20 Aprile 2024
E leggiti 'sto paper

Tremila anni fa, in Spagna, si usavano già stupefacenti

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha evidenziato la presenza di tracce di efedrina, atropina e scopolamina in campioni di capelli umani della tarda età del Bronzo rinvenuti in una grotta sull’isola di Minorca.

 

Il consumo di droghe nell’antichità è una pratica documentata da un folto numero di ritrovamenti. Alla luce delle recenti scoperte, sembra anche che fosse abbastanza diffusa in diverse società eurasiatiche e americane appartenenti al periodo che chiamiamo preistoria. 

Normalmente il consumo di sostanze psicoattive si ipotizza sulla base di prove indirette, come ad esempio la presenza, in certi tipi di contenitori, di tracce di bevande particolari o la di semi e pollini, ad esempio del papavero, in alcuni particolari siti archeologici. Da queste evidenze gli scienziati formulano l’ipotesi che alcune sostanze venissero effettivamente consumate nell’antichità, magari nel corso di particolari occasioni o rituali. Data la scarsità di resti umani appartenenti ad età molto antiche, le prove dirette sono molto poche. 

Un nuovo studio pubblicato il 6 aprile 2023 sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, realizzato da alcuni paleoantropologi spagnoli coordinati da Elisa Guerra-Doce e intitolato Direct evidence of the use of multiple drugs in Bronze Age Menorca (Western Mediterranean) from human hair analysis (è di libero accesso in licenza CC BY 4.0), si propone di analizzare proprio una di queste prove dirette, in particolare un campione di capelli umani provenienti dalla tarda età del Bronzo spagnola. 

Si tratta di un tipo di resto molto raro in ambito preistorico, essendo una parte del nostro corpo facilmente deperibile. In questo caso, i capelli si sono conservati a causa del particolare rituale funebre al quale erano stati sottoposti gli individui e alle favorevoli condizioni deposizionali.

La grotta di Es Càrritx si trova a Minorca, una delle isole maggiori delle Baleari. Secondo quanto sappiamo oggi, l’arcipelago è stato abitato stabilmente a partire dalla metà del terzo millennio a. C. (tra la fine dell’età del Rame e l’inizio di quella del Bronzo). All’inizio del millennio successivo si assiste ad una fase monumentale, alla quale corrispondono strutture tombali come dolmen, cairn e sepolture realizzate con lastre litiche. 

Intorno al 1600 a. C. la monumentalizzazione investe anche le strutture abitative e nascono le caratteristiche navates. Infine, intorno al 1400, si passa a seppellire i morti della comunità all’interno di grotticelle naturali, poi chiuse con mura ciclopiche simili a quelle delle navates. Una di queste grotte è proprio Es Càrritx, occupata a partire dal 1600-1500 a. C. La prima camera fu utilizzata per sepolture collettive dalla piccola comunità locale per circa 600 anni, fino all’800 a. C. 

Gli scheletri qui ritrovati, oltre duecento appartengono a individui di entrambi i sessi e di tutte le età, a eccezione di feti e bambini sotto i 3 mesi. I dati osteo-archeologici indicano che una comunità di circa 14 persone ha utilizzato la grotta come luogo di sepoltura per i propri defunti per un lungo periodo di tempo.

Quello che ha permesso la conservazione dei capelli umani è un particolare rituale funerario presente anche in altri contesti dell’isola e databile all’ultimo periodo di utilizzo della grotta, tra il 1100 e l’800 a. C. Dopo la deposizione, ciocche di capelli del defunto venivano tinte di rosso. Per questa operazione potevano essere usate ocre e terre o piante tradizionalmente utilizzate per la tintura (ad esempio Rubia peregrina o Buxus balearica, entrambi presenti nel record archeobotanico del sito). Successivamente una ciocca di capelli veniva pettinata, tagliata e inserita, per essere conservata, in un contenitore cilindrico di legno o di corno, con decorazioni a cerchi concentrici. 

Tre ciotole e quattro spatole di legno per preparare e spargere il colorante, un pettine per pettinare le ciocche, un coltello in bronzo per tagliarle e dieci contenitori cilindrici (insieme ad altro materiale collegato al rituale funebre) sono stati ritrovati dagli archeologi, sepolti sotto una lastra di pietra nella camera 5 della stessa grotta. La sequenza deposizionale indica che i tubi con i capelli erano stati posizionati al centro con gli altri oggetti accuratamente sistemati attorno. 

Gli autori dello studio notano come la scarsità di cilindri rispetto alla quantità di individui presenti nella tomba indica come questo rituale fosse destinato solo ad alcuni membri del gruppo. Si potrebbe però anche avanzare l’ipotesi che ogni tubo potesse contenere i capelli di più individui o che si conservassero solamente quelli degli ultimi individui defunti o, ancora, che ce ne fossero altri che però non si sono conservati o non sono stati ancora trovati.

In ogni caso, i ricercatori hanno prelevato alcuni campioni dai capelli conservati nel contenitore trilobato ritrovato nella camera 5, esaminandoli con la tecnica della cromatografia liquida ad alta prestazione/ spettrometria di massa ad alta risoluzione (UHPLC‑HRMS). Dalle analisi è emersa la presenza di tre alcaloidi: atropina, efedrina e scopolamina, le ultime due in concentrazione maggiore rispetto alla prima. Queste sono presenti in alcune piante che crescono sull’isola di Minorca, presenti nel record archeobotanico del sito, ad esempio Datura Stramonium, Hyoscyamus albus e Mandragora autumnalis che contengono atropina e scopolamina e Ephedra fragilis che contiene l’efedrina.

Quali effetti poteva avere il consumo di queste sostanze? Atropina e scopolamina sono fortemente psicoattive ed inducono un delirio caratterizzato da estrema confusione mentale, allucinazioni forti e realistiche, disorientamento e alterazione della percezione sensoriale. L’efedrina invece provoca eccitazione, miglioramento della sopportazione della fatica, miglioramento della concentrazione e soppressione della fame. 

Tutte queste piante hanno anche una funzione medicinale. Ad esempio la mandragora poteva essere usata per alleviare il dolore dopo una procedura medica. Tre crani maschili hanno segni di trapanazioni craniche con chiari segni di rimarginazione dei tessuti, e quindi erano sopravvissuti all’intervento. Tuttavia non è possibile, al momento, associare i capelli esaminati a nessuno dei resti scheletrici rinvenuti nella grotta. 

Le sostanze potrebbero anche essere state consumate in occasioni di particolari rituali religiosi. In una grotta vicina, Es Mussol, sono state trovate due statuette di legno, una rappresentante una testa d’uomo e l’altra una figura antropomorfa, che potrebbero essere state utilizzate per scopi rituali. Allo stato attuale delle ricerche, però, non è possibile definire in modo sicuro quale utilizzo veniva fatto di queste piante. 

La grotta di Es Càrritx rappresenta anche un momento di passaggio. Infatti dopo l’800 a. C. le popolazioni delle isole Baleari subirono un’importante trasformazione sociale. I dati archeologici indicano un aumento demografico, l’abbandono dei vecchi luoghi di sepoltura e il rarefarsi dei contatti con il continente. Potrebbe essere proprio in questo periodo di mutamenti sociali che gli oggetti utilizzati durante il rituale funerario vennero raccolti e nascosti nella camera 5 di Es Càrritx, insieme agli antenati della comunità.

Immagine in evidenza: Capelli umani depositate nel contenitore trilobato, e alcuni ossicini da microfauna attaccati alle ciocche (credit foto: P. Witte, dall’articolo di Scientific Reports)