesimo. Le avrebbe poi fatto un gesto sulla fronte volto a cancellarle il segno della cresima, e infine
“si fece adorar col farsi baciar il cullo et conobbe sodomitice carnalmente essa”.
Tra gli accusati c’era anche Giacomo Aurame, che ammise di essere uno stregone e di “esser andato a portar la contagione a Spigno tre volte” tramite un vasetto contenente la peste consegnato dal diavolo in persona. Nella sua confessione compariva anche la magia tempestaria, cioè quella che riguarda gli elementi atmosferici: l’uomo affermò di esser andato ad concitandas grandines, a suscitare grandinate. Lo avrebbe fatto con un rituale su una montagna:
“essendo chiamato dal Diavolo, andò sopra un monte, dove erano tutte le sudette (streghe) e fatto un fossetta ivi tutte orinarono, come anche il Diavolo, indi mescolando quell’orina il Diavolo vi mise un poco di polvere, et levandosi in alto fumo si fanno nuvole, da dove dicono al diavolo: metti giù, metti giù”.
Lucia Rodana raccontò di essere andata con altri accusati “a commetter molti malefici”, di aver suscitato le tempeste e di aver ballato sotto un noce a mezzanotte, “indi furono conosciute dal diavolo sodomitice”. Anche lei aveva contribuito “a portar la contagione a Spigno nel mese di ottobre, et mostra le case unte di contagio”. Marieta Barbera, strega da quattro anni che confessava di “essersi data al diavolo per libidine”, disse di aver unto anche lei le case usando un bastone spalmato di unguento. Anche Lucia Peirana, “strega da tre anni”, ammise di possedere una “pignatta di untagio” (l’unguento che si riteneva causa della peste). Perquisita la sua abitazione, l’arma del delitto fu ritrovata e bruciata pubblicamente nella piazza del castello.
C’era poi Bartolomeo Perletto detto Caramello, quello che era stato visto parlare col caprone, che inizialmente “si sostiene (come) huomo da bene”, poi però “da tutte le altre le vien sostenuto in faccia esser masco et esser andato con loro a sonare di notte”. E quindi anche lui “si risolve, et confessa esser uno stregone da 20 anni in qua”, e di esser stato presente al momento della preparazione dell’unguento, avvenuta a Cagna: al rituale avrebbero preso parte ben trecento persone. L’uomo ne diede anche la ricetta:
“serpi velenose, bisce, babbi [cioè rospi], scelestri [ramarri], laioli [salamandre] et simili animali con erbe posteci dentro dal Diavolo”.
Nella relazione dell’arciprete al vescovo figuravano undici nomi, quelli di nove donne e di due uomini, anche se la conclusione del suo racconto sembra portare a ben quattordici il numero degli accusati:
“Tutte le incarcerate, che sono 14, hanno confessato, fuor d’una convi(n)ta da complici nei delitti, che per opera del Diavolo nega tuttavia”.
Cala il sipario
Mentre le confessioni avevano luogo, si teneva un tira e molla tra il vescovo, che era ancora a Savona e rimaneva poco convinto dalle accuse sulle “pretese streghe”, e il suo vicario, don Verruta, che invece subiva le pressioni delle autorità civili e sosteneva che si doveva far presto “per sradicar simili bestie”. Si andò avanti così fino all’inverno.
Il 31 gennaio 1632 la Congregazione del Santo Uffizio a Roma rispose al vescovo di Savona, definendo il processo contro le presunte streghe di Spigno pieno di “nullità”:
“non solo perché sono state esaminate confusamente, ma ancora perché non consta del corpo di delitto alcuno e non di meno alcune di loro sono state tormentate eccessivamente per due ore e più di horologio”.
Il Santo Uffizio ingiunse al Vescovo di sottrarre gli accusati alla giustizia civile e ne ordinò il trasferimento in un luogo sicuro per un nuovo interrogatorio. Con gli accusati lontani dalla folla impaurita, e senza suggerirgli i delitti commessi, il processo avrebbe sicuramente preso tutt’altra piega:
“In fine della causa ella vedrà che non vi sarà fondamento, come si può credere dal sommario”.
Il 12 febbraio del 1632, l’inquisitore di Genova, informato dalla Congregazione del Sant’Uffizio, scrisse al vescovo di Savona chiedendo informazioni dettagliate sul processo e ordinando di fermare le esecuzioni. Il 17 febbraio ancora il vescovo ordinò a don Verruta di fare in modo che il podestà di Spigno non emettesse sentenze di condanna contro gli accusati.
L’arciprete notificò ufficialmente al podestà di Spigno l’ordine, ma il 29 febbraio il marchese di Spigno, scrisse al vescovo informandolo che, con suo grande dispiacere, le donne accusate di stregoneria erano tutte morte
“giacché per la longhezza et dilatatione (del processo) sono tutte morte et con haver finito avanti hieri di passar la barca di Caronte ci hanno levato a tutti questo impaccio come detto Signor Arciprete le havrà avisato”.
Così si chiuse il processo nei confronti delle masche di Spigno. È difficile capire quale sia stata la vera sorte dei quattordici accusati. È possibile che una parte sia effettivamente morta (magari per la peste, per le conseguenze delle torture, forse anche perché ne fu fatta giustizia sommaria). Le lettere di don Verruta al vescovo, che chiedeva di indagare se le donne fossero morte di morte naturale, rivelano però un’altra storia: il podestà di Spigno aveva estorto denaro alle famiglie degli incarcerati per la loro liberazione, e una di loro era stata rilasciata. Altro non sappiamo. Poco tempo dopo morì anche il marchese di Spigno. Così, su questa tristissima vicenda calò il sipario.
Una vicenda interessante, e per molte ragioni
Ci sono due particolari di rilievo, nella vicenda di Spigno Monferrato. Il primo risiede nelle ragioni che portarono alla caccia: i processi per stregoneria erano spesso un modo terribile per risolvere i problemi che tormentavano la comunità. Di fronte all’infuriare della peste, i paesani non trovarono di meglio che accusare le masche di averla causata. Occorreva dunque fare pulizia di tutti quei concittadini che in altri periodi venivano tollerati senza eccessivi problemi, ma che in periodi di crisi diventavano elemento di pericolo: persone dalle abitudini bizzarre, poco religiose o in qualche modo devianti. La caccia alle streghe fu anche una tragica ricerca di capri espiatori contro eventi che la comunità nel suo insieme non era in grado di controllare.
Il secondo dettaglio interessante è il ruolo dell’Inquisizione. Siamo abituati ad attribuirle il ruolo del “cattivo” per eccellenza, e, in molte occasioni, cattiva lo fu. Ma non sempre: lontano dal contagio e dalle dicerie locali, il Santo Uffizio poteva permettersi il lusso di guardare a quelle accuse con maggior distacco. Ricevuta la documentazione dal vescovo di Savona, l’Inquisizione aveva notato che nella procedura erano presenti parecchi motivi di nullità: le donne erano state esaminate in modo confuso, tormentate eccessivamente, e non c’erano prove degne di questo nome. Occorreva rifare il processo lontano dalla folla terrorizzata che voleva la loro morte, e “senza suggerirle cosa alcuna”. Lontani dalla peste, lontani dal panico collettivo.
Questo atteggiamento non è un unicum nel panorama italiano: anche in un caso ben più celebre, quello delle streghe di Triora (Imperia), l’Inquisizione di Roma andò contro le decisioni delle autorità locali. Stessa cosa, nella vicenda di Gostanza da Libbiano, una levatrice incarcerata a San Miniato, in Toscana, nel 1594 e rea confessa di essere una strega. In quell’occasione l’inquisitore di Firenze, Dionigi di Costacciaro, era intervenuto nel processo per smentire il collega francescano che la accusava: “s’è veduto che cotesta povera vecchia tutto à detto per tormenti e non è vero niente”. Alla fine, Gostanza fu liberata.
La vicenda delle masche di Spigno ci ricorda che la ricerca sulla storia della caccia alle streghe è anche analisi dei conflitti fra poteri, fra idee diverse sulla psicologia umana e di scontri tra chi credeva fermamente all’intervento irresistibile del Maligno e chi dubitava dell’attendibilità delle confessioni ottenute sotto tortura. Come avviene sempre quando si impiega il metodo storico, ogni caso è una questione a sé, ed è sottostando a questa direttiva che le fonti disponibili meritano di essere studiate.
Immagine: “Pesta”, personificazione della peste tipica del folklore scandinavo. Disegno di Theodor Kittelsen (1857-1914), da Wikimedia Commons, pubblico dominio.
