16 Maggio 2024
Rivista

Biodiversità ed estinzioni: un patrimonio in bilico

Articolo a cura di WWF Italia, da Query 57

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© diegograndi/iStock

La perdita di biodiversità a livello mondiale

L’Antropocene, termine con il quale viene indicato il periodo storico in cui viviamo, è tristemente caratterizzato da una perdita di biodiversità senza precedenti. Con biodiversità si definisce la varietà di organismi viventi e dei sistemi ecologici in cui essi vivono; tra i ruoli fondamentali che svolge per il pianeta, fornisce all’umanità anche i servizi essenziali per la sopravvivenza, i cosiddetti servizi ecosistemici. Tra i servizi più importanti che la natura ci offre ci sono la produzione di ossigeno, di alimenti, di acqua potabile, ma anche la mitigazione di rischi naturali come, per esempio, l’erosione o la diffusione di patogeni. A questi vanno poi aggiunti i servizi ecosistemici di tipo “culturale”, ovvero i benefici apportati dalla natura che si esplicano tramite attività ricreative, educative e formative. Infine, bisogna ricordare l’importantissimo servizio di regolazione del clima, che rende la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici due facce della stessa medaglia.

Lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali come suolo e acque, causato nell’ultimo secolo dall’aumento della popolazione e dalla crescita economica, accompagnati da un’insostenibile domanda di alimenti ed energia, ha condotto a un’alterazione e una perdita di biodiversità che stanno drasticamente compromettendo la qualità della nostra vita. A minacciare la conservazione della biodiversità non è solo l’utilizzo non sostenibile delle risorse, ma anche l’incessante cambio d’uso del suolo e la conseguente perdita di habitat naturale. Negli ultimi due secoli poi, l’innalzamento delle temperature medie globali di circa 1,2°C ha causato danni irreversibili a diversi ecosistemi; qualora non si arresti il processo di surriscaldamento, gli effetti dei cambiamenti climatici rappresenteranno la prima causa di perdita di biodiversità del prossimo futuro.

Circa un milione tra specie animali e vegetali è oggi a rischio estinzione e si stima che tra l’1% e il 2,5% di specie animali si sia già estinto. Secondo l’IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, nell’ultimo decennio si sono estinte più di 160 specie, dalle più iconiche come il rinoceronte bianco settentrionale, fino alle meno conosciute come il piccolo uccello Akiaola di Kauai o il roditore Melomys rubicola, endemico della piccola isola di Bramble Cay, primo mammifero estinto a causa degli effetti dei cambiamenti climatici. Oltre ai numeri, che impressionano, bisogna considerare la velocità innaturale dei processi di estinzione (quasi mille volte più rapida dei naturali tassi di estinzione) e la perdita non solo di specie, ma anche di variabilità genetica all’interno delle specie stesse, causata dalla frammentazione degli habitat e dalla riduzione numerica delle popolazioni. Specie costituite da individui sempre più simili geneticamente tra di loro hanno una ridotta capacità di adattarsi a condizioni ecologiche e ambientali in mutamento e hanno, perciò, minori possibilità di sopravvivere ai dannosi effetti dei cambiamenti climatici.

Un indice sviluppato dal WWF e dalla ZSL, la Zoological Society of London, aiuta a chiarire la gravità della situazione, misurando i trend di popolazione e tenendo traccia dei processi di estinzione delle diverse specie a livello mondiale. Il Living Planet Index ci mostra come, dal 1970 al 2018, sia avvenuto un calo medio del 69% nell’abbondanza delle popolazioni animali. Il maggior calo di abbondanza si è registrato in America Latina e nell’area dei Caraibi, dove le stime arrivano a misurare una diminuzione del 94%, seguite dall’Africa dove la perdita di abbondanza si aggira intorno al 66%. Parlando invece del gruppo tassonomico più colpito, il triste primato se lo aggiudicano i pesci di acqua dolce, con una riduzione negli ultimi 50 anni superiore all’80%. Tra le cause, oltre all’inquinamento delle acque e l’innalzamento delle temperature superficiali, possiamo menzionare anche la perdita di connettività ambientale: molte specie hanno bisogno di migrare per alimentarsi e riprodursi, ma sono sempre più impossibilitate a farlo a causa di dighe e sbarramenti artificiali lungo i corsi d’acqua.

Per fronteggiare quella che è a oggi la prima causa di perdita di biodiversità, ovvero la distruzione e la frammentazione degli habitat per cambio d’uso del suolo, una delle strategie fondamentali è lavorare per migliorare la connettività ambientale. È drammatico pensare che oggi solo il 10% delle aree terrestri protette del mondo risulta connesso, mentre la rete delle aree protette marine è ancora meno interconnessa. La protezione e il ripristino della connettività, attraverso corridoi ecologici, aree naturali di collegamento e strutture che consentano gli spostamenti sicuri della fauna, si sta chiaramente configurando come un modo efficace per far fronte a questo problema e, di conseguenza, per migliorare la resilienza climatica. [1]

Ci sono diversi studi che esplorano come fronteggiare al meglio la perdita di biodiversità, suggerendo che l’aumento degli sforzi tradizionali di conservazione e ripristino è fondamentale, ma appare chiaro ormai che ciò non riuscirà a invertire la curva se non sarà integrato da uno sforzo significativo, da parte tanto dei governi quanto dei singoli, per affrontare i fattori diretti e indiretti che ne sono la causa.

Gianluca Catullo, Marco Antonelli, Caterina Giovannetti, Ludovica Di Bella

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Pangolino (Manis javanica). © WWF-Malaysia/Stephen Hogg

Rischi, vulnerabilità e altre categorie di minaccia: che significa “in estinzione”?

L’estinzione, nel contesto biologico, si riferisce alla scomparsa di una determinata specie o taxon di organismi viventi con la morte del suo ultimo esemplare. L’estinzione di un determinato taxon può anche giungere prima che sia morto il suo ultimo rappresentante: è la cosiddetta estinzione funzionale, legata al fatto di perdere la capacità di riprodursi. La scomparsa definitiva di una specie equivale a perdere un tassello unico del mondo vivente, evolutosi e adattatosi in un determinato ambiente: rappresenta dunque una perdita incolmabile per la biodiversità del pianeta.

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Cavalluccio marino (Hippocampus guttulatus). © crisstim/iStock

L’estinzione delle specie animali e vegetali è un fenomeno naturale, parte integrante del processo evolutivo. Ogni specie si evolve, si adatta all’ambiente e al clima nel quale vive, per poi lasciare spazio ad altre forme di vita, che meglio sanno adattarsi ai cambiamenti ambientali in corso. Si stima che oltre il 99,9% delle specie viventi che hanno abitato la Terra oggi non esista più. L’estinzione è dunque un fenomeno ricorrente, ma molto lento.

La comunità scientifica oggi riconosce cinque grandi estinzioni di massa avvenute nel passato, fenomeni molto intensi che hanno portato all’estinzione anche fino al 90% delle specie che vivevano sul pianeta in una determinata epoca. Quella a cui stiamo assistendo oggi è ormai considerata unanimemente dagli scienziati la sesta estinzione di massa, a causa del tasso di scomparsa di specie così accelerato da provocare l’attuale vertiginoso declino della biodiversità: mentre in condizioni normali, infatti, scompaiono ogni anno da una a 10 specie, oggi gli specialisti della Species Survival Commission della IUCN stimano un tasso di estinzione di 1000 volte superiore.

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Cobra monocolo (Naja kaouthia). © photonewman/iStock

Il rischio di estinzione è specie-specifico e può cambiare nel tempo in base al variare delle pressioni a cui una specie è soggetta. Le Liste Rosse IUCN rappresentano un valido sistema per classificare le specie in base al rischio di estinzione, sia su scala globale sia locale. Le liste rosse classificano le specie all’interno di nove categorie:

  • Estinto (EX): questa categoria si applica alle specie per le quali si ha la certezza definitiva che anche l’ultimo individuo sia deceduto.
  • Estinto in Ambiente Selvatico (EW): categoria assegnata alle specie per le quali non esistono più popolazioni in natura, ma solo individui in cattività.
  • In Pericolo Critico (CR): questa categoria identifica specie che corrono un rischio di estinzione estremamente elevato nel breve o medio termine.
  • In Pericolo (EN): questa categoria identifica specie che corrono un rischio di estinzione molto elevato nel breve o medio termine
  • Vulnerabile (VU): questa categoria identifica specie che corrono un rischio di estinzione elevato nel breve o medio termine.
  • Quasi Minacciate (NT): questa categoria identifica specie che sono molto prossime a rientrare in una delle categorie di minaccia.
  • Minor preoccupazione (LC): categoria adottata per le specie che non rischiano l’estinzione nel breve o medio termine.
  • Carente di Dati (DD): specie per le quali non si hanno sufficienti informazioni per valutarne lo stato, ma che sono meritevoli di particolare interesse per la ricerca.
  • Non valutata (NE): specie che non è stata sottoposta a valutazione.

La metodologia standard utilizzata per assegnare le categorie è basata su cinque criteri: riduzione della popolazione, estensione dell’areale, area effettivamente occupata dalla specie, numero di individui e probabilità di estinzione. Ogni criterio ha delle soglie quantitative che determinano la categoria di minaccia. Per esempio, una specie è considerata in pericolo critico se la sua popolazione è diminuita di almeno il 90% negli ultimi 10 anni, o se la sua area di presenza effettiva è inferiore a 10 chilometri quadrati. Per applicare i criteri è necessario avere dei dati affidabili e aggiornati sulle specie, che vengono raccolti e valutati da esperti e organizzazioni scientifiche.

Secondo l’ultimo aggiornamento del dicembre 2023, la Lista Rossa globale della IUCN comprende ora 157.190 specie, di cui 44.016 sono a rischio di estinzione. Circa il 28% delle specie valutate è minacciato dalla perdita di habitat, dal cambiamento climatico, dal bracconaggio, dall’inquinamento e da altre pressioni antropiche. La Lista Rossa IUCN è un importante strumento per monitorare lo stato di conservazione della biodiversità mondiale e per guidare le azioni di tutela delle specie.

G. Catullo, M. Antonelli, C. Giovannetti, L. Di Bella

La perdita di biodiversità in Italia

In tutto il mondo l’impatto delle azioni della specie umana sta contribuendo ad accelerare il tasso di estinzione naturale delle specie e quindi di perdita di biodiversità. L’Italia purtroppo non fa eccezione, e forse da noi il fenomeno è ancora più evidente perché, considerando la sua posizione centrale nel bacino del Mar Mediterraneo, la sua estensione, che determina una varietà di climi e ambienti, gli ampi dislivelli altitudinali lungo la sua latitudine, dal livello del mare ai 4000 metri del Monte Bianco, il nostro Paese può vantare una ricchissima biodiversità. L’Italia infatti detiene un primato europeo che è confermato dalla presenza del 65% di habitat e del 30% di specie animali e vegetali riconosciute come di interesse comunitario dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea. Metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa sono sul territorio italiano, per non parlare dell’alto tasso di endemismi presenti.

Vediamo un po’ più nel dettaglio com’è composto questo eccezionale patrimonio naturalistico.

La fauna italiana marina, terrestre e d’acqua dolce è composta per il 98% da invertebrati (di cui 1812 specie di protozoi). Il phylum più ricco presente è quello degli artropodi, con quasi 50.000 specie, la maggior parte costituita da insetti (37.303). La rimanente percentuale è invece costituita da 1255 specie di vertebrati. Gli anfibi e i pesci ossei d’acqua dolce registrano le percentuali più alte di endemismi nel Paese.

Secondo l’IUCN, considerando le 700 specie di vertebrati valutate, quelle minacciate di estinzione arrivano al 30% del totale. Il 12% delle specie di vertebrati in Italia è considerato “Quasi Minacciato” (NT), mentre per il 12,5% delle specie non si ha disponibilità sufficiente di dati per poter valutare il grado di minaccia. Le specie di vertebrati che si trovano “In Pericolo Critico” (CR) sono 41 e quelle classificate come “In Pericolo” (EN) sono in tutto 65. Considerando i vertebrati nella loro totalità, almeno una specie su tre risulta quindi minacciata. Il 62% di queste specie ha mutato il proprio stato di conservazione; la classe degli uccelli è quella che presenta il peggioramento più grave.

Per quanto riguarda, infine, l’invasione di specie aliene tra la fauna, le specie animali terrestri e di acque dolci presenti in Italia allo stato attuale delle conoscenze ammontano a circa 1500, la stragrande maggioranza delle quali è costituita da artropodi. Quelle classificate invasive e di rilevanza a livello di Unione Europea sono invece 25.

Nel patrimonio floristico, attualmente si conferma la presenza nel Paese di 7483 taxa, il resto non è stato recentemente confermato o presenta carenza di dati. Se prendiamo in considerazione la sola flora vascolare, sono presenti 1708 specie e sottospecie endemiche (che rappresentano il 20,8% del totale della flora). Ci sono regioni come Piemonte, Toscana, Lombardia e Abruzzo che ospitano il più alto numero di entità autoctone nel Paese. Le entità vegetali di interesse comunitario protette dalla Direttiva 92/43/CEE Habitat sono invece 113.

L’Italia si colloca al primo posto in Europa per il tasso di invasione da parte di piante aliene. Un recente studio sottolinea la presenza di circa 1597 specie di flora vascolare alloctona. Le specie aliene classificate come invasive arriverebbero a circa 221. La flora è minacciata soprattutto dallo sconvolgimento di habitat naturali e seminaturali, causato da attività umane e in particolare dall’agricoltura, dal turismo e dallo sviluppo residenziale. Secondo i criteri dell’IUCN, del 30% delle specie di flora vascolare, 159 specie risultano in pericolo critico (CR), 280 in pericolo (EN) e 175 vulnerabili (VU): complessivamente, quindi, il 25% di queste specie è a rischio estinzione. Le altre 409 specie sono invece considerate prossime alla minaccia di estinzione (NT).

Anche lo stato generale di conservazione degli ecosistemi ha evidenziato, secondo gli ultimi dati, che delle 85 tipologie di ecosistemi presenti in Italia (dei quali 44 di tipo forestale, 8 arbustivi, 8 prativi, 7 erbacei radi o privi di vegetazione, 11 acquatici e 7 igrofili), gli ecosistemi a rischio sono 58, di cui 7 “In Pericolo Critico” (CR), 22 “In Pericolo” (EN) e 29 “Vulnerabile” (VU). Questi sono pari al 68% delle tipologie ecosistemiche nel Paese. In genere si tratta di ecosistemi legati alla presenza di acqua, della fascia costiera e planiziale interessati da pressioni di origine antropica legate a pratiche agricole e zootecniche intensive. C’è da considerare, infatti, che in Italia le coste si estendono per circa 7500 chilometri, dove si concentra il 30% della popolazione umana, il che pone condizioni di alta vulnerabilità. Le regioni più interessate da questa regressione sono la Liguria, la Toscana, il Lazio e la Puglia.

Dei 131 habitat di interesse comunitario presenti nel territorio italiano, 33 sono considerati prioritari. Tra questi, sono presenti 16 habitat marino-costieri, 11 habitat dunali, 15 d’acqua dolce, 5 di arbusteti temperati, 11 di arbusteti mediterranei, 15 di formazioni erbacee, 8 di torbiere e paludi, 11 legati a substrati rocciosi o ghiaiosi e 39 forestali. Diversi habitat dipendono dalle pratiche agricole, pastorali e selvicolturali tradizionali, che favoriscono la presenza di specie di interesse conservazionistico.

In conclusione, l’Italia, nonostante le pressioni antropiche a cui si è fatto riferimento, custodisce ancora una ricchissima biodiversità, la cui conservazione deve essere una responsabilità condivisa da tutti, istituzioni e cittadini, a beneficio delle presenti e future generazioni.

G. Catullo, M. Antonelli, C. Giovannetti, L. Di Bella

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Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteini). © GillesSaintMartin/Wikimedia/CC BY-SA 2.0

Commercio illegale, tradizioni e superstizioni

Il traffico illegale di specie selvatiche è un serio problema a livello mondiale, con conseguenze molto significative sia per la biodiversità sia per la salute e la sicurezza pubblica. Secondo un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, nessun Paese è immune da questo fenomeno, che coinvolge una vasta gamma di specie: dall’anguilla al pangolino al palissandro. Questo sfruttamento illegale può portare all’estinzione di molte popolazioni selvatiche e ha effetti a cascata sulla salute degli ecosistemi.

Le conseguenze socioeconomiche del traffico illegale sono altrettanto gravi. La perdita di habitat e la riduzione delle popolazioni selvatiche possono minare le opportunità di reddito sostenibile per le comunità locali, spingendole verso attività illecite. La corruzione legata al traffico illegale indebolisce ulteriormente lo stato di diritto e le istituzioni, creando un circolo vizioso che favorisce altre attività criminali, compresa la criminalità organizzata, il traffico di armi e persino il terrorismo. Nel corso del tempo si è assistito a un’evoluzione di questo fenomeno che ha portato al cambiamento sia delle rotte commerciali sia delle specie commercializzate. L’uso sempre più diffuso di piattaforme online per questi traffici illeciti, associato al ricorso a servizi di trasporto di piccoli colli, ha inoltre creato nuove difficoltà alle autorità investigative, richiedendo nuovi investimenti e un impegno ancora più intenso.

L’aumento dei sequestri di specie selvatiche commercializzate illegalmente non si è tuttavia tradotto in un aumento proporzionale dei procedimenti penali e delle condanne. La mancanza di personale specializzato, di risorse e di formazione in molti Stati, unitamente al mancato adattamento degli strumenti normativi ai mutati contesti, resta un grande problema, anche perché spesso, a fronte di ingentissimi ricavi illeciti, le sanzioni appaiono del tutto irrisorie.

L’Unione Europea è un crocevia per il traffico illegale di specie selvatiche a livello internazionale. Il valore di questo commercio illegale nell’UE è stato quantificato, con stime a ribasso, in circa 4,7 milioni di euro nel 2019. Nel corso degli anni le istituzioni europee hanno intensificato le misure di contrasto, per esempio rafforzando le indagini transfrontaliere con la partecipazione attiva di Europol, Eurojust e delle agenzie competenti, grazie alle quali è aumentato il numero di sequestri e azioni penali, anche attraverso le attività della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità (European Multidisciplinary Platform Against Criminal, EMPACT). Nei prossimi mesi è prevista l’approvazione della nuova direttiva dell’UE intesa a reprimere la criminalità ambientale e nel 2022 è stata pubblicata la revisione del Piano d’Azione dell’Unione Europea contro il traffico illegale di specie selvatiche, con validità sino al 2027.

In questo quadro, un ruolo fondamentale è ricoperto dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), un accordo internazionale che mira a regolare il commercio di piante e animali selvatici al fine di proteggerli dall’estinzione. La CITES elenca le specie in base al loro stato di minaccia e impone restrizioni sul commercio delle specie incluse negli allegati. Questo accordo internazionale, ratificato tanto a livello UE, quanto nell’ordinamento italiano, ha contribuito a rallentare il commercio illegale di molte specie, ma il problema rimane diffuso e richiede un impegno globale continuo per essere affrontato efficacemente.

Le tradizioni locali e le superstizioni sono tra i fattori che alimentano questo fenomeno criminale. In molte culture, ancora oggi, esistono credenze radicate che attribuiscono proprietà curative o magiche a parti di animali e piante o che additano alcune specie animali come portatrici di maledizioni o cattivi auspici. Un esempio significativo di queste pratiche è il commercio di parti di animali come le corna di rinoceronte, le zanne di elefante, le pelli di tigre e le squame di pangolino. Questi animali vengono uccisi illegalmente per ottenere parti del loro corpo, che vengono poi vendute sul mercato nero per scopi decorativi, medicinali o rituali.

Il traffico di piante e prodotti vegetali è altrettanto diffuso. Il ginseng selvatico è una pianta in via di estinzione a causa della raccolta eccessiva per il suo uso nella medicina tradizionale. Allo stesso modo, il commercio di legni pregiati come l’ebano o il teak ha causato la deforestazione illegale in molte parti del mondo.

In Italia la situazione non è diversa. Il traffico illegale di specie selvatiche ha conseguenze gravi ed evidenti, sia a livello ambientale sia socioeconomico. Le specie italiane oggetto di traffico sono molteplici: dai piccoli uccelli, destinati al mercato illegale dei richiami vivi o alla ristorazione, fino ai grandi rapaci, le cui uova vengono prelevate per l’allevamento dei pulli venduti per migliaia di euro a falconieri senza scrupoli. Non sono escluse le specie acquatiche commercializzate per fini alimentari come i datteri di mare, le anguille, le oloturie o i coralli. L’Italia è inoltre uno snodo di traffici illegali transnazionali di specie esotiche: dai rettili, agli anfibi, ai pappagalli, fino al legname pregiato o a specie floristiche come le orchidee selvatiche, spesso raccolte illegalmente per soddisfare la domanda di appassionati di piante esotiche.

Anche in Italia, tradizioni e superstizioni molto radicate in particolari aree geografiche alimentano uccisioni, catture e traffici illeciti di specie animali e vegetali. Un caso particolare è rappresentato dalla cattura illegale di ghiri, una pratica particolarmente diffusa in alcune aree della Calabria. La carne di questo roditore è ritenuta molto pregiata e per questa ragione ogni anno migliaia di esemplari vengono catturati con l’ausilio di trappole e anche commercializzati illegalmente. Numerose inchieste sulla criminalità organizzata calabrese hanno oramai acclarato che la carne di ghiro viene consumata in ambienti legati alla ’ndrangheta.

Il legame tra le attività criminali contro la vita selvatica e le tradizioni locali, radicate nel corso di centinaia di anni, consente di comprendere come per combattere in maniera efficace il traffico illegale di specie animali e vegetali sia necessario non solo rafforzare l’applicazione delle leggi esistenti, in termini di repressione, ma anche educare il pubblico sulle conseguenze negative e trasversali di queste pratiche. Inoltre, è fondamentale coinvolgere le comunità locali nelle attività di conservazione e sviluppare meccanismi per garantire che trarre profitto dalla biodiversità non significhi distruggerla.

Domenico Aiello

Le Oasi WWF e la biodiversità

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Mosco (Moschus moschiferus). © Nikolai Usik/Wikimedia/CC BY-SA 3.0

Cento aree che tutelano quasi 30.000 ettari di territorio, in ogni angolo d’Italia: sono le Oasi WWF, che da oltre cinquant’anni rappresentano uno dei sistemi di aree protette più diffusi gestiti da un soggetto privato a livello europeo. Piccoli o grandi scrigni che conservano alcuni dei tasselli più rappresentativi e minacciati della biodiversità italiana.

Sono ben 27 gli habitat di interesse europeo presenti nelle Oasi WWF, di cui 18 prioritari: dalle lagune costiere di Burano e Orbetello in Toscana, di Valle Averto in Veneto e di Saline di Trapani in Sicilia, alle dune costiere di Scivu in Sardegna e Policoro in Basilicata; dalle formazioni erbose calcicole o calcaree del Bosco di Frasassi nelle Marche e di Guardiaregia-Campochiaro in Molise, di Montovolo in Emilia-Romagna e di Rocconi in Toscana, alle praterie a nardeto di alta quota di Valtrigona in Trentino e di Lago Secco in Lazio; dalle paludi calcaree di Lago Preola e Gorghi Tondi in Sicilia alle foreste a tigli e aceri di Valmanera in Piemonte e di Ghirardi in Emilia; dalle foreste a galleria di salice e pioppo di Alviano in Umbria, di Ripa Bianca nelle Marche e di Grotte del Bussento in Campania, alle praterie di posidonia e ai pavimenti calcarei di Miramare in Friuli-Venezia Giulia.

I tipi di habitat ospitati nelle Oasi WWF rappresentano da soli oltre il 60% di quelli presenti nelle regioni italiane alpina e mediterranea e oltre il 50% di quella continentale. E questa diversità di ambienti non può che riflettersi in una immensa varietà di specie conosciute: le check-list delle singole Oasi includono centinaia di specie, dagli uccelli ai molluschi. Un recente progetto di citizen science ha identificato quasi 3500 taxa, di cui oltre 1200 di piante e altrettanti di insetti, quasi 300 di funghi, 245 di uccelli, 122 di aracnidi e 84 di molluschi, oltre a 47 di mammiferi, 22 di rettili e 14 di anfibi, che sicuramente rappresentano ancora una grande sottostima della biodiversità complessiva.

La ricchezza di biodiversità ovviamente non è rappresentata solo da numeri, perché dietro di essi si celano specie meravigliose che l’istituzione delle Oasi ha contribuito a conservare e in diversi casi a salvare, almeno per ora, dall’estinzione: dal cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus) alla testuggine palustre siciliana (Emys trinacris), endemici delle nostre isole maggiori, dalla lontra (Lutra lutra) al pelobate fosco (Pelobates fuscus), dal fiordaliso del Sagittario (Centaurea scannensis) all’elicriso del Monte Linas (Castroviejoa montelinasana), specie spesso poco conosciute ma dalla storia evolutiva unica e affascinante.

E infatti la biodiversità delle Oasi include anche i processi naturali che in esse si preservano e si esplicano: relazioni ecologiche tra gli individui delle diverse specie, relazioni tra l’ambiente mutevole (incluse le minacce antropiche che già premono e quelle che incombono) e gli habitat, ma anche tra gli habitat e le specie e viceversa, perché in natura tutto è connesso, in un formidabile equilibrio dinamico. Persone incluse.

Perché quelli che in natura sono processi ecologici sviluppati in miliardi di anni della vita sulla Terra, per noi diventano servizi ecosistemici che la natura ci mette gratuitamente a disposizione: fornitura di ossigeno e acqua potabile, regolazione del clima e mitigazione degli eventi meteorologici estremi, messa a disposizione di cibo, materiali e principi medicinali, ma anche occasioni di svago, ispirazione artistica e spirituale. Insomma, quello che alcuni definiscono il nostro capitale naturale.E se alcuni habitat modellati da secoli di interazione tra uomo e natura, come i castagneti o i prati pascolo, richiedono una gestione attiva da parte nostra per conservare la biodiversità che ospitano, tanti altri hanno solo bisogno di non essere perturbati e di lasciare che i processi ecologici possano svolgersi al meglio, sulla base degli equilibri forgiati dall’evoluzione in centinaia di milioni di anni. Sfatando quindi il grande mito che la natura abbia bisogno di noi per essere “gestita” mentre siamo noi ad aver bisogno di lei per la nostra sopravvivenza, senza dimenticare che noi stessi ne siamo parte. Tutt’al più, dovremmo smettere di saccheggiarla per il nostro interesse a breve termine, ma piuttosto imparare da lei per realizzare società ed economie sempre più sostenibili, a beneficio di tutti gli esseri viventi sul pianeta Terra. A partire da noi stessi.

Marco Galaverni

 

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Note

  • [1] WWF, Almond, R.E.A., Grooten, M., Juffe Bignoli, D. & Petersen, T. (a cura di ), 2022. Living Planet Report 2022. WWF
DOMENICO AIELLO, avvocato, è responsabile della tutela giuridica della natura di WWF Italia.
MARCO ANTONELLI, naturalista, è Wildlife Conservation Specialist di WWF Italia.
GIANLUCA CATULLO, biologo, è Habitat & Species Programme Manager di WWF Italia.
LUDOVICA DI BELLA, naturalista, è consulente della Direzione Conservazione di WWF Italia.
MARCO GALAVERNI, naturalista, è Oases, Education & Activation Director di WWF Italia.
CATERINA GIOVANNETTI, biologa, è consulente della Direzione Conservazione di WWF Italia