Dragare i fiumi: miti e realtà

È vero che dragare i fiumi aiuta a prevenire le alluvioni? Andrea Ferrero l’ha chiesto per Queryonline a due professori ordinari di Idraulica presso il Politecnico di Torino: Carlo Camporeale, docente di Meccanica dei Fluidi e River engineering and restoration, e Roberto Revelli, docente di Idraulica e Idraulica Ambientale.

La siccità che parte del Paese sta attraversando ha condotto al suggerimento di approfittare della situazione per ripulire il letto di fiumi e torrenti e ha riportato in auge l’idea che dragare i fiumi come si faceva in passato possa prevenire le disastrose conseguenze delle alluvioni. Ma è vero che nei secoli scorsi il fondo dei fiumi veniva dragato più di quanto si faccia oggi?

Puntuale come un orologio svizzero, dopo ogni evento alluvionale, arriva la polemica circa la presunta esistenza di danni evitabili “se si fosse fatta più pulizia, o se si fossero asportati i sedimenti e le ghiaie dal letto dei fiumi e dei torrenti”. La novità ora è che viene vista la siccità (dove per l’evidente mancanza di acqua, il letto di fiumi e torrenti è decisamente “in vista”) come una ghiotta possibilità di arrivare direttamente al sedimento e quindi sfruttare il momento negativo come un’opportunità per diminuire i rischi futuri, se e quando le piogge scenderanno abbondanti e copiose. Questa credenza, ovvero che dragando (“dredging” nella letteratura scientifica) e pulendo fiumi e torrenti sia in qualche modo possibile diminuire o addirittura azzerare i rischi connessi ai fenomeni alluvionali, resiste in una larga parte di popolazione, spesso alimentata da politici in cerca di facili consensi o attratti più dai like sui social che da un paziente studio del fenomeno. Come sempre il problema è complesso e non esistono soluzioni semplici per problemi complicati.

Innanzitutto, occorre chiarire alcuni concetti di base. Il fiume (ma sarebbe più corretto affrontare tutta la questione parlando di bacino idrografico, e già da questo si intuisce come le basi di partenza del discorso spesso siano carenti) è un sistema dinamico complesso il cui comportamento dipende da molte cause e fattori. Questo fa si che occorra sempre fare molta attenzione a non confondere i vari concetti (ad esempio asportazione di sedimenti e pulizia da tronchi e detriti sono due azioni decisamente diverse…). In secondo luogo, il fiume non ha una coscienza in grado di decidere se operare in modo “buono” o “cattivo”, concetti che attengono esclusivamente al contesto umano. Una piena o un’alluvione sono eventi assolutamente normali per un fiume: diventano “buoni” o “cattivi” se visti da un punto di vista antropocentrico, così come del tutto antropocentrico è il concetto di “controllo” del sistema che da sempre ossessiona l’umanità e che è alla base di alcune credenze come quella di cui si parlava poc’anzi. Infine, occorre tenere in conto che, come tutti i sistemi naturali, il fiume “opera” su molte scale spaziali e temporali, interconnesse tra di loro e non sempre compatibili con i desiderata umani o con le scadenze elettorali.

Venendo alla domanda, non è in generale vero che nei secoli scorsi “il fondo dei fiumi veniva dragato più di quanto si faccia oggi”. Fino ai primi decenni del secolo scorso, anche per mancanza di macchinari adatti, o per minore necessità di estrarre inerti per costruzione dai fiumi, gli interventi erano generalmente di piccola scala, estremamente locali e in alcuni casi funzionavano, in altri no. Non c’è evidenza scientifica di un legame tra questi interventi e una diminuzione del rischio alluvionale. Ci sono, al contrario, cronache e notizie che riferiscono di alluvioni e piene un po’ dappertutto nel corso del tempo, ed è ormai noto alla quasi totalità degli esperti e degli addetti ai lavori che l’asportazione dei sedimenti non diminuisca il rischio idraulico (come vuole la credenza popolare) ma in molti casi rischi addirittura di aumentarlo.

Rispetto al passato, dunque, non c’è una supposta negligenza (almeno non nelle proporzioni che la vulgata trasmette) ma un aggravamento del problema da parte dell’intervento umano che si riflette in particolare nei cambiamenti climatici, nell’aumento della popolazione e nella crescente urbanizzazione; in pratica rispetto al passato è in atto un generale cambiamento degli stili di vita che ha avuto (ed ha tutt’ora) importanti ripercussioni sull’ambiente. In particolare, rispetto al passato piove in modo diverso su un territorio che è mutato nel corso del tempo!

Ma è vero che il “dredging” aiuta a prevenire le alluvioni?

Dragare i fiumi non aiuta a diminuire il rischio alluvionale. Può essere utile in situazioni estremamente puntuali, ma occorre operare in modo molto attento, ben sapendo che è molto difficile prevedere esattamente le conseguenze di quanto si sta facendo. Sempre in linea del tutto generale, a seguito delle massicce operazioni di estrazione di inerti i fiumi si sono “abbassati” soprattutto dal secondo dopoguerra e per i successivi cinquant’anni. In seguito, con la diminuzione dell’asportazione di materiale a partire dalla fine del secolo scorso, c’è stata una leggera tendenza alla stabilità (attenzione, non è un discorso matematico ma di generale tendenza statistica).

Che cosa succede quando si asportano ghiaia e sabbia dal fondo dei fiumi?

Proprio perché il fiume è un sistema dinamico complesso, asportare ghiaia e sabbia modifica la situazione e fa evolvere il sistema verso un nuovo stato di equilibrio. Anche in questo caso occorre prestare molta attenzione alla parola “equilibrio” che ingenera, in chi ha una scarsa conoscenza dei principi di base della morfodinamica (la scienza che studia il comportamento di fiumi, torrenti e bacini idrografici), l’idea che possa esistere una situazione “positiva” e stabile (sempre però in senso antropocentrico) a cui possa tendere il sistema fluviale e che occorra operare per raggiungere tale situazione. Teniamo anche conto che ogni piena o evento di una certa entità modifica il sistema fiume, continuamente vi è un trasporto di acqua, sedimenti e sostanze lungo il corso d’acqua, così come esistono importantissimi flussi di scambio tra il fiume e l’ambiente che lo circonda. Occorre, poi, sempre distinguere molto bene ciò che accade in condizioni di piena e ciò che accade durante i cosiddetti periodi “di regime normale”.

Asportare ghiaia e sabbia provoca un aumento dell’incisione degli alvei e causa spesso una diminuzione del fondo dell’alveo a monte delle operazioni fatte con il conseguente scoprimento, ad esempio, delle fondazioni dei ponti, crolli di sponde, eccetera. Inoltre, il fiume è un sistema tridimensionale, quindi modificare una delle sue dimensioni ha come conseguenza (non sempre positiva) quella di agire sulle altre due, ad esempio con una modifica della sinuosità o della sezione che possono, a monte o a valle, creare più danni che benefici.

La maggior parte dei fiumi europei, per vari motivi (costruzione di invasi artificiali e sbarramenti, riforestazione ed erosioni localizzate nei pressi degli attraversamenti, che sono in media 1 ogni km in Europa) sono soggetti ad un’incisione diffusa, con importanti conseguenze localizzate (destabilizzazione di pile dei ponti, sotto-escavazione delle difese spondali, e quindi incremento della mobilità laterale). Quindi i fiumi si stanno già dragando da soli e questo è un fenomeno che si è innescato negli ultimi 50 anni, non prima. Infatti, prima del boom economico c’erano meno dighe (quindi il trasporto solido fluiva fino alla foce) e i versanti alpini erano più poveri di foreste a seguito della presenza millenaria dell’uomo, incrementando così la mobilizzazione dei sedimenti in quota. Di conseguenza vi era abbondanza di sedimento depositato nei fiumi, che infatti tendevano naturalmente ad un assetto “pluricursale”, cioè composto da diversi canali intrecciati all’interno di un alveo principale. Oggi il quadro è invertito, molti fiumi hanno un assetto “monocursale” (un unico alveo) inciso e debolmente sinuoso ed è quindi inutile aggravare un problema che c’è già. L’incisione è un problema serio che oltre alle conseguenze già citate comporta una disconnessione tra la falda e la vegetazione golenale (le golene sono le zone poste a lato dell’alveo principale) e si viene a creare, quindi, una pericolosa disconnessione tra fiume e pianura: la linea di falda si abbassa e vengono messi in crisi i sistemi di irrigazione delle aree agricole circostanti. Questo fenomeno, in gergo tecnico noto come “pensilizzazione”, è una tipica malattia del fiume Po nella parte bassa della Pianura Padana, per la quale si sta pensando di intervenire con massicci fondi attraverso progetti di “rinaturalizzazione”. Infine, l’asportazione di materiale, e la conseguente riduzione di trasporto solido nei fiumi, aggrava ulteriormente il fenomeno di arretramento delle conoidi deltizie e l’erosione delle coste marine.

Per quanto riguarda invece tronchi e altri materiali, è consigliabile rimuoverli?

Anche in questo caso il problema è complesso ed è praticamente impossibile dare una risposta univoca. Molto schematicamente, il comportamento del fiume dipende dall’interazione di una corrente turbolenta con un fondo erodibile: a parità di flusso se la velocità è alta il livello è basso e viceversa. Più è alta la velocità, più sono probabili fenomeni di erosione, più è bassa la velocità più sono probabili innalzamenti dell’altezza d’acqua con conseguenti inondazioni. Quindi la credenza diffusa che se pulito il fiume scorra “meglio” può rappresentare un’immagine affascinante e appagante ma racchiude in sé alcune evidenti insidie. Lasciare alberi ed arbusti aumenta la scabrezza (attrito) delle superfici e diminuisce in generale la velocità dell’acqua a scapito dell’aumento dei livelli; togliere alberi e arbusti diminuisce la scabrezza della superficie e aumenta la velocità della corrente e la probabilità di fenomeni erosivi che possono essere decisamente dannosi.

Dipende, dunque, dall’obiettivo che, come sempre quando si parla di acqua, deve essere un punto di equilibrio e incontro tra esigenze continuamente contrarie e contrapposte. È ovvio che la vegetazione sulle sponde costituisca un importantissimo e indispensabile ecosistema naturale da difendere, così come le radici contribuiscono alla stabilità delle sponde, ma è altrettanto vero che tronchi ed arbusti possono essere trasportati da una piena ed un’alluvione creando danni (sempre ovviamente da un punto di vista umano) anche molto importanti. Chi ha ragione in questo caso?

Ci sono altri interventi di manutenzione che è opportuno portare avanti regolarmente?

Come sopra: è una questione di equilibrio! Da un lato tutti gli esperti ormai concordano che i fiumi vadano toccati il meno possibile, ma sappiamo che questo discorso sia una totale utopia nel momento in cui il punto di vista diventa quello umano. Il punto di equilibrio va ricercato in una attenta opera di sistemazione e/o manutenzione asportando (poco) o aggiungendo (molto) sedimenti ove necessario, pulendo selettivamente (ovvero tagliando ove necessario e lasciando ove necessario), sempre tenendo bene a mente che nulla avviene in modo gratuito e c’è sempre un prezzo da pagare. Costruire briglie e dighe modifica il movimento di sedimenti e conseguentemente la geometria dei corsi d’acqua, ma possiamo fare a meno di dighe, briglie e traverse?

Allargando ulteriormente la scala di osservazione, è bene ricordare che il bilancio dei sedimenti deve essere gestito a scala di bacino idrografico e a livello regionale/continentale e non sulla base di istanze locali. Raramente si è visto un fiume o un torrente rispettare i confini amministrativi!

Che cos’altro si può fare per prevenire le alluvioni?

È una questione totalmente culturale, filosofica e educativa: quanto vogliamo “controllare” l’ambiente che ci circonda? Quanto sono importanti gli interessi umani? Il fiume (e l’acqua in generale) non è un interlocutore politico con il quale si può raggiungere un compromesso e va rispettato non tanto perché se lo tratti bene, lui poi si adatterà alle tue esigenze, ma proprio perché non essendo provvisto di una possibilità di giudizio, si pone al di là del bene e del male. All’uomo tocca forse riflettere su quali siano le sue motivazioni e su quale sia il prezzo da pagare per tutte le sacrosante conquiste che ha fatto fino ad ora.

Impegniamoci a rispettare le fasce di confidenza e di divagazione laterale dei fiumi, evitando l’urbanizzazione dei corridori ripari con infrastrutture inutili (compresi i famosi pioppeti piantumati artificialmente nelle golene, che sono poco radicati, e tra le maggiori fonti di legname fluitato durante le piene). Anzi, investiamo sulla “river restoration” (o riqualificazione fluviale), materia su cui l’Italia è ancora molto indietro, ma che in Regno Unito, Svizzera, Francia, Olanda, USA si sta rivelando promettente e attrattiva (anche sul piano economico). Tra le strategie previste nella riqualificazione fluviale raramente si parla di “dredging“, ma piuttosto del suo esatto opposto, il “replenishment“, ovvero l’immissione di sedimenti nel corpo idrico. Insomma, un cambio di paradigma!

Non è possibile “prevenire” un’alluvione ma è possibile introdurre azioni che riducano i rischi e le conseguenze di un’azione del tutto naturale. Concetti come la “protezione civile”, la regolazione del territorio, impedire che si costruisca negli alvei dei fiumi e dei torrenti, eliminare quanto si è costruito in situazioni che adesso si prospettano di sicuro pericolo… possono fare molto attraverso una paziente opera di educazione culturale. La tecnica e l’ingegneria idraulica possono sicuramente fare molto (e molto sappiamo fare) ma non sono sufficienti se non vengono percepite come fondamenta di due concetti ben più importanti: “educazione” e “politica”. Politica per prendere decisioni, e educazione per essere in grado di prenderle e, soprattutto, per capire la complessità dei problemi e la limitatezza della nostra convinzione di essere regine e re (nudi) dell’universo.

In definitiva, oltre a ricordarci sempre che la natura per sopravvivere può benissimo fare a meno di noi, dobbiamo fare attenzione a non santificare (né demonizzare totalmente) le generazioni passate: non tutto quello che si faceva nel passato è buono e giusto semplicemente perché veniva fatto allora (e viceversa).

Qualche indicazione bibliografica

  • Campana, D., Marchese, E., Theule, J.I., Comiti, F., (2014) Channel degradation and restoration of an Alpine river and related morphological changes, Geomorphology, 221, 230-241. https://doi.org/10.1016/j.geomorph.2014.06.016.
  • Mandarino, A. (2022), Morphological adjustments of the lower Orba River (NW Italy) since the mid-nineteenth century, Geomorphology, 410, 108280. https://doi.org/10.1016/j.geomorph.2022.108280.
  • Syvitski, J., Ángel, J.R., Saito, Y. et al. (2022) Earth’s sediment cycle during the Anthropocene. Nat Rev Earth Environ 3, 179–196. https://doi.org/10.1038/s43017-021-00253-w.
  • Woellner, R., Wagner, T. C., Crabot, J., & Kollmann, J. (2022). Spatio-temporal patterns in degradation and restoration of gravel bars along Alpine rivers. River Research and Applications, 38(4), 738–756. https://doi.org/10. 1002/rra.3933

Immagine in evidenza: operazioni di dragaggio lungo il corso del fiume York, in Virginia. Foto di Aileen Devlin (da Flickr, licenza CC BY-ND 2.0)

Andrea Ferrero

Ingegnere, lavora presso un’importante azienda aerospaziale italiana. Ha partecipato al progetto di moduli abitati della Stazione Spaziale Internazionale e di satelliti per osservazione terrestre. È coordinatore nazionale del CICAP.

2 thoughts on “Dragare i fiumi: miti e realtà

  • 8 Agosto 2022 in 12:15
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    Caro Andrea, hai sintetizzato Tu le risposte di due interviste a due esperti diversi, o è saltato qualcosa nella redazione di due interviste? O forse i due esperti hanno risposto consultandosi e dando una risposta univoca ad ogni domanda? Ovviamente questo dettaglio non toglie nulla all’ importante essenza delle domande e delle risposte. Per un po’ ho pensato di fare un commento prendendo spunto dalle risposte, ma mi rendo conto che mi è impossibile scegliere un aspetto più importante degli altri, evidenziandolo con opportune domande e mantenendo una sintesi accettabile. Ti ringrazio, quindi, dell’ Articolo e spero che in futuro verrà divulgato in tutti i livelli decisionali coinvolti nelle difficili scelte da fare per mantenere i nostri bacini idrici vivi e benigni.

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    • 8 Agosto 2022 in 16:07
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      ciao Aldo,

      i due esperti si sono consultati per dare una risposta comune a ogni domanda. Speriamo che vengano presi in considerazione.

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