3 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Quella notte che a Cervarolo uccisero la “stria”

Giandujotto scettico n°188 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Il 22 gennaio 1828 a Cervarolo, un piccolo borgo della Val Mastallone oggi frazione del comune di Varallo (Vercelli), si consumò un delitto che riportò in auge i fantasmi della caccia alle streghe: l’uccisione di Margherita Guglielmina, vedova Degaudenzi. Chi era questa donna? E perché fu uccisa, e in modo così brutale? 

Margherita Degaudenzi, alias “stria gatina”

La storia di Margherita Degaudenzi è stata oggetto di diverse ricostruzioni. Ci basiamo in larga parte su quella meritoria fatta da Luciano Denicola per De Valle Sicida, periodico annuale della Società Valsesiana di Cultura (Pregiudizi popolari e superstizione nella Valsesia di primo Ottocento: il caso di Margherita Degaudenzi, la “strega” di Cervarolo, anno XXIII, 1/2013). Sul caso esiste anche un libro: La strega di Cervarolo. Note storiche su un procedimento penale del 1828, di Caterina Triglia (Corradini, 1983).

Chi era, dunque, Margherita Degaudenzi? Dai documenti archivistici si sa che era nata il 21 maggio 1764 da genitori originari di Ferrara. Si era sposata il 27 novembre 1783 con Giuseppe Antonio Degaudenzi, da cui aveva avuto un’unica figlia, Marta Maria, nel 1789. Prima di stabilirsi definitivamente a Cervarolo, dove viveva con la figlia, aveva lavorato come donna di servizio a Varallo.

Fu qui che, probabilmente, la sua fama di strega iniziò a prendere forma: la donna fu licenziata perché il suo padrone era stanco di “sciocchezze relative alle presunte stregonerie della sua dipendente“. Quando si trasferì a Cervarolo, in località Villa Inferiore, portò con sé quella nomèa. Margherita era soprannominata gatina, cioè gatta, per ragioni non meglio specificate. Era vedova, e a lei era attribuito qualunque incidente si verificasse in paese, in particolare i frequenti incendi che colpirono Cervarolo in quegli anni. Veniva inseguita per strada dai ragazzini del posto, additata, accusata di essere una stria, una strega. Si diceva che anche prima di andarsene da Varallo avesse predetto un incendio che puntualmente si era verificato. Anche il sindaco dell’epoca, Antonio Maria Ricotti, confermava la reputazione della donna: 

“Era creduta per una strega la Degaudenzi, perché diverse predizioni fatte dalla medesima purtroppo si avveravano”.

Le fonti dell’epoca la descrivono in termini simili a quelli che caratterizzavano molte donne accusate nel passato più remoto di stregoneria: all’epoca del delitto era considerata anziana (64 anni, un’età a cui non molti arrivavano, nel primo quarto dell’Ottocento) e vedova, di condizione sociale assai modesta. Aveva un carattere “noioso e petulante” e, probabilmente, non era bellissima: una descrizione del suo aspetto ci arriva da Girolamo Lana, medico originario di Cervarolo, che nel 1830 pubblicò un libro intitolato Errori volgari nella fisica e che probabilmente aveva conosciuto la donna. Nella descrizione di Lana, Margherita aveva 

“statura alta, con una faccia deforme, nera, bitorzoluta, con una guardatura fiera, contorniata da profondo increspamento degli angoli delle palpebre, del tramezzo delle sopracciglia e di tutta la fronte, che la rendeva cupa e minacciosa, con un tono di voce sonoro e risoluto, e tutto ciò accompagnato da un umore ipocondriaco e bisbetico”.

Un presunto maleficio

Nell’inverno tra il 1826 e il 1827, Margherita ebbe una lite con due uomini di Cervarolo, certi Francesco Prino e Battista Folghera, riguardo alla proprietà di una pianta di noce, in un campo già posseduto dalla donna. Mentre i due stavano abbattendo l’albero, Margherita si era presentata rivendicandone la proprietà e, dopo un acceso diverbio, aveva lanciato una “maledizione” contro i due. Secondo i testimoni, pare avesse detto loro: 

“Tra un anno voi non sarete più tra i viventi”.

Il caso volle che, pochi mesi dopo, Francesco Prino morisse improvvisamente “per breve malattia”. Poco tempo dopo, Battista Folghera si ammalò in maniera grave. In paese si cominciò a vociferare della “fattura” lanciata da Margherita.

Fu questo a far precipitare le cose, il 22 gennaio 1828. Quel giorno era festa a Cervarolo: si celebrava san Gaudenzio, patrono di Varallo, e in molti si erano riuniti nell’osteria del paese, di proprietà del vicesindaco Giovanni Delzanno. Tra gli avventori, la conversazione andò a finire su Battista Folghera e sulla sua malattia, ritenuta un effetto del maleficio di Margherita. La condanna per la “strega” era stata quasi unanime. Tra gli avventori dell’osteria, era presente anche Giovanni Antonio Degaudenzi che, secondo la dichiarazione del vicesindaco di Cervarolo, aveva proposto:

“Se uno dei fratelli dell’ammalato volesse farmi compagnia, andrei a casa della Margherita Degaudenzi e mi basterebbe il coraggio di farle disdire quello che ha detto e disfare quello che la medesima ha fatto”.

L’intento era di costringere Margherita a ritirare la maledizione e salvare Battista.

Fu quindi chiamato Carlo Folghera, uno dei fratelli dell’ammalato; ma questi rifiutò, per timore che Margherita facesse a lui “la stessa figura che fece a suo fratello”. Fu allora proposto di agire a Gaudenzio Folghera, un altro fratello di Battista. Gaudenzio accettò di accompagnare l’uomo a casa della strega e “collaborare al tentativo di liberare suo fratello dalla fattura“.

Il delitto

I due si recarono presso l’abitazione di Margherita. L’unica testimone dell’omicidio fu la figlia della vittima, Marta Maria Degaudenzi, contadina di circa trentanove anni che quel pomeriggio era a letto ammalata. La sera del 22 gennaio Marta Maria fu destata dalle grida della madre che arrivavano dalla cucina, al piano inferiore. Scese le scale e vide i due uomini che la stavano percuotendo in maniera selvaggia. Cercò di intervenire, ma fu minacciata e costretta a tornare nella sua camera. Impotente, sentì i due uomini infierire brutalmente sulla madre, dandole “tanti colpi finché l’ammazzarono e quindi se ne fuggirono”.

Le grida di Margherita furono però udite anche da alcuni vicini, che avvisarono il vicesindaco. Questo accorse insieme al castellano Pasquale Folghera, e insieme allertarono le autorità giudiziarie. Gli assassini si diedero alla fuga e non si ebbero più tracce certe di loro. Voci popolari li volevano fuggiti in Francia, o in alta montagna.

Il giorno successivo all’omicidio, 23 gennaio 1828, giunsero a Cervarolo i membri del Regio Fisco del Tribunale di Prefettura di Varallo, tra cui gli avvocati Placido Eduardo Coppa e Francesco Roggeri, e il regio segretario Francesco Leone. Insieme al medico legale Giacinto De Marchi, procedettero all’esame delle ferite: lacerazioni e contusioni concentrate sulla testa e sulla parte superiore del corpo, dovute probabilmente a colpi di bastone o di una pietra. La donna aveva inoltre una grossa contusione al petto e presentava la frattura della prima vertebra lombare.

Connivenze di alto grado

Tra il 23 gennaio e l’8 febbraio 1828 gli inquirenti interrogarono diverse persone del paese: il sindaco Antonio Maria Ricotti, il vicesindaco Giovanni Delzanno, il castellano Pasquale Folghera e la figlia della vittima, Marta Maria. I due assassini, Giovanni Antonio Degaudenzi e Gaudenzio Folghera, furono identificati subito. Il sospetto, però, era che altri li avessero istigati a commettere l’omicidio.

Alcuni testimoni, tra cui Giovanni Antonio Degaudenzi (custode della chiesa), Francesco Ricotti (un parente della vittima) e Michele Degaudenzi (cugino di uno degli assassini), riferirono che i due avevano commesso l’omicidio per ordine dell’amministrazione comunale. Il custode della chiesa dichiarò che Giovanni Antonio Degaudenzi aveva detto pubblicamente che lui e il suo compagno avevano la “permissione dell’amministrazione” e che dunque “lavoravano senza timore”. Francesco Ricotti confermò che i due furono 

“animati dall’amministrazione ad andare ad intimorire la detta Degaudenzi che credevano per una strega, onde la medesima facesse guarire certo Battista Folghera, il quale si credeva ammalato per incantesimo di detta donna”. 

Michele Degaudenzi riportò anch’egli che Giovanni Antonio Degaudenzi gli aveva confidato di aver svolto un lavoro “d’ordine dell’amministrazione”.

Queste testimonianze puntavano il dito contro i membri più eminenti di Cervarolo: coloro che avrebbero forse potuto placare gli animi, e che, invece, avevano in qualche modo avallato la spedizione punitiva. Si trattava del vicesindaco Giovanni Delzanno, del consigliere Giuseppe Tognini e del ventiquattrenne Giovanni Tommasini. I tre furono dunque accusati di “istigazione alli contumaci Folghera e Degaudenzi a commettere l’omicidio della Margherita Guglielmina”. Purtroppo, il registro con il loro interrogatorio è andato perso, ed è dunque impossibile conoscere nei dettagli i retroscena della vicenda.

Due condanne per un delitto “collettivo”

La sentenza del Senato di Torino, emessa il 21 aprile 1828, vide cinque imputati: i due assassini materiali e i tre presunti istigatori. Questi ultimi, detenuti nelle carceri di Varallo, furono prosciolti e rilasciati il 23 aprile senza ulteriori conseguenze. I due esecutori materiali del delitto, accusati di “barbaro e proditorio omicidio”, furono invece condannati in contumacia: sette anni di reclusione per il Folghera e dieci per il Degaudenzi, con l’iscrizione fra i “banditi di secondo catalogo”. 

Appena tre anni dopo, nel 1831, Carlo Alberto succedette a Carlo Felice come sovrano dello Stato sabaudo, e concesse un’amnistia generale. Non si sa molto della sorte dei due assassini, ma probabilmente rientrarono in paese. L’ultimo documento che li menziona è una lettera del 9 agosto 1831, scritta dal comandante Bona, dell’ufficio di polizia di Novara, al sindaco di Cervarolo. L’ufficiale consigliava di effettuare sui due amnistiati l’opportuna sorveglianza 

“che la natura delle rispettive imputazioni sarà per consigliare”.

Una targa alla memoria

Il caso di Margherita Degaudenzi testimonia che, almeno nelle zone rurali del Piemonte, la paura verso le supposte streghe sopravvisse ben oltre i secoli dei processi, estintisi nei primi decenni del Settecento. Se in precedenza ci si rivolgeva ai tribunali secolari o, nell’’Europa meridionale, all’Inquisizione cattolica, una volta abolito ovunque il reato di stregoneria si ricorreva invece alla violenza privata, a pestaggi o a linciaggi. Non è l’unico caso noto in epoca moderna: qualcosa di assai simile avvenne a Treiso (Cuneo), nel 1903, con l’omicidio di Carlo Bianco, un servo di campagna che si guadagnava da vivere suonando il corno, da tutti ritenuto un mascone (stregone). Anche in quel caso i maggiorenti del paese giustificarono il delitto, parlando di una giusta “lezione” data all’uomo, un marginale che aveva disgraziatamente oltrepassato i limiti, millantando suoi poteri stregoneschi. 

A differenza di Treiso, però, la vicenda della stria Gatina ha lasciato traccia nella tradizione popolare e nell’immaginario collettivo moderno di Cervarolo. Ancora oggi, la sua storia è ricordata. Nel 2005 il sindaco di Varallo, Gianluca Buonanno, ha voluto riabilitare la figura di Margherita con una targa commemorativa che menziona la caccia alle streghe e che ha provocato anche qualche sopracciglio alzato dal mondo ecclesiastico cattolico:

In memoria della stria Gatina
ultima strega massacrata in Italia,
trucidata a Cervarolo di Varallo il 22.1.1828
custode dell’antica sapienza montanara. 

Di quali antiche sapienze fosse custode quella povera infelice, non è dato sapere, dalle fonti pervenuteci. Le letture modernizzanti delle vicende passate sono sempre a rischio di facili letture correnti. Ma, nella sua vita difficile, Magherita Degaudenzi non fu nemmeno un’apostola del Male o una foriera di disgrazie. E, sicuramente, avrebbe meritato una vita migliore e una fine diversa da quella a cui andò incontro per superstizioni, violenza indicibile da parte dei paesani, sostanziale beneplacito dei pochi potenti del paese e dicerie che nessuno riuscì a contenere, in quel freddo inverno del 1828.

Immagine di Lin Tong da Pixabay