Il sacrificio degli anziani nella Sardegna antica, tra mito e tracce storiche

di Stefano Demurtas

Il giorno era giunto. Il capotribù ormai aveva compiuto settant’anni e, come da tradizione, festeggiarono l’evento in tutto il villaggio con grandi banchetti prelibati. Finita la cena, il figlio maggiore ed erede lo prese in spalla e si diresse alla vetta più vicina con tutto il corteo al seguito che rideva come divertito. Nelle vicinanze della rupe il capo anziano venne rimesso a terra e gli fu dato qualcosa che ingerì. Poco dopo iniziò a ridere anche lui, o perlomeno così sembrava. Mostrava i denti e soffiava sbavando, i suoi occhi erano spalancati. I figli presero i bastoni e cominciarono a percuoterlo indirizzandolo verso lo strapiombo. Le risate aumentarono. Il figlio maggiore diede un ultimo colpo di bastone al padre il quale, ormai sanguinante, precipitò dalla rupe. La gente del villaggio alzò le mani in adorazione. Il tempo del nuovo capo era giunto.

Questa può essere considerata una ricostruzione romanzata e ipotetica del “geronticidio“, cioè l’omicidio rituale degli anziani, basata sugli antichi racconti ambientati originariamente nella Sardegna nuragica e sulle odierne leggende sarde [1]. Ma gli antichi sardi praticavano davvero questo genere di riti?

Per provare a scoprirlo è innanzitutto necessario conoscere le prime fonti. La testimonianza più antica arrivata sino a noi, scritta tra il IV e il III sec. a.C., è dello storico siceliota Timeo di Tauromenio, il quale riferì che in Sardegna gli anziani giunti in età avanzata si facessero percuotere ridendo dai loro figli tramite bastoni sull’orlo delle fosse in cui sarebbero poi stati sepolti.

Successivamente lo scrittore ateniese Demone, contemporaneo di Timeo, specificò che la componente cartaginese dell’isola sacrificasse in giorni stabiliti gli anziani di settant’anni e i prigionieri più belli al dio Crono. Anche in questo caso si dice che le vittime ridessero ma che lo facessero per dimostrare il proprio coraggio.

In fonti successive altri autori suggerirono anche che ai prescelti per i sacrifici veniva somministrata la cosiddetta “erba sardonica”, un’erba velenosa che oltre alla morte provocava convulsioni somiglianti a un sorriso spesso chiamato “riso sardonico“.

Sappiamo che la presenza dei Cartaginesi in Sardegna iniziò, seppur in modo bellicoso, verso il VI sec. a.C. Specialmente nella parte sud-occidentale dell’isola la componente punica si fuse col passare dei secoli a quella sarda e lo stesso avvenne per le rispettive culture [2].

A proposito della risata inserita in un contesto di morte, è interessante notare che sono state ritrovate maschere puniche dette “ghignanti” a Mozia, nell’antica Cartagine, a Ibiza e in Sardegna (San Sperate e Tharros), per le quali si ipotizza avessero una funzione apotropaica nei riti del tophet e più in generale in ambito funerario [3]. Inoltre, secondo le fonti classiche, i riti del tophet erano un’offerta al dio Ba’al Ammone, cioè la divinità punica che i greci associavano a Crono [4].

Maschera punica apotropaica, Museo archeologico di Cagliari. Foto di Sailko, da Wikimedia Commons, licenza CC BY 3.0

Questa divinità, detta più originariamente Ba’al Hammon, era la più importante venerata dai cartaginesi e faceva parte della triade divina con Tanit, sua paredra, ed Eshmun. Tutte divinità ben conosciute e adorate anche nella Sardegna antica. Ma l’associazione delle maschere “ghignanti” col “riso sardonico” rimane pur sempre solo un’ipotesi, una congettura tutta da provare.

Inoltre è poco plausibile che Timeo, essendo notoriamente anti-cartaginese [5], cosa diffusa nel mondo greco e romano dell’epoca, si sia riferito in modo generico al brutale culto del geronticidio senza cogliere l’occasione di rimarcare la crudeltà punica se fosse stato veramente praticato dai cartaginesi dell’isola. Un’occasione che potrebbe essere stata colta anche da Demone e da altri autori per puro pregiudizio dopo aver conosciuto solo la versione di Timeo.

Dunque è più probabile che il geronticidio possa essere stato un’antica tradizione sarda [6] e che potrebbe aver avuto, al massimo, qualche influenza di origine punica. Quanto al riso sardonico (in latino Risus sardonicus), esso viene inteso in genere come un tipo di spasmo prolungato dei muscoli facciali che farebbe apparire in viso una smorfia somigliante a un sorriso.

Ben due secoli prima dell’invasione punica in Sardegna e più di quattro secoli prima della fonte di Timeo, l’aggettivo greco sardánios appare per la prima volta nell’Odissea di Omero (approssimativamente VIII sec. a.C. col fine di descrivere il riso amaro e sarcastico di Ulisse che ebbe in seguito all’aver schivato una zampa di bue lanciatagli da Ctesippo, uno dei pretendenti di sua moglie Penelope. Frammenti di opere giunte fino a noi rivelano che più tardi, intorno al V sec. a.C., il termine venne utilizzato anche da Simonide e da Sofocle nel mito di Talos, nella cui versione originale tale riso apparteneva al gigante di bronzo guardiano di Creta.

Tutto ciò ci fa capire che il termine veniva utilizzato senza necessariamente indicarne la correlazione con la Sardegna e i suoi abitanti o senza che quel tipo di riso fosse causato da un’erba. Un indizio in più in questa direzione, tuttavia non risolutivo, arriva dalla Suda, un’importante enciclopedia bizantina del X secolo, secondo cui l’aggettivo “sardonio” / “sardonico” (σαρδόνιον) dovrebbe derivare dal verbo greco sairō che significa “ghignare in faccia al pericolo” o “arricciare le labbra in modo malevolo”.

Più di 400 anni dopo Timeo e Demone, Eliano da Palestrina affermò che il riso amaro del genitore e dei figli, mostrato durante il geronticidio sardo, veniva causato dall’uso di un’erba particolarmente diffusa in Sardegna [7]. Dopo altri 300 anni, Isidoro di Siviglia scrisse:

Venenum quoque non nascitur et nisi herba per scriptores plurimos et poetas memorata, apiastro similis, quae hominibus rictus contrahit et quasi ridentes interimit [8].
(Non vi nasce alcun veleno [in Sardegna], tranne un’erba menzionata da molti scrittori e poeti, simile alla melissa, che contrae le mascelle degli uomini e li uccide come se ridessero).

Resta ovviamente, in questo caso, una certa riserva per la tardività della fonte.

Nel 2009 avviene qualcosa di decisivo per questa indagine. Alcuni scienziati dell’Università del Piemonte Orientale, dell’Università di Napoli e dell’Università di Cagliari hanno affermato di aver finalmente identificato l’erba sardonica con il finocchio d’acqua (Oenanthe crocata), nota anche come il prezzemolo del diavolo [9]. Mistero risolto?

Le prime fonti sul geronticidio sardo, cioè Timeo e Demone, non parlano minimamente di una qualsivoglia erba sardonica o di una qualsiasi altra cosa che causi il riso, seppur apparente. Il primo a menzionare l’erba sardonica fu Simone di Calette tra il III e il II sec. a.C., il quale affermava però che venisse fatta ingerire a vittime straniere o comunque ignare.

Dunque, l’ipotesi più probabile resta quella che la risata del rito possa essere stata successivamente associata alla cosiddetta erba sardonica da autori di gran lunga posteriori per pura e semplice congettura. 

È interessante sapere che nel mondo antico l’usanza di far morie gli anziani non fosse poi così unica e di solo ambito sardo. Ecco sotto un elenco di popoli legati alle pratiche di geronticidio documentate in passato. Non si può escludere, ovviamente, la possibilità che si tratti di propaganda denigratoria da parte di chi le riporta o di semplici leggende tramandate o diffuse [10].

  • I Caspi e gli Ircani lasciavano i vecchi agli animali [10];
  • i Battriani li facevano morire lasciandoli ai cani [10];
  • come in Sardegna, i Cantabri più anziani si gettavano da una rupe [11];
  • i Padei li facevano uccidere e poi mangiare [12];
  • tra i Derbici e tra i Massageti venivano fatti uccidere e poi mangiare dai parenti [13];
  • gli Eruli li facevano morire su richiesta per mano di un estraneo tramite pugnale direttamente sulla pira [14];
  • i Giapponesi praticavano l’Ubasute o Obasute (letteralmente “abbandonare una donna anziana”) [15]; tra gli Iazigi venivano uccisi dai figli con una spada [16];
  • gli Indiani di alcune parti dei distretti meridionali dello stato indiano del Tamil Nadu praticavano il Thalaikoothal (தலைக்கூத்தல், letteralmente “doccia”) [17];
  • gli Inuit li lasciavano morire di assideramento chiusi negli iglù [18];
  • gli anziani Megabari Etiopi si strangolavano o si facevano strangolare [19];
  • quelli Sciti, dopo un banchetto, si inghirlandavano e poi si gettavano gioiosi (hilares) in mare da una rupe [20];
  • tra i Tibarreni i vecchi venivano gettati da precipizi o appesi a patiboli [21]; ecc. [22]

Secondo alcuni autori romani i loro antenati praticavano sacrifici umani in molte celebrazioni rituali che poi però sono state sostituite con offerte simboliche.

Dionisio di Alicarnasso nel I sec. a.C. affermava che il rito degli Argei, in cui le figure di paglia venivano gettate nel fiume Tevere, potrebbe essere stata una sostituzione di un’originale offerta di anziani sacrificati a Saturno. Persino Cicerone affermò che i burattini lanciati dal Pons Sublicius dalle Vestali in una cerimonia processionale fossero i sostituti di un antico sacrificio di vecchi [23].

In Grecia, più precisamente nell’isola di Ceo nel Mar Egeo, si crede che gli antichi Cei decisero per legge che tutte le persone di età superiore ai 60 anni si suicidassero bevendo la cicuta al fine di preservare l’approvvigionamento alimentare [24].

Tra i Serbi si dice che in passato si praticasse il Lapot (Лапот) che consisteva nell’uccidere i propri genitori, o altri parenti anziani, una volta che fossero diventati un onere finanziario per la famiglia. C’è, inoltre, una famosa storia serba sul geronticidio che ha analogie con una leggenda sarda [1].

Entrambe raccontano che il protagonista nasconde un anziano parente (il nonno per i serbi, il padre per i sardi) per proteggerlo dall’usanza del geronticidio. Alla fine, quando tutti si rendono conto che la saggezza inculcata dal vecchio al suo giovane rampollo aveva mostrato un modo di vivere migliore, quest’ultimo lo riporta al villaggio e la pratica di uccidere gli anziani cade in disuso in quella comunità [25].

In Svezia, Norvegia e Islanda vi sono una serie di precipizi che portano il nome di Ättestupa (in scandinavo per “precipizio dei parenti” o “precipizio del clan”). Si suppone che nei siti che portano questo nome, durante la preistoria pagana nordica, fosse praticato il geronticidio rituale e gli anziani vi si gettassero o venissero gettati morendo inevitabilmente [26].

Una piccola curiosità che crea un (ipotetico) parallelismo tra la Sardegna e la Svezia dei tempi antichi: il film horror del 2019 Midsommar di Ari Aster utilizza il termine Ättestupa per descrivere una tradizione fittizia in cui gli anziani membri di una setta si gettano da un’alta scogliera in un suicidio rituale una volta raggiunti i 72 anni. Nella pellicola è ben mostrato uno strumento simile alla matzocca, il martello dell’accabadora, utilizzata per “accabare”, cioè finire in modo eutanasico, chi è moribondo e sofferente.

Un detto di Baunei recita:
“Leare su ‘ècciu a tumba o a ispèntuma” (portare il vecchio alla tomba o al dirupo).

In Sardegna troviamo molti luoghi che sembrano avere a che fare col geronticidio: A Macomer si tramanda una leggenda che narra di un giovane che portava sulle spalle il padre per gettarlo da uno dei dirupi di Monte Muradu ma, in seguito a un loro discorso sul fatto che anche lui avrebbe subìto in futuro la medesima sorte per mano di suo figlio, i due decisero di tornare a casa desistendo dal rito. Una storia simile si racconta nel Salento, in cui però il figlio vuole “solo” abbandonare il padre in ospizio.

A Orotelli (NU) si parla di un’antica tradizione di vecchi buttati da un dirupo chiamato Ischerbicadorzu ’e sos Betzos oppure Impercadorzu ‘e sos Betzos, letteralmente “scervellatoio dei vecchi” e “dirupo dei vecchi”. A Ovodda si racconta di vecchi padri precipitati dalla rupe detta Su nodu de Lopene. Nel territorio di Cossoine (SS) c’è un inghiottitoio chiamato Sa ucca ‘e Mammuscone (La voragine di Mammuscone).

Secondo un’antica leggenda popolare, questa voragine era utilizzata anticamente per la pratica del geronticidio.

Nota espressione tradizionale di Gairo:
“Is bèccius a sa Babaieca!” (i vecchi alla Babaieca!).

Poco distante da Gairo c’è un dirupo chiamato la Babaieca dove si racconta che i primogeniti gettassero i genitori anziani. Questo nome ha un’etimologia incerta [27]. Sappiamo che nel sardo moderno babbai significa generalmente “papino”, “nonnino” [28], ma in logudorese significa “zio prete”, “zio signore”, “prete”, “parroco”, insomma un qualsiasi parente o persona considerata potente, protettrice e che sia comunemente nota [29]. 

La seconda parte del nome ha invece ancora un significato ignoto. Cercando tra le lingue antiche e non, in particolare quelle con cui il sardo mostra più correlazioni, si ritrova il termine basco hega col significato di “pendio di montagna, fianco di una montagna” (questa radice nei casi verbali prende il significato di “volare, saltare”) [30]. Possiamo trovare conservata la forma arcaica con la consonante sorda intervocalica per esempio nel basco erreka che significa “burrone, canalone, letto del fiume, torrente” [30].

Dunque, se l’etimologia dovesse essere corretta, potremmo dedurre che Babai-eca possa significare qualcosa come “la rupe del padre anziano” (forse inteso come vecchio capotribù o anziano stregone). Un significato, questo, molto simile al nome di un luogo di Urzulei in cui si dice che venissero buttati i vecchi. Lo chiamano Su pigiu ‘e su becciu (il picco del vecchio).

Secondo Giovanni Lilliu, archeologo e massimo conoscitore della civiltà nuragica, venivano uccisi solamente gli anziani particolarmente importanti a livello societario, capi tribù o saggi, le cui qualità fisiche e morali non dovevano andare perdute [31]. Una pratica simile che prevedeva l’uccisione rituale del sacerdote ormai anziano da parte di chi avrebbe preso il suo posto è attestata nella zona mediorientale, africana ed europea centrale e settentrionale. A tal proposito il grande etnologo inglese James J. Frazer scrive:

Come abbiamo visto, le culture primitive credono, a volte, che la propria sicurezza e quella del mondo intero dipendano dalla vita di uno di questi uomini-dèi (i capitribù o gli stregoni, ecc. n.d.a.) […] Ma nulla potrà impedire all’uomo-dio di invecchiare, indebolirsi e, infine, morire. […] Certo, il pericolo è enorme; se, infatti, il corso della natura dipende dalla vita dell’uomo-dio, quali immani catastrofi procurerebbe il graduale indebolimento dei suoi poteri e la loro definitiva estinzione con la morte? Non c’è che un modo per evitarle. L’uomo-dio dev’essere ucciso appena le sue forze danno segni di cedimento, e la sua anima trasferita nel corpo di un successore vigoroso, prima di venire seriamente danneggiata dall’incombente decadimento [32].

Riguardo a riti simili e alla divinità a cui viene dedicato, troviamo il dio *Māworts, diffuso tra i popoli italici ma di dubbia origine indoeuropea [33], che nel latino arcaico si ritrova come Mauors, Mamers, Mars (cioè Marte). Pare fosse considerato originariamente un dio guerriero del cielo tempestoso e violento [34]. Il tuono e il fulmine erano le sue armi.

Tenendo conto delle varianti dei nomi della figura sarda Mammuscone, Mamuthone, Mamutzone, Maimone, Maimulu, ricaviamo una radice comune Mamu- / Mamo- (oppure Maimu- / Maimo-) che ritroviamo in parole sarde col significato di “maschera, spauracchio, fantasma” oppure “vortice di vento, turbine di vento”, ma anche nel nome di arcaiche festività della religione romana dette Mamuralia, o Sacrum Mamurio.

Lo scrittore e funzionario bizantino Giovanni Lido (VI sec. d.C.) scrisse che in tali ricorrenze Mamurio Veturio veniva scacciato e percosso ritualmente tra grandi risate con verghe e bastoni dai bambini. Il nome Veturius è chiaramente collegato all’aggettivo vetus, veteris cioè “vecchio, anziano”. Tale personaggio, infatti, era un vecchio vestito con pelli di animali, il quale secondo la tradizione fu l’artigiano che venne incaricato da Numa Pompilio di fabbricare undici scudi identici all’Ancile, cioè lo scudo che gli era stato inviato dal dio Marte come pegno dell’eterna salvezza e invincibilità di Roma. L’Ancile originale e le 11 repliche vennero lasciati sotto la custodia dei Salii.

Costoro erano un antichissimo collegio sacerdotale romano il cui nome deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano [35] durante le processioni sacre [36].

Nei Mamuralia questi sacerdoti portavano solennemente in processione i dodici scudi sacri, saltando e intonando un canto senza accompagnamento musicale, ma battendo il ritmo con dei bastoncelli sugli scudi [37]. I Mamuralia erano corrispondenti al nostro capodanno, giorni in cui venivano praticati riti di passaggio e di purificazione. La figura di Mamurio infatti era legata al passaggio tra l’anno nuovo e quello vecchio.

Ci sono notevoli analogie con il carnevale sardo: ad esempio la somiglianza dei 12 sacerdoti Salii con i 12 Mamuthones del carnevale di Mamoiada, i quali durante tutta la processione fanno più volte un piccolo salto per scuotere i campanacci che portano sulla schiena.

Nella stessa tradizione italiana a capodanno, o più precisamente la notte del 31 dicembre, vengono o venivano praticati degli antichi rituali scaramantici, ormai quasi completamente abbandonati, come quello di gettare dalla finestra oggetti vecchi o inutilizzati. Anche tali riti rappresentavano un passaggio: essendo giunti alla fine di un periodo, bisognava buttare via le cose vecchie per rompere con il passato e aprirsi a un futuro migliore.

In conclusione possiamo dire che, se veramente il geronticidio fosse stato praticato in Sardegna, sarebbe presumibilmente riconducibile a un’usanza [38] per la quale alcuni importanti anziani dei villaggi venivano fatti morire per permettere, secondo le loro credenze, che il benessere della comunità e la ciclicità della vita potessero andare avanti. La loro risata prima della morte avrebbe potuto avere, forse, lo scopo di dimostrare il loro coraggio e l’orgoglio di aver raggiunto quel traguardo tanto ambito, così come per esorcizzare la paura e la tragicità dell’avvenimento.

Nei secoli altre culture possono aver influenzato la pratica del geronticidio sardo e persino averlo fatto terminare perché considerato troppo cruento e barbaro. Ma anticamente tali riti erano troppo importanti e sacri per essere abbandonati del tutto e forse, secondo alcuni [39], potrebbero essere stati conservati e riproposti in versioni innocue, in cui magari la figura del capotribù o dello stregone del villaggio viene percossa e poi uccisa in modo solo apparente o simbolico, permettendoci così di poterli rivedere e rivivere dopo più di 2000 anni nientemeno che nelle misteriose e affascinanti rappresentazioni del carnevale sardo [40].

Note

  • [1] D. Turchi, 2022, Leggende e racconti popolari della Sardegna. Storie, religioni e miti nelle tradizioni di una terra erede di molteplici culture mediterranee, Newton Compton Editori.
  • [2] Gli esempi più evidenti si trovano nell’area archeologica di Monte Sirai nei pressi di Carbonia.
  • [3] G. Garbini, 1980, I Fenici. Storia e religione, Napoli; Garbini, 1994, La religione dei Fenici in Occidente, Roma.
  • [4] P. Xella, 1991, Baal Hammon. Recherches sur l’identité et l’histoire d’un dieu phénico-punique, Roma; Xella, 1994, “Baal Hammon nel pantheon punico. Il contributo delle fonti classiche”, in SMSR n. s. 18, 2, 165-181; Lawrence E. Stager et Samuel R. Wolff, «Child Sacrifice at Carthage. Religious Rite or Population Control?», Biblical Archaeology Review, janvier-février 1984.
  • [5] K. Meister, 1992, La storiografia greca, Roma-Bari, (e or. Stuttgart-Berlin-Köln, 1990).
  • [6] Giuseppe Minunno, 2003 – Studi e materiali di storia delle religioni 69, pp. 285-312. (Geronticidio punico? L’uccisione degli anziani nelle più antiche tradizioni sulla Sardegna).
  • [7] G. Lilliu, 1957, Religione della Sardegna prenuragica. Roma, Museo preistorico-etnografico L. Pigorini.
  • [8] Isidoro, Origini, XIV.
  • [9] News Scan Briefs: Killer Smile, Scientific American, August 2009, pp. 965; Appendino, F. Pollastro, L. Verotta, M. Ballero, A. Romano, P. Wyrembek, K. Szczuraszek, J. W. Mozrzymas, e O. Taglialatela-Scafati, 2009, Polyacetylenes from Sardinian Oenanthe fistulosa: A Molecular Clue to risus sardonicus, in Journal of Natural Products, vol. 72, n. 5, pp. 962–965.
  • [10] Strabone, II, 11, 3; Porfirio, De abstinetia, IV, 21; Eusebio, Praep. Ev., I, 4, 7; Gerolamo, Adversus Jovinianum.
  • [11] Silio Italico III, 328.
  • [12] Erodoto, III, 99.
  • [13] Strabone, XI, 11, 8; Porfirio, De abstinetia, IV, 21; Eusebio, Praep. Ev., I, 4, 7; Gerolamo, Adversus Jovinianum; Erodoto, I, 216.
  • [14] Procopio, Bellum Gothicum, II, 14, 1-5.
  • [15] Consisteva in un’antica usanza giapponese di lasciar morire, di sua spontanea volontà, un membro anziano o infermo della famiglia o della comunità in qualche località remota.
  • [16] Valerio Flacco, Argonautica, VI, 122-128.
  • [17] Consisteva in genere nel far somministrare al parente anziano un ampio bagno d’olio al mattino presto per poi fargli bere bicchieri di tenera acqua di cocco che pare provochi insufficienza renale, febbre alta, convulsioni e morte entro un giorno o due. Questa tecnica può anche comportare un massaggio alla testa con acqua fredda, che può abbassare la temperatura corporea a sufficienza da causare insufficienza cardiaca. Metodi alternativi prevedono l’ingestione forzata del latte vaccino mentre si tappa il naso, causando difficoltà respiratorie (detta la “terapia del latte”) o l’uso di veleni.
  • [18] “Did Eskimos put their elderly on ice floes to die?” The Straight Dope, 2004;
  • “Notes on Eskimo Patterns of Suicide” di Alexander H. Leighton e Charles C. Hughes in Southwestern Journal of Anthropology, volume 11, 1955; Eskimos and Explorers, 2ª ed., di Wendell H. Oswalt, 1999.
  • [19] Agatarchide, Bibliotheca, 454b; Diodoro, III, 33.
  • [20] Plinio, N. H. IV, 26; Pompinio Mela, III, 5; Sesto Empirico.
  • [21] Porfirio, De abstinetia, IV, 21; Eusebio, Praep. Ev., I, 4, 7; Gerolamo, Adversus Jovinianum.
  • [22] Per esempio i Goti (Giovanni Crisostomo, In Pentecoste sermo I, Migne, PG LII, col. 808) e i Triballi (Aristotele, Topica, II, 11).
  • [23] Marcus Tullius Cicerone. Pro Roscio Amerino. 35.100; Paolo-Festo 40.25 L; 334 M; Lattanzio, Div. Inst. I, 21, 6; Epist. 18, 2.
  • [24] Strabone X 6; Aeliano, Var. Hist. III 37; Valerio Massimo II 6, 8.
  • [25] Zarko Trebješanin, 2009, “Lapot: naučni mit ili stvarnost” (in Serbo-Croato). NIN. Retrieved.
  • [26] Lauritz Ulrik Absalon Weibull, 1996, Scandia, Volume 62. Statens humanistiska forskningsråd, pp. 365. Nella “memoria collettiva” degli Scandinavi si pensa che gli anziani in epoca pagana morissero cadendo dal “precipizio del suicida” (ättestupa) sia gettandosi volontariamente che venendo spinti.
  • [27] Troppo spesso associato impropriamente ai termini sardi jacca jaca, jaqa, jaga, giaga, zaca, zaga, jecca, gecca, ècca che significano tutti “cancello rustico di legno” o “graticcio mobile a chiusura di un varco”. Asserendo che Babbai significhi “babbo, nonno, vecchio” ed Eca “entrata” e “uscita”, viene forzato il significato di “uscita del nonno, del vecchio” ignorando il significato giusto del secondo termine e persino il primo dei due significati attribuitigli.
  • [28] M. L. Wagner, 1953, Dizionario Etimologico Sardo I.
  • [29] P. Casu, 2003, Vocabolario sardo logudorese – italiano, Ilisso.
  • [30] Azkue, R.M., 1905, Diccionario vasco-español-francés, Bilbao; Aulestia, G. e L. White, 1992, Basque-English English-Basque Dictionary, Reno: University of Nevada Press; L. Trask, 2008, Etymological Dictionary of Basque, University of Sussex. Un’altra radice simile che potrebbe essere collegata a hega e che potrebbe aver mantenuto un significato più vicino a quello originario è hegi che significa “cresta, dorsale, crinale; piccolo pianoro a strapiombo su una rupe; confine, spigolo, angolo”. Inoltre esiste un’altra località in Sardegna che porta nel nome la radice ega / eca, una montagna di Narcao, si chiama Mont’ega nel quale si trova una voragine chiamata Is seddas ‘e Mont’ega.
  • [31] G. Lilliu, 1957, Religione della Sardegna prenuragica. Roma, Museo preistorico-etnografico L. Pigorini; Lilliu, 1992, Miti e rituali nella Sardegna preistorica, in “Sardinia in the Mediterranean“. Sheffield Academic Press.
  • [32] J. G. Frazer, 2002, Il ramo d’oro, Roma, Newton & Compton, pp. 309. Il rito citato richiama subito alla mente le tante storie mitiche del dio che uccide il padre o il nonno diventando il re degli dèi: nei miti babillonesi Ea uccide il padre Apsu, in quelli mesopotamici Teshub il padre Kumarbi, in un’epopea indù Babruvahana uccide suo padre Arjun, nei miti scandinavi Odino e i fratelli il nonno Ymir, in alcune versioni dei miti greci Zeus sventra il padre Crono.
  • [33] Mallory, James P.; Adams, Douglas Q., 2006, The Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World. Oxford, England: Oxford University.
  • [34] Michael York, 1988, “Romulus and Remus, Mars and Quirinus”. Journal of Indo-European Studies. 16 (1–2): 153–172.
  • [35] P. Ovidi Nasonis: Fastorum, III, 387: …iam dederat Saliis a saltu nomina ducta armaque et ad certos verba canenda modos.
  • [36] Livio, ad Urbe condita, I,20,4: Salios item duodecim Marti Gradiuo legit, tunicaeque pictae insigne dedit et super tunicam aeneum pectori tegumen; caelestiaque arma, quae ancilia appellantur, ferre ac per urbem ire canentes carmina cum tripudiis sollemnique saltatu iussit.
  • [37] Dionigi d’Alicarnasso: Antichità Romane; II, 70.
  • [38] Il condizionale è d’obbligo giacché si sta parlando di un’epoca molto lontana da noi di cui non abbiamo fonti scritte dirette da parte degli antichi sardi. Oltre a essere privi di evidenze archeologiche, possediamo solo fonti indirette, spesso corrotte, o solo leggende popolari locali. Niente di più.
  • [39] F. Masala, 1984, Il riso sardonico. Cagliari, GIA.
  • [40] A Cagliari viene ucciso il re Cancioffali, un grande fantoccio che rappresenta il re, bruciato in un falò. A Ovodda invece viene bruciato Don Conte, cioè un personaggio che ricoprirebbe un ruolo sia sacerdotale che regale. Il falò ricorre spesso nelle manifestazioni carnevalesche o di capodanno e non solo in Sardegna. Quelli di inizio anno sono tipici del Nordest italiano. Nelle zone di Bologna e Modena vi è per esempio l’usanza di bruciare un fantoccio raffigurante un vecchio (il falò del vecchione) la mezzanotte del 31 dicembre per festeggiare Capodanno. Queste tradizioni probabilmente hanno un’origine molto antica e vengono spesso legate ai celti che pare avessero l’usanza di bruciare un fantoccio rappresentante il passato (Plinio Cagnin, 1992, Volta ‘a carta. Motivi tradizionali di Cappella e dintorni, Scorzè, La Tipografica, pp. 64-74).

Si ringrazia Anna Rita Longo per la revisione del testo. Immagine di copertina da Pixabay, Pubblico dominio

One thought on “Il sacrificio degli anziani nella Sardegna antica, tra mito e tracce storiche

  • 23 Gennaio 2023 in 13:23
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    Secondo numerosi Studiosi, anche Anglo-Americani, il suicidio rituale degli Anziani, Sacrificati al’ antico Dio Celtico Profith, si pratica ancora oggi in Italia. Il nostro Paese è diventato una multicultura, oltre che una multietnia, Il sacrificio può avvenire quindi in svariati modi, anche moderni: mediante l’ induzione al suicidio, o mediante il taglio delle Pensioni e dell’ Assistenza Sanitaria. Queste ultime due pratiche sono rese più in linea con la Democrazia e la Libera scelta mediante le tasse, l’ aumento di prezzi, i Ticket a carico dell’ Assistito. I Cattolici preferiscono l’ Eliminazione tramite RSA, spesso gestite da Congregazioni Religiose o, più laicamente, tramite crociere e gite collettive riservate agli over 60.
    https://www.epicentro.iss.it/mentale/GM2013_Suicidi
    A parte gli scherzi, grazie Anna Rita.

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