Il figlio del Führer, ambasciatore di Venere

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

In ufologia, le tendenze occultistiche e di derivazione spiritica furono presenti in modo importante sin dai suoi esordi, nel 1947. Malgrado gli sforzi di alcuni ufologi più ragionevoli, diventarono poi prevalenti, e così fu almeno per tutti gli anni Anni 50. In seguito, dopo alcuni decenni di maggior razionalità, da qualche tempo purtroppo queste idee sono diventate di nuovo il mainstream dell’ufologia. 

Austria e Germania sono sempre state considerate un caso emblematico della prevalenza di queste tendenze, rimaste quasi incontrastate fra gli appassionati di dischi volanti sino ai primi Anni ‘70. Una prevalenza culturale che viene da lontano, dall’enorme diffusione dell’occulto, dell’irrazionalismo, delle medicine alternative e di ogni tendenza spiritica sin dagli esordi della reazione romantica al razionalismo illuminista. 

Anche con queste premesse, però, la vicenda che rievochiamo oggi lascia di stucco. Fra la seconda metà degli Anni ‘50 e gli inizi del decennio successivo, due tedeschi riuscirono a farsi consegnare soldi da migliaia di persone sostenendo che uno dei due era il figlio naturale di Hitler e che era stato incaricato di presiedere il prossimo governo del pianeta Venere sul nostro mondo, una volta che i dischi volanti venusiani fossero atterrati presso il principale aeroporto dell’allora Berlino-Ovest.

A spiegare questa follia contribuirono diversi fattori: la nostalgia di alcune persone per le “glorie tedesche”, il nuovo mito supertecnologico dei dischi volanti, l’avanzare dell’era atomica e un tentativo – più curioso di altri – di far fronte alle catastrofe culturale rappresentata dalla fine di un mondo (quello che la Germania aveva rappresentato sino al 1945). Anche così, però, la vicenda rimane sorprendente. 

Il figlio del Führer – e il suo vice

Franz Weber-Richter, il “figlio di Hitler”, era nato in Boemia (allora territorio tedesco) nel 1917. Condusse una vita precaria; poi, come tutti, fu travolto dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome sarebbe rimasto quasi di certo sconosciuto, se, dopo la fine del conflitto, non avesse incontrato un individuo anche più precario di lui. Si trattava di Karl Mekis, nato intorno al 1911-12 a Saubersdorf, nell’Alto Palatinato. 

A detta di Mekis, il sodalizio fra i due era iniziato nel 1954. Mekis, che durante la guerra aveva militato nelle SS, si era imbarcato su una nave diretta dall’Europa in Sudamerica (forse dopo esser transitato dall’Italia, aver ottenuto un passaporto falso e aver abbandonato la famiglia d’origine); per scappare, probabilmente si finse un profugo cecoslovacco. Come molti altri tedeschi in fuga dalla Germania sconfitta, voleva raggiungere quella parte del mondo in cui, dal 1945, migliaia come lui cercavano di rifarsi una vita, magari coltivando ancora le idee naziste. 

Su quella nave Mekis avrebbe incontrato Weber-Richter; questo, però, è quanto sosteneva lui. In realtà, ai primi del 1955, dopo varie peripezie giudiziarie, Mekis aveva raggiunto la Bolivia, e solo dopo i due si sarebbero conosciuti a Santiago del Cile, in occasione di un qualche congresso Ufo svoltosi in quel Paese. Comunque siano andate le cose, fu solo dal 1956 che i due presero a farsi conoscere, in particolare in Germania (soprattutto quella meridionale), Svizzera e Austria: quello che fra i due intercorse davvero in precedenza, non lo sappiamo. 

Weber-Richter e Mekis negli Anni ’50, probabilmente in America del Sud.

Sempre stando a Mekis, Weber gli avrebbe raccontato di essere il solo, vero figlio di Hitler. Non solo: nel 1943 Weber avrebbe fatto parte di una missione tedesca segretissima, un viaggio verso Venere. Decollato da una località isolata in territorio francese, dopo circa un mesetto, lui e i suoi compagni avrebbero raggiunto il pianeta: lì, grazie alle credenziali presentate al governo venusiano, nel giro di un anno e mezzo sarebbe stato istruito e nominato presidente della futura repubblica terrestre. A darne inizio, sarebbe stato lo sbarco dei dischi volanti extraterrestri a Berlino, presso l’aeroporto di Tempelhof. 

Altro che Fascisti su Marte: nazisti su Venere! Nell’attesa delle astronavi, comunque, Weber raccontò che stava andando in America del Sud per riorganizzare le schiere dei fedelissimi del padre e preparare l’avvento del governo venusiano. Le missioni diplomatiche, si sa, sono importanti. Da allora in poi, i due visitarono diversi Paesi del continente sudamericano, convincendo un gran numero di ex-nazisti fuggiti a farsi dare del denaro in vista dell’arrivo di der Tag X, il “giorno X” dello sbarco degli extraterrestri (grandi ammiratori del Terzo Reich).

Il nazismo, in questa versione, era presentato come una forma pacificatrice, in grado di risolvere il problema delle guerre e delle armi atomiche (ma la lingua ufficiale mondiale sarebbe stata il tedesco, con ripristino della pena di morte ovunque e divieto per le donne di ricoprire cariche pubbliche…).

Alla conquista dell’Europa

Dopo gli inizi in Sudamerica, la raccolta fondi di Weber e Makis si spostò in Europa, soprattutto nei Paesi di lingua tedesca. A partire dal 1957, i due fecero stampare 130 annunci pubblicitari su una rivista di Stoccarda, Neues Europa (un vero e proprio paradiso per chi, dopo la guerra, leggeva il tedesco e voleva interessarsi di occultismo, credenze insolite, dischi volanti, paranormale, ecc). Neues Europa si cullò nell’idea del futuro governo nazi-venusiano e coltivò, nei suoi commenti, l’idea che Weber-Richter fosse davvero un figlio naturale di Hitler. Lo stesso proprietario della rivista, il giornalista, occultista e medium Louis Emrich (1893-1974), probabilmente ne fu affascinato. Del resto, Weber-Richter era nato durante la Prima Guerra Mondiale, in un ospedale militare, da un’infermiera, e Hitler era uno dei milioni di soldati impegnati in trincea… 

Nel periodo in cui i due emissari di Venere erano al colmo della popolarità, anche la principale associazione ufologica tedesca del tempo, la DUIST (“Deutsche UFO/IFO Studiengesellschaft”, nata nel 1956), era interamente volta al contattismo, all’occulto (era fortemente influenzata dalle idee del mistico austriaco ottocentesco Jakob Lorber) e alle credenze più ingenue nei confronti dei dischi volanti: in pratica, chiunque, nell’Europa germanofona del tempo si interessasse di ufologia, si trovava immerso in un clima culturale nel quale follie come quelle di cui stiamo parlando potevano ricevere un qualche ascolto. Un esempio: Anny Veit, la moglie del capo della DUIST (Karl Veit), era lei stessa una medium, parte del circolo berlinese che riceveva i messaggi di uno dei più popolari extraterrestri della storia ufologica, Ashtar Sheran.

Forse anche grazie a questo clima culturale, le donazioni ai due affluirono copiose. 

Nel 1958, Weber-Richter pubblicò un libretto di un centinaio di pagine, Botschaften aus dem Weltall. Raumschiffe Landen (“Le ambasciate dello spazio. L’atterraggio delle astronavi”) presso una piccola casa editrice di Heiden, in Svizzera, la Karl Schönenberger Verlag, che in quegli anni diffondeva anche i messaggi di Ashtar Sheran. Lo fece usando lo pseudonimo di “Karl Michalek”, che usava di solito insieme a Mekis (sembra che originariamente fosse un nome posticcio usato da quest’ultimo per espatriare dalla Germania). Nell’opuscolo, venivano descritte meglio anche le astronavi venusiane. Queste avevano dimensioni e capacità diverse: le più grandi erano lunghe un chilometro. L’equipaggio si nutriva di pillole e rientrava sul suo pianeta solo quattro volte l’anno; per il resto del tempo rimaneva nello spazio… A quanto pare il libretto andò a ruba. Quanto a Mekis, anche lui si fece sempre più partecipe della storia, raccontando di aver incontrato di persona gli emissari di Venere.

L’ingranaggio saltò nel 1960, quando alcuni dei finanziatori si resero conto che il promesso sbarco venusiano della Terza flotta a Berlino tardava un po’ troppo. Inizialmente era stato programmato al 1° febbraio, poi venne spostato al 1° luglio; l’arrivo dei nuovi padroni della Terra era saltato a causa dell’improvvisa morte del presidente di Venere, Urun, avvenuta a 193 anni. Il nuovo presidente, Ase, era molto meno convinto del suo predecessore dell’opportunità della missione e, dunque, bisognava che i seguaci avessero pazienza.

Il flop della repubblica mondiale di Venere

Non tutti accettarono di buon grado questi “ritardi” sul piano, e così partirono le denunce. A subirne le peggiori conseguenze per quanto ne sappiamo fu Mekis, non il figlio del Führer. 

Mekis fu arrestato nell’agosto del 1960 (Weser-Kurier, 3 gennaio 1961) mentre si trovava in Austria e tentava di attraversare di nascosto il Brennero (sembra fra lui e Weber-Richter fosse intervenuto un grave contrasto). Il 12 dicembre 1962, dopo un processo lampo in assise, venne condannato a cinque anni di reclusione dal tribunale di Wiener Neustadt, presso Vienna. Era accusato di truffa ai danni di migliaia persone, dalle quali aveva ottenuto un milione di scellini austriaci del tempo in cambio di promesse di posti di rilievo (o, almeno, come burocrati) presso il nuovo governo venusiano sulla Terra. Aveva precedenti per usurpazione d’identità, falso, contrabbando, detenzione illegale di armi da fuoco (quest’ultimo reato subito dopo la guerra gli era costato due anni di carcere). 

Quanto al “governo di Venere”, sembra che l’importanza dei posti pubblici promessi fosse tanto maggiore quanto più era alta la somma versata. Esisteva anche un dattiloscritto di 629 pagine che, oltre alla Costituzione della Repubblica terrestre sotto egida venusiana, indicava una serie di nuovi uffici governativi e la lista dei ministeri, alcuni dei quali già assegnati. Il ministero delle finanze doveva andare a uno scaricatore di porto, quello della sanità a un rappresentante di commercio, quello degli interni – posto di lavoro temibile, probabilmente – allo stesso braccio destro del figlio di Hitler, cioè a Mekis. 

Chiunque aderiva, inviando soldi, riceveva un “certificato provvisorio di assunzione” da parte della Repubblica mondiale di Venere, firmato a controfirmato dai due, con sopra degli strani francobolli rossi e un segno peculiare, che nei documenti era definito “il facsimile”. 

Nel breve processo, Mekis si dimostrò sicuro di sé, tranquillo davanti al giudice. Produsse testimonianze da parte di vari aderenti al progetto, fra i quali artisti e uomini di teatro, che dichiararono di non aver subito danni da quella iniziativa, e che speravano che il nuovo governo mondiale portasse pace e stabilità al mondo. Un gruppetto di ammiratori di Weber-Richter che, a quanto pare, continuava a credergli si accalcò in tribunale per cercare di convincere i giudici che quella faccenda di venusiani era assolutamente vera.

Ma sul serio Mekis credeva alle follie del suo collega? Dalle cronache a noi disponibili non è possibile rispondere in un senso o nell’altro: durante il dibattimento dichiarò di ritenere il futuro presidente “un genio”. Sappiamo solo che Mekis fu sottoposto a perizia psichiatrica, risultando privo di patologie che potessero invalidarne la capacità di giudizio (Der Spiegel, 8 febbraio 1961; Abendpost, Francoforte, 16 e 18 giugno 1961; La Stampa, Corriere della Sera, Il Secolo XIX e La Nazione del 13 dicembre 1962). 

Il lato italiano del figlio del Führer

Una delle cose più interessanti di questa vicenda è che l’Italia vi svolse un ruolo importante. Purtroppo ci mancano molti dettagli; per capire meglio la portata della storia del “governo ariano di Venere” nel nostro Paese ci sarebbe parecchio da scavare negli archivi e sui quotidiani di casa nostra.

Così “L’Unità” titolava nelle sue pagine di cronaca romana l’8 gennaio 1963.

Stando a un’inchiesta di Der Spiegel, nella primavera del 1960 (ma a noi questa data sembra incerta) Weber-Richter lasciò il Sudamerica e si trasferì a Roma, dove, per così dire, stabilì la sua base: sembra fosse lì ancora alla fine del 1962, quando Mekis fu processato e condannato. Quando quest’ultimo fu arrestato al Brennero, comunque, il “figlio di Hitler” inviò dalla capitale italiana una serie di richieste di rettifiche all’Abendpost, che aveva raccontato nei dettagli la cattura del suo collega. Solo che, poco dopo, anche Weber-Richter fu raggiunto da una richiesta di estradizione via Interpol verso la Germania; anche lui venne trattenuto a Roma – e stando allo stesso Abendpost – accusato di diversi reati. Fu però rilasciato, perché si trattava di un apolide: aveva perso la cittadinanza tedesca e, dunque, la giustizia italiana non poteva consegnarlo ai giudici tedeschi. Per un certo periodo, però, fu piantonato nella sua abitazione romana (L’Unità, cronaca di Roma, 8 gennaio 1963). 

Peraltro, questo ufficio romano di Weber-Richter non si trovava in un luogo qualunque della città: era in uno dei luoghi più esclusivi di Roma, il palazzo Negroni-Caffarelli, in via Condotti 61. In quel luogo, Weber-Richter avrebbe avuto con sé tre dattilografe e una cuoca. Una di queste impiegate, una ventiduenne, fu testimone al processo viennese contro Mekis: sembra avesse lavorato lì per lungo tempo, mangiando poco e senza soldi, e con l’accordo di non parlare mai a nessuno dei “venusiani”; arrivò ad asserire di aver lavorato “sotto ipnosi”. Stando a fonti che vanno da Der Spiegel all’Abendpost, il “figlio di Hitler” avrebbe conosciuto in qualche modo una delle personalità di spicco legate al grande edificio storico della capitale, la contessa Elena Caffarelli, nata Elena Nemes von Hidveg und Oltszem (1895-1982). 

Figlia di un alto diplomatico, Elena era la moglie del conte Carlo (1893-1967), gerarca fascista (fu primo podestà di Pomezia) e poi membro delle Brigate Nere della Repubblica Sociale, nel 1944-45. La contessa Caffarelli, però, dal punto di vista storico è persino figura più interessante di lui. Legata ad ambienti ultraconservatori vaticani, fu una forte organizzatrice del neofascismo italiano dopo la guerra. In particolare, nel 1946 diede vita insieme alla principessa Maria Pignatelli e col supporto di un prelato cattolico, al Movimento Italiano Femminile, organizzazione sostenitrice del Movimento Sociale Italiano (e, a quanto pare, assai importante nella prima, confusa fase di riorganizzazione delle forze disperse di origine fascista e, soprattutto, di quelle provenienti dalle fila repubblichine).

In realtà, ci è impossibile dire, sulla base delle fonti di cui disponiamo, quanto la nobile italiana e Weber-Richter fossero in rapporto. L’Abendpost del 16 e 18 giugno 1961 e il Salzsburger Volksblatt del 26 luglio dello stesso anno sostennero che si conoscevano di persona; per l’Abendpost, anzi, la donna avrebbe nutrito un interesse fortissimo per “le cose dello spazio”. È peraltro plausibile che, considerate le conseguenze delle attività dei due tedeschi, questa vicinanza – se davvero ci fu – si sia interrotta rapidamente. 

L’Unità dell’8 gennaio 1963 riferì pure che tempo prima il corrispondente di un settimanale francese aveva intervistato Weber-Richter a Roma. Lui confermò la sua versione: sua madre era infermiera in un ospedale militare, e aveva conosciuto Hitler nel 1916; lui era nato da quell’incontro. Aggiunse pure che, date le circostanze, per qualche tempo avrebbe dovuto farsi vedere poco, ma non rinunciò a dire che ben presto si sarebbe parlato di nuovo di lui… 

C’è comunque altro da dire sul legame fra Weber-Richter e l’Italia. I cronisti del processo a Mekis sostennero che a Roma Weber-Richter aveva sposato “la figlia adottiva di una principessa” (La Stampa, 13 dicembre 1962). Quello che sappiamo per certo dalle cronache del tempo è che, pochi mesi dopo, questa donna chiese la separazione dal marito citandolo in tribunale. Si chiamava Elvira Di Giovanni e aveva origini napoletane

Trentacinquenne al momento dell’episodio, nel giugno 1963 la Di Giovanni si rivolse alla magistratura romana accusando il marito di vivere sfruttando la sua fantasia e raccontandone di ogni colore sul suo conto: ottenne, insieme ad altri provvedimenti, che i due figlioletti di dieci e sette anni avuti dall’unione le fossero affidati (la loro età pare mostrare che Weber-Richter aveva già da molto tempo, tramite la moglie, legami stabili con l’Italia); altro dettaglio, la madre della donna – chiunque fosse davvero – era un’ammiratrice sfegatata del futuro presidente della Repubblica di Venere (Stampa Sera, 27-28 giugno 1963; La Nazione e Il Tempo, 28 giugno 1963). 

Dopo di allora il dinamico duo tedesco-venusiano uscì di scena. A parte la residenza romana di Weber-Richter, durata forse per qualche anno, è soltanto possibile speculare su eventuali, ulteriori suoi legami con qualche appassionato italiano di dischi volanti. Quella di Weber-Richter, e quella di Mekis, furono carriere relativamente brevi – sei anni circa – e solo in apparenza incredibili. La coppia attingeva al desiderio inesprimibile di rivincita dei tedeschi che avevano vissuto il Terzo Reich e la guerra e a una tradizione occultistica germanofona illustre e diffusissima. A ciò si univa l’idea della comunicazione con esseri superiori che, in Germania e in Austria, dal Settecento in poi aveva prodotto personaggi e correnti di pensiero importanti. In tutto ciò, quei dischi volanti “ariani” che i due avevano tirato in ballo erano solo il cascame di un universo culturale assai più vasto e potente. 

Immagine in evidenza: Adolf Hitler e Hermann Göring, poi capo dell’aeronautica sotto il Terzo Reich, insieme al comandante dell’organizzazione paramilitare delle SA, Ernst Röhm, in seguito eliminato dagli stessi dirigenti nazisti, ripresi nel 1932 presso l’aeroporto di Berlino-Tempelhof. Lì, nel 1960 sarebbero dovuti atterrare i dischi volanti venusiani promessi dal “figlio di Hitler”. Fonte: Bundesarchiv, Bild 102-14081 / CC-BY-SA, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

5 thoughts on “Il figlio del Führer, ambasciatore di Venere

  • 30 Marzo 2022 in 12:04
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    Grazie, molto interessante. Ci sarebbe da dire in effetti tantissimo su quel “cascame culturale” cui avete accennato.
    Per tornare all’aspetto scientifico, ho una curiosità: quanto si sapeva all’epoca dell’inabitabilità di Venere, tra gli scienziati e soprattutto a livello popolare?

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    • 30 Marzo 2022 in 17:17
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      Gentile Paolo, la sua domanda sullo status dell’abitabilità di Venere al tempo di quella storia dà l’opportunità di dire qualcosa su una questione più ampia. Quando sorse il mito dei dischi volanti, cioè tra la metà degli anni ’40 e i primi anni ’50, il dibattito scientifico sulla possibilità che Marte, Venere o Saturno ospitassero forme di vita paragonabili a quella umana era ormai concluso in senso negativo. Però, i primi appassionati di Ufo e il pubblico attento a queste cose fondavano molti loro atteggiamenti sulla popolarizzazione di quelle possibilità, ancora vive sui rotocalchi e sui libri di divulgazione, oltre che nella fantascienza e nel pensiero occultistico. Per questo discutevano senza batter ciglio di marziani e venusiani ancora in quei decenni. Nel complesso fin dall’inizio, l’ufologia, pur atteggiandosi a pensiero di avanguardia, mostrava una caratteristica comune a molte altre pseudoscienze: la sua arretratezza rispetto alle conoscenze scientifiche stabilite, o, nella migliore della ipotesi, l’uso strumentale di versioni fumettistiche e caricaturate.

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      • 31 Marzo 2022 in 16:22
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        Capisco, grazie della risposta e buon lavoro.

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  • 31 Marzo 2022 in 19:47
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    So molto di più su questa storia, per esperienza diretta. Vorrei essere contattato privatamente dal giornalista che l’ha pubblicata.

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    • 1 Aprile 2022 in 11:31
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      Gentile signor Stefano, come da sua richiesta, le scriveremo al più presto in privato.

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