Nicholas Roerich: artista, occultista e… ufologo 

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Ufologi di tutto il mondo, unitevi! Attacco un po’ folle, per questa edizione di Misteri vintage. Ci serve per presentarvi un personaggio davvero notevole, un esoterista ed artista, un ideatore di trattati internazionali che a volte finirono per andare in porto e di altri progetti politici al limite del delirante, un girovago senza meta di ogni angolo del mondo, in specie dell’Asia centrale. Una parte del globo che, in un certo senso, per lui rimarrà sempre un’ossessione. 

Stiamo parlando di Nicholas Konstantinovich Roerich (1874-1947), un vero figlio della cultura russa e dei suoi tempi. Ma oggi vorremmo anche presentarvi una vicenda – in fondo marginale – da lui vissuta e descritta, l’avvistamento di uno strano oggetto in cielo. Un’osservazione che è da sempre oggetto di citazione da parte di libri, riviste e siti web di tutto il mondo, ed è stata usata con entusiasmo da appassionati di UFO di vario orientamento. 

Un geopolitico visionario

Prima di essere un instancabile viaggiatore, Nicholas Roerich era un russo. Crebbe in mezzo alla filosofia e al pensiero occultistico diffuso nel suo Paese alla fine del Diciannovesimo e agli inizi del Ventesimo secolo. In quel periodo, sulla scia della teologia ortodossa che da tempo immemore vedeva nel patriarcato di Mosca l’alternativa alla chiesa di Roma (per tacere del decadente Protestantesimo…), era molto in voga il concetto di sobornost. Il sobornost è una forma di cooperazione profonda fra gli umani, non priva di risvolti mistici, di cui la Russia, portatrice di una cultura dalle capacità simboliche fortissime grazie anche all’arte religiosa ortodossa, si doveva fare promotrice – benevolmente, ma opponendosi all’individualismo filosofico occidentale.

Immagine di RootOfAllLight – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=102399396

C’è un altro motivo per il quale, a parte la sua arte, in specie quella pittorica, Roerich è ricordato: l’invenzione nel 1935 di una bandiera della pace, ancor oggi ampiamente utilizzata, messa sulle sedi di istituzioni artistiche e di musei, a simbolo della natura universale di quei luoghi e a loro protezione dagli eventi bellici.  

Roerich visse in tempi e in luoghi tumultuosi: ebbe in orrore fin dagli inizi la dittatura sovietica; ma, come altri esuli del suo Paese, considerò più forte e più permanente della tragedia della Russia la sua eredità e la matrice spirituale. Per questo, arrivato con sua moglie a Londra nel 1919, mentre i bolscevichi prendevano il controllo della sua patria attraverso la guerra civile, si convinse che il mondo fosse vicino a una svolta decisiva. 

Questa convinzione agì potentemente in lui, soprattutto negli anni Venti, e fu decisiva per l’intera sua visione del mondo. Furono anni che ne forgiarono sia un pensiero politico radicale, sia la sua idea di rivoluzione spirituale globale. Giunto negli Stati Uniti nell’ottobre del 1920, concepì un progetto geopolitico che però, si noti bene, era imbevuto fino al midollo di occultismo. Furono i maestri segreti della Teosofia a spiegargli di persona che la Russia aveva un compito speciale per il futuro dell’umanità. Presto fra Cina e Russia sarebbe sorta un’immensa unione asiatica, che il “Buddha futuro”, il Maitreya, avrebbe preparato la comparsa visibile del capo occulto della Terra, il re di Shamballa (un’altra figura per certi versi simile al Re del mondo). Questo, poi, avrebbe guidato la battaglia definitiva contro le forze del male. Peraltro, Roerich nel 1922 aveva appreso dai maestri segreti di essere la reincarnazione del quinto Dalai Lama, Ngawang Lobsang Gyatso, vissuto nel Seicento. 

Con le sue idee Roerich influenzò a lungo uno dei maggiori politici americani fra le due guerre, Henry A. Wallace, che fu vice-presidente degli Stati Uniti sotto il terzo mandato Roosevelt (quello che coincide con l’intera partecipazione americana alla Seconda Guerra Mondiale). Spostatosi su posizioni sempre più di sinistra e iperconcilianti con l’URSS di Stalin, nel 1948 Wallace tentò di sfidare i due partiti tradizionali, il repubblicano e il democratico, come candidato alla Casa Bianca. Gli storici concordano che le sue simpatie per l’occulto e in particolare gli strettissimi rapporti con Roerich, per certi versi un filorusso, lo danneggiarono. Alla vigilia del voto un giornale lo prese in giro in questi termini. Se Wallace fosse stato eletto:

 […] ci sintonizzeremo con l’Infinito, vibreremo sul piano corretto, saremo lo sconcerto dell’Occhio del Male, convertiremo le streghe, sconfiggeremo gli incantesimi malefici e saliremo lungo i pendii che portano alla salute e alla felicità. 

Raccolse il 2,4% dei voti e nel giro di poco tempo scomparve dalla scena. 

Fu con un bagaglio “politico” di questo tipo che Nicholas Roerich, prima in India nel 1923, e poi in Asia centrale a partire dal 1924, intraprese lunghi viaggi in regioni ancora poco note agli occidentali. E proprio lì si verificò l’episodio che tanto è piaciuto agli ufologi di cui racconteremo più avanti. Prima, però, un paio di altri scorci utili per capire meglio Nicholas Roerich.

Pittore ed artista, benemerito delle arti

La pittura di Roerich è celebratissima. La sua pittura simbolista, fusa in maniera originale con la tradizione iconologica dell’ortodossia russa (e in particolare con il suo uso dei colori), restituisce panorami tibetani, asiatici, o utopici, in maniera assolutamente efficace. Per le sue concezioni estetiche, anzi, Roerich può esser considerato come uno dei migliori prodotti della penetrazione del pensiero teosofico nelle élite culturali di diverse società occidentali. 

Qui vi presentiamo soltanto alcuni fra i dipinti di Roerich. Li abbiamo scelti fra quelli che più direttamente ci portano nel clima e nei luoghi che ci interessano di più: il Tibet, i segreti del cuore dell’Asia, l’idea che esistano da sempre centri occulti di sapienza esoterica nelle parti più interne della massa euro-asiatica. Sono stati realizzati a cavallo fra gli anni ‘20 e gli anni ‘30. 

Il primo è Issa e il teschio del gigante, che colloca nel Tibet una scena in cui un personaggio pare meditare al cospetto delle ossa del cranio di un individuo gigantesco che emerge fra le montagne. Stando al titolo, il personaggio in questione è Gesù: il dipinto sembra rappresentare la leggenda secondo cui il Cristo avrebbe passato i suoi “anni perduti” (cioè quelli tra i 12 e i 30, sul cui conto i Vangeli canonici tacciono) in India o in Nepal, confrontandosi con i mistici buddhisti e induisti e imparando da loro, prima di tornare a predicare in Galilea. La teoria era diffusissima nell’occultismo di inizio Ventesimo secolo: era stata resa popolare da un altro viaggiatore, Nicolas Notovič, nativo della Crimea. Nel 1887, Notovič raccontò di aver viaggiato in India e di aver visto nel monastero di Hemis (Ladakh) un antichissimo rotolo che conteneva la storia degli “anni indiani” di Gesù: si intitolava Vita di Sant’Issa, il migliore dei Figli degli Uomini (così era chiamato il Cristo in quelle regioni). Le affermazioni di Notovič si rivelarono ben presto un falso, ma la teoria del Gesù-lama – come pure quella di una sua fuga in Oriente dopo la crocifissione – rimasero a lungo nel pensiero occultistico, e Roerich ce li aveva ben presenti (nei suoi viaggi in India cercò anche lui di rintracciare il manoscritto descritto da Notovič). 

Il secondo quadro che vi presentiamo è Il tesoro del mondo, nel quale Roerich rappresenta l’accesso al regno mitico di Shamballa, menzionato dal buddhismo tibetano già dal Decimo secolo, ma popolarizzato in Occidente. Si trattava, secondo fonti indiane e tibetane, di un mitico regno segreto, abitato da brahmani o da esseri illuminati, dove non esistevano malattia e sofferenza; la Teosofia lo identificò con la sede degli esseri evoluti della Fratellanza Bianca, originari di Venere.

Il terzo dipinto che vi presentiamo rappresentata invece Il Maestro Morya, cioè una delle figure-guida che per Helena Blavatsky, fondatrice della Teosofia, sarebbe stato uno dei “maestri occulti” che l’avrebbero indotta a creare il suo movimento. Roerich stesso aveva composto un libro di 64 poesie, pubblicate a Berlino in lingua russa, e intitolate “Fiori di Morya”.      

Quest’arte e queste rappresentazioni influenzarono in modo diretto la scrittura di un gigante della letteratura come H. P. Lovecraft. Il suo Alle montagne della follia, scritto nel 1931, anticipa molti temi della mitologia ufologica, e, collocando i resti antichi di una civiltà aliena in Antartide, li mescola con l’occultismo teosofico e con la pittura di Roerich, richiamata più volte da Lovecraft nel romanzo. 

Jason Colavito, uno studioso raffinato della storia culturale dell’occultismo e del suo legame con l’ufologia, nel suo The Cult of Alien Gods. H.P. Lovecraft And Extraterrestrial Pop Culture (Prometheus Books, 2005) analizza con cura questo aspetto. Nicholas Roerich, almeno sotto certi profili, è un altro dei “mediatori” fra il pensiero occultistico neo-teosofico del periodo fra le due guerre mondiali e alcune correnti del pensiero ufologico sorto dopo il 1945.  

Fondatore di una nuova religione

Se la pittura simbolista di Roerich oggi incontra molti ammiratori, a garantirne fama ancora maggiore sta il fatto che ai primi degli anni ‘20 lui e sua moglie diedero vita a un movimento derivante dalla Teosofia che oggi è considerato in maniera unanime come una nuova religione, cioè l’Agni Yoga. Alcuni studiosi di sociologia delle religioni ritengono che l’Agni Yoga di Roerich sia stata una delle forme importanti attraverso le quali nella prima metà del secolo scorso, lo yoga è giunto a conoscenza del pubblico occidentale.

Si tratta di un pensiero assai articolato, del quale qui ci interessa soltanto attirare l’attenzione su un paio di cose: le correnti dalle quali fu influenzato, e il modo in cui la dottrina dell’Agni Yoga fu forgiata da Roerich e da sua moglie Helena.

Naturalmente, in primo luogo Roerich è un teosofo: il successo dell’esoterismo teosofico iniziato nel 1875 grazie alla fondatrice di quel movimento, Helena Blavatsky, russa come lui, lo coinvolse in pieno e fece di lui stesso un continuatore e un innovatore del pensiero della Blavatsky stessa. Ma, come non ci stancheremo mai di notare, Roerich è prima di tutto un russo, un esponente pieno e convinto della cultura di quel Paese, e da lì prende il resto delle sue idee. Roerich fu influenzato in misura decisiva dal cosmismo, un tipo di filosofia gnostica, filobuddhista e panslavista di cui fu esponente di punta il teologo ortodosso Vladimir S. Solovyov (1853-1900). L’Agni Yoga di Roerich risentirà molto di questa idea di concordia mondiale sotto l’influsso benefico dell’anima slava assai presente nel cosmismo di Solovyov. Ma l’incontro con la Teosofia (e con la moglie Helena, sposata nel 1901) furono determinanti. Quando, nel 1920, le dottrine dell’Agni Yoga cominciarono a delinearsi, fu perché la coppia cominciò a raccontare di esser in contatto telepatico da molti anni con il già ricordato “Maestro Morya”, che dettò loro una lunga serie di spiegazioni che andranno progressivamente a formare i volumi del ciclo del Giardino delle foglie di Morya, poi parte del corpus dei “testi sacri” dell’Agni Yoga.

È in questo mondo culturale, psicologico e spirituale di continui fenomeni mistici e di rapporto con “altri piani di realtà” che va inserito un episodio della vita di Roerich che gli ufologi hanno, per così dire, “assimilato”.   

Ufologi un po’ vampiri? L’utilizzo di Roerich

Con queste premesse, c’è poco da stupirsi se una brevissima descrizione di un “qualcosa” visto in cielo da Roerich nel 1927 mentre si trovava sul confine sino-tibetano sia stato assunto da parecchi ufologi a ulteriore evidenza “innocente” degli Ufo, perché descritto dall’occultista assai prima del 1947 – cioè prima della nascita del fenomeno dei “dischi volanti”. 

Altai-Himalaya, uscito nel 1929, è il racconto del lungo soggiorno compiuto da Nicholas Roerich in Asia centrale fra il 1923, quando lasciò gli Stati Uniti dopo aver ricevuto le rivelazioni occulte sul futuro dell’Asia, e il 1928. In quegli anni attraversò in lungo e in largo Cina, Mongolia, Tibet, India. La breve narrazione che ci interessa si trova nella parte XI, quella che riguarda i suoi viaggi compiuti fra Mongolia e Cina nel 1926-27. Altai-Himalaya è organizzato come un diario di viaggio, quindi risalirvi è facile. Roerich spiega che l’episodio si era verificato mentre si trovava nella provincia cinese del Qinghai, ai confini nord-orientali del Tibet, che allora era un regno governato dal Dalai Lama (verrà invaso dalla Cina nell’ottobre del 1950):

Cinque di agosto [1927] – qualcosa di notevole! Eravamo nel nostro campo, nel distretto del Kokonor, non lontano dalla Catena di Humboldt. Al mattino, verso le nove e mezza, alcuni dei nostri carovanieri notarono sopra di noi un’aquila nera decisamente grande. Sette di noi presero a osservare quest’insolito uccello. In quello stesso istante un altro dei nostri carovanieri segnalò. “c’è qualcosa più in alto dell’uccello”, gridando per la sorpresa. Vedemmo tutti, in direzione da nord verso sud, qualcosa di grande e scintillante che rifletteva il Sole, come un enorme ovale che si muoveva a grande velocità. Nell’attraversare il nostro accampamento questa cosa cambiò direzione da sud a sud-ovest. La vedemmo scomparire nell’azzurro intenso del cielo. Avemmo il tempo di prendere i nostri binocoli da campo e  di vedere molto bene una forma ovale con la superficie scintillante, un lato della quale brillava a causa del Sole. 

Tutto qui. Come si vede, la descrizione è scarna: un oggetto ovale, che si muove rapidamente, lontano, visto col binocolo. Scintilla, riflette la luce del Sole e se ne va.

Con la nascita del mito ufologico (estate 1947), l’appropriazione da parte degli appassionati del breve aneddoto di Roerich fu rapida. Come vedremo, però, questa “vampirizzazione” di un racconto brevissimo, fatto nei confronti di un esoterista che aveva costruito una sua teosofia, un suo yoga, una sua geopolitica, una sua pittura, fu attuata secondo due modalità diverse. Per quanto ne sappiamo, infatti, dapprima il “caso Roerich” fu inglobato nel magma della casistica Ufo da uno dei fondatori del movimento ufologico, il giornalista ed apostolo degli Et Donald E. Keyhoe (1898-1989) nel suo primo libro, The Flying Saucers are Real, uscito nel giugno 1950 (p. 62).

L’anno prima, nel 1949, Keyhoe era stato convinto che i dischi volanti esistevano davvero da John DuBarry, un giornalista aeronautico della rivista True, appassionato di UFO. Per sostenere le sue idee, DuBarry gli aveva dato un elenco di casi “storici” che secondo lui erano prova dell’esistenza del fenomeno fin dai tempi più antichi. Fra questi, c’era la storia di Roerich. Nel suo libro Keyhoe lo riprese con una data sbagliata (lo spostava al 1934); ma soprattutto, visto che a lui dell’occultismo non importava nulla, decontestualizzò la storia di Roerich, facendo diventare l’esoterista russo un “normale” esploratore che partecipava a una missione di ricerca nel Tibet.

Grazie a Keyhoe e al suo mentore DuBarry, comunque, si inaugurò la serie infinita dei reimpieghi “ragionevoli” dell’aneddoto da parte della letteratura ufologica e della sua mania della lista dei casi.

Tuttavia, come dicevamo, gli ufologi “vampirizzarono” Roerich in due modi diversi. Il primo è quello sul modello Keyhoe: la “serietà” della testimonianza, al contempo il suo pathos, e stop; insomma, un esploratore che, in tempi non sospetti (altro elemento della retorica ufologica), vede qualcosa di inspiegabile nel cielo. La seconda modalità, invece, è quella che non esita a far suo il Roerich esoterista e teosofo. Considerata la vita, il pensiero e la mentalità del nostro personaggio, si direbbe che – perlomeno – questo secondo versante dell’ufologia sia stato più sincero, quando si è trattato di parlare dell’”Ufo di Roerich”. Comunque, un inquadramento di questo genere è assai più congruo con la cornice entro la quale egli si colloca.

L’esempio principe (e a posteriori, in realtà) di questo “uso” di Roerich e della sua testimonianza è ben rappresentato da un occultista dalla vita vagabonda quasi quanto quella del protagonista di oggi. Si chiamava in origine Andrei Boncza-Tomaszewski Tomas (1906?-2001). Nato a San  Pietroburgo, si spostò dalla Finlandia agli Stati Uniti e poi, per lunghi anni, prima della Seconda Guerra Mondiale visse a Shanghai, dove diventò anche Gran Maestro di una locale obbedienza massonica. Infine si trasferì in Australia, Paese del quale diventerà poi cittadino e lì si mise a scrivere libri.

Cambiò nome in Andrew Tomas e, appassionatosi di ufologia, spiegò ai suoi amici dell’Australian UFO Bureau, associazione da lui co-fondata nel 1952, che nel 1935 aveva scritto, quando viveva a Shanghai, The Planetary Doctrine. Si tratta di un libretto di un’ottantina di pagine, oggi introvabile, in cui aveva già parlato di quelli che, in sostanza, erano i dischi volanti. Spiegò ai suoi amici che aveva capito già allora che Roerich li aveva visti, anche se non si sapeva ancora che si trattava dei “dischi”.

Ora, non ci sono dubbi che Tomas fosse fortemente affascinato dalle idee geopolitiche ed esoteriche di Roerich: il libretto, da lui firmato con il suo nome originale russo, è un incredibile pasticcio di idee teosofiche, di letteratura otto-novecentesca sull’idea che ci sia un centro esoterico nascosto nel cuore dell’Asia, Agharta o Shamballa che sia, e di un ultimatum dell’Imperatore divino della Terra per lo stabilimento del suo governo sul pianeta entro tre anni dall’uscita del libro scritto in toni da letteratura da edicola di quei tempi.

Tuttavia, sebbene Tomas menzioni Roerich e davvero (a p. 49) accenni a “oggetti scintillanti o creature” che “si librano in alto sulle creste montane”, visti talora da viaggiatori ed esploratori, che per lui potevano essere “mezzi che utilizzano energie sconosciute e attraverso i quali gli scienziati di Agharti mantengono le comunicazioni fra pianeti”, l’esoterista – e in fondo è curioso – non parla dello specifico fenomeno descritto da Roerich nel suo libro del 1929. Tomas valorizzò la testimonianza pre-ufologica di Roerich solo assai più tardi, dopo la comparsa del fenomeno dei dischi volanti, avvenuta nel 1947.

Jason Colavito ha analizzato la versione di Tomas della storia di Roerich, e la conclusione è semplice: sorto il mito dei dischi volanti, Tomas voleva rafforzare la sua fama di preveggente alfiere del nuovo fenomeno. Per questo, da allora cominciò a enfatizzare l’esperienza personale di Roerich: l’ufologia e il suo pubblico amavano (ed amano) il racconto dell’aneddoto quasi quanto le “teorie” su questi aneddoti, se non di più.  Fanno leva su narrazioni come quella di Roerich, ma reinterpretate alla luce dei loro schemi.

Esempio dell’uso a posteriori del racconto di Roerich da parte di Tomas è il suo Les secrets de l’Atlantide, Parigi, 1969, trad. it. I segreti dell’Atlantide, Mondadori, 1976, p. 49. Del resto, fa notare Colavito, alla fine degli Anni 60 Tomas si era spostato in Europa, e qui aveva incontrato il nuovo, più appetibile filone della fanta-archeologia spaziale che stava incontrando un enorme successo con autori come il francese “Robert Charroux” (pseudonimo di Robert Joseph Grageau) e con lo scrittore italiano Pietro Colosimo, più noto come “Peter Kolosimo”.

In un libro del 1976, Shambala, Oasis of Light, Tomas raggiunse l’apice del suo contributo alla corrente fanta-archeologica, trovando anche modo di infilarci meglio la sua vecchia passione occultistica per i centri segreti dell’Asia. In quel volume il racconto “ufologico” di Roerich trova un posto adeguato.

Nell’articolo sul caso di Roerich che vi abbiamo linkato sopra, Jason Colavito prova a spiegare l’aneddoto dell’oggetto ovale visto nel 1927 con un pallone meteorologico, visto che proprio in quel periodo e in quella regione si trovava a compiere una delle sue missioni (anche con uso di quei palloni) il geografo ed esploratore svedese Sven Hedin. In realtà i dati sopravvissuti sono troppo pochi per considerarla qualcosa di più di una possibilità. È meglio leggere quel modesto episodio insieme al personaggio Roerich, alla sua ricchezza culturale e alle sue idee neo-teosofiche, e cercare di capire in che misura contribuirono a preparare il campo all’ufologia.

Nel 1931, un paio d’anni dopo la pubblicazione di Altai-Himalaya (il diario di viaggio di Roerich con la sua osservazione), negli Stati Uniti l’occultista Harvey Spencer Lewis fece stampare sotto pseudonimo Lemuria, the Lost Continent of the Pacific, in cui espandeva le storie che già aveva raccontato sotto altro alias sei anni prima nella rivistina esoterica The Mystic Triangle: il monte Shasta, nel nord della California, nascondeva nel suo ventre i residui e i sopravvissuti del continente pacifico di Lemuria. Per questo, sulle sue pendici si vedevano “imbarcazioni volanti luminose” e dal suo interno ogni tanto si recavano a fare scorte nei paesini vicini individui misteriosi che nessuno sapeva bene identificare. Poco tempo dopo Lewis entrerà in contatto con esseri provenienti da Venere, e così, a metà anni ‘30, diventerà uno dei padri del mito moderno degli UFO.

Per molti versi Lewis era imparentato idealmente con Roerich, ma aveva un asso nella manica che Roerich non possedeva: Lewis spostò il “centro del mistero” dalle valli, dalle vette e caverne dell’Himalaya che tanto piacevano a Roerich all’ovest degli Stati Uniti, alle sue cime e al suo sottosuolo. Anche in questo modo, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale – quando tutte le circostanze furono mature – idee di questo tipo diedero origine a un’ufologia di tipo occultistico nel cuore dell’Occidente; anzi, dell’Estremo Occidente, la parte dell’America settentrionale rivolta al Pacifico.

Di questo genere di ufologia, l’artista, utopista, esoterista e politico Nicholas Roerich negli anni ‘20-’30 fu, a modo suo e probabilmente senza volerlo, uno degli ispiratori. 

Immagine in evidenza: pubblico dominio – https://en.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Roerich#/media/File:N_Roerich.jpg

3 thoughts on “Nicholas Roerich: artista, occultista e… ufologo 

  • 27 Aprile 2022 in 16:20
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    Quest’articolo mi ha fatto tornare in mente un’esperienza vissuta da John Blofeld, studioso di testi buddhisti e taoisti, descritta nella sua autobiografia “La ruota della vita”: l’episodio è raccontato nel sesto capitolo, “La sacra montagna di Wu Tai”. In esso l’autore parla dell’avvistamento di “innumerevoli palle di fuoco” “tinte d’arancio, che fluttuavano maestosamente nello spazio”, ecc. Blofeld, in quella fredda notte degli anni ’30, non riuscì a darsi una spiegazione del fenomeno; noi, col senno di poi, possiamo azzardare che si tratti delle classiche “lanterne cinesi”, avvistate ormai spesso anche nei cieli occidentali?

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    • 27 Aprile 2022 in 18:26
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      Gentile Paolo, grazie, un’osservazione interessante. Personalmente credo che le razionalizzazioni a posteriori a volte rischino di dimostrarsi esse stesse poco razionali. Personalmente, senza credere a chissà che cosa, preferisco inserire cose come quella di Blofeld nell’ambito delle esperienze di un mondo culturale e psicologico in cui queste cose erano e sono all’ordine del giorno. Sono in molti, in quei decenni, a raccontare cose simili, in quei giri. Una differenza rispetto a Roerich però mi salta agli occhi: come sa, “La ruota della vita” è un libro del 1978, il diario di Roerich, “Altai-Himalaya”, è del 1929. Cioè, Roerich scrive prima che nasca il mito dei dischi volanti, Blofeld lo fa quando ormai si trattava di un qualcosa di universalmente noto. Ciò detto, credo che la cosa culturalmente più fruttuosa sia tenere questi racconti nell’alveo in cui sono nati: l’occultismo, la neo-teosofia, la spiritualità orientale. Grazie per il suo intervento.

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  • 27 Aprile 2022 in 18:35
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    Certo, capisco il suo punto di vista.
    Una piccola precisazione: la prima edizione de “La ruota della vita” è del ’59 (comunque trent’anni dopo “Altai-Himalaya”…).

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