Calatafimi: miti e realtà storiche di un episodio chiave del Risorgimento

di Filippo Ferrandi *

«Qui si fa l’Italia o si muore»[1].

Queste le parole che lo scrittore garibaldino G. C. Abba attribuì a Giuseppe Garibaldi quando Nino Bixio gli chiese, in un momento particolarmente ostico, di ritirarsi durante lo scontro di Calatafimi: era il 15 maggio 1860.

Da un lato la tradizione risorgimentale individuò in questo scontro l’attimo in cui l’Italia unita iniziò a prendere vita. Dall’altro, invece, il revisionismo neoborbonico lo indica come il caso forse più eclatante di tradimento e corruzione che, insieme ad altri eventi, hanno portato al crollo del Regno delle due Sicilie. Cosa c’è di vero?

Quella di Calatafimi fu solo la prima fra le tante battaglie combattute durante la spedizione di Garibaldi, che da Marsala giunse fino al fiume Volturno, a nord di Napoli. 

In questo scontro è stata ipotizzata l’esistenza di un primo eclatante caso di corruzione a opera della Massoneria inglese. Come afferma Ignazio Coppola

«La fortunata campagna garibaldina ebbe, dunque, negli inglesi dei provvidenziali angeli custodi e niente vieta di pensare che questi stessi angeli custodi abbiano, con i convincenti mezzi economici di cui disponevano, condizionato la condotta rinunciataria dell’esercito borbonico, che da Calatafimi in poi, […] si distinse per ritirate e fughe.»[2]

Erano le 3 del mattino del 15 maggio quando i Mille e i picciotti siciliani si svegliarono al suono della tromba, all’alba erano già pronti per incamminarsi nuovamente, questa volta diretti da Salemi verso Palermo. [3] Intorno a mezzogiorno le truppe di Garibaldi erano prossime a raggiungere quello che sarebbe stato il luogo dello scontro. A poco più di un chilometro da loro sorgeva il colle di Pietralunga, di fronte ad esso il ben più noto colle detto Pianto Romano. [4] Sui due colli prenderanno posizione, rispettivamente, i garibaldini e l’esercito borbonico. Sebbene per Alfio Caruso, giornalista e scrittore,  quella di Calatafimi fu poco più di una scaramuccia, [5] è bene far notare che lo scontro risultò decisivo per conquistare l’appoggio dei siciliani di allora alla causa unitaria. 

Serve però un minimo di contestualizzazione. I Mille, coadiuvati da qualche centinaio di siciliani unitisi a loro dopo lo sbarco di Marsala avvenuto l’11 maggio, [6] si erano diretti in Sicilia con l’intento di supportare le rivolte antiborboniche sull’isola, l’ultima delle quali era scoppiata a Palermo il 4 aprile precedente ed era stata repressa dall’esercito napoletano. [7] 

Obiettivo finale della spedizione era l’unificazione della penisola sotto l’autorità dei Savoia. Non a caso, fin dall’inizio Garibaldi (e con lui Crispi che lo accompagnava) affermò di essere lì in nome di Vittorio Emanuele II re d’Italia, [8] nonostante l’incoronazione ufficiale con quel titolo sarebbe avvenuta solo il 17 marzo dell’anno dopo.

Nessuno dei due schieramenti conosceva l’entità delle forze avversarie. A individuare l’avanguardia delle truppe in giubba rossa fu il maggiore Sforza. [9] Quando Garibaldi venne a sua volta informato della vicinanza dei borbonici aveva già prudentemente schierato le sue forze. Il generale Francesco Landi, al comando delle truppe napoletane, aveva invece schierato solo metà delle sue forze, ponendo al comando Sforza e deciso a trattenere il resto con sé nel paese di Calatafimi. [10]

Come si spiega un simile atteggiamento? Il generale borbonico aveva sì una lunga carriera nell’esercito, ma scarsa dimestichezza con i combattimenti, il che lo rendeva un po’ troppo prudente. Va inoltre sottolineato che la colonna borbonica in marcia da Palermo verso Calatafimi trovò i fili del telegrafo tagliati, il servizio postale paralizzato e le campagne che pullulavano di insorti. [11] Sappiamo che Landi nei suoi rapporti ai superiori scrisse di non nutrire particolare fiducia negli isolani. [12] Rischiare pertanto di dover affrontare la strada del ritorno con un esercito debilitato e pieno di feriti non era certamente una buona idea. A rendere dubbioso il generale napoletano su cosa fare fu anche l’ordine ricevuto, la mattina stessa dello scontro, di ripiegare su Partinico [13] per riunire le forze intorno a Palermo anziché, come deciso giorni addietro, di fermare lontano dalla città gli invasori ed evitare l’insurrezione di una popolazione ostile.

Che forze dunque si apprestavano alla battaglia? Il maggiore Sforza, disposto l’esercito sul Pianto Romano, aveva con sé oltre mille uomini più i continui rinforzi che giungeranno di volta in volta da Calatafimi. Si può con buona approssimazione calcolare un totale di circa duemila uomini impegnati nello scontro. [14] Garibaldi, sul colle prospiciente di Pietralunga, aveva con sé i veterani delle sue precedenti campagne che componevano i cosiddetti Mille e qualche centinaio di insorti siciliani.

«Si trovarono veramente di fronte duemila o duemiladuecento napoletani contro milletrecento fra garibaldini e squadre siciliane». [15]

I napoletani erano ben armati e addestrati, le loro armi erano moderne ed efficienti, ma non avevano esperienza negli scontri campali perché erano stati impegnati al massimo in compiti di polizia contro cittadini pressoché inermi; i garibaldini avevano poche munizioni, un solo cannone, ma esperienza di scontri contro le truppe austriache.

A dare l’avvio alla battaglia, che si protrarrà per circa quattro ore, fu il maggiore Sforza. Dalla sua postazione poteva vedere solo una parte delle truppe d’invasione, quelle del II battaglione di Giacinto Carini. Il battaglione agli ordini di Nino Bixio era infatti nascosto alla sua vista dalla conformazione del terreno. Gli uomini che si apprestava ad attaccare erano per lo più gente in abiti borghesi e contadini, motivo per cui un ufficiale coraggioso come lui non ci pensò due volte a dare avvio alle azioni militari facendo avanzare verso il vallone fra i due colli le truppe a sua disposizione. [16]

In risposta Garibaldi ordinò ai quarantatré carabinieri genovesi al suo comando, i meglio armati e addestrati, di andare incontro al nemico per valutare la situazione. [17] Fu qualche momento dopo che si vide sbucare un certo

«Francesco Nullo, uno dei pochi a cavallo, attorniato dai suoi volontari bergamaschi, […] gridando: “Avanti alla baionetta!”». [18]

Da quel momento lo scontro fu feroce, tutte le truppe del generale nizzardo si portarono avanti caricando con le baionette innestate.

«I volontari danno prova di incredibile ardimento […] Nel primo, decisivo scontro di Calatafimi prevalgono con una serie di attacchi frontali alla baionetta, in inferiorità numerica e di armamenti, pagando il prezzo di un numero di caduti superiore a quello degli avversari.» [19]

Fracassi riporta che

«Gli analisti militari che […] hanno esaminato lo svolgimento della battaglia di Calatafimi sono stati concordi nel concludere che la struttura a terrazze del Pianto Romano non ostacolò, ma […] favorì la missione impossibile dei volontari, quella di risalire il monte attaccando il nemico alla baionetta.» [20]

«I muretti a secco e gli spuntoni di roccia consentivano le cariche successive, e offrivano buon riparo, fra l’una e l’altra, per riprendere fiato.» [21]

Lo scontro si concluse con la ritirata dei napoletani dal colle del Pianto Romano. I soldati borbonici, inesperti nella carica frontale alla baionetta e nel corpo a corpo, cedettero lentamente ma progressivamente terreno. La conformazione del territorio non favorì l’uso della cavalleria, né la possibilità di grandi manovre di fanteria. Anche l’impiego dell’artiglieria risultò compromesso: i cannoni napoletani avrebbero avuto possibilità maggiori se le forze di Garibaldi si fossero assestate lungo il declivio del colle di Pietralunga o nel vallone fra le due colline, impegnandosi nel più consueto scambio di colpi fra le fucilerie. Essendo invece perennemente a ridosso delle posizioni borboniche e in salita lungo il colle, l’uso efficace delle bocche di fuoco più grandi fu impossibile.

Durante lo scontro lo stesso Garibaldi rischiò più volte la vita, venendo anche ferito ad una spalla. [22] Alla battaglia prese parte anche il primo figlio di Garibaldi e Anita, Menotti, che venne colpito alla mano e al braccio. [23] La durezza dello scontro e le ferite riportate dal generale e da Menotti sono elementi in contrasto con l’ipotesi di corruzione e tradimento, fatti dei quali non vi è tra le altre cose prova documentaria. Si trattò con ogni probabilità di voci messe in circolo a posteriori e a campagna militare conclusa. Il fatto che a seguito delle sconfitte i generali, come è sempre stata prassi presso qualunque esercito, fossero posti a giudizio e una tale ipotesi non sia stata nemmeno ventilata, non lascia molti dubbi sulla volontà di screditare queste figure da parte di chi, forse, non voleva ammettere le molte disfunzioni all’interno del regno borbonico.

Concluso lo scontro, i soldati napoletani in ritirata verso Palermo si macchiarono di crimini contro la popolazione di Partinico («case svaligiate e bruciate, mattanza di uomini, donne, bambini.»), [24] ma gli abitanti della cittadina si difesero e scacciarono i soldati con altrettanta ferocia e violenza, infierendo sui napoletani feriti. [25] La situazione cambiò all’arrivo di Garibaldi, il quale non gradiva si spargesse sangue di civili al di là del necessario.

«Soltanto dopo la resa di Palermo, il ritorno a Napoli, egli [Landi] e gli altri generali reduci dalla Sicilia saranno sottoposti al giudizio di una commissione d’inchiesta. Assoluzione per tutti: le disfatte isolane verranno attribuite alle circostanze eccezionali. Landi otterrà l’immediato pensionamento. […] Si diffonderà la voce che fosse stato stroncato dal crepacuore nella filiale del Banco di Napoli, in cui si era recato per incassare una fede di credito da quattordicimila ducati […]. Aveva scoperto che in realtà ne valeva quattordici. Secondo i suoi detrattori rappresentava il prezzo dell’inqualificabile comportamento a Calatafimi. Cioè, quello del tradimento. Al contrario, uno dei figli, trasmigrato nell’esercito italiano, otterrà una lettera di smentita da Garibaldi». [26]

In scritti più recenti, la prospettiva neoborbonica ha voluto reiterare il carattere predominante di una campagna militare che avrebbe molte ombre e poche verità

«Il comportamento rinunziatario e pronto alla resa malgrado le soverchie forze in campo, fu una costante dei generali borbonici. Landi a Calatafimi, Lanza a Palermo, Clary a Messina, Melendez, Briganti e Ghio nelle Calabrie. Il generale Landi morirà il 28 ottobre 1861, colto da apoplessia, si dice, per il dispiacere di non aver potuto incassare una polizza di 14.000 ducati, avuta come prezzo per il suo tradimento al re, che risultò truccata e inesigibile.» [27]

Come già detto, tuttavia, di questo tentativo di corruzione non vi è alcuna documentazione o prova che possa far sorgere un concreto dubbio. Nemmeno gli stessi neoborbonici offrono prove al riguardo, ma si limitano a espressioni del tipo “si dice” o “non vieta di pensare che”.

Non vi è nulla di strano nell’esito di queste battaglie che, come a Calatafimi, hanno visto costanti e ripetuti attacchi alla baionetta da parte dei veterani garibaldini contro truppe non altrettanto esperte in questo tipo di combattimento. Bisogna ancora ricordare che i generali napoletani erano ben consapevoli dell’ostilità della popolazione soprattutto in Sicilia, ma anche in buona parte del resto del Regno; faceva eccezione solo e in parte la zona intorno alla capitale, Napoli. Ma la stessa città partenopea aprì le porte a Garibaldi.

Non va dimenticato che alle forze dei Mille si andò progressivamente ad aggiungere il costante afflusso di siciliani prima, di meridionali più in generale dopo, nonché di volontari da altre parti della penisola italiana. Garibaldi, infine, era un generale abituato a combattere in condizioni di inferiorità numerica e, ciononostante, tenere testa ai suoi rivali: di ciò si possono trovare esempi in varie spedizioni, dalle esperienze nel sud America a quelle in Europa con la difesa della Repubblica romana, o i combattimenti nel nord Italia contro gli austriaci. La vittoria dei garibaldini a Calatafimi non fu dunque il risultato di un episodio di corruzione di matrice massonica, ma trova una naturale spiegazione sul piano politico e militare. 

* Filippo Ferrandi insegna storia e filosofia. Fra le sue pubblicazioni i due romanzi Labieno (2017) e La rivolta del re (2020).

Note

  1. Treccani.
  2. I. Coppola, La Sicilia tradita – Garibaldi tra apparire e essere, p. 76, Coppola ed., 2008
  3. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.171-172, Mursia ed., 2011.
  4. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.178, Mursia ed., 2011.
  5. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.63, Neri Pozza ed., 2020.
  6. P. Milza, Storia d’Italia – dalla preistoria ai giorni nostri, p.667, Corbaccio ed. 2006
  7. S. Lupo, L’unificazione italiana – mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, p.37-38, Donzelli ed., 2011.
  8. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.64, Neri Pozza ed., 2020.
  9. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.74, Neri Pozza ed., 2020.
  10. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.72, Neri Pozza ed., 2020.
  11. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.173-174, Mursia ed., 2011.
  12. Vedi Archivio Landi, Lettera del 13 maggio 1860. Cit. in R. De Cesare, La fine di un Regno, p.232.
  13. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.72, Neri Pozza ed., 2020.
  14. G. M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, cit. p. 332
  15. P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, cit. p.661.
  16. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.186, Mursia ed., 2011.
  17. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.186, Mursia ed., 2011.
  18. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.188, Mursia ed., 2011 il quale cita a sua volta la frase di F. Nullo tratta dal libro di G. Bandi, I Mille da Genova a Capua, p. 160.
  19. S. Lupo, L’unificazione italiana – mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, p.39, Donzelli ed., 2011.
  20. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.190, Mursia ed., 2011.
  21. L. Bianciardi, Da Quarto a Torino, cit. p.69
  22. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.192, Mursia ed., 2011.
  23. C. Fracassi, Il romanzo dei Mille, p.192, Mursia ed., 2011.
  24. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.78-79, Neri Pozza ed., 2020.
  25. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.79, Neri Pozza ed., 2020.
  26. A. Caruso, Garibaldi corruzione e tradimento – così crollò il Regno delle due Sicilie, capitolo 3 pag.79, Neri Pozza ed., 2020.
  27. I. Coppola, La Sicilia tradita – Garibaldi tra apparire e essere, pp. 76-77, Coppola ed., 2008

2 thoughts on “Calatafimi: miti e realtà storiche di un episodio chiave del Risorgimento

  • 23 Dicembre 2022 in 18:24
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    Analisi precisa dell’evento e circostanze. In particolare l’esauriente motivazione della carenza di preparazione agli scontri campali dell’esercito borbonico e la partecipazione del popolo del Regno delle due Sicilie alla caduta della monarchia Borbonica. Tale ultima indicazione, penso, era dovuta alle tante aspettative di miglioramento che ci sia attendeva dalla nuova formazione unitaria Italiana. Attese presto deluse, anzi peggiorative delle condizioni economiche e sociali del meridione che portarono dopo pochi anni a dare inizio all’eterna “questione meridionale”. Complimenti Filippo

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  • 2 Gennaio 2023 in 20:25
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    Articolo molto interessante per un appassionato di storia militare come me, anche se – scusate se mi ripeto – non capisco bene cosa c’entri con il Cicap. La battaglia di Calatafimi e’ stata sicuramente cruciale, nel senso che una sconfitta all’inizio della campagna avrebbe ben potuto essere fatale all’impresa dei Mille, specie se Garibaldi fosse caduto o fosse stato incapacitato. Ricordo che il compianto Prof. Raimondo Luraghi attribuiva la vittoria garibaldina a certi fattori come il terreno. I borbonici erano armati con moderni fucili rigati ad avancarica, che avevano una gittata ben superiore ai vecchi moschetti ad anima liscia. Pero’ i Borbonici erano schierati su un colle ‘a terrazzi’ che offrivano protezione ai Garibaldini avanzanti, permettendogli di chiudere la distanza per un assalto all’arma bianca. E probabilmente il morale e l’entusiasmo dei volontari e’ stato pure un fattore importante. Secondo Luraghi, se i Borbonici avessero occupato un colle con un pendio scoperto, probabilmente avrebbero vinto la battaglia. Quanto al Gen Landi, fu sottoposto a una commissione d’inchiesta (cosa normale per un generale sconfitto) ma fu esonerato. Questo pero’ non impedi’ la diffusione di voci che accusavano la debacle borbonica al tradimento dei generali che avevano servito sotto Murat. Direi che questo tipo di accuse e recriminazioni sono abbastanza comuni da parte dei perdenti per giustificare la sconfitta. Ufficialmente pero’ le autorita’ borboniche esonerarono tutti i generali sconfitti.

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