4 Giugno 2026
Interviste

Come la scienza può essere vittima degli stereotipi: intervista a Edwige Pezzulli

di Lina Cerrato

Pensate a uno scienziato. Che tipo di persona vi è venuta in mente? Anche se con alcune differenze, è molto probabile che la maggior parte di voi si sia figurata un individuo con determinate caratteristiche fisiche e, spesso, di genere. Come tutti, anche chi si occupa di ricerca è “vittima” degli stereotipi, meccanismi mentali che influenzano il modo in cui percepiamo il mondo. Di questo tema ha discusso Edwige Pezzulli, astrofisica e divulgatrice scientifica, durante l’ultima edizione del CICAP Fest, dialogando con la linguista Vera Gheno.

Pezzulli, partiamo dalle basi. Perché noi umani tendiamo a pensare per stereotipi?

Perché il nostro cervello, per quanto noi lo descriviamo come “la macchina più potente dell’universo”, non è in realtà così performante: la quantità di informazioni che riesce a processare al secondo sono poche rispetto a quelle che effettivamente riceviamo attraverso i nostri sensi dal mondo circostante. Ciò che noi abbiamo imparato a fare molto bene è filtrare: capire cosa ci serve e cosa invece possiamo trascurare. Le informazioni che sappiamo gestire, quando le tratteniamo, le collochiamo in schemi del mondo preesistente. Sono categorie costruite da noi per capire cosa farcene delle informazioni recepite, come reagire in tempo reale. Anche a livello sociale costruiamo queste categorie, che sono appunto degli “stereotipi”. Il problema di questi stereotipi è che sono percepiti da noi come delle descrizioni tutto sommato accurate. Delle semplificazioni, sì, ma che però descrivono all’osso un pezzo della realtà. E questo non è sempre vero. Gli stereotipi non sono né statisticamente né per altro motivo dei buoni descrittori della realtà. Un secondo problema degli stereotipi è quello legato alla loro violenza simbolica: trasmettono una serie di valori e codici all’interno della società senza metterli in discussione. Noi introiettiamo queste categorie mentali e, perciò, ci sembrano connaturate e universali: le percepiamo dappertutto e come immutabili nel tempo. E questo ci impedisce di vedere quanto queste strutture cognitive siano in realtà socialmente e storicamente costruite. 

Ovvero?

Sono molto localizzate nel luogo e nel tempo in cui si formano, e cambiano: determinate cose non hanno sempre avuto lo stesso significato. Il terzo livello molto problematico degli stereotipi, poi, è che “prescrivono” la realtà. Pensiamo a un sistema fisico, per esempio a un sistema meteo: che tu l’abbia predetto o meno, domani pioverà. Parlando invece di un sistema sociale, purtroppo non vale lo stesso: esso risente delle descrizioni che ne fanno le persone. L’effetto è che puoi costruire delle descrizioni che in realtà prescrivono ciò che accadrà, un po’ come una profezia che si autoavvera. Sono strutture da guardare con la consapevolezza che esistono e sempre esisteranno: siamo fatti così, neuroscientificamente, e sono strutture con una portata molto più grande di quello che noi pensiamo.

Il mondo della scienza come risente di tutto ciò?

Il mondo della scienza è vittima di tanti stereotipi. A tal proposito, esiste uno studio che viene fatto con bambine e bambine, si chiama “Draw a Scientist”. È un test sistematizzato già dagli anni ‘60, che fondamentalmente funziona in questo modo: chiedi a un bambino o a una bambina di disegnare “a scientist”, una persona di scienza, e analizzi i disegni. Una delle categorie più studiate è il genere: sui primi 5000 disegni le scienziate erano 28, una percentuale misera. Questa percentuale, negli anni 2000, è iniziata a cambiare: negli ultimi 10 anni è arrivata ad una cifra tra il 25% e il 30%. L’immaginario cambia perché cambiano anche le narrazioni pubbliche: nei media si cerca di raccontare anche la prospettiva femminile, e si cerca di rendere visibili le donne, allenando i nostri occhi a immaginare altre cose. Effettivamente i nostri occhi si stanno allenando, ma resta per lo più un immaginario molto duro da distruggere riguardo a quali sono le caratteristiche che rendono lo scienziato tale. Lo scienziato è lo stereotipo di Doc, in Ritorno al Futuro, e di Albert Einstein: è lo scienziato pazzo. E in quei disegni si vede bene: è quasi spesso un signore abbastanza attempato, con i capelli bianchi spesso a raggiera. È una persona occidentale, alle volte fa la linguaccia come Einstein, ha un’ampolla esplosa in mano… Insomma, è genio e sregolatezza, pazzo ma visionario, ed è peraltro spesso disegnato da solo. Einstein, per esempio, nell’immaginario comune, produce la teoria della relatività generale in una notte di furore, scrivendo equazioni su equazioni, in preda a questa estasi mistica. È una narrazione quasi religiosa, di una conoscenza che entra dentro a chi è eletto, è però falsa, e prescrive una realtà molto pericolosa. 

Perché?

Dobbiamo riflettere su chi si possa effettivamente riconoscere in un immaginario del genere. Quante persone della working class potranno immedesimarsi in questo personaggio? Quante persone neurodivergenti, quante donne, quante persone razzializzate? Ci sono tanti gruppi di persone che magari resteranno più distanti dal mondo scientifico a causa di questa narrazione, che allontana alcuni molto più di quanto non allontani altri. Peraltro, è un immaginario che non è vero nemmeno per Albert Einstein: la teoria della relatività generale è stata frutto di un processo molto più faticoso e complesso, che ha richiesto quasi dieci anni di lavoro. Ma è una storia meno accattivante questa, perché è una storia collettiva, che, come tutte le storie collettive, perde il fascino dell’eroe. L’eroe però, anche se ci fa sognare, resta nel mondo della mitologia: se noi vogliamo che la scienza entri sempre più in dialogo con la società, dobbiamo cambiare la narrazione.

E le donne? Chi è nel nostro immaginario la donna di scienza?

Un’altra eroina di eccezione. C’è infatti spazio per la diversità all’interno di questo campo abbastanza omogeneo che è la scienza, ma solo nel momento in cui chi è diverso dimostri costantemente di avere diritto ad essere lì. Queste categorie di persone, le più escluse dal mondo scientifico, devono poter avere il diritto a essere mediocri nel loro spazio. Lo chiamo così: il diritto alla mediocrità. Perché ci sono persone altrettanto mediocri che, non facendo parte di queste categorie, non devono dimostrare costantemente di essere eccezionali per lavorare nel campo scientifico. Io giocavo a rugby, e per questo mi piace descrivere l’impresa scientifica come una squadra di rugby: un luogo in cui ogni corpo trova il suo spazio e ha la possibilità di esistere in una squadra, facendo la propria parte. Non è detto che la sua parte sia fare la meta finale: potrebbe essere quella di spingere centimetro per centimetro, facendo un lavoro nelle retrovie che è altrettanto importante. L’impresa scientifica è identica. C’è un bellissimo libro, Sulle spalle di giganti e nani, che racconta come la scienza non sia fatta solo sulle spalle di giganti, di persone che alla fine mettono insieme tutti i puntini, ma anche sulle spalle di chi quei puntini li ha piazzati lì, di chi fa un lavoro molto più meticoloso, molto meno interessante da un punto di vista narrativo, ma assolutamente necessario. In questa grande impresa ognuno trova un suo posto, anche senza avere delle doti straordinarie. Bisogna dare questa possibilità a tutte le categorie di persone, per spingere insieme questo grande baraccone che è la scienza. La scienza non è fatta solo dei momenti di rivoluzione, ma di quotidianità, di un’impresa molto più grande che richiede tante competenze e tante attitudini, di tutti e del lavoro di tutti.

Ma se spesso le posizioni di spicco sono occupate solo da scienziati uomini, le scienziate cosa si ritrovano a fare?

Questo è uno dei grandi problemi delle politiche legate alla parità, secondo me. Il problema sembra essersi ridotto a “dobbiamo avere più donne”, ma il punto è che cosa succede alle donne nel momento in cui entrano in questi ambienti. È molto complesso, e bisogna rifiutare sempre una risposta semplice a un problema complesso. Si verificano un’infinità di condizioni particolari in virtù del loro essere donne: una di queste è essere relegate molto più spesso dei loro colleghi maschi a quelli che vengono chiamati “lavori di cura accademica”. L’accademia oggi necessita di moltissime attività per andare avanti, che non sono solo attività di ricerca e di produzione di articoli scientifici, ma anche attività più noiose, burocratiche e amministrative. Tutti i compiti sono necessari al funzionamento della macchina, come dicevo prima, ma questi compiti non sono equamente distribuiti: quelli considerati meno prestigiosi, che non danno un riconoscimento in termini di status scientifico, sono per lo più affidati alle donne. Questo è il grande problema che le politiche di parità numerica non risolvono, il problema della cultura delle organizzazioni: la loro struttura è stata sviluppata e si muove secondo canoni culturali che appartengono a un certo tipo di lettura della società, che è una lettura che di fatto attribuisce più potere ad alcune persone e meno potere ad altre. Le politiche di parità attuali non affrontano, a mio avviso, l’elefante nella stanza, non mettono in discussione la struttura di potere esistente. La ricerca scientifica oggi ha moltissimi problemi, sia per le persone che la conducono sia in termini di ciò che produce come conoscenza: perché non portare lo sguardo su un problema di questo tipo per poter pensare anche a come revisionare la macchina su scala più grande? 

Immagine: Edwige Pezzulli durante il suo intervento al CICAP Fest, foto di Serena Pea