La strana donna che spazzava il pavimento e la monaca nerovestita
Giandujotto scettico n° 184 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Nella incredibile sequela di storie di fantasmi che interessarono le aree piemontesi del Lago Maggiore sotto il fascismo e che avevamo raccontato in due precedenti puntata del Giandujotto scettico (le trovate qui e qui) c’è anche una piccola perla, nel senso che, per caratteristiche e complessità, si distacca quasi del tutto dai toni divertiti e, nel complesso, “leggeri” che caratterizzarono la lunga serie. È il racconto di una donna che, da sola, in casa sua, sperimenta di persona l’alterità del “soprannaturale”: l’incontro straniante con due entità misteriose, ma ricorrenti nella metapsichica di quel tempo. Due incontri succedutisi uno dopo l’altro, nel giro di pochi giorni, con una donna in nero e con una suora fantasma.
Questo è il tipo di esperienze che, sul piano esistenziale, di norma segnano in maniera importante chi le vive. È importante interpretarle dal punto di vista culturale e antropologico. D’altro canto, nel racconto ci sono anche elementi di tipo strettamente psicologico, come la derealizzazione, il sentimento di essere separati dalla realtà (nel nostro caso, la curiosa mancanza di rumori, come se si fosse in un mondo silenzioso), interpretabile come un sintomo dissociativo.
Uno dei racconti s’inserisce in una lunga e illustre tradizione: quella delle donne in nero, che, per vari motivi, spaventano e a volte perseguitano il malcapitato di turno, spesso uomini che non si sono comportati bene in famiglia. Ma naturalmente, in specie in contesti culturali cattolici, gli incontri con “suore” stranianti dalla veste nerissima sono frequenti.
Un’entità misteriosa, ma amante del pulito
Stando a La Gazzetta del Lago del 21 febbraio 1940, dunque, una donna che abitava nel rione di San Fabiano, a Verbania, aveva raccontato a coinquilini del suo condominio e ai vicini un paio di esperienze percettive insolite che aveva vissuto. Il lessico era violento, giudicante, ironico, incapace di scorgere altre interpretazioni che non fossero quelle patologizzanti.
Nel primo caso, si trattava di un’esperienza probabilmente legata a una condizione insorta intorno al sonno. “Mi trovavo a letto assopita in una specie di dormiveglia” – così inizia il virgolettato attribuito alla donna. Ed è in quella condizione, che, per prima cosa, la donna sente qualcosa d’insolito: il rumore di una scopa sul pavimento, regolare, che si protrae, secondo lei, per diversi minuti, finché non decide di alzarsi, non senza avvertire quelle che per lei erano “palpitazioni cardiache”. Ed ecco, entra in cucina, e ha “una visione” che, dice, le fa raggelare il sangue e le toglie l’uso della parola.
Una donnina, alta poco più di una nana, era intenta a scopare, disbrigando una così umile mansione con una lena che si riscontra solamente in quelle comari che amano fino all’esasperazione la pulizia domestica.
Passata la prima impressione, prova a rivolgerle la parola, ma ecco il secondo indicatore di una possibile condizione particolare in cui si trovava la protagonista:
Un silenzio angoscioso, opprimente… rispose alle mie domande, la paura e lo sgomento mi assalirono di nuovo e per un attimo pensai di fuggire invocando aiuto… ma cambiai subito parere e decisi di “toccare” la donnina per accertarmi se fosse una persona in carne ed ossa, mi avvicinai ; ma essa scomparve e le mie mani “toccarono”… l’aria.
Forse, se si volesse per forza cercare una spiegazione razionale per quella visione, si potrebbe pensare a un’alterazione del sonno, forse un sogno particolarmente vivido o un’allucinazione ipnagogica (si tratta di un prolungamento della fase REM, quella in cui avviene la fase onirica, per qualche secondo oltre il risveglio, in cui frammenti del sogno in corso possono essere vissuti come eventi reali).
Una monaca spaventosa
La protagonista della nostra vicenda non dormì per l’intera nottata, e, a quanto pare, non avrebbe detto niente a nessuno se, giorni dopo, non avesse avuto un’altra “visione impressionante”.
Accudite le faccende domestiche, mentre mi recavo nella stanza da letto, vidi sul pianerottolo una suora nero-vestita che camminava in silenzio e con gli occhi rivolti in basso… Per andare a letto, dovevo passare davanti alla misteriosa suora, ma chiunque al mio posto avrebbe esitato. Ed infatti esitai… Innanzi a me la monachella camminava sempre, leggiera e silenziosa come un’ombra dell’al di là…
Ancora una volta fui sul punto di gridare, ma il terrore mi paralizzava la lingua. Finalmente la “suora” scomparve e così potei andare a riposarmi. Ma per tutta la notte non chiusi un occhio e mi pareva sempre di vedere quella “monachella” dal volto visibile e dal passo leggero e silenzioso come quello di un fantasma.
Fu a quel punto che la donna si decise a raccontare la sua storia. Che fare, per La Gazzetta del Lago, con quelle “paurose allucinazioni”? La risposta era curiosa: giocarsele al lotto. Possiamo estendere il consiglio del cronista al lettore? 41 (donna che scopa), 58 (suora silenziosa), 14 (gli spiriti). C’era da aspettarselo: nel suo numero successivo, quello del 28 febbraio, il settimanale di Verbania scrisse che due dei tre numeri, il 14 e il 41, erano usciti sulla ruota di Genova, e che il banco del lotto cittadino aveva dovuto pagare parecchi ambi: in molti, a quanto pare, avevano giocato l’accoppiata.
Però, come dicevamo, le visioni della donna erano un’anomalia, nelle cronache fantasmatiche del Lago Maggiore sotto il fascismo che avevamo già narrato in dettaglio nelle due puntate sopra ricordate. In questi casi, si trattava di esperienze individuali, ovattate, silenziose, sconcertanti, stranianti, rispetto alla realtà quotidiana, letteralmente sospesa, in quel tempo breve ma interminabile. Troppa psicologia e troppa interiorità, rispetto al clima prevalente nella gran parte delle altre storie: quello della scazzottata e dello sberleffo, del travestimento da “fantasma”, fatto per impaurire, ridere, essere malmenati o malmenare i malcapitati di turno senza che, come avevamo constatato dalle fonti, nessuno – comprese le autorità – se ne preoccupasse troppo.
Quelli della donnetta di Verbania – così l’avevano definita i giornali – invece, erano incontri con un’alterità nella quale nessuno, nemmeno i rumori più tremendi del mondo esterno – quelli della Seconda Guerra Mondiale appena iniziata – potevano arrivare.
Foto di Chiriac Ciprian da Pixabay
