14 Luglio 2024
Approfondimenti

Flotte o ferite? Il caso della I.35, la presunta quartina perfetta di Nostradamus

di Paolo Cortesi, autore di L’officina di Nostradamus 

«Una delle più famose profezie, realizzatasi con precisione di particolari, diede fulminea celebrità a Nostradamus mentre era ancora vivo».

Così afferma Carlo Patrian, pioniere dello yoga in Italia e sostenitore della dote profetica di Nostradamus, a proposito della quartina forse più nota: la I.35. Citata in tutte le biografie dell’astrologo provenzale, avrebbe annunciato la morte del re di Francia Enrico II, avvenuta il 10 luglio 1559 in seguito a una grave ferita rimediata durante un torneo a cavallo. David Ovason, definito dal suo editore italiano “il massimo esperto vivente di Nostradamus”, così ne scrive: 

«La sua sorprendente precisione, unitamente allo stile arcano dell’annuncio, contribuirono in larga misura ad accrescere la fama del Veggente tra i contemporanei, e attirarono sui suoi scritti l’interesse del pubblico ancora per centinaia d’anni. […] I contemporanei di Nostradamus furono concordi nel riconoscere la superiorità della sua profezia rispetto a quelle degli altri maghi o astrologi del tempo».

«Per le sue modalità singolari e del tutto imprevedibili – leggiamo in un articolo di una rivista di divulgazione storica – la tragica fine del re suscitò enorme risonanza, accrescendo a dismisura la fama del veggente».

Che un re morto in un torneo cavalleresco faccia scalpore è comprensibile. Non è vero, invece, che all’epoca dei fatti questo tragico evento fu collegato in alcun modo a Nostradamus. 

Questi è ciò che accadde, in sintesi: per festeggiare i matrimoni di Margherita di Francia, sorella del re, con Emanuele Filiberto duca di Savoia e di Elisabetta di Francia, figlia del re, con Filippo II di Spagna, figlio di Carlo V, fu organizzato un torneo cavalleresco nella strada più larga di Parigi, la rue Saint Antoine.

Il 30 giugno 1559, dopo avere spezzato due lance contro altrettanti avversari, Enrico II viene quasi sbalzato di sella da Gabriel de Lorge, conte di Montgommery e capitano della guardia scozzese del re. Il re non poteva sopportare che il torneo finisse per lui in modo così modesto. Pretese quindi un altro scontro con lo stesso cavaliere, deciso a mostrare tutto il suo valore, in modo particolare alla sua amante, la bellissima Diana di Poitiers.

Ora, attenzione ai dettagli: le lance utilizzate per quei giochi non avevano anima né punta metallica, erano fatte con legno di frassino affinché si spezzassero senza opporre troppa resistenza. Nei tornei, infatti, nessuno doveva morire. Secondo alcune testimonianze dell’epoca, inoltre, Enrico aveva così tanta fretta di torneare che dimenticò di fissare il guardacollo che congiungeva l’elmo al pettorale della corazza.

I cavalli, spronati dai due sfidanti, si lanciarono l’uno contro l’altro lungo i due lati dello steccato che divideva la strada per la sua lunghezza. La lancia di Montgommery si schiantò contro la parte alta del pettorale del re, il legno si spezzò e alcuni lunghi frammenti penetrarono con violenza sotto l’elmo, non trattenuto dal guardacollo, trapassando il volto del re sotto lo zigomo destro, strappando via l’occhio e uscendo da dietro l’orecchio. Enrico II morì il 10 luglio 1559, dopo giorni di atroce sofferenza. 

E la quartina mirabolante che dice?

Le Lyon jeune le vieux surmontera,
En champ bellique par singulier duelle,
Dans cage d’or les yeux lui crevera:
Deux classes une, puis mourir, mort cruelle.

Il leone giovane il vecchio vincerà,
In campo bellico con singolar tenzone,
In gabbia d’oro gli occhi gli bucherà:
Due flotte una, poi morire, morte crudele.

L’elemento che riconduce la quartina al drammatico incidente del re è, evidentemente, il dettaglio degli occhi trapassati nella gabbia d’oro, la quale indicherebbe l’elmo del sovrano, anche se non abbiamo alcuna certezza che questa parte dell’armatura fosse dorata.

Il leone giovane sarebbe Montgommery, che in effetti aveva una decina d’anni meno di Enrico, che era quarantenne. Poi troviamo il duello:  anche se non avvenne in un campo bellico, ovvero su un campo di battaglia, si può comunque accettare che la visione poetica di Nostradamus venga applicata al tragico scontro. 

Il terzo verso entusiasma i nostradamiani che lo credono quasi una fotografia fatta con la macchina del tempo. Purtroppo, l’ultimo verso rovina un po’ tutto: quelle due flotte in rue Saint Antoine, per quanto larga, proprio non ci stanno. Vedremo presto, tuttavia, che quando le parole smentiscono la fede nel veggente, queste vengono cambiate senza esitazione né vergogna.

Secondo la leggenda, subito dopo la morte del re (o magari addirittura durante la sua agonia), tutta Parigi leggeva con sgomento il libretto delle Prophéties di Nostradamus e la previsione fatta quattro anni prima, che preannunciava nei dettagli la terribile disgrazia.

Non accadde, però, nulla del genere: la I.35 fu collegata alla morte di Enrico II solo 55 anni dopo l’evento. Fu il figlio di Nostradamus, Cesar (1553-1629), nella sua Histoire et chronique de Provence, pubblicata a Lione nel 1614, che per primo interpretò la quartina come esatta prefigurazione dell’accaduto. A pagina 782 della prima edizione dell’opera, egli scrisse a proposito della morte di Enrico II: 

«Sventurato colpo di lancia, che un certo eccellente personaggio (suo padre Michel Nostradamus, n.d.a.) sembrò aver additato in una delle sue quartine profetiche qualche anno prima, dove egli canta questi precisi versi:

Il Leone giovane il vecchio vincerà
In campo bellico con singolar tenzone,
In gabbia d’oro gli occhi gli bucherà.

Profezia invero singolare, in cui per la gabbia d’oro si intende l’elmo reale raffigurato vividamente».

Si noti che Cesar omette l’ultimo verso, quello in cui sono protagoniste deux classes, cioè due flotte navali, che sono del tutto incompatibili con l’interpretazione proposta. Jean-Aimé de Chavigny (1524?-1604?), uno dei più devoti interpreti di Nostradamus che frequentò assiduamente nei suoi ultimi anni di vita, non cita la quartina in nessuna delle sue opere, scritte al solo scopo di dimostrare l’esattezza delle profezie del suo maestro, che chiamava “miracle de notre age”. Non ne parla in La première face du Janus françois… apparso nel 1594. la ignora nei Commentaires du Sr. de Chavigny beaunois sur les centuries et prognostications… del 1596 e non ne fa cenno in Les Pléiades…, pubblicato nel 1603.

Del resto, lo stesso Nostradamus, che pure era abilissimo nell’enfatizzare la sua facoltà di profeta, nella sua corrispondenza non parla mai della I.35. Per fare di questa la quartina perfetta, occorreva risolvere l’imbarazzante presenza di due flotte nella scena del torneo. Cesar de Nostredame adotta la soluzione più spiccia: ignora il verso che stona, così tutto torna.

Nel 1656, esce Eclaircissement des veritables Quatrains de Maistre Michel Nostradamus, un volume che non reca indicazione d’editore né di luogo d’edizione (Parigi? Amsterdam?). L’opera è attribuita a Jean de Giffre de Rechac (1604-1660), domenicano che fu priore dei conventi di Rouen e d’Amiens, insegnante di greco ed ebraico a Parigi e a Bordeaux. Secondo l’esegeta, Nostradamus fu “veritablement eclairé du saint Esprit”, ovvero “veramente illuminato dallo Spirito Santo”, ed ebbe il dono della predizione.

Dunque, per non mettere in dubbio l’infallibilità del veggente, Giffre manipola la I.35, cambiandone così l’ultimo verso:

Deux playes une, puis mourir mort cruelle 
Due ferite una, poi morire morte crudele.

Questa falsificazione permette all’interprete scorretto di leggere così la I.35:

«Morte disastrosa di Enrico II mentre corre una lancia con Gabriel de l’Orge, da cui ricevette due ferite nell’occhio».

Tale contraffazione ha avuto una lunghissima fortuna: la versione su cui lavora David Ovason, “il massimo esperto vivente di Nostradamus”, è proprio quella inventata da Giffre de Rechac. Altri nostradamiani più avveduti lasciano il testo originale (classes), ma immaginano una fantastica etimologia della parola: Nostradamus, in questo caso, avrebbe creato un neologismo dal greco klasis, cioè “rottura” e, dicono, una ferita in fondo non è che una rottura.

Siamo abituati alla fantasia ad oltranza dei nostradamiani, e anche alla loro malafede. Essi, infatti, fanno finta di non sapere che Nostradamus abbia usato ben 39 volte la parola “classe” (e due volte nella sua forma plurale, “classes), e ogni volta il significato è sempre e soltanto “flotta”. 

Nella I.75 abbiamo una “classe marine, la I.90 parla di una “grande classe. Nella II.5 leggiamo: “aura par mer sa classe bien ramée, cioè “avrà per mare la sua flotta ben fitta”, nella II.64 “classe au grand port ne se peult acuilir, una “flotta al grande porto non si può accogliere”. Addirittura nella III.64 abbiamo una “classe trireme ovvero una “flotta di triremi”, mentre nella V.34 “entrera classe dans Gyronde, che si traduce con “entrerà la flotta nell’estuario della Gironda”. Un ultimo esempio, tratto dalla II.86, conferma che Nostradamus non abbia mai usato quella parola in un senso diverso da “flotta”: “naufraige a classe pres d’onde Hadriatique, cioè “naufragio della flotta vicino all’onda adriatica”. 

Si deve concludere, quindi, che la I.35 non sia affatto la quartina perfetta, almeno non più di tutte le tantissime altre in cui i nostradamiani vogliono leggere quello che non c’è scritto.

Immagine: incisione dalla Wellcome Collection, Pubblico dominio

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