Meteore, stelle cadenti… e cose strane sul Cuneese fra Otto e Novecento
Giandujotto scettico n° 192 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Nel 2017, Fulvio Romano, già preside e docente di storia e filosofia in licei cuneesi e di antropologia culturale presso l’Accademia di Belle arti di quella città, ma soprattutto studioso di meteorologia (collabora regolarmente con il quotidiano La Stampa) ha pubblicato in formato ebook un libro interessante anche per noi: Burrasche, comete e stelle cadenti. Meteorologia e astronomia nell’Ottocento piemontese (edizioni Adovest, Cuneo). Non si tratta certo di un’uscita recente, ma la sua originalità e il suo rilievo per le questioni di cui ci occupiamo ci sono sembrati tali da spingerci a presentarlo..
Quello di Fulvio Romano è un libro che si avvale di un gran numero di fonti archivistiche e di pubblicazioni periodiche e librarie dei decenni di cui si occupa, ma che deve molto ad una rivista che fece storia, nella nascita della meteorologia italiana.
Questa rivista, dalla quale il professor Romano attinge a piene mani, era il Bullettino mensile di meteorologia, che visse dal 1866 al 1894 per iniziativa di uno studioso geniale, uno dei padri della meteorologia italiana e degli studi su bolidi e meteore. Si trattava di Francesco Denza, che dal suo osservatorio di Moncalieri, sorto nel 1859, creò in varie regioni e soprattutto in Piemonte una rete di corrispondenti e di osservatori moderni per i fenomeni meteorologici e per quelli astronomici e dell’atmosfera in generale.Il lavoro di Romano riferimento in più parti a osservazioni “strane”, alcune delle quali davvero interessanti.
Meteo, meteore e aurore boreali

In primo luogo, Romano dedica ampio spazio ai tentativi che (anche) i meteorologi del Cuneese e piemontesi, nella seconda metà del XIX secolo facevano per provare a legare le variazioni più violente del clima con i massimi degli sciami meteorici (pp. 38-39, 48-50).
Tentativi destinati a fallire, ma spinti almeno da due motivi. Il primo è che proprio in quei decenni si stava concludendo il periodo della storia meteorologica recente nota come Piccola era glaciale, che durava dalla metà del Cinquecento. La conseguenza della fine di quella fase era che le manifestazioni di calore colpivano parecchio gli studiosi: gli risultavano anomalie per le quali cercavano una causa straordinaria.
Il secondo motivo, è che per gli astronomi di quel momento, in mancanza di modelli soddisfacenti per il comportamento di bolidi e meteore, era fondamentale raccogliere il maggior numero possibile di osservazioni ottiche e descriverle con la massima cura. La caccia alla meteora, la descrizione accuratissima, i disegni, a volte immaginifici, delle meteore, la discussione di ogni loro minuzia si traduceva in un culto esagerato dell’empirismo, tanto apprezzabile, quanto privo di grandi prospettive. I meteorologi del Piemonte meridionale s’inserirono in questi tentativi. Proprio per questo, vi consigliamo le pagine di Romano che mostrano gli errori del ragionamento che facevano.
Va detto che nell’entusiasmo per il possibile rapporto meteore-andamento meteorologico,si distinse per prudenza un altro piemontese illustre come Giovanni Schiaparelli. Del resto, era stato lui che, nel 1863, aveva già intuito quale era la vera correlazione causale da considerare: quella tra “stelle cadenti” e orbite cometarie. Sul ruolo decisivo dell’astronomo di Savigliano in quel settore il volume di Romano si sofferma a lungo.
Interessantissime sono le relazioni sul superbolide del 25 gennaio 1869 e soprattutto su quello dell’8 settembre dello stesso anno, ma ancora di più lo sono quelle concernenti un fenomeno allora davvero ben lungi dall’essere spiegato: le aurore boreali. Nel 1870, anno del massimo di attività del ciclo solare undecennale, in Italia e in Piemonte ne furono osservate alcune clamorose. Accadde il 3 gennaio, ma in modo senza pari nella notte fra il 24 e il 25 ottobre. Ce ne furono parecchie nel febbraio del 1871 e ancora sino a novembre, e poi nei due anni successivi. Di quelle piemontesi di quel periodo abbiamo scritto qui.
Questa serie di fenomeni vistosi, spiega Romano, fornì anche frutti scientificamente di un certo rilievo: confermò la (corretta) correlazione che i meteorologi piemontesi rilevano da anni tra variazioni dell’attività del campo magnetico terrestre e macchie solari, anche grazie all’eliofotometro, un apparato costruito da un meteorologo, naturalista ed eccezionale ideatore di strumentazioni che lavorò a lungo a Bra, Federico Craveri. Grazie alla sua presenza in quella cittadina, lo strumento fu adottato da diversi osservatori meteo della regione. D’altro canto, l’eccitazione per quelle manifestazioni li indusse pure a scrivere su relazioni del tutto spurie tra aurore e terremoti, addirittura con sismi di natura locale, come quelli della zona di Mondovì degli inizi del 1871 (pp. 72-75).
Luna, caligine… e clima
Cose analoghe si possono dire per l’idea, trascinatasi sino al periodo esaminato da Romano, che vi fosse un legame fra fasi lunari e clima. Sul punto, nel 1866 Schiaparelli aveva scritto una sua memoria, ma gli scambi epistolari dell’astronomo saviglianese con Denza mostrano che, quasi subito, entrambi approdarono a conclusioni scettiche. Denza non esitava ad ammettere di aver sprecato molto tempo, all’osservatorio di Moncalieri, misurando piogge e lune senza approdare a nulla. Rapidamente, capì anche meglio di Schiaparelli che l’applicazione della statistica descrittiva a campioni ripartiti su periodi di tempo lunghi a sufficienza risultava letale, per quelle antiche ipotesi.
Anche la caligine estiva di quegli anni colpiva parecchio gli studiosi piemontesi. Il 23 agosto 1881, ad esempio, in molte località italiane furono segnalati particolari fenomeni ottici nell’atmosfera. A Cuneo, rilevava nel suo diario il meteorologo Giovanni Cossavella (1834-1919), direttore di un Osservatorio posto su una torre del Liceo Classico “Silvio Pellico”, “in ore antimeridiane, il Sole dietro un sottile velo di nebbia illumina il suolo di una strana luce rosso-giallastra”. Quel giorno “raggi rossi” erano stati segnalati anche a Brescia, mentre a Rovigo, Modena e Città di Castello (Perugia) il disco solare aveva assunto una tinta giallo-aranciato. Romano spiega (p. 41) come le fonti meteorologiche del tempo dimostrano che gli eventi di quel giorno furono dovuti alla nebbia da caligine che gravava su buona parte dell’Italia – non certo a qualcosa che accadeva sul Sole.
Un “vero” UFO!
A parte altri fenomeni ottici spettacolari ma che non sorprendevano più di tanto neppure allora, come l’insieme di alone solare e parelii descritti da Denza a Moncalieri, nel volume di Romano c’è posto almeno per un “vero” UFO. Lo s’incontra nel capitoletto intitolato Meteore e fenomeni “strani” (pp. 95-99). Purtroppo, per un refuso, l’episodio nel testo è privo di indicazione della fonte. Interrogato dal Giandujotto scettico, l’Autore ci ha confermato che la notizia era apparsa sul Bullettino di Denza in numero risalente agli Anni 70 del XIX secolo.
Ecco il breve racconto:
Naturalmente osservare il cielo significa anche aumentare le possibilità di scorgere fenomeni “strani”, non immediatamente spiegabili, o come diremmo oggi, fenomeni ed oggetti non identificati, i fin troppo noti UFO.
È ciò che succede nella notte tra il 15 ed il 16 luglio, alle ore 3 e un quarto, a Mondovì all’infermiere del Collegio di don Carlo Bruno, che “vide di un tratto un grosso globo luminoso, che stava sospeso e fermo a poca altezza sopra la valletta dell’Ellero, che corre ai piedi di questa collina. Aveva forma ovale coll’asse maggiore in direzione verticale, ed era la sua luce di color bianco e poco splendente, di un’estensione ragguagliata da lui alla capacità di una botte di ottobrente. Dopo che egli l’ebbe veduto, gli parve essersi mantenuto fermo nella stessa posizione per la durata di un minuto secondo. Spiccatosi poi di là, e colla velocità di un lampo, corse un trecento metri in linea orizzontale nella direzione della valle; svanì senza rumore e senza lasciare traccia di luce, essendosi prima allungato dall’alto in basso e sformato come fanno le bolle di sapone quando vi si soffia contro. Nella valle non vi hanno terreni paludosi; però a una distanza di 300 a 500 metri in giù del luogo dove fu osservato il fenomeno, sono due pubblici cimiteri”.
Curiosa ma più che naturale l’unità di misura utilizzata dal testimone-infermiere per descrivere la grandezza del globo luminoso: una langarola botte da ottobrente (di vino).
Difficile dire, sulla base di queste poche frasi, di che cosa potesse trattarsi. L’apparente brevità del fenomeno e il suo “sformarsi” verso il basso per poi sparire dopo un moto rapidissimo potrebbe far pensare a un bolide. Si noti il cenno ai cimiteri e alle paludi, tentativo di legare l’episodio a manifestazioni di fuochi fatui – fenomeno allora popolarissimo, sempre a metà fra chimica e folklore (ce ne eravamo occupati qui, specie in funzione del legame con altre, presunte “luci fantasma”).
Diciamo qualcosa di più sull’origine della notizia. È probabile che sia stata mandata a Denza e al Bullettino da un altro importante corrispondente della sua rete meteorologico-astronomica, il religioso don Carlo Bruno (1831-1916). Originario di Murazzano (Cuneo), insegnò fisica presso il Seminario di Mondovì, dov’era anche il collegio presso il quale lavorava il nostro testimone. Dal 1866 don Bruno aveva un osservatorio meteo sull’edificio del Seminario che era parte della rete di osservatori promossa da Denza. Quello di Mondovì, sotto il profilo delle strumentazioni, diventò ben presto il più attrezzato della regione. I suoi quaderni con le osservazioni fatte da don Bruno per decenni sono conservate presso la Biblioteca Diocesana di Mondovì. Chissà che non nascondano altre cose interessanti per il Giandujotto scettico.
La cometa del Santuario di Valmala
In chiusura dell’opera di Romano, una vera chicca di astronomia popolare, ambito sempre ricco di spunti per questa rubrica: la rappresentazione pittorica di una cometa del XIX secolo fatta da un ignoto montanaro in una baita della Val Varaita, lungo una stradina che conduce dal Santuario di Valmala a Bricco, frazione di Venasca, a circa 1300 metri di quota. Purtroppo, ormai ne rimane soltanto una foto: la baita, pericolante, è crollata.
Probabilmente chi lo realizzò non lo sapeva, ma quella stella comparsa accompagnata dall’indicazione 1874 era una delle comete più note di quella parte di secolo, la cometa di Coggia, scoperta a Marsiglia al telescopio il 17 aprile di quell’anno e che nel mese di luglio brillava sui cieli bui delle Alpi Cozie.
Una cosa ci è sempre più chiara: l’enorme numero di curiosità e fenomeni celesti in apparenza misteriosi (e a volte di non ovvia risoluzione) e di false piste imboccate, che rimangono sepolte negli archivi, nelle pubblicazioni colte del tempo e nei diari di astronomi, meteorologi e studiosi di ogni genere dei secoli fra il Settecento e la seconda metà del secolo scorso.
